IL PALAZZO SUSSURRA, LA STAMPA SOFFRE. IL DOPPIO PESO DEL COLLE NELL’AFFARE GAROFANI

L’incidente che coinvolge il consigliere presidenziale Francesco Saverio Garofani non è solo una crisi politica, ma un termometro della reale situazione politica italiana, al di là delle strette di mano di circostanza.

Non è la frase a definire lo scandalo. È il frastuono selettivo che ne consegue.

Una cena privata, qualche parola di troppo attribuita a un uomo chiave del Quirinale, Francesco Saverio Garofani, e l’architettura istituzionale italiana trema.

L’auspicio di un “grosso scossone” per archiviare il governo Meloni, riportato da La Verità, ha innescato una reazione a catena che va ben oltre la normale dialettica politica.

Ha aperto una crepa nel rapporto, sempre delicato, tra il Governo e la Presidenza della Repubblica, trasformando quello che è un semplice sussurro in un boato che ora rischia di travolgere la credibilità del Garante della Costituzione.

Perché questa vicenda, più delle parole di Garofani, parla delle reazioni del Colle. E, soprattutto, dei suoi silenzi.

La cronaca è ormai nota. Garofani, stimato consigliere di Sergio Mattarella, avrebbe teorizzato la necessità di una nuova grande coalizione per sostituire l’attuale maggioranza.

Parole incendiarie, immediatamente trasformate in un’arma politica. Il quotidiano La Verità le ha pubblicate, il centrodestra, per bocca del capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami, ha chiesto conto di una presunta “macchinazione”, evocando fantasmi di trame e interventi esterni.

La risposta del Quirinale non si è fatta attendere: una nota ufficiale, secca e sdegnata, ha liquidato il tutto come “un attacco costruito e ridicolo”, declassando le esternazioni a “chiacchiere da bar”.

Lo stesso Garofani ha parlato di “libere discussioni tra amici”, mostrando amarezza per una strumentalizzazione feroce.

D’altronde, in democrazia, potrai anche essere consigliere del Presidente della Repubblica, ma hai tutto il diritto di avere un’opinione sul governo. Contraria o a favore che sia. Soprattutto se la tua opinione non la esprimi in un contesto istituzionale, ma tra amici.

Ma il mistero si è infittito con la comparsa di una mail anonima, che ha fatto circolare le medesime dichiarazioni, alimentando il fuoco del sospetto.

L’ANATOMIA DI UNA CRISI

L’incidente Garofani è un perfetto caso di studio di sociologia della comunicazione politica, perché è un cortocircuito dove il confine tra privato e pubblico si dissolve, dove l’informalità diventa atto politico e l’interpretazione supera il fatto.

Da un lato, l’ipotesi delle semplici “chiacchiere da bar” è plausibile nel contesto di una Roma dove i destini della nazione si discutono spesso a tavola.

Ma dall’altro, la posizione di Garofani non è quella di un cittadino qualunque. I suoi pensieri, anche se espressi in privato, assumono un peso specifico, un valore simbolico che la politica non può ignorare.

Perciò, bisognerebbe stare attenti a ciò che si dice, soprattutto nella forma con cui si parla.

L’accusa di “destabilizzazione”, brandita dalla maggioranza, è la naturale conseguenza della fragilità dei nervi istituzionali.

In un sistema politico cronicamente instabile, in un’Italia perennemente in campagna elettorale, ogni parola fuori posto proveniente da un centro di potere percepito come “altro” – e il Quirinale lo è, per definizione – viene letta come una potenziale minaccia.

La vicenda, dunque, non misura tanto la volontà del Colle di interferire, quanto la perenne insicurezza di una classe politica che teme di essere delegittimata da un’entità superiore.

Anche perché il caso Berlusconi del 2011 è ancora vicino.

La reazione veemente del Quirinale, a sua volta, è un grossolano errore di comunicazione, perché non solo tradisce la volontà di proteggere la propria imparzialità, ma mostra anche il fastidio per un’erosione della propria sacralità, scadendo nell’arena del pettegolezzo politico.

IL SILENZIO ASSORDANTE SULL’ARTICOLO 21

La difesa, per quanto dovuta, dell’onorabilità di un collaboratore e della Presidenza è lecita?

Il Quirinale si è indignato. Giustamente, dirà qualcuno, per tutelare un’istituzione che deve apparire al di sopra delle parti. Ed è qui che la vicenda smette di essere un pettegolezzo e diventa un sintomo grave, quasi patologico.

Perché quello stesso sdegno, quella stessa levata di scudi, quella stessa difesa appassionata dei principi fondanti della Repubblica sono mancati, evaporati, mai nati, quando a essere colpito non era un uomo del Palazzo, ma l’articolo 21 della Costituzione: la libertà di stampa, di opinione e di espressione.

Fa specie, anzi, sgomenta, che il Garante della Carta Costituzionale si sia sentito in dovere di intervenire per delle “chiacchiere da bar”, ma non abbia sentito il medesimo imperativo morale quando il giornalista Gabriele Nunziati è stato licenziato per aver osato porre una domanda sgradita al potere. Un giornalista licenziato per aver compiuto il suo dovere di porre domande. Licenziato non a Mosca o a Pyongyang, ma a Roma.

Un atto di epurazione che ha il sapore di quelle latitudini, come Russia o Corea del Nord, che dovremmo guardare con preoccupazione, non con emulazione.

E fa ancora più specie che un silenzio tombale sia calato dal Colle sull’attentato subito da Sigfrido Ranucci, un giornalista la cui unica colpa è continuare a fare inchiesta anziché propaganda.

Non una sillaba da parte di Sergio Mattarella. Non un gesto di solidarietà. Non un richiamo solenne al valore sacro di una stampa libera, senza la quale una democrazia smette di essere tale e diventa un regime di apparenze.

OLTRE LE CHIACCHIERE: LA POSTA IN GIOCO

La vicenda Garofani, quindi, cessa di essere una banale contesa politica per diventare una cartina di tornasole della salute democratica del Paese.

Il Presidente della Repubblica ha fatto bene a chiarire con il governo, a proiettare un’immagine di simbolo super partes.

Ma la sua indignazione a comando rivela una scala di priorità preoccupante: la reputazione del Palazzo viene prima della libertà di un giornalista. La quiete istituzionale conta più del diritto dei cittadini a essere informati.

La vera tempesta non è quella scatenata dalle presunte parole di un consigliere, ma il silenzio che ha coperto il rumore delle minacce alla stampa libera, il vuoto lasciato da un’autorità morale che avrebbe dovuto tuonare e invece ha sussurrato, ma solo quando ha sentito minacciati i propri confini.

E in quel silenzio, si misura la distanza tra un’istituzione che si protegge e una democrazia che si difende.

Una distanza che, oggi, appare pericolosamente ampia.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

IL PATTO DEI DISILLUSI: I GABIBNETTI D’ORO DI KIEV STANNO SCRIVENDO LA PACE A WASHINGTON

La storia non viene scritta dagli eroi. Quelli fanno sempre una brutta fine.

La storia viene scritta dai contabili, dai cinici e, più spesso di quanto si ammetta, dai disillusi.

Mentre il fango delle trincee ucraine continua a inghiottire giovani ucraini e russi in un’atroce contabilità quotidiana, la vera pace, quella sporca e pragmatica che i leader europei non vogliono, sta prendendo forma a Washington, dettata da un’equazione spietata che ha più a che fare con i sondaggi elettorali in Ohio che con la sovranità dell’Ucraina.

Si mormora di un piano in 28 punti. Un documento fantasma, un accordo segreto negoziato lontano dagli occhi indiscreti di Macron, Merz, von der Leyen, sempre più irrilevanti.

Gli Stati Uniti e la Russia stanno definendo i termini della resa ucraina, e a Zelenskyy, come all’Unione Europea, verrà presentato il conto a cose fatte.

Perché la guerra è tra USA e Russia e l’Ucraina presta “solo” il campo di gioco e gli uomini da mandare al macero.

Ma perché adesso? Perché questo scatto verso la diplomazia del disimpegno?

LA GEOMETRIA VARIABILE DEGLI INTERESSI

La guerra, per l’Occidente, è stata un investimento. Un massiccio investimento finanziario, militare e, soprattutto, narrativo.

Abbiamo investito nella favola di Davide contro Golia, del baluardo della democrazia contro la tirannia. Ma ogni investimento richiede un ritorno, o quantomeno una sua giustificazione. E qui, il castello di carte crolla.

Notizie, sempre più insistenti, di corruzione sistemica a Kiev – i famigerati “cessi d’oro”, metafora grottesca di un sistema che marcisce dall’interno – hanno compiuto ciò che l’artiglieria russa non è riuscita a fare: hanno eroso la credibilità dell’investimento.

L’elettore medio americano, che paga le tasse e vede il costo della vita aumentare, inizia a percepire la guerra come un pozzo senza fondo in cui i suoi dollari scompaiono per arricchire un’élite straniera.

Una narrazione potente, quella della resistenza eroica, è stata soppiantata da una verità ancora più viscerale, quella dello spreco e del tradimento.

L’amministrazione americana, con un occhio alle prossime elezioni presidenziali, sa che non può permettersi questa emorragia di credibilità. Non si tratta più di fermare Putin, ma di non perdere il Michigan.

Senza dimenticare il caso Epstein, che vede Trump in grande difficoltà.

E così, l’exit strategy, un tempo un’eresia, diventa una necessità politica.

L’URLO DEL CONDANNATO: IL MISSILE COME MESSAGGIO

Come reagisce un attore politico quando scopre di essere stato escluso dal tavolo dove si decide il suo destino? Fa rumore. Fa più rumore possibile.

L’uso recente e spettacolare dei missili ATACMS da parte dell’Ucraina non è un evento militare, ma un disperato atto di comunicazione politica. È un messaggio urlato ai suoi stessi padrini a Washington: “Non potete fare un accordo senza di me. Guardate cosa posso fare ancora con le vostre armi. Posso ancora far precipitare gli eventi.”

Un gesto che arriva immediatamente dopo l’attentato ferroviario in Polonia, altro fatto che vede coinvolti due ucraini, sbrigativamente indicati come al servizio di Putin.

Sono gesti estremi di chi sa che l’unica sua leva rimasta è la capacità di sabotare una pace che lo annienterebbe per sempre a livello politico. E, forse, non soltanto politico.

Colpendo in profondità il territorio russo con tecnologia americana, Zelenskyy non cerca una vittoria sul campo, ormai un miraggio per chi ha solo spazio tra le orecchie, ma cerca di rendere politicamente impossibile una de-escalation negoziata da altri.

Vuole alzare la posta, costringere la NATO a entrare in guerra contro la Russia, legare le mani di chi, a Washington, vorrebbe semplicemente chiudere la partita.

È il ricatto del condannato, la cui unica speranza di sopravvivenza è trascinare tutti con sé nell’abisso.

È la dimostrazione del fatto che se Zelensky fosse stato Putin, l’atomica l’avrebbe già usata mesi fa. Altro che eroe!

BRUXELLES, IL GIGANTE DORMIENTE SENZA SVEGLIA

E l’Europa che fa?

L’Europa osserva, protesta, si indigna, perché i suoi piani di un grande riarmo perderebbero la scusa da dare in pasto agli europei.

La premier estone Kaja Kallas tuona che “l’accordo deve coinvolgere l’UE e Kiev”. Cioè quelle che l’accordo non lo vogliono. Parole nobili. Parole vuote. Parole che valgono meno di zero. Parole di chi non ha alcuna intenzione di salvare vite ucraine.

Siamo di fronte al più grande teatro dell’assurdo della politica internazionale contemporanea.

L’Unione Europea, che ha svuotato i propri arsenali, che non ha una capacità produttiva militare autonoma sufficiente, che dipende energeticamente e militarmente da attori esterni, che ha messo in ginocchio le sue imprese e tanti cittadini europei, che non parla di pace, ma di guerra alla Russia nel 2028, forse 2029, al più tardi nel 2030, pretende di dettare le condizioni.

È la quintessenza dell’incompetenza politica.

Lo sconfitto, perché sul piano strategico, commerciale, militare e industriale, l’Europa è la vera sconfitta di questo conflitto, si presenta al tavolo del vincitore, quella Russia che avanza lentamente, ma inesorabilmente, e del finanziatore stanco, gli USA, pretendendo di avere voce in capitolo.

Un po’ come quando i leader europei andarono a lezione da Trump. Ricordate Trump dietro la scrivania e i leader europei davanti a lui, su sedie anonime, come ad ascoltare un dibattito?

È la dimostrazione lampante di una leadership che ha perso ogni contatto con la realtà, credendo che la forza delle dichiarazioni possa sostituire la forza degli eserciti e delle economie.

LA LOGICA SPIETATA DEL CREMLINO

Dall’altra parte, il Cremlino osserva con una calma glaciale e ride dell’incompetenza degli europei.

La portavoce Maria Zakharova nega, ovviamente. La diplomazia ufficiale è una facciata. La vera partita si gioca altrove. Come si è sempre fatto e come chiunque abbia un briciolo di studi di diplomazia sa.

La Russia non ha fretta.

Sa che il tempo, le risorse umane e la capacità industriale sono dalla sua parte. Il piano dei 28 punti, per Mosca, non è una concessione, ma un’offerta al nemico sconfitto: “Potete darci ciò che ci stiamo già prendendo sul campo, risparmiando entrambi tempo e vite umane, oppure possiamo continuare a prendercelo con la forza, senza che voi possiate fare nulla se non continuare a strozzare le vostre economie come fatto finora.”

Non è una richiesta, ma la constatazione di un rapporto di forza.

Mosca non scenderà a compromessi sui suoi obiettivi strategici minimi, la Crimea, il Donbas, la neutralità dell’Ucraina, perché sa di non averne bisogno, al di là delle tante balle raccontate dalla propaganda occidentale di questi anni (1000 russi uccisi ogni giorno, armati solo di pale ottocentesche, a dorso di muli perché senza mezzi corazzati, senza divise e senza calzini, umiliati dalle nostre sanzioni dirompenti e in fuga per l’ennesima controffensiva ucraina).

L’unica variabile è il costo per raggiungere gli obiettivi fissati nel 2022.

L’accordo segreto, dunque, è semplicemente un tentativo americano di abbassare quel costo per tutti, prima che diventi politicamente insostenibile per l’Amministrazione Trump.

Perché Putin non ha elezioni alle porte da non perdere. Lui, invece, sì.

Il sipario sta calando sulle illusioni.

La grande narrazione della vittoria ucraina e dell’unità occidentale si sta sgretolando sotto il peso della corruzione, della stanchezza e del calcolo politico più cinico.

L’epilogo di questa guerra non sarà la ridefinizione dei confini sulla mappa, ma la consapevolezza che le vite di centinaia di migliaia di ucraini sono state sacrificate sull’altare di una favola a cui i leader europei hanno scelto di credere per fare dell’Europa una superpotenza militare, mentre l’hanno resa politicamente insignificante, commercialmente dipendente da altri e industrialmente al tappeto.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

CACCIA GROSSA NEL MONDO DELLA MODA

Da quando qualcuno ha avuto il coraggio di parlare chiaro, nella moda si susseguono i richiami, i suggerimenti, le rivisitazioni. 

Il chiacchiericcio dei salotti buoni delle Maison sta lasciando il posto alle analisi per prendere delle decisioni che potrebbero anche ridefinire tutti i contorni finora praticati.

O buona parte di essi.

In questo intervento si parla degli ultimi 30 anni come epoca alla quale far risalire l’inizio della deformazione del comparto. 

È un lancio di concetti inevitabili dopo le variabili individuate, con l’incrocio dei dati dei tabulati di vendita e sulle analisi delle tendenze dei consumatori. 

Frazionando i consumatori e classificandoli secondo norma (gen z, baby boomers, silver gen,..), non sfuggirà che c’è una spasmodica necessità di individuare nuovi idiomi, nuove “sirene” per ammaliare un consumatore sempre più distratto o meno incline ad ascoltare il canto lusinghiero degli affascinatori. 

Sembra quasi che si giochi al contrario.

Una volta erano le maison che dettavano le regole della nuova stagione a cui i consumatori dovevano adeguarsi. Ora sembra che siano gli acquisti che informano cosa sarebbe giusto produrre e a quale criterio sarebbe corretto uniformarsi per realizzare qualcosa di vendibile e che arrivi subito al mercato.

Con buona pace dei bilanci e dei resti di magazzino che pesano anche per il pianeta perché comunque vanno smaltiti oltre che per i bilanci delle aziende stesse. E qui si direbbe: finalmente.

Chi fa le indagini di mercato per aiutare chi produce, arriva normalmente con un po’ di ritardo rispetto a quello che è già successo e viene recepito con altrettanto ritardo nella logica della catena di produzione.

Non va certo imputato a chi fa analisi di mercato e a chi tenta di rispettare quei risultati proponendo l’adeguamento con formule più o meno stratificate nella logica della propria visione aziendale. 

Il mercato poi cambia molto più rapidamente rispetto a chi fa analisi con dati che diventano obsoleti dopo poco tempo.  Quasi mai quello che cambierà domani mattina e che permetterebbe di anticipare  le linee produttive con evidenti grandi risparmi nella filiera, viene percepito ed adattato ai propri criteri produttivi con altrettanta rapidità. 

Quello a cui stiamo assistendo ascoltando i “formatori” sono concetti base da sviluppare. Ma sembrano anche lanci di ipotetici ganci per una nuova stagione produttiva.

Cioè da prodotto a benessere, a rappresentazione della autenticità, a simbolo di etica e mettiamoci pure tutti gli aggettivi di cui ci riempiamo la bocca oggi.

Se non li citi non sei nemmeno degno di bere un caffè al bar. Potrai solo disquisire del mancato Gol nel derby rimediato dalla tua squadra del cuore! E ti sentirai disperato, emarginato, fuori dal coro. Una nullità consumistica insomma. 

Passare dai bei vaporosi concetti proposti nei convegni di settore ad un esercizio produttivo concreto che tenga conto di tutto quello che “ti abbiamo insegnato”, non è problema da poco.

E allora avanti.

Perché la caccia grossa, che ti fa ragionare su tutto quello che sei e quello che fai, non è mai finita e non puoi permetterti di essere stanco perché altrimenti la macchina (la tua azienda) potrebbe iniziare a scricchiolare e la rottamazione potrebbe essere dietro l’angolo. 

Buona “caccia grossa” a tutti!

Intanto, potete approfondire come operano i cinesi e perché leggendo questo articolo: https://it.fashionnetwork.com/news/Perche-i-consumatori-cinesi-preferiscono-i-brand-locali-a-vuitton-e-gucci,1783337.html

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, Scienze Politiche, Esperto di Comunicazione e arte concettuale.

SABOTAGGIO IN POLONIA: L’OMBRA RUSSA E LA MANO UCRAINA. UNA NUOVA, PERICOLOSA NARRAZIONE

Due ucraini. Una linea ferroviaria polacca sabotata. Un colpevole: ovviamente, la Russia.

No, non è la premessa di un romanzo di spionaggio, ma la sintesi nuda e cruda della dichiarazione del Primo Ministro polacco Donald Tusk al suo Parlamento.

È una sequenza che, nella sua disarmante linearità, rivela molto più di un semplice atto di sabotaggio, poiché mostra l’architettura di un copione di guerra che non ammette più sfumature, un copione già scritto in cui il colpevole è designato prim’ancora che le prove vengano completamente vagliate.

E, ancora una volta, la Polonia si ritrova epicentro di un incidente che lambisce pericolosamente i confini della NATO, gettando benzina su un fuoco che l’Europa intera fatica a contenere.

Anche se poi, dal 2022 a oggi, le indagini hanno sempre sbugiardato le parole del governo polacco.

LA CRONACA DI UN’ACCUSA ANNUNCIATA

I fatti, o almeno la loro versione ufficiale, sono politicamente esplosivi.

Tra il 15 e il 17 novembre, una linea ferroviaria, un’arteria vitale per il trasporto di aiuti militari e umanitari verso Kiev, subisce due attacchi. Il primo, quasi artigianale: una fascetta d’acciaio fissata ai binari, un ostacolo grezzo progettato per il deragliamento.

Il secondo, decisamente più inquietante: la detonazione di un ordigno “di tipo militare” al passaggio di un treno merci.

Fortunatamente, non ci sono state vittime.

Il premier Tusk, citando inquirenti e procuratori, indica i responsabili: due cittadini ucraini, veterani della collaborazione con i servizi segreti russi.

Uno, un residente del Donbas occupato.

L’altro, un individuo già condannato per sabotaggio a Leopoli.

Stando alle voci, i due sarebbero entrati in Polonia dalla Bielorussia, per poi svanire presumibilmente nella stessa direzione dopo aver compiuto la loro missione.

L’accusa è chiara, la logica apparentemente ferrea. Ma è davvero così?

Sono così certi che si tratti di questi due ucraini? Se li hanno seguiti dal loro ingresso, perché non li hanno fermati prima, visto che sapevano fossero spie al soldo di Mosca? Perché ne hanno perso le tracce, mentre, a quanto pare, fino all’attentato li seguivano passo passo?

A CHI GIOVA? LA DOMANDA CHE L’EUROPA NON OSA PIÙ FARSI

Come abbiamo scritto fino ala nausea, in ogni inchiesta degna di questo nome, la prima, fondamentale domanda è sempre la stessa: A chi giova?” Chi ne trae vantaggio?

La Russia, additata come mandante, guadagnerebbe ben poco da un’operazione del genere e spingerebbe l’Europa a riarmarsi ancora di più. Sarebbe un fallimento strategico di proporzioni bibliche.

Infatti, un sabotaggio a basso impatto materiale, ma dall’altissimo costo politico serve solo a cementare ulteriormente l’ostilità europea, a rafforzare la coesione della NATO e a giustificare un nuovo giro di vite nelle sanzioni e nel supporto militare a Kiev.

Dal punto di vista strategico del Cremlino, sarebbe un autogol.

Un’azione che aliena anche i più tiepidi sostenitori di una de-escalation, offrendo su un piatto d’argento ai “falchi” occidentali la prova che cercavano della minaccia russa sul suolo dell’Alleanza.

Perciò, anche solo per logica, la Russia va scartata come principale indiziata.

Allora, spostiamo lo sguardo.

Chi, invece, ha tutto da guadagnare da un’azione che spaventa la Polonia e, di riflesso, l’intera Europa?

La risposta è dolorosa ma inevitabile: l’Ucraina.

In un momento in cui l’attenzione mediatica globale si sposta, in cui le risorse economiche e militari occidentali iniziano a mostrare segni di affaticamento, un atto terroristico sul territorio NATO, attribuibile a Mosca, è un potentissimo acceleratore di consenso.

È un modo per gridare al mondo: “Vedete? La minaccia non è confinata al Donbas. È qui, alle vostre porte”.

È la leva perfetta per chiedere, con ancora più forza, un intervento occidentale più massiccio, più armi, più soldi, più impegno.

Non è un giudizio morale, ma una fredda analisi geopolitica: per una nazione che combatte una guerra esistenziale, ogni strumento per mantenere vivo il sostegno internazionale è, per definizione, vitale. Probabilmente, lo faremmo anche noi nelle condizioni disperate del governo Zelensky.

La narrazione dello spionaggio russo diventa così solo il comodo e impenetrabile scudo dietro cui giustificare l’incredibile: un atto ostile compiuto da cittadini di una nazione amica sul suolo di un’altra.

Suona come la sciocchezza per cui a danneggiare il Nord Stream erano stati i russi, che si erano auto inflitti un danno enorme. E, anche allora, il vero colpevole era l’Ucraina.

IL PRECEDENTE PERICOLOSO: DA PRZEWODÓW AL NORD STREAM

Questo episodio non nasce nel vuoto, ovviamente, ma è solo l’ultimo capitolo di una saga di incidenti ambigui che hanno scandito il conflitto.

Ricordiamo il missile caduto a Przewodów nel novembre 2022. Per ore, forse giorni, il mondo ha trattenuto il fiato mentre Varsavia e i media internazionali puntavano il dito contro Mosca, evocando lo spettro dell’articolo 5 della NATO.

Solo in un secondo momento, con tanta riluttanza, si ammise la verità: era un missile della contraerea ucraina, finito fuori rotta.

E come dimenticare il sabotaggio del gasdotto Nord Stream?

Anche in quel caso, l’accusa istintiva e corale fu rivolta alla Russia. Eppure, le inchieste giornalistiche più approfondite, dal New York Times allo Spiegel, hanno progressivamente fatto convergere i sospetti su un commando di operativi ucraini, con il probabile coinvolgimento dei vertici di Kiev.

La costante è evidente anche a un cieco. Davanti all’incertezza, la narrazione scelta è sempre la più incendiaria, quella che dipinge Mosca come l’unica, onnipresente forza del caos.

L’incidente ferroviario, con i suoi esecutori ucraini, si inserisce perfettamente in questo schema. Non potendo negare la nazionalità degli attentatori, si ricorre alla spiegazione più semplice e politicamente utile: erano marionette del Cremlino.

Senza dimenticare che, più va avanti la guerra in Ucraina, maggiori sono gli introiti delle fabbriche di armi europee e, soprattutto, americane. Un dettaglio, ma pesante come un treno merci.

LA FABBRICA DELLA PAURA E L’ECONOMIA DELLA GUERRA

Assistiamo alla perfezione di un meccanismo di costruzione della paura. La “guerra ibrida” russa, un concetto tanto reale quanto abusato, diventa un contenitore onnicomprensivo per ogni evento anomalo, un asso nella manica che risolve ogni complessità.

Questa costante alimentazione della paura non è fine a sé stessa, ma serve a oliare gli ingranaggi di una gigantesca economia di guerra.

Lo stesso Ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ha candidamente ammesso che il sostegno all’Ucraina serve principalmente a “guadagnare tempo”, non necessariamente a vincere.

Guadagnare tempo per cosa? Per riarmare l’Europa. Per riempire i magazzini dell’industria bellica americana e continentale. Per giustificare di fronte a un’opinione pubblica sempre più stremata sacrifici economici che, in tempo di pace, sarebbero politicamente insostenibili.

Ogni sabotaggio, reale o presunto, ogni allarme, fondato o gonfiato, diventa un’altra rata versata per il mantenimento di questo stato di emergenza perpetua.

I cittadini europei, distratti dalla minaccia esterna, sono meno inclini a mettere in discussione le politiche interne che erodono il loro benessere, con la costruzione di una potenza di guerra.

LA VERITÀ COME PRIMA VITTIMA

La linea tra informazione e propaganda è diventata così sottile da essere quasi invisibile.

L’attentato in Polonia è un caso studio emblematico.

A prescindere da chi abbia realmente armato la mano di quei due uomini, il modo in cui l’evento è stato immediatamente inquadrato e offerto al pubblico dimostra che, in questa guerra, la verità non è solo la prima vittima, ma è diventata uno strumento, un’arma flessibile da brandire a seconda delle necessità strategiche del momento.

L’interrogativo che dovremmo porci, non è tanto “chi ha piazzato la bomba?”, ma “chi beneficia di più dalla spiegazione che ci viene data?”.

Finché non avremo il coraggio di affrontare questa domanda onestamente, rimarremo spettatori passivi di un gioco pericoloso, le cui regole sono scritte da altri.

E mentre la nebbia della propaganda si addensa sui binari d’Europa, chi sta davvero pagando il prezzo di questo gioco d’ombre?

Gli ucraini mandati a morire nelle trincee e gli europei, che vedono erosi i loro soldi e i loro diritti (sanità, istruzione, welfare).

Fino a quando non si arriverà alla guerra vera. Allora, quando non ci saranno più ucraini da mandare al fronte, manderanno gli europei. Solo che dubito che Crosetto, Macron, Meloni, Merz & C. mandino i loro figli.

Perciò, fate un po’ voi.

IL CONTO SALATO DELLA GUERRA IN UCRAINA CHE L’EUROPA NON VUOLE VEDERE

Le persone comuni non lo sanno o, forse, non riescono ancora a quantificarlo.

Non vedono il nesso diretto tra il carrello della spesa, sempre più vuoto, e le decisioni prese dai leader europei. Non collegano le buche nell’asfalto delle loro strade con gli stanziamenti miliardari per le armi.

Eppure, il conto è arrivato. Ed è salatissimo.

La guerra in Ucraina è entrata in una nuova fase di logoramento. Non solo sul campo di battaglia, dove l’esercito ucraino è decimato da perdite spaventose e da una crisi morale che conta centinaia di migliaia di diserzioni.

Il vero logoramento è qui, in Europa. Un logoramento economico, politico e, soprattutto, strategico. È un’emorragia. E nessuno sembra avere la volontà, o la lucidità, di fermarla.

IL TEATRO DELLA SOLIDARIETÀ E IL PREZZO NASCOSTO

Mentre le televisioni ci mostrano il tour europeo di Zelenskyy, intento a chiedere, – quasi a pretendere in verità, – nuovi e più potenti armamenti, la narrazione ufficiale si concentra sulla “solidarietà necessaria”.

Ma dietro questa retorica si cela una realtà ben più concreta e drammatica.

I 178 miliardi di euro che l’Unione Europea ha già speso – una cifra tra le otto e le dieci manovre finanziarie italiane, per intenderci – non sono un atto di generosità, come qualcuno potrebbe pensare, dopo una lettura superficiale di ciò che accade. In realtà, sono un gigantesco affare.

Un accordo decennale con la Francia per cento caccia Rafale, sistemi di difesa aerea, droni. Questi non sono regali, ma commesse per l’industria bellica francese, pagate con i soldi dei contribuenti europei, erogati all’Ucraina affinché possa “fare spesa” proprio in Europa.

È un circolo vizioso perfetto, un capolavoro di ingegneria finanziaria dove il banco, che, in questo caso, è l’industria della difesa, vince sempre.

A perderci sono i contribuenti europei con il loro potere d’acquisto e intere generazioni di ucraini mandati al macero. Altro che “solidarietà agli ucraini”!

Nel frattempo, la richiesta di maggiore trasparenza sulla gestione di questi fondi viene sistematicamente ignorata, nonostante i tanti allarmi di queste ultime settimane.

Le agenzie anticorruzione ucraine che osano sollevare dubbi su una “mafia della guerra”, interna intenta a dirottare il denaro, vengono messe a tacere o delegittimate.

Ma la risposta di Bruxelles, anziché pretendere indagini serie, è inviare più soldi. È come tentare di curare un alcolizzato inondandolo di vodka, sperando che prima o poi si disseti.

Ma quale amministratore delegato continuerebbe a dare soldi a un partner commerciale che avesse fatto sparire soldi e prodotti?!

L’ECONOMIA DI GUERRA IN TEMPO DI (NON) PACE

Non che in casa nostra le cose vadano meglio.

L’Italia, fanalino di coda per crescita economica in Europa, con stime che rasentano lo “zero virgola niente”, con le stime dimezzate dalla previsione d maggio dello 0,7% a un più realistico 0,4, approva il dodicesimo pacchetto di aiuti militari.

Aiuti secretati, ovviamente. Perché il popolo sovrano… conta come la crescita economica: lo zero virgola niente, appunto.

Occhio non vede, cuore non duole. Ma il portafoglio degli italiani, quello sì che duole!

E mentre si finanziano armamenti, le nostre infrastrutture crollano.

Le liste d’attesa nella sanità pubblica si allungano a dismisura, costringendo quegli stessi cittadini le cui tasse finanziano la guerra a rivolgersi al privato, pagando due volte.

L’unica, vera occasione di rilancio, il PNRR, viene gestita… – sembrerebbe non essere gestita affatto, – con fondi spesi a pioggia senza una visione strategica, se non forse per opere faraoniche come il Ponte sullo Stretto, quando ci sono ponti e viadotti su cui ci si fa il segno della croce prima di attraversarli.

L’enorme indebitamento pubblico schiaccia ogni possibilità di politica espansiva interna, ma non sembra essere un ostacolo quando si tratta di sostenere lo sforzo bellico.

La pacchia per l’Europa, quella che secondo gli slogan elettorali dell’attuale maggioranza di governo doveva finire, non solo continua, ma prospera sulle nostre macerie economiche.

LA FRATTURA INTERNA: MORALE, CONSENSO E VERITÀ CENSURATE

La narrazione mediatica occidentale dipinge un’Ucraina eroica e compatta, ma la realtà sul terreno racconta un’altra storia. Il gradimento di Zelenskyy è in caduta libera, crollato del 40% in una sola settimana secondo fonti parlamentari ucraine, non secondo blog russi.

Un dato che riflette la crescente frustrazione di un popolo stremato e la consapevolezza di una corruzione sistemica che prospera anche durante il conflitto.

L’esercito è al collasso. Le perdite sono immani, il morale è a terra e il fenomeno delle diserzioni ha raggiunto proporzioni epidemiche. I soldati vengono mobilitati a forza, rastrellati per le strade, in un disperato tentativo di tappare le falle di un fronte che si sgretola sempre di più.

Questa non è affatto propaganda russa, come la propaganda occidentale sbraita ogni giorno, ma sono i segnali inequivocabili di un sistema che sta implodendo dall’interno, come si comprende ascoltando ciò che raccontano i parlamentari ucraini e l’informazione ucraina messa a tacere da Zelensky.

Ma guai a dirlo. Guai a mettere in discussione il dogma. Qualsiasi analisi critica, qualsiasi dato che incrini la facciata della narrazione ufficiale, viene immediatamente bollato come “guerra ibrida”, “disinformazione”, “propaganda del Cremlino”.

Si progetta un “Ministero della Verità” europeo per filtrare le notizie, in un delirio orwelliano che confonde il giornalismo con la propaganda di Stato. Perché per qualunque potere dispotico, il dissenso non è più un pilastro della democrazia, ma un’infezione da debellare.

Perciò, secondo questa logica, le persone critiche sono il nuovo male.

EUROPA, SENZA STRATEGIA, SOLO COSTI

Siamo di fronte a un bivio storico.

Continuiamo a versare miliardi in un conflitto che non possiamo vincere militarmente, indebolendo le nostre economie e sacrificando il nostro stato sociale, oppure ci fermiamo a riflettere e cominciamo a comportarci da adulti?

Qual è la strategia?

Spendere cifre colossali in armamenti, senza un esercito europeo, senza una politica estera comune, senza un comando unificato, è pura follia.

Significa delegare la nostra sicurezza e la nostra politica a potenze esterne, principalmente agli Stati Uniti, i cui interessi industriali ed economici sono i veri beneficiari di questo conflitto, sia a livello commerciale sia sotto il profilo geopolitico.

L’Europa sta finanziando la propria irrilevanza. Sta pagando un prezzo esorbitante per dimostrare una lealtà atlantica che nessuno le aveva chiesto in questi termini suicidi.

È un paradosso letale, per cui più spendiamo per questa guerra, più diventiamo deboli, poveri e, in ultima analisi, meno sovrani.

La vera “guerra ibrida” non è quella combattuta con le fake news, ma quella che stiamo conducendo contro noi stessi. Il vero nemico non è a Est, ma sulle nostre teste. I veri nemici degli europei sono quei leader le cui politiche vanno contro il nostro futuro. Contro ogni logica.

E sono anche quei giornalisti che hanno scelto di non informare più, ma di diventare megafoni del potere, come denuncio nel libri LA FABBRICA DELLA PAURA.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

CROSETTO GIOCA CON LE PAROLE.

MENTRE KIEV AFFONDA, CROSETTO SI PRODIGA IN GIRI DI PAROLE PER LITIGARE CON BORGHI

Un tweet e una domanda.

È bastato questo a Claudio Borghi, senatore della Lega, per scoperchiare il vaso di Pandora della maggioranza italiana sulla crisi ucraina che si avvita su se stessa da quasi quattro anni.

La sua domanda, tanto logica quanto velenosa – “Ma se per caso gli Usa attaccassero il Venezuela che facciamo? Mandiamo 12 pacchetti di armi a Maduro?” – è il sintomo di una narrazione occidentale che fa acqua da tutte le parti.

La risposta del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, è stata immediata e chirurgica, eppure profondamente fragile. Un colpo di fioretto retorico che, nel tentativo di difendere la democrazia, ne ha mostrato le contraddizioni.

L’ELEGANZA DELLA DISTRAZIONE: DECIFRARE LA RISPOSTA DI CROSETTO

Il Ministro ha articolato la sua difesa su due pilastri apparentemente inscalfibili.

Il primo, la distinzione di intento: gli Stati Uniti, a suo dire, “non hanno mai invaso una nazione per occuparne stabilmente il territorio con la scusa che alcuni parlassero inglese”.

Il secondo, la distinzione di metodo: la libertà di espressione che permette a Borghi di dissentire in Italia, sarebbe impensabile nella Russia di Putin.

Analizziamo il primo punto con lucidità.

Crosetto ha tecnicamente ragione. L’obiettivo manifesto delle recenti avventure militari americane non è stata l’annessione territoriale in stile ottocentesco praticata da Mosca con la Crimea e il Donbas.

Tuttavia, è proprio qui che la sua argomentazione, da un punto di vista del Diritto internazionale e della logica politica, si rivela un sofisma. Non ha risposto nel merito, perché il quesito di Borghi non verteva sulla modalità dell’occupazione, ma sulla legittimità dell’aggressione.

Sostenere che le invasioni americane siano moralmente superiori perché non mirano all’annessione è come affermare che un’aggressione a scopo di rapina sia meno grave di un’aggressione a scopo di sequestro.

L’atto primario, la violazione della sovranità di una nazione, resta identico. È un atto contrario al Diritto. Punto.

D’altronde, la storia pesa come un macigno sulla credibilità occidentale e ci ricorda che gli USA hanno dato il via a conflitti devastanti sulla base di menzogne costruite a tavolino, come le famose armi di distruzione di massa in Iraq, una fake news partorita nelle stanze della CIA; altre volte, hanno agito in palese spregio del consenso internazionale, come con il bombardamento del Kosovo, nel 1999, senza uno straccio di mandato ONU.

Un attacco al Venezuela, dunque, sarebbe un atto di pirateria internazionale esattamente come l’invasione russa dell’Ucraina. Con qualsiasi intento.

La domanda di Borghi, per quanto provocatoria, è dunque logicamente impeccabile. Crosetto, eludendola, ha mostrato tutta la sua debolezza, politica e dialettica.

LA LIBERTÀ A CORRENTE ALTERNA E LO SPETTRO DI NUNZIATI

Il secondo pilastro della difesa di Crosetto è ancora più insidioso: la libertà di parola.

Un inno alla democrazia che suona meraviglioso, ma che stride con una realtà più complessa e amara.

“Mi ostinerò a difendere il diritto di Claudio Borghi… di dire tutto ciò che gli passa in testa”, scrive il Ministro. Eppure, con questa difesa appassionata, dimentica, o sceglie di ignorare, che la libertà nel nostro Occidente non è un monolite, ma un ecosistema delicato e spesso condizionato.

Il caso del giornalista Gabriele Nunziati, licenziato per un post ritenuto scomodo, non è avvenuto a Mosca. È avvenuto qui. In Italia.

L’autocrazia reprime col carcere, invece certe democrazie logore emarginano con la precarietà economica e l’ostracismo professionale.

Il risultato, per la singola voce dissenziente, non è poi così diverso.

E già che ci siamo, sarebbe il caso di ricordare Julian Assange, il giornalista che rischiava più di 175 anni di carcere per aver pubblicato documenti che provano i crimini di guerra americani (quelli degli invasori “buoni”, per intenderci).

Assange non è stato detenuto a Mosca, ma a Londra, in attesa di essere estradato proprio in quegli USA che il ministro dipinge come il paradiso della libera espressione.

Forse la libertà di cui parla Crosetto è quella di poter criticare Putin dal salotto di Bruno Vespa. O quella di Damiano dei Maneskin, super star perché ha insultato il leader russo dal comfort degli Stati Uniti d’America.

Quella, sì, è garantita. Per il resto, meglio chiedere il permesso.

O, come direbbe il Ministro, meglio avere l’opinione giusta, altrimenti la libertà di parola diventa libertà di trovarsi un altro lavoro. Proprio come accaduto a Nunziati.

L’argomento di Crosetto, dunque, si configura come un’arma a doppio taglio, perché glorifica un ideale che la prassi quotidiana, anche in Italia, spesso prende a calci.

IL VERO FRONTE SIAMO NOI

Lo scambio tra Borghi e Crosetto non è un battibecco politico come tanti altri, ma è la fotografia di un problema di credibilità che rivela un Occidente in crisi, dopo anni di conflitto.

La stanchezza economica, le popolazioni sempre più scontente di chi comanda e, soprattutto, il peso delle proprie contraddizioni storiche stanno erodendo il fronte atlantico dall’interno.

La vera minaccia per l’Ucraina, oggi, non è solo la superiorità russa, ma la disintegrazione della volontà politica occidentale.

Le nostre democrazie, impantanate nelle loro stesse sinapsi digitali e incapaci di sostenere uno sforzo prolungato senza frammentarsi in mille polemiche, hanno ancora la coerenza per difendere i principi che affermano di rappresentare, in qualsiasi caso e contro qualunque soggetto che violi il Diritto internazionale?

Oppure, continueremo a dare l’impressione al resto del mondo che il Diritto internazionale sia soltanto una lista di norme di poco conto per gli occidentali, ma tassative per il resto del mondo?

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

ELISABETTA FRANCHI: UNA VOCE FUORI DAL CORO. SARA’ L’UNICA?

Fra i vari articoli sulla moda che incontriamo con una visione aperta e onesta oltre che sul suo stato di salute, ho scelto questo che illustra il pensiero di Elisabetta Franchi.

È una soddisfazione per me vedere che la pensiamo nella stessa maniera.

Non mi illudo di essere un vate del settore, ma semplicemente uno che ha il coraggio di pensare con la propria testa dopo essersi informato.

Sullo stato dell’arte delle maisons, in generale, in questo pezzo si trovano molte somiglianze con le mie analisi.

In generale gli articoli che ho scritto sul tema, dove veniva descritto il gran cambio di rotta e di guida per i brand da parte dei nuovi o riciclati stilisti che sono ormai diventati più manager che non generatori di stile e design, risalgono al dicembre 2024, a mio parere l’anno della svolta.

Godetevi questa splendida intervista: https://www.leggo.it/schede/13_novembre_2025_elisabetta_franchi_outlet_eta_abiti_borse_saldi_intervista_cosa_dice-sull_addio_a_marco_bizzarri-4-9186694.html

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, Scienze Politiche, Esperto di Comunicazione e arte concettuale.

I GABINETTI D’ORO DELLA GUERRA. MENTRE L’UCRAINA SANGUINA, I NOSTRI MILIARDI FINANZIANO L’ABISSO DELLA CORRUZIONE

Il fango di Pokrovsk racconta una storia fatta di morti e distruzione, ma un gabinetto d’oro massiccio in una villa di Kiev ne racconta un’altra, completamente diversa.

Sono entrambe frutto dei miliardi dell’Occidente.

Da una parte, soldati mandati al macello senza uno scopo chiaro, intrappolati in sacche mortali mentre i generali millantano vittorie sbugiardate dai fatti. Dall’altra, un’élite che, al riparo dal fronte, sguazza in un lusso osceno, pagato con i fondi e le armi che noi inviamo senza alcun controllo.

Noi, in Europa, guardiamo con incredulità, ma, solo un po’ imbarazzati, promettiamo altri soldi.

GUERRA E PARADISI FISCALI

La propaganda è la prima arma di ogni conflitto. E noi abbiamo contribuito a costruirne una potentissima.

Volodymyr Zelensky è stato eletto a icona: il “nuovo Churchill”, il “De Gaulle ucraino”, persino.

Un baluardo “incorruttibile” della democrazia, scrivevano i nostri eroi del mainstream. E, quando dalla Russia si puntava il dito sulla corruzione di Kiev, ecco che era propaganda becera di Mosca.

Eppure, questa statua eroica mostra da tempo delle crepe profonde, crepe che abbiamo scelto deliberatamente di non vedere, perché, altrimenti, dovremmo ammettere che quella di Mosca non era affatto becera propaganda, ma la realtà.

Eppure, sarebbe bastato leggere.

Bastava ricordare l’inchiesta internazionale “Pandora Papers” del 2021, molto prima che l’invasione su larga scala iniziasse. Lì emergeva già il ritratto di un uomo d’affari abilissimo, creatura dell’oligarca Ihor Kolomoisky, noto finanziatore di milizie controverse come il battaglione Azov.

Lì si scoprivano le società offshore a Cipro e nelle Isole Vergini, i conti nei paradisi fiscali e una lussuosa villa con piscina a Forte dei Marmi, acquistata per quasi 4 milioni di euro e mai dichiarata prima della sua elezione.

Non proprio il comportamento di un uomo democratico e incorruttibile.

Oggi, mentre il suo popolo muore, Zelensky è costretto a una purga teatrale, sacrificando ministri e sanzionando il suo ex socio e amico intimo, Timur Mindich. Lo stesso Mindich fotografato con credenze piene di mazzette di banconote e, appunto, sanitari d’oro.

Un uomo esentato dalla leva e fuggito all’estero grazie a una soffiata, sospettato di essere il regista di un sistema che scremava fino al 15% su ogni appalto energetico.

È davvero credibile che Zelensky non sapesse nulla?

LA CORRUZIONE COME ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA

L’annuncio di Zelensky di una “riforma” e di un “audit completo” è un capolavoro di gestione della percezione. È un messaggio diretto non ai cittadini ucraini, ma ai suoi finanziatori a Bruxelles e a Washington.

È il tentativo di mettere una pezza, di nascondere la polvere sotto un tappeto sempre più logoro, per non interrompere il flusso vitale degli aiuti.

Ma la legge che doveva garantire l’indipendenza degli organi anti-corruzione è stata emendata proprio da Zelensky per porli, di fatto, sotto il controllo del suo stesso governo. Si indaga, ma solo fin dove il potere permette, insomma.

A quanto emerge, in Ucraina il furto non è un’eccezione, è la regola.

Cento milioni di dollari spariti solo nel settore energetico. Soldi per le uniformi dei soldati, svaniti.

Persino i 170 milioni versati dalla NATO per costruire trincee di legno, sono stati intascati. Ogni proiettile, ogni giubbotto antiproiettile, ogni euro che inviamo transita attraverso questo sistema malato.

Come può un soldato al fronte, in attesa di una ritirata che non arriva mai, combattere con il morale alto sapendo che la sua stessa leadership si arricchisce sulla sua pelle?

Questa non è una “guerra ibrida” russa che diffonde disinformazione, purtroppo, ma è la cruda verità che emerge dalle inchieste di queste ultime settimane e la nostra riluttanza ad accettarla ci rende complici.

IL PREZZO FINALE È POVERTÀ, INSTABILITÀ E IL MERCATO NERO

La questione, ovviamente, non è soltanto di ordine morale, ma riguarda la sicurezza dell’intero Occidente, perché il fallimento non è solo etico, ma anche strategico.

L’economia di guerra che stiamo sostenendo non sta solo impoverendo i nostri cittadini e le nostre imprese, non sta solo prolungando un conflitto senza una via d’uscita militare, ma sta creando il più grande mercato nero di armamenti della storia recente.

Mezzo milione di armi, secondo alcune stime, sono già “fuori controllo”.

Dove sono? Chi le userà domani? Chi si sta preparando davvero a una guerra contro di noi, mentre noi puntiamo il dito contro Mosca?

Stiamo armando una nazione perché possa difendersi o stiamo inavvertitamente rifornendo i conflitti del futuro in Africa, in Medio Oriente, forse persino nelle nostre stesse città?

Le conseguenze geopolitiche di questo lassismo, di questa miopia dei vertici europei, saranno devastanti e durature.

Mentre i governi europei tacciono, paralizzati dall’imbarazzo, qualcuno si distingue per un cinismo quasi comico.

Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, si affretta ad annunciare “un nuovo pacchetto di aiuti nelle prossime ore”.

È la sintesi perfetta della nostra tragedia politica: di fronte alla prova schiacciante che il sistema è marcio, la risposta non è fermarsi a riflettere, ma raddoppiare la scommessa. Casomai non sapessero più cosa rubare.

Volendo escludere che si tratti di gravi problemi cognitivi, naturalmente.

Siamo a un bivio, dunque.

Possiamo continuare a finanziare questa illusione, raccontandoci la favola della democrazia incorruttibile, oppure possiamo affrontare la realtà. La realtà di un popolo meraviglioso e coraggioso tradito dal suo nemico, certo, ma, forse, anche da una parte della sua stessa leadership.

Continuare a inviare armi e denaro senza condizionalità ferree e una supervisione spietata non è aiutare l’Ucraina.

È finanziare un abisso in fondo al quale ci sono due immagini: il volto di un soldato nel fango e il riflesso accecante di un gabinetto d’oro.

Noi stiamo pagando per entrambi.

E il dramma è che in tanti se ne vantano.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

ATTRAZIONE ASTRALE, L’UMANITÀ SUSSURRATA DI MARALBA FOCONE

Cremona non è solo la capitale mondiale della liuteria. Non è solo la città di Stradivari, dove il suono prende forma nel legno. Non è nemmeno la città con il museo del violino numero uno al mondo.

Per qualche settimana, è stata anche il portale verso un’altra dimensione, un luogo dove la forma si dissolve per rivelare il suono dell’anima.

Questo portale ha un nome: “Attrazione Astrale”, la mostra personale di Maralba Focone, ospitata negli spazi di Gabetti Arte, in Piazza Stradivari. Un evento che, visto il notevole successo di pubblico e le richieste di tanti cremonesi, si è guadagnato una proroga fino al 14 novembre, con ben due settimane di mostra in più rispetto a quanto previsto.

Il giorno dell’inaugurazione, non è stato un vernissage come tanti, perché è cominciato con uno splendido concerto di Aurelia Macovei, che ha incantato il pubblico al Museo del Violino di Cremona, suonando il Vesuvio di Stradivari.

Poi, una visita alla basilica di Cremona, infine il vernissage in Gabetti, dove non c’è stata solo arte visiva, ma anche un momento di pura emozione, grazie alle note del violino di Paola Tezzon e del pianoforte di Giovanni Guerretti.

Un intervento musicale che è stata una chiave d’accesso a un mondo pittorico che esige un ascolto profondo, quasi quanto una visione: il mondo di Maralba Focone, perché la sua arte non è un’esperienza puramente visiva, ma un’immersione sinestetica che coinvolge gli altri sensi e il linguaggio dell’anima.

IL VIAGGIO OLTRE IL VELO DELLA SUPERFICIE

Il titolo completo, “Attrazione astrale. Il viaggio di Floriana, oltre il velo della superficie”, non è un mero orpello, ma è il manifesto di una visione, di un’analisi del nostro tempo, di un progetto itinerante che vedrà nuove tappe nel 2026.

Delinea un percorso, una narrazione attraverso Floriana, una alter ego dell’artista e, al tempo stesso, un archetipo universale.

Perché Floriana siamo tutti noi, nel momento in cui decidiamo di smettere di guardare e iniziamo a vedere. E no… non sono la stessa cosa.

Le opere di Focone, infatti, incarnano questo viaggio. Sono immagini rarefatte, quasi in dissolvenza incrociata, come in una sequenza cinematografica che sfuma dal ricordo al sogno. Un visitatore drlla msotra ha giustamente notato un richiamo alla “settima arte”, ed è una percezione acuta.

L’artista lavora per sottrazione, con spatola e pennello piatto, scarnificando la materia pittorica per estrarne l’essenza. Le figure e i paesaggi non si impongono con la prepotenza del dettaglio, ma emergono dalla tela come apparizioni, spettri di sentimento.

È una pittura che non descrive il mondo, ma evoca mondi. Quelli interiori, quelli “astrali” appunto, che giacciono appena sotto la pelle della quotidianità.

GRAMMATICA DEL SENTIMENTO: COLORE E FORMA

Osservando il corpus delle opere esposte, si delinea una grammatica visiva di straordinaria coerenza e profondità. La palette cromatica si muove tra due poli emotivi: da un lato i viola, i lilla, i blu, colori dell’introspezione, della spiritualità, dell’inconscio, talvolta di una malinconia picassiana che ricorda il Periodo Blu; dall’altro, gli aranci, le terre calde che narrano di un’umanità carnale, di luoghi che, pur essendo “luoghi che non ci sono”, conservano il calore di un vissuto tangibile.

Le figure umane sono il fulcro di questa narrazione. Spesso ritratte di spalle, “spersonificate”, diventano icone universali.

Non vediamo un volto specifico, ma riconosciamo un’età, una postura, un sentimento, un tormento, una sensazione, un’emozione: la tenerezza protettiva di una madre, la disperazione di un abbraccio che è al contempo appiglio e addio, la solitudine meditativa di una figura isolata.

I colli allungati e gli occhi indecifrabili, di eco modiglianesca, e le mani che si trasformano in artigli non sono vezzi stilistici, ma metafore potenti: sono il tentativo di afferrare, di trattenere, di connettersi a un altro essere umano in un mondo che spinge all’isolamento.

Come ha sottolineato il critico d’arte internazionale, Pasquale Di Matteo, questa pittura richiede “capacità di analisi, sensibilità e cultura”, perché non si ferma all’estetica, ma interroga l’osservatore sulla condizione di una “umanità spesso dimenticata”.

L’ARTE COME INVESTIMENTO DELL’ANIMA (E DEL PORTAFOGLIO)

Da analista dei flussi economici e culturali, la domanda “Perché investire su Maralba Focone?” trova una risposta su due livelli complementari, entrambi solidi.

Il primo, e più nobile, è l’investimento nell’anima. Acquistare un’opera di Focone significa portare a casa un frammento di storia, un pezzo di narrazione autentica del nostro tempo che continuerà a dialogare con noi negli anni a venire.

Non è un semplice oggetto d’arredo, ma un catalizzatore di riflessioni, un bene rifugio per lo spirito in tempi di assordante superficialità.

Il secondo livello è prettamente economico e, per questo, non meno rilevante.

Il mercato dell’arte premia la coerenza, l’identità e la storicizzazione. Maralba Focone non è un’artista emergente sulla cui evoluzione si possa solo scommettere, ma, con una carriera di oltre quarant’anni, una presenza costante in cataloghi di riferimento, e un linguaggio pittorico unico e immediatamente riconoscibile, rappresenta un valore consolidato.

Un collezionista avveduto non cerca l’artista che copia la tendenza del momento, ma chi crea un linguaggio.

Focone lo ha fatto.

In un’epoca che ha visto il tracollo di investimenti apparentemente sicuri – pensiamo ai famigerati bond argentini di vent’anni fa – un’opera d’arte di un’artista storicizzata come lei rappresenta una delle forme di investimento più sicure. Nella peggiore delle ipotesi, il suo valore si manterrà stabile nel tempo. Nella più probabile, è destinato a una crescita costante e significativa.

UN’EREDITÀ A CREMONA

La mostra “Attrazione Astrale”, curata con sensibilità da Daniela Belloni e Pasquale Di Matteo, ha offerto a Cremona molto più di una semplice esposizione. Ha creato un momento di aggregazione culturale, un dialogo tra pittura, musica e persone. Ha acceso un riflettore su un’umanità dolente ma dignitosa, fragile ma tenace.

Maralba Focone ci insegna che il viaggio più importante non è verso stelle lontane, ma dentro il nostro stesso universo interiore. Le sue tele sono mappe di questo cosmo, inviti a guardare oltre il velo per riscoprire ciò che ci rende, nel profondo, irripetibilmente e meravigliosamente umani. E questo, oggi più che mai, è un messaggio di valore inestimabile.

Potete scoprire di più su Maralba Focone al suo sito web: maralbafocone.eu

e sulla pagina dedicata alla mostra: Attrazione Astrale di Maralba Focone.

PERCHÉ LA MANCATA INTERVISTA A LAVROV È IL VERO FALLIMENTO DEL CORRIERE DELLA SERA

Il silenzio è un’arma diffusa in Cina, Russia, Corea del Nord.

E il Corriere della Sera, nel gestire la mancata pubblicazione dell’intervista a Sergey Lavrov, ha scelto di puntarsela alla tempia, infrangendo il contratto di fiducia con i suoi lettori, perché ora tutti sono consapevoli del fatto che i vertici del Corriere vogliono decidere cosa debbano pensare quei lettori, cosa debbano leggere.

Questo non è informare, ma somiglia molto a indottrinare.

Quello che è accaduto non è un semplice incidente di percorso editoriale, ma una capitolazione etica, un sintomo profondo e allarmante della malattia che affligge gran parte del giornalismo occidentale, soprattutto in Italia, ovvero la devozione alla propria bolla narrativa e la negazione di chi la pensi diversamente.

Un giornalismo che ha smesso di cercare la verità per limitarsi a certificare la propria.

L’INTERVISTA CHE NON DOVEVA ESSERE LETTA

Analizziamo i fatti.

Il Corriere della Sera chiede un’intervista al Ministro degli Esteri di una delle maggiori potenze mondiali, un attore centrale nel più grande conflitto sul suolo europeo dal 1945.

Accetta la formula delle domande e risposte scritte, una prassi comune in diplomazia, che per sua natura implica un controllo del messaggio da parte dell’intervistato.

Poi, una volta ricevute le risposte, le giudica “pura propaganda” e, di fatto, le cestina, pubblicando un articolo che spiega perché non le pubblica.

È un atto intellettualmente disonesto. E pericolosamente ingenuo.

Cosa si aspettavano a via Solferino? Che Lavrov, uno dei diplomatici più scafati e longevi del pianeta, usasse le loro colonne per fare autocritica e lodare le politiche della NATO? Si aspettavano che annunciasse un pacchetto di sanzioni dirompenti contro Mosca e aiuti per Kiev?

La sorpresa del Corriere è una recita ad uso e consumo di chi ha già deciso da che parte stare. È la performance di chi, invitato a un duello, si lamenta che l’avversario si sia presentato.

Il punto non è difendere Lavrov. Il punto è difendere il giornalismo da chi ha scelto di fare solo propaganda, come denuncio nel mio libro LA FABBRICA DELLA PAURA.

Ma immaginiamo lo scenario a parti invertite.

Un giornale russo chiede un’intervista scritta a Zelensky, a Trump, a Macron.

Riceve le risposte e poi scrive: “Non le pubblichiamo, sono propaganda occidentale”.

Verrebbero invocati, a ragione, i principi sacri della libertà di stampa. Principi che, a quanto pare, per alcuni valgono solo quando le risposte coincidono con le proprie tesi.

Ebbene, questo non è giornalismo, ma un servizio di validazione per la propria comfort zone ideologica. È mera propaganda.

IL GIORNALISTA CANCELLATO: IL CASO ELISEO BERTOLASI

Ma il Corriere non si è limitato solo a censurare l’intervistato, ma ha nascosto ai suoi lettori persino l’esistenza di voci dissonanti citate da Lavrov stesso. Di giornalisti italiani che dissentono.

Nella sua risposta, il ministro russo menziona il giornalista Eliseo Bertolasi, analista italiano, autore di un libro sul conflitto ucraino, che scrive anche per Il Fatto Quotidiano.

Una voce che offre una prospettiva diversa, che documenta, che argomenta. Un libro scritto in lingua russa – Eliseo è un linguista specializzato in lingue russa e araba – per spiegare l’affare ucraina visto da un giornalista italiano.

Perché nascondere questo nome?

Perché menzionarlo avrebbe significato ammettere che esiste un dibattito, una complessità, una pluralità di letture al di fuori del monolite narrativo “aggressore-aggredito”.

Avrebbe costretto il lettore a porsi una domanda, forse la più sovversiva di tutte: “E se ci fosse altro?”.

Il Corriere, invece di aprire una finestra, ha tirato una tenda. Ha negato ai suoi lettori non solo le parole del nemico, ma anche l’esistenza di un connazionale che quel nemico lo studia da una prospettiva non allineata.

Un giornalista serio e preparato come Bertolasi, che scrive anche sul Fatto Quotidiano.

Questa non è una svista, ma la decisione cosciente di mantenere il pubblico all’oscuro, di proteggerlo da informazioni che potrebbero incrinare le certezze preconfezionate.

È l’atto supremo di paternalismo intellettuale: “Non ve lo facciamo leggere, perché non siete in grado di capirlo. Ci pensiamo noi a dirvi cosa è giusto pensare”.

In pratica, Il Corriere della Sera ritiene i suoi lettori dei perfetti idioti.

QUANDO IL GIORNALISMO DIVENTA PROPAGANDA DI STATO (INCONSAPEVOLE)

Un giornalista serio non censura. O pubblica l’intervista, corredandola di tutte le analisi critiche e il fact-checking del caso, o non la chiede affatto.

Pretendere che le risposte siano quelle desiderate è il modus operandi dei regimi totalitari, non di un quotidiano che si vanta di essere un pilastro della democrazia liberale. È una logica da Corea del Nord, dove l’intervista è solo la celebrazione di una verità già decretata dal potere.

Il Corriere, agendo in questo modo, si è trasformato nello specchio di ciò che afferma di combattere. Ha usato un metodo dispotico per difendere un presunto ordine democratico. Invece di illuminare, ha scelto di oscurare. Invece di informare, ha preferito indottrinare.

Il vero giornalismo non ha paura delle parole del nemico.

Anzi, le cerca, le sbatte in prima pagina, le analizza, le smonta pezzo per pezzo con le argomentazioni e così facendo espone la loro eventuale falsità.

Si fida dell’intelligenza del proprio pubblico, fornendogli tutti gli strumenti per formarsi un’opinione autonoma.

La propaganda, invece, teme il confronto. Dimostra che argomentazioni valide per controbattere non ce ne sono. Perciò ha bisogno del silenzio dell’altro per poter urlare più forte la propria versione.

E la propaganda considera i propri lettori dei menomati mentali.

LA FIDUCIA TRADITA: UN PATTO CON IL LETTORE INFRANTO

Ogni mattina, un lettore compra un quotidiano sulla base di un patto non scritto: tu, giornalista, mi darai i fatti, le opinioni, il quadro completo, e io, lettore, userò la mia testa per trarre le mie conclusioni.

Il Corriere della Sera ha stracciato questo patto. Ha detto ai suoi lettori: “La vostra testa non serve. Vi diamo noi il risultato finale”.

Tutto ciò è osceno, nonché dimostrazione del fatto che molti giornalisti italiani non fanno più informazione da tempo, ma altro.

Questa è l’infantilizzazione del dibattito pubblico. È la resa della ragione alla comodità della tifoseria, del potere che comanda.

Ciò che resta è un vuoto. Il vuoto lasciato da un’informazione che non è stata data, da un punto di vista che non è stato ascoltato, da un nome che non è stato letto.

E, in questo vuoto, prosperano il sospetto, la disinformazione e la convinzione che, in fondo, “siano tutti uguali”.

Non pubblicando Lavrov, il Corriere non ha indebolito la propaganda russa. Paradossalmente, l’ha rafforzata, permettendole di recitare il ruolo della vittima di censura, e ha dimostrato, senza se e senza ma, come si faccia propaganda in Italia.

L’ECO DELLA VERITÀ RICHIEDE CORAGGIO, NON CENSURA

Un grande giornale non si misura dalla capacità di confermare i pregiudizi dei suoi lettori, ma dal coraggio di sfidarli.

Si misura dalla volontà di esplorare anche i territori più oscuri e sgradevoli del pensiero umano, perché è solo mostrando le argomentazioni del nemico che si può dimostrare la superiore validità delle proprie. Quando ci sono, ovviamente.

E, in questo caso, Il Corriere della Sera ha dimostrato di non averne, come intuisce chiunque abbia almeno due neuroni funzionanti nello spazio tra le orecchie.

Il Corriere ha scelto la via più facile. La via del silenzio. Come in Cina. Come in Corea del Nord. Come in quella Russia sempre additata come dittatura.

Ma la storia, quella vera, non è mai silenziosa. È un rumore assordante di voci contrastanti. Il dovere di un giornalista non è abbassare il volume, ma alzarlo perché tutti possano sentire per poter giudicare.

È fornire un buon paio di cuffie e gli strumenti per capire chi sta mentendo. E chi, forse, sta dicendo una verità che semplicemente non ci piace ascoltare.

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Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.