IL GRANDE INGANNO SULLA FINE DELLA GUERRA
A Galati, in Romania, un drone russo si è schiantato contro un condominio residenziale.
Una donna e un bambino sono finiti in ospedale. Territorio NATO, fianco est, Unione Europea.
Scrivevamo proprio ieri delle centinaia di droni ucraini in volo sui cieli d’Europa e ci chiedevamo quando ci sarebbe stato un incidente. A causarlo è stato prima un drone russo e staremo a vedere le reazioni quando capiterà cosa analoga con uno ucraino.
Intanto, nelle stesse ore, Volodymyr Zelensky prendeva carta e penna per scrivere a Donald Trump: “Mandateci i missili Patriot. L’arsenale è vuoto.”
Ma non ci stavano dicendo che Mosca era al collasso e Kiev aveva praticamente vinto?!
Sui teleschermi occidentali, la guerra in Ucraina è una marcia trionfale scandita dai successi tecnologici di Kiev, capace di aumentare la produzione di droni del 400 per cento in un anno e di colpire le raffinerie della Federazione Russa in profondità.
Invece, nei dispacci militari riservati, si legge una storia di trincee svuotate, di casse statali prosciugate e di un alleato americano che ha chiuso i rubinetti delle armi gratis.
Washington non regala più nulla. Le armi si pagano, e chi non ha i dollari deve sperare che Bruxelles apra il portafogli al suo posto.
L’OCCIDENTE E LA SINDROME DELLO STRUZZO
Kaja Kallas, Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Unione Europea, – roba per cui Tajani ha ancora qualche chance di credibilità – lo ha ripetuto come un mantra ai vertici continentali: attenzione alla trappola russa.
I negoziati offerti da Vladimir Putin sono un’esca per congelare il fronte, legalizzare le annessioni territoriali e riarmare le truppe di Mosca in vista della spallata decisiva. L’analisi è impeccabile. Il problema è la soluzione che l’Europa ha da offrire.
Nessuna. L’Europa non ha mai avuto una strategia se non quella di pretendere la sconfitta di una superpotenza nucleare.
La strategia europea e atlantica si regge su una contraddizione strutturale insanabile: chiediamo all’Ucraina di resistere fino alla vittoria totale, che è impossibile per chiunque sia almeno sano di mente, ma le forniamo armamenti con il contagocce, perché non abbiamo soldi e perché sappiamo che il rischio di vedere cadere sull’Europa missili atomici è concreto.
Finora abbiamo assistito a un colossale scaricabarile transatlantico. I governi del Vecchio Continente hanno svuotato i propri arsenali, inviando a Kiev fondi di magazzino, per poi staccare assegni miliardari all’industria bellica statunitense al fine di ripristinare le scorte nazionali.
Perché la genialità contraddistingue l’attuale classe politica europea.
Adesso che la presidenza americana batte cassa e chiede agli alleati di accollarsi il peso finanziario dell’intera operazione, il castello di carte scricchiola.
A Bruxelles si continua a promettere a Zelensky un ingresso accelerato nell’Unione Europea, che distruggerebbe quel che resta della credibilità dell’Unione.
Ursula von der Leyen stringe mani a destra e a manca e assicura corsie preferenziali, ma finge di ignorare che l’Ucraina, per entrare nell’Unione, dovrebbe ribaltare il proprio assetto istituzionale, estirpare una corruzione endemica che ha appena decapitato i vertici del Ministero della Difesa e riformare la giustizia.
Praticamente, impossibile.
Ma il freno a mano più violento non lo tirano i russi. Lo tira la Polonia.
Varsavia, il falco anti-Putin per eccellenza, è terrorizzata dall’ingresso di Kiev. Significherebbe dirottare l’intero bilancio dei sussidi agricoli comunitari verso il granaio ucraino, lasciando a secco i contadini polacchi.
L’alleanza è d’acciaio, finché non si tocca il portafogli.
IL FRONTE IN FRANTUMI E I SOLDATI FANTASMA
La narrazione che ci hanno propinato per quattro anni, dell’imminente collasso militare russo, è evaporata sui campi fangosi del Donbass.
I generali di Kiev, intervistati dalla Reuters, lontano dai microfoni della propaganda europea, parlano chiaro. La guerra durerà almeno altri due o tre anni e non c’è nessuna svolta dietro l’angolo.
L’Ucraina ha un disperato, assoluto bisogno di uomini. Le leggi sulla mobilitazione faticano a riempire i ranghi. I centri di reclutamento sono vuoti.
Insomma, non ci sono più uomini da mandare a morire al fronte. Ed ecco perché Kiev sta facendo di tutto per allargare il conflitto a tutta l’Europa.
Secondo la propaganda europea, quella che ci ha raccontato di muli, microchip smontati dai tiralatte, pale dell’Ottocento e altre panzane, dall’altra parte della barricata, Vladimir Putin ha lo stesso problema, ma lo gestisce con il cinismo tipico degli autocrati.
Il Cremlino sa che una nuova mobilitazione generale interna scatenerebbe la piazza, o perlomeno incrinerebbe quel patto di stabilità passiva stipulato con la borghesia di Mosca e San Pietroburgo.
Perciò, la Russia rastrella carne da cannone nelle repubbliche dell’Asia Centrale e in Africa.
Agenzie di reclutamento offrono stipendi fuori mercato e passaporti russi a immigrati disperati, spedendoli poi in prima linea senza addestramento. Contemporaneamente, Putin alza le tasse ai suoi cittadini per finanziare un’economia di guerra che regge solo finché i cannoni sparano.
Prendendo per buona la tesi dei dispensatori di fake a orologeria, entrambi gli eserciti si stanno dissanguando, in una guerra di logoramento in cui il tempo lavora per chi ha il bacino demografico più ampio e meno scrupoli nello sprecarlo.
LA GUERRA IN CASA DELLA NATO
L’incidente di Galati ha polverizzato in un istante l’illusione di una guerra confinata.
Dall’inizio dell’invasione, i radar rumeni hanno registrato ventotto violazioni del proprio spazio aereo. Quarantasette volte i militari di Bucarest hanno raccolto rottami di droni o missili russi nei campi al confine con la regione ucraina di Odessa. Ma questa volta il drone ha colpito un condominio e ha fatto feriti.
Il governo rumeno ha espulso il Console Generale russo a Costanza. La NATO ha fatto decollare i caccia alleati, tra cui gli Eurofighter italiani.
Mark Rutte, Segretario Generale della Nato, ha ribadito la sacralità dei confini dell’Alleanza.
Parole di piombo, reazioni di piuma.
Bucarest si è guardata bene dall’invocare l’Articolo 5 del Trattato Nordatlantico, quello che fa scattare l’intervento armato in difesa di un alleato aggredito. Si è limitata a ventilare l’uso dell’Articolo 4, che prevede una semplice consultazione d’urgenza.
La verità è che l’Occidente ha il terrore di un confronto diretto. La linea rossa viene continuamente spostata qualche metro più in là.
La Romania, però, ha presentato il conto. Ha chiesto all’Unione Europea l’accesso al fondo “Safe” per 16,7 miliardi di euro. Servono per blindare i cieli, comprare radar, schierare batterie antiaeree moderne. La guerra ai confini costa, e i governi dell’Est Europa non hanno intenzione di pagarla da soli.
Tra le promesse di vittoria a uso televisivo e i report dal fronte c’è un abisso in cui stanno scomparendo due generazioni di ucraini e di russi.
La pace è un miraggio agitato per compiacere le diplomazie, mentre sul campo si preparano difese per un conflitto decennale, ma contro chi, messo alle strette, potrebbe calaro l’asso dei missili ipersonici caricati con testate nucleari e farla finita in una manciata di minuti.
I generali ucraini chiedono truppe che non esistono.
A Bruxelles si stilano i verbali sulle quote di bilancio, sui soldi, anche nostri, che servono da inviare a Washington, dove incassano gli assegni per i missili che hanno smesso di regalare.
Resta solo una domanda.
In questo marasma di idioti e di criminali, chi vince il trofeo del mongolo d’oro? Putin, Zelensky, von der Leyen, i leader europei, o i giornalisti di casa nostra, che ci raccontano dei quattro tipi di cancro di Putin, del rublo carta straccia, delle pale, dei muli, delle innumerevoli controffensive ucraine e altre sciocchezze che il tempo e i fatti hanno certificato essere supercazzole?

