di Pasquale Di Matteo
Donald Trump controlla la Casa Bianca, il Congresso e la Corte Suprema. Ha in mano tutte le leve del potere esecutivo, legislativo e giudiziario di quella che era la più grande superpotenza del pianeta.
Eppure, il suo indice di gradimento è inchiodato al 37 per cento.
Per un politico normale, questa paralisi del consenso si tradurrebbe in un rimpasto di governo o in una legge mancia da dare in pasto agli elettori.
Per l’attuale amministrazione americana, invece, si traduce in un ordine di bombardamento a diecimila chilometri di distanza.
Martedì 26 maggio, i lanci di agenzia hanno battuto la notizia di un attacco militare statunitense nel sud dell’Iran. Gli obiettivi dichiarati, siti per il lancio di missili e navi militari di Teheran.
Ma non erano state tutte distrutte?!
La giustificazione fornita alla CNN dal portavoce del Comando Centrale degli Stati Uniti, Timothy Hawkins, è legittima difesa.
Legittima difesa?!
I cattivi stavano minando lo Stretto di Hormuz e i buoni sono intervenuti per disinnescare la minaccia. Peccato che l’esercito americano non abbia fornito mezza prova sui presunti campi minati marittimi, limitandosi a passeggiare militarmente su un’area che non riesce a controllare.
E, in assenza di prove, si tratta dell’ennesima aggressione contraria al Diritto internazionale.
La realtà è che l’attacco americano arriva nel momento in cui i negoziati di pace tra Washington e Teheran, seppur lenti, stavano producendo i primi documenti scritti.
Fonti diplomatiche iraniane confermavano l’imminenza di un accordo sui punti cardine.
Ma l’Iran si è presentato al tavolo con il coltello dalla parte del manico: nessuna rinuncia al programma nucleare, nessuna consegna delle scorte di uranio arricchito, ritiro totale delle sanzioni occidentali e risarcimento per i danni subiti.
Condizioni inaccettabili per un presidente americano che ha bisogno di vendere una vittoria totale al suo elettorato interno.
Quando la diplomazia non produce il trionfo televisivo sperato, si cambia il tavolo. Anzi, lo si ribalta.
Perciò, Washington colpisce, Teheran risponde azzerando le finzioni: droni statunitensi e israeliani abbattuti, produzione di missili balistici ripresa a ritmo accelerato. Il programma missilistico che gli americani si vantavano di aver azzerato due giorni dopo l’inizio delle ostilità, è intatto per più del settanta per cento e le fabbriche iraniane lavorano a pieno regime.
LA DIPLOMAZIA DEL RICATTO
Il fallimento militare in Iran si porta dietro quello politico.
Incapaci di piegare l’Iran con le bombe, gli Stati Uniti tentano la carta dell’isolamento diplomatico forzato.
Lunedì scorso, Trump alza il telefono e chiama a raccolta i paesi a maggioranza musulmana.
Chiede ad Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania di aderire in blocco agli Accordi di Abramo. La richiesta non è un invito al dialogo, ma un diktat: firmate la normalizzazione dei rapporti con Israele per strangolare definitivamente l’asse sciita.
Islamabad respinge la proposta al mittente. Gli altri paesi prendono tempo o ignorano la chiamata. L’opinione pubblica araba e musulmana, infiammata dai mesi di distruzione a Gaza e dalle recenti operazioni in Cisgiordania, è una polveriera.
Nessun leader mediorientale sano di mente, a prescindere dai miliardi di dollari promessi o minacciati da Washington, firmerebbe oggi un patto di amicizia con Tel Aviv senza prima aver risolto la questione palestinese, perciò, solo un ignorante patentato può ipotizzare una simile condizione.
E mentre Washington tenta di imporre la pace per decreto, l’alleato israeliano fa esattamente ciò che Washington finge di combattere in Iran.
L’Agenzia di Stampa Nazionale libanese documenta pesanti bombardamenti di artiglieria nel sud del Libano. Le forze di difesa israeliane colpiscono Arnoun, Yahmar, Nabatiyeh, arrivando a sfiorare il castello di Beaufort.
Anche qui, la parola d’ordine è “difesa preventiva”, perciò converrà cambiare i codici penali: omicidio diventa legittima difesa a prescindere.
Non esiste alcun accordo violato dal Libano, non esiste alcuna provocazione diretta che giustifichi un attacco su larga scala contro infrastrutture civili, ma è semplicemente la dottrina della guerra di hitleriana memoria: colpire oggi per non dover negoziare domani.
L’ESPORTAZIONE DELLA DISPERAZIONE
Per capire i missili e le bombe di Israele e USA in Libano e nel sud dell’Iran bisogna guardare la linea politica del governo di Tel Aviv e i sondaggi in Ohio, in Pennsylvania, in Michigan.
L’amministrazione Trump è terrorizzata dalle elezioni di metà mandato, perché, con i disastri causati in questi quasi due anni, la sconfitta è l’unica cosa certa.
Ma una sconfitta al Congresso significherebbe perdere lo scudo politico che finora ha protetto il presidente dall’apertura di fascicoli d’indagine pesantissimi, a partire dalle ramificazioni mai del tutto chiarite del caso Epstein.
La politica estera americana odierna non è il frutto di una visione imperiale, ma di una disperazione giudiziaria ed elettorale.
Quando il fronte interno cede, si apre un fronte esterno. È una tattica logora, ma funziona sempre per distrarre l’elettorato, compattare l’opinione pubblica dietro la bandiera e giustificare l’impennata dei prezzi del carburante.
Questa bulimia bellica non si ferma al Golfo Persico, infatti è già pronto il nuovo mirino, puntato a novanta miglia dalle coste della Florida. Cuba.
I falchi repubblicani stanno cercando di importare sull’isola caraibica lo stesso schema operativo tentato in Venezuela. Nella narrazione distorta di Washington, il modello Caracas è un successo: Nicolás Maduro neutralizzato in carcere e la sua vice, Delcy Rodríguez, costretta a operare per conto dell’amministrazione americana.
Poco importa che la realtà venezuelana sia un vespaio di contraddizioni e che il controllo statunitense sia una finzione ad uso e consumo delle telecamere di Fox News. L’idea di Trump è replicare l’operazione a L’Avana.
Prendere Cuba non è prendere il Venezuela. L’isola ha una struttura militare, un radicamento ideologico e una rete di controllo sociale che non ammette colpi di mano teleguidati da Miami. Applicare la dottrina del cambio di regime forzato a Cuba, in questo momento storico, garantisce un solo risultato: un bagno di sangue a due passi dalle coste americane, con il rischio di una nuova Baia dei Porci.
Ma a un presidente fermo al 37 per cento di consensi, un nemico storico da esibire in catene fa gola molto più della stabilità regionale e della logica.
IL RUOLO DELL’ITALIA E LE DOMANDE SENZA RISPOSTA
In questo teatro dell’assurdo, l’Europa osserva balbettando. E l’Italia fa di peggio: esegue.
Mentre i prezzi dell’energia schizzano alle stelle e il mercato globale incassa il colpo delle tensioni nello Stretto di Hormuz, il nostro governo si prepara in silenzio. I piani militari prevedono l’invio di navi e personale specializzato italiano per sminare lo stretto.
Ufficialmente, una missione per garantire la libertà di navigazione e proteggere gli interessi commerciali dell’Occidente, ma, nei fatti, andiamo a pulire il disastro causato dalle bombe preventive americane.
Andiamo a mettere i nostri soldati in una zona di guerra non dichiarata, per proteggere il fianco a un’amministrazione americana che usa il Medio Oriente come un enorme spot elettorale in vista delle elezioni di Midterm.
Le delegazioni diplomatiche continuano a incontrarsi a porte chiuse. I portavoce militari continuano a diramare bollettini di vittorie inesistenti, ma i conti non tornano.
Se il programma missilistico iraniano era stato azzerato, chi ha costruito i missili che oggi puntano sulle navi americane? Se gli Accordi di Abramo sono il trionfo della pace, perché i telefoni a Riad e Islamabad squillano a vuoto? E soprattutto: quanti morti civili servono in Medio Oriente per far risalire di un punto percentuale i sondaggi di un presidente a Washington, che non sa più che pesci pigliare di fronte alla figuraccia subita dall’Iran?

