L’UCRAINA HA VINTO LA GUERRA. MA SOLO IN UN MONDO PARALLELO

di Pasquale Di Matteo

Cento morti russi e un quartier generale saltato in aria.

Nel maggio del 2026, dopo mesi di silenzi imbarazzati e mezze ammissioni sui fallimenti militari, la stampa europea ha ricevuto la nuova velina e ha ricominciato a suonare la grancassa delle balle, in stile muli, microchip, controffensive eroiche e microchip.

L’Ucraina ha quasi vinto. L’esercito di Mosca è in rotta, annegato nel sangue delle trincee del Donbass.

D’altronde, sempre secondo la propaganda, dal 2022 a oggi, sarebbero morti oltre 1,2 milioni di soldati di Mosca, cioè l’intero esercito russo al dicembre 2021. Ora combatteranno… i morti?!

I droni di Kiev colpiscono in profondità, con precisione micidiale, portando il terrore a duecentocinquanta chilometri da Mosca. Il miracolo tecnologico ucraino, interamente finanziato dai contribuenti europei, sta piegando il Cremlino.

Tutto bellissimo.

Poi, se si spengono gli schermi dei tablet, si posano i quotidiani delle supercazzole e si guardano i numeri veri, quelli che la propaganda, per sua natura, omette di pubblicare, sis copre che è tutto un bel film che c’entra poco con la realtà.

Dopo quattro anni e mezzo ininterrotti di mattatoio, il bilancio sul campo è la negazione di ogni trionfalismo.

L’Ucraina ha perso circa il venti per cento del proprio territorio sovrano, la popolazione è fuggita in massa, altro che eroi, sparpagliandosi per il continente.

L’economia nazionale semplicemente non esiste più ed è tenuta in vita artificialmente dai prestiti europei e americani, gli stessi fondi che pagano gli stipendi dei dipendenti pubblici di Kiev e le forniture di armi.

E sì, anche il recente aumento delle pensioni, forse per impedire che fuggano dal Paese anche gli anziani.

Kiev non ha più uomini da mandare a morire al fronte, tant’è che si moltiplicano i rastrellamenti per le strade, in cerca di chiunque sia facile preda da caricare su un camioncino.

Le infrastrutture energetiche sono un cumulo di macerie.

Eppure, secondo i grandi megafoni della propaganda di casa nostra, il vento è cambiato. Le prove di questa rimonta inarrestabile si basano su una riconquista territoriale che, a seconda della testata che si consulta, oscilla tra i centotredici e i quattrocento chilometri quadrati.

E basta questa forbice per sentire il tanfo della balla spaziale.

Una porzione di terra strappata ai russi nel Kursk, ma risalente all’agosto del 2024 e le agenzie rilanciano la liberazione di Kupiansk.

Perché è una balla?

Perché è la quarta volta dall’inizio del conflitto che Kupiansk viene dichiarata liberata. Un disco rotto che si ripete ogni volta che c’è bisogno di una buona notizia da dare in pasto ai finanziatori della guerra occidentali.

Nel frattempo, la fanteria russa continua ad avanzare, a passo di lumaca, triturando uomini e mezzi, ma avanzare.

LA MATEMATICA DELLA PROPAGANDA E I DRONI SUI CIVILI

Il vantaggio tattico di Kiev si basa interamente sulla guerra asimmetrica dei droni. Piccoli velivoli senza pilota che eludono le difese e si schiantano sulle raffinerie russe, come quella di Yaroslavl.

L’obiettivo dichiarato è paralizzare l’economia del nemico. Il risultato pratico è un lieve rallentamento logistico russo e un’impennata di titoli trionfalistici in Occidente. Ma la guerra tecnologica ha un lato oscuro che le redazioni preferiscono ignorare.

L’altro giorno, un drone ucraino ha centrato in pieno un edificio nella regione del Luhansk, territorio ucraino sotto controllo russo. Il bersaglio non era una base militare, né un deposito di munizioni. Era un dormitorio studentesco.

Il bilancio è di dieci morti e decine di feriti, con numerosi dispersi sotto le macerie.

L’imbarazzo internazionale è stato tale da costringere il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, a prendere il microfono a New York.

Ha definito l’attacco “un atto di terrorismo”, condannando senza appello l’azione contro civili e infrastrutture non militari. La reazione di Kiev è stata da manuale: negare l’evidenza.

Come con il NordStream, per intenderci.

Nelle ore immediatamente precedenti alla strage, i portavoce ucraini si erano vantati di aver raso al suolo il quartier generale dell’intelligence militare russa, l’FSB, proprio in quell’area. Scoperti i cadaveri dei civili, la narrazione si è inabissata.

Noi siamo i buoni.

I nostri alleati non bombardano le scuole, al massimo compiono errori di traiettoria.

È il doppio standard che sorregge l’intera architettura morale del conflitto. Quando i russi colpiscono un condominio a Kiev, Putin è un crimine contro l’umanità da deferire alla Corte Penale Internazionale, ma quando un drone ucraino macella dieci studenti nel Luhansk, la notizia sparisce nelle pagine interne, derubricata a incidente collaterale.

L’ALIBI DEI TROLL E IL SUICIDIO ECONOMICO TEDESCO

Se la narrazione militare è distorta, quella politica rasenta il ridicolo. L’Europa ha speso miliardi per riarmare Kiev e per riarmare se stessa, indebitandosi fino al collo. Ha varato pacchetti di sanzioni a medio e lungo termine che dovevano strangolare l’economia russa, ma il risultato lo vediamo nelle piazze di Berlino.

L’economia tedesca, l’ex locomotiva d’Europa, è in affanno strutturale. La disoccupazione morde, le industrie chiudono o delocalizzano. Friedrich Merz vede il proprio consenso sgretolarsi rapidamente.

In compenso, vola l’AfD, l’estrema destra tedesca.

E come spiegano questo collasso i grandi analisti politici?

Semplice: è colpa dei troll di Putin. Che poi, per costoro, anche chi racconta solo la verità da quattro anni e mezzo, come noi di Tamago, rientra nei troll, naturalmente. Perché per loro, informazione sono i microchip, i muli, le pale e altre panzane.

Le campagne di influenza ibrida del Cremlino starebbero condizionando le menti degli elettori europei, spingendoli tra le braccia della destra filorussa.

Mica è colpa dell’aumento del costo della vita, delle bollette, e del lavoro polverizzato, eh!

La disonestà intellettuale di questa tesi è clamorosa. Nessuno nei palazzi del potere ammette che se i cittadini tedeschi voltano le spalle ai partiti tradizionali non è per un meme su Telegram confezionato a San Pietroburgo, ma perché le bollette dell’energia sono fuori controllo.

La Germania e l’Europa hanno rinunciato al gas russo a basso costo per ragioni geostrategiche, decidendo di pagare l’energia a prezzi decuplicati. Hanno distrutto il proprio vantaggio competitivo globale e i cittadini si impoveriscono, le fabbriche si fermano, ma la colpa è della “guerra ibrida”.

Ammettere che l’avanzata dell’estrema destra è il risultato diretto del suicidio economico europeo deciso a tavolino a Bruxelles sarebbe troppo doloroso. Molto più facile evocare lo spettro dei pirati informatici russi e aggiungere un’altra balla alla lunga lista di panzane.

I TRIBUNALI SPECIALI E IL GASDOTTO SALTATO IN ARIA

Il cortocircuito logico si allarga alla diplomazia. Nazioni come la Bulgaria, attraverso i loro leader, dichiarano pubblicamente di non voler istituire tribunali speciali per i crimini russi in Ucraina.

La motivazione formale è il rispetto del diritto internazionale: i tribunali dei vincitori si fanno solo quando ci sono dei vincitori effettivi, e Mosca è tutt’altro che sconfitta, semmai in evidente vantaggio, senza aver ancora usato nemmeno il suo potenziale nucleare.

La motivazione reale è che l’est Europa sta perdendo la pazienza.

Il primo ministro ungherese Magyar, subentrato a Viktor Orban, non ha cambiato di una virgola la linea di Budapest e a Bruxelles non sono più tanto felici di aver fatto di tutto per sostenerlo.

Ha blindato i confini nazionali vietando l’importazione di prodotti agricoli ucraini, perché Kiev riversa il suo grano a prezzi stracciati sui mercati europei, devastando l’agricoltura locale.

Gli alleati europei giurano fedeltà eterna all’Ucraina nei vertici NATO, ma il giorno dopo le chiudono i mercati in faccia per non far fallire i propri contadini.

La farsa si completa nei cieli dei Paesi Baltici.

Questa settimana, l’aeronautica rumena ha dovuto abbattere un drone sopra l’Estonia.

Era un drone ucraino, andato fuori rotta.

La Lituania ha chiuso lo spazio aereo e ha spedito i parlamentari nei rifugi sotterranei per l’allarme causato da un altro velivolo fuori controllo. I cieli dell’est sono solcati dai droni di Kiev che perdono l’orientamento, ma la colpa, secondo la Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen, è delle interferenze elettroniche russe.

Il problema è che ci sono ancora idioti che credono a queste panzane.

L’Ucraina lancia droni nello spazio aereo NATO e l’Europa condanna Mosca per averli confusi; sono i più idioti i leader europei che diffondono tesi prive di fondamento o quelli che ci credono?

Sullo sfondo, resta il NordStream. L’infrastruttura strategica che garantiva l’energia alla Germania, fatta saltare in aria dagli ucraini con la probabile copertura di settori dell’intelligence occidentale.

L’Ucraina ha distrutto un’infrastruttura vitale di un Paese alleato che la finanziava. Un atto di guerra contro l’Europa. Eppure, nelle capitali del continente, nessuno chiede un tribunale speciale per il NordStream.

La parola d’ordine è silenzio.

I droni ucraini fanno a pezzi un dormitorio nel Luhansk, e i governi occidentali balbettano. I russi avanzano nel fango del Donbass, e i nostri giornali pubblicano mappe con la riconquista di quattro campi agricoli nel Kursk, definendola la svolta decisiva del decennio. L’ennesima.

Le industrie europee chiudono, e i leader incolpano gli hacker russi per non dover ammettere di aver sbagliato ogni previsione economica e geopolitica dal 2022 a oggi.

La narrazione della vittoria imminente non serve a Kiev, che conosce benissimo la disperazione delle proprie trincee. Serve a Bruxelles, a Berlino, a Roma.

Serve a giustificarsi davanti a opinioni pubbliche sempre più impoverite e stanche del prelievo continuo di risorse pubbliche per finanziare una guerra che Kiev potrà solo continuare a perdere.

Serve a nascondere il fatto che stiamo pagando il conto per un conflitto che non sappiamo come vincere e che non abbiamo il coraggio di chiudere perché significherebbe ammettere il disastro dei nostri leader.

La vittoria esiste, ed è schiacciante.

Ma è stampata solo sulle prime pagine dei nostri giornali campioni di supercazzole.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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