Novanta miliardi di euro in prestiti europei.
Il parlamento ucraino li ha approvati alla velocità della luce, ringraziando Bruxelles e incassando la liquidità. I soldi si prendono, le riforme richieste si rimandano a data da destinarsi.
Ma dietro l’assegno staccato dalle istituzioni comunitarie si nasconde il più grande segreto della geopolitica continentale.
Per due anni, i leader europei ci hanno venduto una narrazione comodissima: l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione era ostaggio dei capricci di Viktor Orbán.
Il premier ungherese svolgeva il ruolo dell’infiltrato di Vladimir Putin, l’uomo nero che paralizzava il nobile slancio solidaristico dei Ventisette, ma, con l’avvento di Péter Magyar, la dinamica politica interna a Budapest è mutata, e l’ostacolo formale è stato aggirato.
Perciò, l’Europa ha esaurito il suo alibi perfetto e si scopre terrorizzata dall’idea di mettersi Kiev in casa.
L’IPOCRISIA DI VARSAVIA E L’AUTOLESIONISMO DI ZELENSKY
Il primo capitolo dei negoziati per l’adesione ucraina è subordinato a una condizione precisa: il rispetto dei diritti delle minoranze ungheresi sul suolo ucraino.
Una pretesa che suona come una condanna, visto che il governo di Volodymyr Zelensky non brilla per la tutela delle etnie interne, applicando ai magiari della Transcarpazia la stessa mano pesante usata per anni con i russofoni del Donbass, motivo per cui è scoppiata la guerra tra Kiev e Mosca, nel 2014, più estesasi nel 2022 con l’aggressione russa.
Anche il nuovo volto dell’opposizione ungherese, Magyar, mantiene la linea dura: niente armi a Kiev, priorità agli interessi nazionali, nessuna rinuncia al gas e al petrolio russo.
Insomma, fa quello che dovrebbe fare ogni leader europeo sano di mente e affine al suo mandato: fare gli interessi del proprio popolo che lo ha eletto.
Il blocco di 16 miliardi di fondi europei trattenuti da Budapest dimostra che Bruxelles sborsa denaro per comprare il silenzio dell’Ungheria, ma il meccanismo dei veti incrociati è vivo e vegeto.
I veri nemici dell’ingresso ucraino nell’Unione non siedono però solo a Budapest. Siedono a Varsavia. La Polonia è stata ed è uno dei massimi sponsor logistici e militari dell’Ucraina. Fino a quando non si parla di soldi.
Donald Tusk, il volto presentabile dell’europeismo, fa i conti con gli agricoltori polacchi e con i bilanci statali. Se Kiev entra nel mercato comune, la sua sterminata produzione agricola a basso costo rade al suolo il comparto primario dell’est Europa e assorbe la quasi totalità dei fondi della Politica Agricola Comune.
I polacchi resterebbero a secco. E per difendere le quote dei trattori nazionali, Varsavia ha già chiuso i rubinetti del grano.
Zelensky, con un tempismo politico suicida, ha pensato bene di gettare benzina sul fuoco. Ha intitolato un’unità dell’esercito ucraino all’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), una fazione nazionalista che durante la Seconda Guerra Mondiale collaborò con i nazisti e massacrò decine di migliaia di cittadini polacchi in Volinia.
La mossa ha scatenato le ire di Tusk, portando la Polonia a revocare a Zelensky la sua massima onorificenza.
L’alleato giura fedeltà militare. Nel frattempo, gli chiude le frontiere commerciali e straccia le medaglie.
L’INDIGNAZIONE A COMANDO SUI DRONI
Mentre l’alleanza politica si sfarina sotto il peso dei bilanci e delle memorie storiche incompatibili, la retorica occidentale lavora a pieno regime per mantenere alta la tensione militare. Un drone russo, fuori rotta, si schianta su un edificio residenziale in Romania, Paese membro della Nato.
L’incidente non provoca stragi, ma offre il palcoscenico perfetto a Ursula von der Leyen, che si precipita ai microfoni per denunciare la minaccia ai confini dell’Alleanza Atlantica.
È una levata di scudi telecomandata. Si grida all’attacco deliberato per un detrito finito oltre il confine, ma nessuno fiata sulle azioni speculari. Nessuno commenta le armi occidentali usate per colpire in profondità il territorio della Federazione Russa, né solleva obiezioni formali sui crescenti sospetti di droni lanciati verso le basi di Mosca direttamente dai Paesi baltici.
La narrazione impone una vittima immacolata e un carnefice irrazionale, ma i fatti dicono altro: le provocazioni incrociate servono a giustificare nuovi esborsi. La Svezia, da poco entrata nella Nato, ha annunciato l’invio all’Ucraina di venti caccia multiruolo Saab JAS 39 Gripen.
Ennesimo pacchetto militare venduto come la mossa definitiva per rovesciare le sorti del conflitto, ma che sul piano strategico somiglia al disperato tentativo di tappare le falle di un fronte che sta cedendo.
Peccato che il presidente rumeno si è affrettato a spiegare che il drone sarebbe stato deviato dalle difese aeree ucraine, dopo essere stato colpito, finendo poi per precipitare in Romania: un episodio che mette in luce anche i rischi provocati dalle operazioni militari di Kiev oltre il proprio spazio aereo.
Nicusor Dan è stato anche contestato dai rumeni, per la mancata sicurezza sui cieli della Romania, per le continue incursioni di droni e missili di Ucraina e Russia.
Ma la verità ancora più sconcertante è che il drone sarebbe stato affiancato da due caccia rumeni, ma non sarebbe stato abbattuto perché si riteneva fosse ucraino, poiché partito da una zona che l’Europa considera ancora in mano ucraina.
Una notizia che, se confermata, sarebbe tragicomica.
LA VERITÀ DEI BOLLETTINI MILITARI
Perché sul campo la guerra si sta perdendo, non per un’opinione, ma per i dati satellitari.
A confermarlo non sono le agenzie di stampa russe, ma i bollettini dell’Institute for the Study of War (ISW) di Washington, il think tank americano che da due anni detta la linea interpretativa ai media di mezzo mondo.
Leggere gli ultimi report dell’ISW significa assistere a un arrampicamento sui vetri: le truppe di Mosca avanzano in snodi logistici fondamentali come Sloviansk e Kostiantynivka. Eppure, nei rapporti ufficiali, queste penetrazioni in profondità vengono ammorbidite e derubricate a semplici “infiltrazioni”.
Al contrario, le deboli e circoscritte controffensive ucraine, come i presunti recuperi territoriali a Kharkiv, vengono segnalate con enfasi per poi essere catalogate in piccolo come “non confermate”.
Quando persino l’ufficio stampa ufficioso della resistenza ucraina è costretto a usare la semantica e termini più o meno appropriati per mascherare le ritirate, è perché la realtà supera la fantasia guerrafondaia dei vertici europei. Anche se, più che fantasia, sembra una vera ossessione.
L’Ucraina sta esaurendo gli uomini, perciò Kiev preme sull’acceleratore dell’allarme continentale sperando di trascinare la Nato in un coinvolgimento diretto, perché sa che l’aiuto indiretto non basta più a tenere la linea.
L’Europa, da parte sua, continua a staccare assegni a debito per pulirsi la coscienza, approva prestiti miliardari che l’Ucraina non restituirà mai, e recita la parte dell’alleato incrollabile, mentre gli europei sono sempre più incazzati per l’aumento dele bollette e della spesa, per i tagli a Sanità e welfare, mentre i soldi vanno sperperati in una guerra impossibile da vincere e che causa solo il martirio di giovani ucraini.
I caccia svedesi decolleranno, le dichiarazioni di solidarietà invaderanno le prime pagine, ma i confini polacchi restano sbarrati per il grano, i fondi ungheresi vengono trattenuti per ripicca e i leader europei pregano in segreto che la questione dell’ingresso di Kiev nell’Unione venga seppellita dalla burocrazia.
Nessuno ha il coraggio di dire a Zelensky che i soldi a fondo perduto sono finiti e che l’integrazione europea era solo un pezzo di carta sventolato a favore di telecamera.
Quanto durerà ancora il teatrino dell’europeismo solidale prima che i conti non tornino più nemmeno sulla carta?

