PER L’EUROPA E PER L’ITALIA IL DIRITTO VALE SOLO PER MOSCA. ALTRI POSSONO VIOLARLO IMPUNEMENTE

di Pasquale Di Matteo

Settantacinquemila tra morti e feriti, di cui la metà donne e bambini.

È il numero della pulizia etnica che Israele porta avanti da tre anni, nel silenzio complice di noi occidentali.

Un crimine contro l’umanità che, se fosse stato causato da Mosca, avremmo già inviato i soldati in Ucraina. Mancano solo quelli, d’altronde e per molto meno.

Abbiamo imposto alla Russia ben venti pacchetti di sanzioni economiche.  A Israele, invece, niente. Zero.

Uel numero enorme di innocenti trucidati non sumuove neanche le coscienze di Salvini, La Russa, Meloni e il resto del governo italiano.

L’Europa, quella dei venti pacchetti alla Russia, in difesa del Diritto internazionale, di quello stesso Diritto se ne fotte mentre osserva la mattanza di Gaza e le torture sistematiche in rigoroso silenzio.

Il doppio standard è l’unica vera dottrina europea, stando ai fatti.

Le immagini filtrate in questi giorni non lasciano spazio a interpretazioni, se non quelle di Tajani, che hanno dato materiale a comici come Crozza.

Prigionieri palestinesi ammanettati, bendati, piegati a terra e picchiati dai soldati israeliani.

Pratiche di umiliazione e violenza che riportano le lancette del calendario europeo agli anni Trenta, all’epoca nazista.

Eppure, a Roma, c’è chi preferisce guardare altrove. Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato e co-fondatore del partito della presidente del Consiglio, visiona quelle immagini e le liquida in diretta televisiva con una parola: “Propaganda”.

Per La Russa, attuare metodi nazisti è propaganda.

Matteo Salvini, invece, ha semplicemente perso l’uso della parola. Un anno e mezzo fa il leader leghista e vicepremier invitava il criminale Benjamin Netanyahu nella Capitale, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità.

In quell’occasione si sbracciava per rassicurare il premier israeliano: l’Italia non avrebbe mai dato seguito al mandato di cattura internazionale. Oggi, di fronte alle macerie e alle fosse comuni, Salvini tace.

E perde l’occasione di smarcarsi da un nazista.

IL RICATTO DEGLI ESTREMISTI E L’INAZIONE EUROPEA

Netanyahu ha trasformato Israele in uno Stato canaglia per un elementare calcolo di sopravvivenza giudiziaria e politica.

Il suo esecutivo si regge sul nazista Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale, leader dell’estrema destra.

Il partito di Ben Gvir vale appena il 4% dei consensi, ma detiene il potere di vita o di morte sul governo. Se stacca la spina, Netanyahu cade, si va a elezioni anticipate e il premier finisce a processo.

Quindi la guerra continua. Si procede per inerzia e per ricatto per salvare il deretano a Netanyahu e a molti dei suoi che, senza guerra e morti innocenti, come minimo finirebbero in prigione.

L’Europa, di fronte a questa pulizia etnica conclamata, sceglie la complicità istituzionale.

Pedro Sanchez, da Madrid, ha proposto il minimo sindacale previsto dal diritto internazionale: sospendere l’accordo commerciale Ue-Israele di fronte a palesi violazioni dei diritti umani. Ma l’iniziativa spagnola si è schiantata contro il muro di gomma di Roma e Berlino, i due governi europei più complici di Tel Aviv.

Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, si è limitato a balbettare di affibbiare sanzioni a Ben Gvir, perché il problema sarebbe solo lui, come se fosse lui a capo del governo israeliano e fosse un dittatore, rifiutandosi di colpire diplomaticamente l’esecutivo di Netanyahu nel suo complesso.

Si tutelano gli affari, si coprono gli alleati, si seppellisce il diritto.

E, agli occhi del mondo, l’Europa ha perso il ruolo di faro del Diritto e della diplomazia perché non è più credibile.

IL TAVOLO ROVESCIATO NEL GOLFO PERSICO

Spostando la lente dal Mediterraneo al Golfo Persico, il cortocircuito occidentale diventa ancora più evidente. Gli Stati Uniti, storici garanti dell’ordine globale, si stanno comportando come un giocatore d’azzardo frustrato che rovescia il tavolo quando finisce le fiches.

Dietro le quinte, Washington e Teheran trattano una tregua. L’Iran si siede al tavolo forte di un vantaggio negoziale innegabile, dopo lo scacco matto di Hormuz.

Le richieste degli ayatollah sono chiare, messe nero su bianco: risarcimenti economici per i danni subiti nei precedenti blitz israelo-americani, difese blindate per il proprio programma nucleare, controllo totale e gestione dei traffici nello Stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti incassano, perché si rendono conto che la minaccia militare non funziona più e che l’Iran sta vincendo la partita.

Poi, l’atto irrazionale. Invece di far convergere le bozze verso una firma, gli americani violano il cessate il fuoco.

I report dal campo confermano attacchi improvvisi a navi mercantili nella regione iraniana di Hormozgan e azioni di pirateria marittima. L’Iran denuncia formalmente Washington. Perché far saltare con la forza un negoziato che gli stessi diplomatici americani inseguivano da settimane, senza peraltro ottenere il benché minimo vantaggio strategico?

LE TRE IPOTESI SUL CORTOCIRCUITO AMERICANO

Chi legge i dispacci interni e conosce le dinamiche di Washington divide le ragioni di questo attacco insensato in tre scuole di pensiero.

Prima ipotesi: il panico da sconfitta.

La presidenza e il Dipartimento di Stato non riescono a metabolizzare l’idea di firmare una resa diplomatica con Teheran. Non avendo la forza per strappare condizioni migliori, e temendo il contraccolpo elettorale di un accordo che l’opinione pubblica americana bollerebbe come una capitolazione, preferiscono buttare tutto in caciara. Un sabotaggio autoinflitto per mascherare l’impotenza.

Seconda ipotesi: il ricatto geopolitico.

Un’amministrazione americana ostaggio di interessi terzi, costretta a incendiare il quadrante mediorientale compiendo azioni palesemente contrarie ai propri interessi nazionali e a quelli dei partner europei.

L’obiettivo è costringere l’Europa ad allinearsi a una guerra perenne. Una dinamica che ricorda da vicino le traiettorie dei droni ucraini finiti, teoricamente per errore, nei cieli della Finlandia o dei Paesi Baltici.

Non sono incidenti balistici, ma messaggi trasversali: la segnaletica di un impero che strattona i suoi vassalli per ricordare loro chi comanda.

Terza ipotesi: il collasso psichico.

La più banale e forse la più tragica. Dal Presidente fino all’ultimo burocrate della sicurezza nazionale, l’intera catena di comando americana ha perso la lucidità.

Un distacco totale dalla realtà che genera decisioni schizofreniche, prese in barba a ogni dottrina strategica accumulata in ottant’anni di egemonia.

LA GIUSTIFICAZIONE RETROATTIVA DEI MEDIA

In tutto questo, il sistema mediatico occidentale svolge la funzione di passacarte e lavanderia, in stile propaganda da quattro soldi.

I quotidiani e i telegiornali nostrani copiano e incollano i dispacci del Pentagono o dell’IDF senza avanzare mezza verifica incrociata.

Israele decide di allargare il conflitto. Bombarda il sud del Libano, sfonda le linee di sicurezza preesistenti.

Il bilancio a terra fissa a 31 i morti e a 40 i feriti, inclusi civili sfollati e infrastrutture distrutte.

L’indignazione dura lo spazio di un’agenzia di stampa. Dodici ore dopo, Tel Aviv annuncia di aver eliminato, in quello stesso raid, un esponente di spicco dell’ala militare di Hamas.

È il meccanismo perfetto della giustificazione retroattiva.

Funziona così: si spara nel mucchio, si rade al suolo un quartiere o un campo profughi, e poi si appalta alla stampa amica il compito di allegare al massacro il nome di un terrorista.

Nel mezzo, milioni di imbecilli che credono alle farneticazioni del governo nazista di Tel Aviv o della sua estroflessione, in salsa comica, alla Casa Bianca.

Improvvisamente, la strage viene mondata dai suoi connotati illegali e si trasforma in un “danno collaterale” all’interno di una brillante operazione di intelligence e di Comunicazione.

Se un missile russo cade su un condominio a Kiev è un crimine di guerra. Se un missile israeliano incenerisce decine di libanesi o palestinesi, è un atto di legittima difesa con esiti sfortunati. Il vocabolario della morte è severamente segregato in base a chi preme il grilletto.

L’arroganza di questo potere non ammette repliche. Pretende che si applaudano i massacri e che si creda alle ricostruzioni farlocche dei negoziati interrotti o dell’“esercito più morale al mondo”.

Ma a furia di tollerare le atrocità degli alleati in Medio Oriente, finanziare eserciti che torturano prigionieri e coprire i fallimenti diplomatici americani con il silenzio, l’Occidente ha speso tutto il suo capitale politico e ha perso la faccia.

I diplomatici continueranno a stringersi la mano nei vertici bilaterali. I comunicati stampa dei ministeri europei continueranno a celebrare la difesa dei diritti umani e l’indissolubilità dell’alleanza atlantica.

Nel frattempo, i rapporti con i nomi dei civili uccisi e i verbali dei prigionieri torturati resteranno impilati sulle scrivanie di Roma, Bruxelles e Washington.

Nessuno ha voglia di leggerli.

C’è una guerra contro la Russia da inventare, da finanziare, da eseguire.

Come un compito.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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