C’è un filo invisibile, ma granuloso e resistente, nel caso di questa artista, che lega i riflessi d’acciaio dei grattacieli di Milano alle rive silenziose e poetiche del Lago d’Endine, un filo fatto di cromie dense, di stratificazioni millimetriche e di quella sapienza artigiana che ha reso la Lombardia il cuore dell’Informale italiano negli scorsi decenni.
Al centro di questa geografia estetica oggi brilla un nome: Laura Mancarella.
Cercare di entrare nell’essenza della sua arte significa immergersi in una ricerca che non è solo visiva, ma di senso, di significato… filosofico.
Mancarella non si limita a dipingere, ma usa il colore per interrogare la materia, che scava, ossida, copre e ricopre, costringendola a rivelare segreti che la semplice figurazione non potrebbe mai contenere.
In un panorama artistico sempre più dominato dall’effimero digitale e da tele senza storia né messaggi, la sua pittura materica è un baluardo di autenticità, che la pone di diritto come la figura di riferimento della pittura contemporanea lombarda.
DAL CAOS DI MILANO ALLA QUIETE DI ENDINE
Il percorso creativo di Laura Mancarella riflette perfettamente la dicotomia dell’identità lombarda.
Da un lato c’è la Milano colta, frenetica, fatta di stratificazioni storiche e architettoniche, dove il cemento e la luce dialogano in un contrasto perenne; dall’altro c’è la quiete e la poesia di un luogo sospeso dal tempo, dove il lago diventa uno specchio introspettivo e la roccia si fa maestra per le visioni artistiche di Mancarella.
È proprio in questa tensione tra l’urbe e la natura che nasce la sua cifra stilistica.
Così, le sue opere diventano “mappe emozionali”: guardandole, sembra di scorgere l’erosione delle sponde lacustri o la patina nobile di un antico muro milanese, o paesaggi rivisitati dalle emozioni.
Non è un caso che i collezionisti più attenti cerchino in lei quel connubio raro tra rigore formale e abbandono lirico, perché la sua tecnica è una ricerca archeologica del presente, come si può notare da tante sue opere che sembrano mappe, porzioni di mondo visto dall’alto.
La critica ha più volte accostato il lavoro della Mancarella alla grande stagione del materismo europeo, citando nomi importanti come Alberto Burri o Antoni Tàpies.
Tuttavia, l’artista milanese declina questa eredità con una sensibilità squisitamente attuale. Il suo uso del “cretto”, quella fessurazione della superficie che diventa segno narrativo, non è mai casuale; ogni crepa è una ferita che emana luce, spesso sottolineata da bagliori di foglia oro e rame che nobilitano il detrito, trasformando la tela in un reperto archeologico del futuro.
Dipingere in Lombardia significa confrontarsi con un passato ingombrante, ma Laura Mancarella ha trovato la chiave per superarlo: non imitare la natura, ma agire come lei.
Il calore, il tempo e l’umidità sembrano essere i suoi veri strumenti di lavoro, capaci di generare opere che appaiono “nate” più che “fatte” e visioni che sembrano provenire da un mondo parallelo, ovattato, sensoriale.
PERCHÉ LAURA MANCARELLA È UN NOME DA SEGUIRE
Se oggi si parla di un ritorno alla pittura “vera”, Laura Mancarella ne è la protagonista assoluta nel territorio tra Bergamo e Milano, grazie alla sua capacità di trasformare un’intuizione, un paesaggio, una visione, in una presenza fisica e tangibile che rende le sue tele oggetti di un magnetismo ipnotico.
Per chi cerca di comprendere dove stia andando l’arte in Lombardia, la risposta è racchiusa nelle stratificazioni di questa artista.
Per Mancarella, la bellezza è un sedimento, un accumulo di esperienze e silenzi che solo una mano sapiente può riportare alla luce.
Che sia nel fermento di una galleria milanese o nel ritiro meditativo del Lago d’Endine, la sua voce rimane la stessa, potente, ruvida e luminosa.
Ancor di più, profondamente vera. Cosa che, in un’era di immagini virtuali e di artisti “copia e incolla” eleva Laura Mancarella a maestra d’arte e icona da seguire.

