BIENNALE DI VENEZIA, UN’ISTITUZIONE SOTTO SEQUESTRO

di Pasquale Di Matteo

L’Arte, quella vera, quella con la A maiuscola, è inclusiva, non accetta nessuna censura.

A Venezia, invece…

Solange Farkas non ha aspettato il taglio del nastro per dimettersi.

Alle nove del mattino del 30 aprile 2026, la Giuria Internazionale della 61ª Biennale d’Arte è semplicemente evaporata.

Cinque firme in calce a una lettera di dimissioni che hanno trasformato l’inaugurazione del 9 maggio in un funerale di lusso, celebrato tra i canali di una Venezia che non è mai stata così lontana dal mondo reale.

Insieme a Farkas, se ne sono andate Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi, in quella che non è soltanto una protesta estemporanea, ma una vera e propria decapitazione programmata, un ammutinamento che sa di preventivato.

IL DOSSIER GIULI: ISPETTORI E SILENZI

Alessandro Giuli, il Ministro della Cultura, ha inviato gli ispettori a Venezia per valutare la legittimità di non assegnare eventuali premi agli artisti dei padiglioni russo e israeliano, per crimini contro l’umanità.

La Fondazione Biennale, ente autonomo, difende la legittimità del Padiglione Russia, appellandosi a contratti siglati e protocolli internazionali, ma i documenti che circolano tra le stanze del Ministero raccontano un’altra verità.

I verbali delle riunioni tecniche dell’agosto 2025 mostrano come il rientro dei russi non sia stato un incidente di percorso, ma una strategia diplomatica volta a normalizzare i rapporti culturali sotto la cenere del conflitto.

La giuria era praticamente contraria all’inclusione di artisti di ogni nazionalità.

Giuli ha capito che la situazione stava scivolando verso il sabotaggio ideologico e ha risposto con il metodo prefettizio: acquisizione di atti, controllo delle comunicazioni interne, pressione costante.

Il risultato è stato un cortocircuito che ha portato il Ministro ad annunciare il boicottaggio della sua stessa creatura.

Giuli non ci sarà, non berrà il prosecco d’ordinanza, non stringerà mani. Salvo ripensamenti, dovrebbe restarsene a Roma, a gestire le macerie di uno scontro che ha ridotto l’arte a un pretesto per il regolamento di conti tra correnti di potere.

L’OMBRA DI MOSCA E IL PESO DEI SOLDI UE

Mentre la giuria si stracciava le vesti in nome dell’etica, a Bruxelles qualcuno ha iniziato a fare i conti. I documenti visionati rivelano il rischio concreto di un taglio dei fondi europei destinati alla Biennale, con l’accusa pesante di collaborazione indiretta con soggetti sotto sanzione.

Però non si capisce come Bruxelles non sia ancora iurcita a varare un solo pacchetto di sanzioni contro Netanyahu.

La “mediazione” tentata da Luca Zaia, il doge che cerca sempre di tenere i piedi in due scarpe per non bagnarsi con l’acqua alta, è naufragata nel giro di quarantotto ore. Zaia voleva salvare capra e cavoli, russi e bilanci, ma la frattura tra la visione “sovranista-culturale” di Buttafuoco e quella “militarista-burocratica” di Giuli ha reso inutile ogni compromesso.

Dal ministero parlano di contatti diretti tra i vertici della Fondazione e funzionari del Ministero della Cultura russo, nomi, date di incontri avvenuti a porte chiuse, scambi di mail che parlano di “opportunità di dialogo” mentre le bombe continuano a cadere.

Cosa che, d’altro canto, sembra più che normale, dal momento che non si mette in discussione l’operato criminale del governo israeliano e non si emette nemmeno una timida sanzione nei confronti di Israele, colpevole di crimini ben più gravi e numerosi di quelli di Mosca.

La giuria della Biennale, con la sua “Dichiarazione di Intenti” del 22 aprile, non ha fatto altro che dare fuoco alla miccia di una polveriera che era già satura di gas.

Accusare i leader di Russia e Israele di crimini contro l’umanità è stata la mossa del cavallo per forzare la mano a un governo che, ufficialmente, non può permettersi di avallare tribunali estetici permanenti.

LA RESA DEI CONTI: IL LEONE AI TURISTI

La soluzione trovata per gestire il vuoto di potere lasciato dalle dimissioni rasenta il ridicolo, se non fosse tragica.

Il 22 novembre, i Leoni d’Oro non saranno assegnati da critici, curatori o accademici, ma dai visitatori. Un biglietto, un voto.

L’eccellenza artistica ridotta a un concorso di popolarità su scala globale, un “X-Factor” lagunare dove la qualità dell’opera conta meno della capacità di mobilitare clic e schede.

La Fondazione chiama questa deriva “promozione dell’inclusione e della libertà artistica”, tuttavia, è la bandiera bianca alzata davanti all’impossibilità di trovare cinque esperti disposti a mettere la faccia su un palmares che sarebbe comunque contestato dai soliti guerrafondai russofobi, dai tifosi di Netanyahu e altri pazzi del nostro tempo.

Far decidere al pubblico significa trasformare la Biennale in un centro commerciale dove il cliente ha sempre ragione, anche se non distingue un’installazione da un idrante e non capisce la differenza tra un figurativo e un informale.

Ancora più grave sarebbe escludere Israele e Russia dall’evento, per diversi motivi: la politica di governo effettivo, non ha alcun legame con gli artisti di quel Paese; se si esclude qualcuno per crimini contro l’umanità, allora l’interno Medio Oriente, gli USA, tre quarti di Africa, l’intera Europa, non dovrebbero avere padiglioni a Venezia. E ce lo dice la Storia.

Infine, perché è proprio l’arte il motore del buonsenso, della cultura e dell’apertura mentale.

Giorgia Meloni, con la consueta abilità nel barcamenarsi tra le fiamme, ha preso le distanze dal Padiglione russo per non irritare americani e von der Leyen, ma ha blindato Buttafuoco.

Una difesa d’ufficio che serve a coprire le crepe di una maggioranza dove la cultura è diventata il terreno di una guerra civile silenziosa.

Dall’altra parte, il Pd parla di “crisi senza precedenti”, come se la gestione della cultura negli ultimi trent’anni fosse stata un esempio di trasparenza e meritocrazia.

IL PARADOSSO DELLE MANI PULITE (IN GUANTO DI VELLUTO)

La giuria Farkas se n’è andata sbandierando la propria superiorità morale, scegliendo la sceneggiata mediatica del martirio, piuttosto che il confronto nel merito, preferendo la purezza del gesto alla complessità della gestione.

È facile gridare al crimine contro l’umanità quando non si devono pagare gli stipendi dei dipendenti della Fondazione o garantire la sicurezza dei padiglioni, e quando ci si guarda bene dal ricordare i crimini di certuni.

Dall’altra parte, il Ministero ha dimostrato una goffaggine degna dei peggiori anni della Prima Repubblica, poiché, pensare di risolvere una crisi internazionale inviando ispettori a controllare le fatture è come cercare di spegnere un incendio boschivo con un contagocce.

La realtà è che, da questa vicenda, non ne esce pulito nessuno: non la giuria, che ha usato il proprio ruolo come un podio politico; non il governo, che ha confuso la diplomazia culturale con l’occupazione delle poltrone; non la Fondazione, che ha giocato d’azzardo con Mosca pensando di farla franca con un governo italiano steso come uno zerbino sotto le politiche russofobe dell’Europa.

Così, della 61ª Biennale di Venezia resta un’inaugurazione fantasma, senza premi, senza cerimonie ufficiali, con un Ministro che si nasconde a Roma e una giuria che lancia anatemi da lontano.

Resta l’immagine dei turisti che, tra un gelato e un selfie, decideranno il destino del premio d’arte più prestigioso del mondo, infilando una scheda in un’urna, come se stessero votando per il miglior gusto di pizza dell’anno o il miglior gelato del quartiere.

L’arte, in tutto questo, è diventata l’ultima delle preoccupazioni.

È rimasta schiacciata tra il moralismo da tastiera delle élite e il cinismo burocratico della politica.

Se il compito della Biennale era quello di riflettere lo stato del mondo, ci è riuscita benissimo: un caos di veti incrociati, dove nessuno parla più con nessuno e la bellezza è solo un ostaggio nelle mani dei sequestratori di turno.

Chi ha vinto, allora? Nessuno.

Hanno perso tutti, a partire da chi credeva che Venezia potesse ancora essere un porto franco per l’intelligenza, per la libertà dei popoli e degli artisti, svincolati dai pazzi che governano i vari paesi del mondo.

Anche perché, se volessimo vietare l’arte a chi provoca guerre nel mondo, il padiglione USA non dovrebbe mai essersi nemmeno affacciato a Venezia.

In questo trionfo di ignoranti strapagati, resta da capire chi pagherà il conto della prossima edizione, quando gli sponsor scapperanno davanti a un’istituzione che non sa più decidere nemmeno chi è il vincitore e non sa nemmeno scindere tra arte e politica?

Il 22 novembre scopriremo chi ha vinto il Leone d’Oro, votato dal panettiere, dall’idraulico, dal tennista, mentre gli sponsor scapperanno da questa pagliacciata e i nuovi eroi dell’ignoranza punteranno a un’altra crociata.

Anche se nessun amante dell’arte – non politicizzato – sentirà la mancanza di una giuria che voleva fare politica, in totale antitesi con i veri significati dell’Arte.

Certo è che, se si va avanti così, tra un po’, basterà chiamare il primo che passa anche per dare un voto all’università? Ma, a giudicare dai comportamenti di certi giurati e di chi vorrebbe introdurre l’odio anche nel mondo dell’Arte, sembrerebbe che certe lauree siano state date dal primo che capitava già da tempo.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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