Quasi quarantamila miliardi di dollari è il debito pubblico degli Stati Uniti d’America, una cifra per cui non c’è spazio sul display di una calcolatrice standard, ma che rappresenta l’unica vera arma di distruzione di massa rimasta a Washington.
Da giorni, il Dipartimento di Stato fa filtrare ai media occidentali la balla da disco rotto delle ultime settimane sull’accordo sul nucleare iraniano imminente, questione di ore, perché la diplomazia americana avrebbe piegato gli ayatollah.
I mercati finanziari, obbedienti, abbozzano un sorriso e il prezzo del barile di petrolio Brent scende sotto i cento dollari.
Teheran, invece, risponde con uno sbadiglio e fa sapere che la firma arriverà a due condizioni non trattabili: lo scongelamento immediato di quindici miliardi di dollari bloccati all’estero e la cancellazione totale delle sanzioni.
L’Iran incassa i bombardamenti, mantiene intatto il suo programma atomico, continua a stringere le mani sui rubinetti dello Stretto di Hormuz e si permette il lusso di dettare le regole a chi ha la pretesa di governare il mondo, ma ha appena perso l’ennesima guerra dal 1945 a oggi.
LA DIPLOMAZIA DELLO SCOPERTO BANCARIO
La verità è che non c’è uno straccio di strategia dietro le esitazioni di Washington. C’è la matematica.
L’economia americana spende sistematicamente più di quanto incassi con le tasse e le esportazioni.
Per mantenere in piedi la macchina militare e l’apparato federale, il Tesoro emette a getto continuo nuovi titoli di Stato per raccogliere contanti e per pagare gli interessi sui titoli vecchi, in un gigantesco schema piramidale che si regge esclusivamente sul dogma della fiducia incrollabile dei mercati e degli Stati stranieri verso il dollaro.
Fino a quando il mondo continuerà a comprare il debito americano, l’America potrà permettersi di armare alleati, imporre sanzioni e finanziare campagne militari. Ma l’Iran ha capito il trucco.
Sa perfettamente che un’azione di forza spropositata, o un’esplosione dei prezzi energetici, manderebbe in tilt questo meccanismo fiduciario.
Se un giorno la Cina, i fondi sovrani arabi o i grandi investitori dovessero smettere di comprare il debito Usa, il crollo non assomiglierebbe alla crisi dei subprime del 2008, ma sarebbe un Armageddon finanziario che si tirerebbe dietro l’Europa intera. E la Cina ha già svenduto gran parte del debito americano che deteneva in pancia.
Gli iraniani non si fidano degli americani, ma conoscono il loro estratto conto. Per questo alzano il prezzo. Sanno che Washington minaccia a voce alta perché non ha più i mezzi per farlo sottovoce.
L’ALLUCINAZIONE CARIBICA E I NUOVI PADRONI
La perdita di presa della Casa Bianca non si ferma al Golfo Persico, infatti, a novanta miglia dalle coste della Florida, va in scena l’ennesima farsa a stelle e strisce.
Donald Trump va davanti alle telecamere per definire Cuba un “Paese fallito”, promettendo di intervenire per ragioni umanitarie e per rimettere in piedi l’isola. L’Avana è effettivamente al collasso, senza energia elettrica, senza cibo, svuotata di liquidità.
Ma il calcolo politico americano si ferma alle categorie della Guerra Fredda.
L’amministrazione guarda a Cuba convinta di poterla riannettere alla propria sfera di influenza, approfittando del vuoto lasciato da un regime castrista ormai esangue. Un piano perfetto, se fossimo nel 1958.
Oggi, in quel vuoto di potere, si sono già infilati gli scarponi di Mosca e i portafogli di Pechino.
Riprendersi l’isola non è una passeggiata umanitaria, ma un potenziale innesco per un confronto militare diretto con potenze che non hanno alcuna intenzione di lasciare il cortile di casa degli Stati Uniti alla mercé dei vecchi padroni.
E Washington, vincolata dalla sua stessa debolezza strutturale, non premerà mai quel grilletto. Abbaia, per non dover mordere. O sarebbe un disastro ancora peggiore della campagna iraniana.
IL TEPPISTA CHE TIENE IN OSTAGGIO ISRAELE
Mentre l’America perde il controllo dei suoi nemici storici, i suoi alleati di ferro le sfuggono letteralmente di mano.
In Medio Oriente, il governo israeliano opera in totale autonomia dalle direttive americane. Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, si fa riprendere mentre irride attivisti legati a terra con le manette e brinda a favor di telecamera invocando la pena di morte.
La Francia reagisce vietandogli l’ingresso nel Paese e definendolo “persona non grata”. Roma balbetta frasi di rito per non scontentare nessuno, con il ministro Tajani diventato una macchietta pur di non dire una sola parola contro il criminale Netanyahu.
Il problema non è l’indignazione a scoppio ritardato dei leader europei, rapidi a condannare i video, ma lentissimi a trarne conseguenze politiche.
Il problema è che Ben-Gvir non è un dissidente isolato né una scheggia impazzita, ma il perno che tiene in vita l’esecutivo di Benjamin Netanyahu. È il megafono della lobby dei coloni, i padroni della Cisgiordania, la fazione che impedisce qualsiasi compromesso. È parte integrante di un governo criminale, che ha sterminato deliberatamente decine di migliaia di donne e bambini innocenti.
Netanyahu non può rinunciare a lui, perché cadrebbe tre minuti dopo. Così si adegua, interiorizza l’estremismo e lo trasforma in dottrina di Stato.
Sotto questo governo, la parola “terrorista” ha perso i suoi contorni giuridici per diventare un contenitore semantico universale in cui infilare qualsiasi cittadino palestinese. E gli Stati Uniti finanziano questa radicalizzazione senza poterla più arginare.
LO SCISMA EUROPEO E IL PIANO DI BERLINO
Il conto di questa gigantesca disfunzione globale viene presentato puntualmente in Europa. E l’Unione Europea, neanche a dirlo, paga.
Bruxelles si fa dettare la linea economica e militare da decenni, assorbendo passivamente i danni collaterali commessi dagli americani e dai loro padroni in Medio Oriente.
Accettiamo dazi doganali penalizzanti sulle nostre merci per agevolare l’industria americana. Nazioni europee arrivano a spendere il 5% del proprio Pil per acquistare armi prodotte negli Stati Uniti, sottratte al welfare e allo sviluppo interno, per alimentare un complesso militare-industriale estero.
Ursula von der Leyen continua a timbrare il cartellino a Washington, confermando una subalternità che rasenta la devozione, mentre continua a imporre linee politiche alle imprese europee che annientano l’automotive e l’agricoltura.
Ma la faglia si sta aprendo. Lo scisma d’Occidente, come lo definisce Lucio Caracciolo, è già iniziato e parla tedesco.
Friedrich Merz ha detto che la Germania è pronta a guidare la Nato in Europa. Cosa che fa venire i brividi anche solo all’idea.
I documenti strategici militari di Berlino fissano una data precisa: il 2039. Entro quell’anno, la Germania intende diventare la prima potenza convenzionale e tecnologica del continente, emancipandosi dalla tutela americana.
Per l’Italia e per il Sud Europa, questa è una notizia atroce. Come ricorda lo stesso Caracciolo, l’ombrello protettivo di un alleato lontano, per quanto arrogante, è sempre preferibile a quello di un egemone confinato oltre le Alpi.
Gli Stati europei tendono a usare la protezione militare non per difendere i vicini, ma per subordinarli.
L’America a credito continua a impartire lezioni a un mondo che non l’ascolta più.
L’Iran detta le tariffe, Israele procede in autonomia totale, ignorando i richiami di Washington, Berlino prepara silenziosamente il riarmo per rimpiazzare il generale americano in Europa. Nel mezzo, le nostre istituzioni continuano a pagare la polizza a un’assicurazione che, al momento del bisogno, avrà il telefono staccato.
Nel frattempo, gli ospedali arrancano, le fabbriche chiudono e il costo della vita diventa sempre più cara.
Perché ci sono le armi da acquistare, baby. Per l’Ucraina, per l’America, per Israele.
Armi che uccidono. Ma dei morti non importa una beata fava a nessuno, se non quando possono essere utilizzati per fare un po’ di propaganda per l’acquisto di nuove armi.

