LE MINE FANTASMA DI HORMUZ E IL SUICIDIO ECONOMICO DELL’EUROPA

di Pasquale Di Matteo

L’intelligence americana non ha trovato una sola mina iraniana nello Stretto di Hormuz, perciò, anche questa storia era una balla della propaganda occidentale.

Lo ammette un rapporto interno citato dalla rete statunitense Nbc.

Eppure, la narrazione ufficiale procede imperterrita, stampata a caratteri cubitali sui quotidiani di mezzo mondo: la Marina degli Stati Uniti starebbe scortando navi commerciali attraverso campi minati invisibili, sfidando il blocco di Teheran grazie a non meglio precisate soffiate segrete.

Soffiate che indicherebbero mine che per la stessa intelligence americana non esistono.

Il dettaglio che la via d’acqua sia una lingua di mare larga pochi chilometri, strettamente pattugliata dai guardiani della rivoluzione islamica, dove far passare un convoglio americano di nascosto è un’impresa fisicamente impossibile, viene derubricato a minuzia geografica.

Costruiamo crisi militari basate sul nulla per giustificare voragini economiche reali causate da politici incapaci, disastrosi.

Nel mezzo di questa fiera del grottesco dell’incapacità, l’Occidente ha deciso di indignarsi per l’abbattimento di un caccia F-15 statunitense nei cieli del Medio Oriente. Un caccia di una nazione che ne ha aggredita un’altra, in aperta violazione del Diritto internazionale.

Il problema, per i falchi di Washington e per i loro megafoni europei, non è la violazione di una tregua o il fallimento tattico del velivolo, ma è che il missile terra-aria e i radar di allerta precoce in grado di neutralizzare i sistemi stealth americani, finiti nelle mani dell’Iran, portano la firma di Pechino.

La Cina non esporta più chincaglieria e ha compiuto un salto quantico. Sforna tecnologia militare di altissimo livello, batterie, componentistica civile e sistemi di puntamento che surclassano le controparti occidentali.

In questo momento, la Cina è avanti all’Occidente di anni, forse di decenni.

Ma l’indignazione viaggia a corrente alternata: se gli Stati Uniti armano Kiev fino ai denti per logorare Mosca, i governi europei applaudono la difesa della democrazia; se Pechino vende radar a Teheran, si grida all’attentato contro l’ordine globale solo perché noi occidentali abbiamo l’arroganza e la presunzione di ritenerci nel giusto e migliori, anche quando i nostri ammazzano innocenti a Gaza con l’esercito “più morale al mondo”.

La diplomazia è morta, sostituita da una tifoseria da stadio che ignora i numeri, i morti e, soprattutto, i conti in banca dei cittadini che la finanziano.

Anche il buonsenso, la cultura e la logica, ma, ormai da diverso tempo, non fa più notizia.

L’INVASIONE SILENZIOSA A SESSANTA CHILOMETRI DA BEIRUT

Mentre l’Europa guarda lo Stretto di Hormuz terrorizzata da esplosivi immaginari, una guerra vera divora il Medio Oriente nel silenzio complice dei leader europei, compreso il governo italiano.

L’esercito di Tel Aviv ha superato il fiume Litani e si è spinto fino al fiume Zahrani. Sono sessanta chilometri a sud di Beirut. Decine di migliaia di civili libanesi sfollati, villaggi svuotati, infrastrutture polverizzate.

Le truppe israeliane allargano il perimetro con la scusa di sradicare le milizie di Hezbollah, il braccio armato finanziato dall’Iran che da mesi satura di razzi il nord di Israele.

Ma la risposta militare ha ormai superato i confini della deterrenza per trasformarsi in un’occupazione territoriale di fatto e non esiste norma o trattato internazionale per cui non si possa parlare di crimini di guerra e di violazioni del Diritto internazionale.

I governi europei, rapidissimi nello stracciarsi le vesti per i missili cinesi venduti agli ayatollah, non emettono un fiato contro il nuovo volto del male israeliano.

Fanno finta di credere ai negoziati di facciata. Le diplomazie occidentali diramano comunicati in cui si dicono fiduciose in un “cessate il fuoco imminente”, mentre i blindati israeliani piantano bandiere sempre più in profondità nel territorio di uno Stato sovrano che non ha né un esercito in grado di difenderlo né una classe politica capace di reagire.

L’Europa ha deciso da che parte voltarsi e, soprattutto, ha deciso di stare con chi viola il Diritto e commette crimini.

IL CONTO DELLA GUERRA SULLO STIPENDIO DA 1700 EURO

A pagare il conto di questo strabismo geopolitico non sono i generali o i ministri degli Esteri. Il conto lo paga il cittadino europeo. Ancora di più, lo paga il lavoratore italiano.

L’inflazione ha superato il 3%. I dati ufficiali dell’Istat, spesso edulcorati rispetto alla brutalità degli scontrini, certificano che la corsa dei prezzi è trainata dal costo dell’energia e dei trasporti.

Le rotte commerciali del Mar Rosso sono paralizzate. Il transito via Hormuz costa uno sproposito in premi assicurativi, anche per le navi che non rischiano di saltare su mine inesistenti e l’effetto a cascata è immediato.

Chi percepisce uno stipendio fermo a 1700 euro al mese viene letteralmente espropriato del proprio potere d’acquisto. Chi guadagna ancora meno, diventa sempre più povero.

Aumenta la benzina, a due euro al litro e destinata a continuare a salire. Aumenta il gasolio. Di conseguenza aumentano il pane, la pasta, il latte, la farina…

Una busta della spesa mezza vuota oggi costa 50 euro. Domani costerà ancora di più.

Questo è il prezzo della politica muscolare e idiota che rifiuta il negoziato. Invece di usare il peso commerciale dell’Unione Europea per imporre tavoli di pace, gli incompetenti leader del Vecchio Continente hanno sposato la retorica del riarmo totale.

Le conseguenze sono matematiche: per finanziare la produzione di munizioni, blindati e droni da spedire sui fronti altrui, gli Stati europei devono emettere nuovo debito. Per piazzare questo debito, offrono rendimenti più alti.

La Banca Centrale Europea si prepara a mantenere alti i tassi di interesse, con il risultato che i mutui a tasso variabile delle famiglie italiane si impennano.

Lo Stato spende miliardi in più per pagare gli interessi sui Btp, sottraendoli alla sanità pubblica, alle scuole, ai trasporti civili.

Stiamo smantellando il welfare, la ricerca, l’Università e gli ospedali per ingrassare i bilanci dell’industria bellica, convincendo la popolazione che stringere la cinghia sia un atto di eroismo contro i tiranni d’Oriente, mentre è solo la diretta conseguenza della totale incompetenza degli attuali leader.

L’OMBRELLO BUCATO E I DRONI IMMAGINARI

La tragedia sfiora il ridicolo quando si analizza il livello di psicosi mediatica con cui viene giustificato questo salasso.

Nei giorni scorsi, agenzie di stampa e televisioni europee hanno battuto per ore la notizia di un attacco di droni russi sul territorio della Romania. Pagine di inchiostro versate sul rischio di attivazione dell’Articolo 5 della Nato, sulla Terza guerra mondiale alle porte.

Poi, la smentita, che non è arrivata da un blogger filo-putiniano, ma dal presidente rumeno in persona: nessun drone russo ha mai attaccato il Paese.

Infatti, quel drone è stato lasciato passare, deviato dalle difese ucraine, perché si riteneva fosse di Kiev.

Nel frattempo, un quotidiano riusciva persino a titolare su un “presunto drone avvistato a Monaco”, chiuso e riaperto l’aeroporto.

L’Occidente vive in un perenne stato di allucinazione militarista portato avanti dalla propaganda che cerca in tutti i modi di far scoppiare una guerra in tutta Europa, unica situazione che potrebbe salvare dal fallimento totale i leader che giuravano che Mosca fosse al collasso a settembre 2022.

Il paradosso finale riguarda proprio l’alleato per il quale l’Europa si sta dissanguando. Gli Stati Uniti che chiedono al Vecchio Continente di armarsi, di spendere oltre il 2% del Pil in difesa, di tagliare i ponti commerciali con la Cina, di sostenere ogni crimine israeliano. Ma l’ombrello protettivo americano, in caso di vera crisi, è pieno di buchi, con una tecnologia e un esercito superati, come si è visto sia in Ucraina sia in Iran.

Quando l’amministrazione Trump si trovò ai ferri corti con la Corea del Nord per la questione nucleare, ritirò frettolosamente una parte dei sistemi missilistici schierati a difesa di Seul. Di fronte all’escalation, Washington ha badato ai propri calcoli strategici, lasciando l’alleato sudcoreano scoperto davanti alle batterie di artiglieria di Kim Jong-un.

Pensare che l’esercito americano sia pronto a immolarsi in massa per difendere i confini europei o le rotte mediterranee, in uno scenario di conflitto allargato, è un atto di fede che rasenta il patologico.

Ma vista l’endemica stupidità di chi ancora crede alle pale dell’Ottocento, ai muli e alle altre supercazzole raccontate da mainstream…

Se i sistemi di difesa aerea americani schierati in Medio Oriente vengono elusi e abbattuti dai nuovi radar cinesi venduti all’Iran, su cosa si basa esattamente l’arroganza dell’Occidente?

La sicurezza non si ottiene minacciando dazi, alzando i toni, gonfiando la spesa pubblica a debito e diffondendo bufale sui campi minati, ma sedendosi a un tavolo con le potenze emergenti.

Riconoscendo che la Cina non è più l’officina del mondo, ma un colosso in grado di spostare gli equilibri militari globali. La più avanzata superpotenza militare e tecnologica sul pianeta.

Mentre i telegiornali della propaganda europea misurano l’apertura alare di droni fantasma caduti in Romania e il governo italiano raschia il fondo del barile per trovare i soldi da dare alle aziende produttrici di armi, un pensionato controlla lo scontrino della spesa e scopre che non arriva alla terza settimana del mese, uno studente capisce che non può mantenersi agli studi e una donna deve chiedere una colletta per un intervento che la Sanità pubblica le offre solo tra due anni.

Questo è l’unico vero bilancio di vent’anni di esportazione della democrazia e di sanzioni chirurgiche della nostra fallimentare politica.

In Libano i confini vengono ridisegnati a colpi di artiglieria, in Ucraina si bruciano generazioni per mantenere posizioni indifendibili, a Washington si stampano rapporti fittizi sulle minacce marittime.

Da noi, intanto, i prezzi salgono e i servizi si tagliano per finanziare la guerra in Ucraina.

Perché non stiamo armando l’Europa per difenderci da una minaccia reale, ma stiamo inventando minacce per giustificare un sistema che si nutre esclusivamente di paura e debito pubblico, per ingrassare i conti di chi ha interessi nelle fabbriche di armi.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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