LA TRAPPOLA UCRAINA E LE BUGIE DELLA NATO

di Pasquale Di Matteo

Settecento droni e novanta missili in una sola notte.
Mentre i salotti televisivi europei parlano da più di quattro anni di collasso imminente dell’esercito di Vladimir Putin e i giornali descrivono truppe russe costrette a combattere con pale ottocentesche, i cieli di Kiev, Odessa e Kharkiv vengono sistematicamente smantellati.

La strategia dell’Alleanza Atlantica ha un problema con la matematica e con la realtà dei fatti.

L’Occidente continua a firmare fatture per armamenti sempre più pesanti, giustificando la spesa con l’urgenza di piegare Mosca, prossima a soccombere da più di cinquanta mesi; i governi europei faticano a trovare i decimali per tagliare le accise sui carburanti, lasciando la benzina ben oltre la soglia dei due euro al litro, ma reperiscono in poche ore centinaia di miliardi per foraggiare il fronte orientale.

Così, se non ce la fai ad arrivare alla fine del mese, fottiti: ci sono le armi da mandare a Kiev.

Eppure, i risultati sul terreno descrivono un fallimento totale, mascherato da narrazione eroica.

LA MATEMATICA DELLA RAPPRESAGLIA

La teoria alla base dell’escalation occidentale è semplice: colpire duramente il territorio russo spingerà il Cremlino a negoziare o provocherà il crollo del regime, ma i fatti dimostrano l’esatto contrario.

Quando le forze armate di Kiev hanno centrato un dormitorio nel territorio occupato del Luhansk, provocando diciotto morti, i bollettini ufficiali hanno cantato vittoria, ma la risposta è arrivata poche ore dopo, puntuale e sproporzionata.

Non c’è stato alcun segnale di cedimento. Mosca ha reagito sganciando sciami di droni guidati da fibra ottica, immuni alle interferenze elettroniche fornite dalla guerra cibernetica NATO.

Ha schierato missili balistici di nuova generazione, compreso il famigerato Oreshnik, progettato specificamente per superare gli scudi occidentali, dimostrando come ogni attacco ucraino in profondità, ogni colpo inferto a infrastrutture o condomini a Mosca, generi una reazione russa che distrugge interi blocchi della rete energetica e logistica ucraina.

Perché la logica militare di Putin è quella fin da primo mese di guerra: più l’Ucraina alza il volume di fuoco grazie ai miliardi dei contribuenti europei e americani, più la Russia moltiplica il calibro della distruzione.

L’idea che alimentare questo cortocircuito difenda la democrazia a Kiev è una frode intellettuale di una stupidità imbarazzante, nonché criminale, viste le migliaia di giovani vite ucraine spazzate vie in questi anni.

Chi invia quelle armi sa di prolungare un lento suicidio assistito e di mandare a morte altri giovani.

LA FABBRICA DELLE ILLUSIONI

Per giustificare questa spesa a oltranza, la propaganda atlantica ha dovuto inventare una Russia al collasso, incapace di sostenere lo sforzo bellico, ma le analisi industriali smontano questa favola rassicurante.

L’intera alleanza NATO impiega dodici mesi per produrre il munizionamento e i vettori che le fabbriche degli Urali sfornano in novanta giorni, inoltre l’industria russa lavora su tre turni, mentre da noi si arranca.

Le intelligence occidentali, nei loro report secretati, lo scrivono chiaramente. Poi i politici si siedono davanti alle telecamere e recitano a pappagallo la sceneggiatura del regime putiniano ormai alle corde, costretto a elemosinare aiuto col cappello in mano.

Eppure, le truppe d’invasione, che all’inizio delle ostilità contavano circa 180 mila uomini, oggi superano le 600 mila unità, nonostante la propaganda parli di 1,2 milioni di soldati russi uccisi.

Un Paese sull’orlo del baratro economico e militare non triplica gli effettivi sul campo. Un Paese che si sente minacciato nella sua esistenza, sì.

IL MALINTESO LOGISTICO DI KHERSON

Per capire come siamo arrivati a questo stallo sanguinoso bisogna riavvolgere il nastro fino all’autunno del 2022. La diplomazia è morta in quei mesi. Ancora oggi, la stampa mainstream vende la ritirata russa dalla città di Kherson come il capolavoro tattico della resistenza ucraina, la prova definitiva che le forze di Mosca scappano di fronte all’artiglieria fornita dalla NATO.

Tuttavia, i documenti strategici e la morfologia del territorio dicono altro. Le forze russe non sono fuggite per inferiorità militare, ma hanno abbandonato la sponda destra del Dnepr perché i bombardamenti mirati avevano danneggiato irreparabilmente il ponte Antonivskyi, rendendo impossibile garantire i rifornimenti logistici alle truppe.

È stato un riposizionamento freddo, calcolato. Ma a Mosca quell’episodio ha fatto scattare l’allarme definitivo.

Fino a quel momento, Putin credeva ancora di poter condurre un’operazione limitata per forzare un cambio di regime o strappare concessioni territoriali a basso costo. La vicenda di Kherson, unita al livello di coinvolgimento occidentale, gli ha chiarito le reali intenzioni di Washington e di Bruxelles: la NATO non cercava un compromesso per salvare Kiev, ma la distruzione militare e politica della Federazione Russa.

Da quel momento, Mosca ha formalizzato l’annessione di Zaporizhzhia, Kherson, Donetsk e Luhansk, ha stracciato ogni ipotesi di dialogo e ha impostato lo Stato su un’economia di guerra totale.

LA RESA TRAVESTITA DA PACE

Oggi, i leader europei continuano a ripetere che bisogna sedersi al tavolo delle trattative, ma pongono una precondizione ferrea: il ritiro incondizionato di tutte le truppe russe dai confini internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina.

In gergo militare, questo significa esigere la resa totale del nemico. Chiederla a una superpotenza nucleare che gode di superiorità tecnologica, militare, nucleare, numerica e industriale non è una strategia negoziale, ma analfabetismo geopolitico al limite della demenza.

I vertici NATO sanno perfettamente che la guerra si è incancrenita perché l’hanno voluta incancrenire. La narrazione ufficiale è che bisogna armare l’Ucraina per permetterle di negoziare da una posizione di forza, ma la verità è che l’Ucraina è molto meno forse di quattro anni, perché ha perso il 20 per cento del suo territorio, la sua economia non esiste più se non come voce di costo nei bilanci occidentali, e un’intera generazione è stata spazzata via.

Tutto grazie, o per colpa, dell’Europa.

I leader occidentali annunciano sanzioni e promettono vittorie, ma a Kiev restano le macerie e si le famiglie contano altri figli mandati a morire al fronte.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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