La colonna di fumo nero che si alza dai depositi petroliferi di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, non è solo il segnale dell’ennesimo attacco dei droni iraniani, ma la prova di un fallimento che costa tra 25 e 35 miliardi di dollari.
10 bruciati solo nelle prime due settimane di guerra.
A tanto ammonta il conto presentato da Donald Trump ai contribuenti americani dal 28 febbraio a oggi, per un’operazione pomposamente battezzata “Project Freedom” che, di libero, al momento ha solo la circolazione della paura. Non certo quella delle navi che, prima della sciagurata aggressione illegale all’Iran, era libera e senza minacce.
Mentre il Pentagono gioca a fare il fact-checker su X, sostenendo che nessuna nave americana sia stata colpita, i barchini dei Pasdaran continuano a riscrivere i confini del possibile in quello stretto di Hormuz lungo venti miglia, dove transita un quinto del greggio mondiale, ma gran parte del carburante per gli aerei che solcano i cieli d’Europa.
IL BLUFF DEL PENTAGONO E IL RISIKO DEI BARCHINI
L’ammiraglio americano Cooper si è presentato davanti alle telecamere con il piglio di un attore di Hollywood che ha vinto una battaglia in un colossal: “Abbiamo distrutto sei imbarcazioni iraniane che tentavano di ostacolare il transito”.
Peccato che a smascherare la balla spaziale, poche ore prima, ci abbia pensato l’agenzia Tasnim, mostrando le immagini di una nave sudcoreana nuovissima, varata appena pochi mesi fa, trasformata in una torcia galleggiante.
Teheran sostiene di aver messo in fuga un cacciatorpediniere statunitense con due missili mirati. Il CENTCOM smentisce, parla di “fake news”, rivendica rotte sicure, ma la verità respira nelle sale macchine delle petroliere, dove nessun armatore osa più accendere i motori senza una scorta armata che, a conti fatti, non garantisce più nulla.
La superpotenza che brucia decine di miliardi di dollari, schiera 100 velivoli e 15.000 militari non riesce a fermare dei gusci di noce motorizzati che seminano mine, paura e rabbia.
Non è un gioco ma un’umiliazione tecnologica imbarazzante.
Trump, tra una panzana indirizzata al Papa e un’altra sciocchezza scritta sul suo social, minaccia di nuovo di “radere al suolo” l’Iran se non si siederà al tavolo delle trattative, ma Teheran sa che il Tycoon non può fare niente di quanto non abbia già fatto e sa anche che ogni giorno di blocco a Hormuz è un proiettile al petto dell’economia occidentale.
Ogni giorno che passa è una tonnellata di umiliazione in più per l’impero americano.
Il Jet Fuel, il carburante per gli aerei, scarseggia già oggi nei depositi europei e, se Hormuz resta chiuso anche a maggio, il mondo rallenta. Se resta chiuso fino ad agosto, si ferma.
Trump lo sa, anche se preferisce twittare di vittorie immaginarie per non dover ammettere di aver causato la più grande sconfitta degli USA nella storia. E sì che gli USA non vincono una guerra dal lontano 1945, perciò, questa sconfitta brucia più di altre, più del Vietnam, più dell’Afghanistan.
LA TELA DI PENELOPE DI GIORGIA MELONI
A Roma, Giorgia Meloni ha smesso di sorridere nelle foto con i “patrioti” d’oltreoceano. La visita di Marco Rubio, Segretario di Stato USA, prevista per venerdì, ha il sapore di un’ultima chiamata.
Rubio arriva per incontrare il Papa e cercare di ricucire lo strappo profondo creato dalle offese di JD Vance al Pontefice, ma il vero dossier sul tavolo della Premier è un altro: il disimpegno.
Gli Stati Uniti stanno ritirando 5.000 soldati dalla Germania, riportando la loro presenza in Europa ai livelli del 2022, prima che l’Ucraina diventasse il mattatoio che conosciamo per una guerra alla Russia cominciata con l’avanzata NATO a Est, nonostante gli avvertimenti di Mosca.
Un po’ come se la Russia avesse inglobato Messico e Canada, ignorando gli avvertimenti di Washington.
La Casa Bianca ha deciso di correre da sola in Medio Oriente, senza consultare gli alleati, e ora pretende che l’Italia e l’Europa seguano a ruota, pagando il prezzo di una guerra all’Iran che nessuno a Bruxelles ha votato.
Meloni, che per tre anni ha fatto la portavoce di Trump e Netanyahu in Europa, giustificando dazi e sanzioni, ora si accorge che l’alleato fedele le sta sfilando la sedia da sotto i piedi.
L’Italia ha rispettato i patti, ha inviato navi, ha tenuto la linea, ma non si è lanciata nei combattimenti contrari alle leggi internazionali, come, invece, Trump avrebbe voluto.
Nelle parole della Premier si respira una stanchezza che prima non c’era: “Non condividerei un disimpegno statunitense, ma alcune cose dette contro di noi non le considero corrette”.
È il linguaggio felpato della diplomazia per dire che la luna di miele è finita e il divorzio rischia di essere un bagno di sangue. Perfino il Canada, storicamente l’appendice settentrionale di Washington, ora sussurra di voler entrare nell’Unione Europea o in una nuova alleanza transatlantica che escluda gli USA dal mondo occidentale.
Mark Carney lo ha detto chiaramente: “Le medie potenze devono agire insieme, perché se non sei seduto al tavolo, sei parte del menu”. E l’Italia, al momento, sembra il piatto principale.
LA FEBBRE DEL MONDO TRA HANTAVIRUS E MET GALA
Mentre i missili solcano il cielo del Golfo, un’altra minaccia, silenziosa e subdola, viaggia sull’acqua.
La nave da crociera MV Hondius è ferma al largo di Capo Verde. Quattro morti confermati, olandesi, tedeschi, britannici. La diagnosi dell’OMS è una sentenza che fa tremare: Hantavirus.
Un virus che solitamente corre tra i roditori e che ora, in una variante sudamericana mutata, sembra aver imparato a saltare da uomo a uomo nelle cabine strette di una nave da 180 posti.
È l’immagine speculare della nostra geopolitica: un organismo chiuso, dove il contagio è inevitabile e le vie d’uscita sono sbarrate per “ragioni di sicurezza”.
Eppure, a poche migliaia di chilometri, a New York, va in scena il Met Gala di quest’anno, che è stato il palcoscenico di una farsa.
Jeff Bezos, il padrone di Amazon, l’uomo che ha finanziato la scalata di Trump e che ha costretto i suoi corrieri a urinare nelle bottiglie di plastica per non perdere la tabella di marcia, ha sfilato come un imperatore romano.
Le associazioni di protesta hanno tappezzato la città di poster: “Festeggia come se fosse il 1939, la democrazia è fuori moda”.
È lo schiaffo definitivo: il lusso sfrenato che ignora i villaggi cristiani rasi al suolo dai bulldozer israeliani al confine con il Libano, o le famiglie di Yarun che oggi non hanno più una casa dove tornare.
LA LETTERA DI THIAGO AVILA E IL SILENZIO DI ISRAELE
Nel frattempo, dalle carceri israeliane, dove Thiago Avila, leader della Global Sumud Flotilla, ha dettato al suo avvocato una lettera per la figlia: “Mi dispiace non essere a casa, ma oggi un milione di bambini sta subendo un genocidio. Muoiono di fame, amputati senza anestesia. Non c’è niente di più pericoloso che vivere in un mondo che accetta tutto questo”.
Come fosse normale, come fosse una risposta normale e accettabile al 7 ottobre, come se prima di quel 7 ottobre non ci fossero stati più di 50anni di prigioni a cielo aperto e di altri crimini”.
Avila è in catene ad Ashkelon, sotto processo per aver tentato di portare aiuti a Gaza. È l’ultimo dei rivoluzionari in un mondo di ragionieri della guerra.
E mentre l’Europa insegue il riarmo senza una politica estera comune, mentre Meloni e Salvini si contendono il titolo di “migliore amico del criminale Netanyahu”, la vita di un bambino a Gaza vale meno di un barile di petrolio che non arriva a destinazione.
L’Occidente è malato, e non è colpa dell’Hantavirus, ma della febbre di chi ha smesso di credere nel Diritto internazionale, per affidarsi alla legge del più forte. Ma solo se il più forte non è russo, altrimenti il Diritto torna a essere un baluardo di civiltà, inviolabile.
Quindi, resta una petroliera che brucia a Fujairah e il sospetto che, questa volta, non basterà cambiare canale per ignorare l’incendio, come non basterà nemmeno inventare qualche altra bufala da propaganda, inscenare altri finti attentati, gridare “al lupo” o dare segni di squilibrio mentale inveendo contro il Papa.
Il fallimento è palese, quanto drammatico. E i suoi effetti sarà duro per gli europei, quanto per gli americani.

