LA MODA E LE ETICHETTE 

di Danilo Preto

Sembra che nel 2027 tutto cambi. l’Unione Europea infatti ha deciso di emettere un Digital product passport che informerà molto di più i consumatori sui prodotti che stanno acquistando.

L’etichetta insomma parlerà molto di più e ci farà conoscere ad esempio cosa sta al di là del “cotone 100%”. Questo almeno nelle intenzioni. Poi sappiamo come funziona tutto. Quindi aspettiamoci che anche le lobby in ambito europeo facciano la loro parte. E non sempre succede che siano dalla parte dei consumatori.  

COME COSTRUIRE IL PROPRIO GUARDAROBA  

Ormai sembra chiara, visto anche quello che abbiamo scritto su questo argomento in precedenza, la dinamica delle tendenze all’acquisto.

Non basta più il brand a garantire la qualità dei prodotti messi in vendita. Le maison che sono alle prese con una globale ridefinizione dei propri posizionamenti, sembrano essere sospese fra coccole Green e budget da rispettare.

Se ci facciamo distrarre da quello che tocchiamo quando facciamo acquisti, sia sui brand importanti, sia che siamo immersi in un negozio di fast fashion, forse siamo troppo distanti dal farci trascinare realmente in un mondo che abbiamo qualche difficoltà a riconoscere come fortemente onesto.  

MEGLIO UN MAGLIONE DA €250 O 5 MAGLIONI DA €50? 

Non ragioniamo certo entrando nella disponibilità di chi acquista ma nella logica di di quello che stiamo acquistando. Noi siamo sempre convinti che quello che costa di più sia anche migliore.

Ma le recenti indagini che hanno portato a dei sequestri conservativi della produzione di alcune grandi Marche, ci hanno anche insegnato ad essere più prudenti. La lettura della qualità dell’azienda i cui prodotti stiamo portando a casa deve tener conto di una marea di indicatori. 

È vero Non tutti hanno la pazienza di informarsi, di abbeverarsi a più fonti, di aprire la mente a nuove letture. 

È TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA? 

Avremmo potuto iniziare anche così. Abbiamo parafrasato il mondo del lusso chiamando in causa l’oro. Ma non siamo molto distanti da quel metallo prezioso che molte signore amano indossare o, per chi può, collezionare. Lì al massimo l’imbroglio è sulla caratura e se ci mettiamo di mezzo anche le pietre preziose, il valore aumenta notevolmente. 

E dobbiamo affidarci all’abilità di venditori chiamati gioiellieri. Credo che nessuno di chi produce gioielli di marca abbia la buona idea di contrabbandare 24 carati contro 18 carati reali. Il valore del gioiello oltre che dalla caratura dell’oro è da ascrivere alla manifattura. Credo che sia cosa nota. 

Nei capi che indossiamo non è così. Lì spesso siamo inermi, in balia di quello che abbiamo visto e che pensiamo, data  la complessità della filiera, che vi sia una garanzia del produttore. Poi magari scopriamo che il nostro sogno non è stato realizzato dall’artigiano con la sua maestria ma è stato prodotto da operatori sottopagati, a volte anche sfruttati.       

Adeguiamoci al pensiero dominante perché potrebbe anche capitare che i nostri capi possono essere prodotti anche in aziende dove l’AI ha preso il posto degli addetti ai lavori di una volta.

In fin dei conti, se i robot sono in grado di assemblare auto, montare  microchip e persino servire il caffè, perché non dovrebbe capitare che i nostri ultrasensibili polpastrelli nell’accarezzare l’ultimo capo comperato nella boutique che ci è solita illustrare le bellezze estetiche e le qualità dei materiali con i quali è stato realizzato quello che sta vendendo, non possa scaturire da un complesso di meccanismi meccanici a cui è stato insegnato il vecchio mestiere del sarto.

Fantascienza? Speriamo.

Forse non lo accetteremo nemmeno se avessimo l’ardire di approvvigionarci nei negozi del fast fashion per rivoluzionare un’altra volta il nostro guardaroba. 

Rispondi