Sabato 2 maggio 2026, il CEO di Spirit Airlines, ha firmato l’ordine di messa a terra definitiva per l’intera flotta.
Ventiquattr’ore dopo, a Francoforte, l’ultimo Airbus di Lufthansa CityLine è stato rimorchiato nell’hangar 7 per non uscirne più.
Mentre i soloni del giornalismo “responsabile” ci spiegavano che parlare di crisi energetica era un vezzo da complottisti del web, la realtà ha presentato un conto che non ammette appelli.
Ventimila voli cancellati solo in questo mese di maggio, 20.000, uno Stretto di Hormuz trasformato in un parcheggio per 850 navi fantasma e un governo italiano senza più soldi, costretto a ridurre a soli cinque centesimi lo sconto sulla benzina per la durata di otto giorni.
LA MENZOGNA DEI CIELI APERTI
Ricordate i sorrisi smaglianti nei talk show di due anni fa?
Ci dicevano che l’aviazione era in ripresa, che il turismo sarebbe stato il nuovo petrolio, dopo le chiusure del 2020 e i problemi del 2021.
Oggi, quel petrolio è rimasto incastrato tra le scogliere dell’Iran e il disastro commesso da Trump e Netanyahu
Il fallimento di Spirit Airlines non sarà un caso isolato, purtroppo, ma il primo pezzo di un domino che sta polverizzando il concetto di mobilità democratica.
Quando lo scrivevamo su queste pagine, un mese fa, c’erano i soliti italiani medi pronti a replicare “catastrofismo”, “da Hormuz passa solo il 20%…” e altre sciocchezze da Bar Sport, di chi non ha mai aperto un libro di Storia del Commercio globale.
Oggi che ventimila tratte europee sono state cancellate da un giorno all’altro, lasciando decine di migliaia di passeggeri a fissare tabelloni neri negli aeroporti di mezzo continente, quegli stessi critici sono curiosamente impegnati a scrivere di altro.
Forse di giardinaggio. Ammesso che non abbiano evidenti lacune anche in quel settore.
Lufthansa CityLine ha tirato giù la serranda il 18 aprile. Non è fallita nel senso classico del termine, ma è stata smembrata dalla casa madre per nutrire i conti di una holding che sta imbarcando acqua.
Il costo del carburante avio è aumentato di dieci volte. Avete letto bene: 10 volte.
Il Jet Fuel raffinato, quello che l’Europa non produce più perché ha preferito delegare la propria sopravvivenza a chi ora tiene il rubinetto in mano, è diventato una sostanza rara quanto l’onestà intellettuale dei nostri leader europei, che ci impediscono di prendere petrolio e gas dalla Russia perché Mosca viola il Diritto internazionale.
Peccato che Tel Aviv e Washington lo violino in maniera molto più massiccia, massacrando donne e bambini a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, e aggredendo l’Iran, senza che i nostri leader mostrino nulla più se non qualche timido mugugno.
Le compagnie aeree più forti, per ora, non portano i libri in tribunale, ma hanno smesso di volare e, ovviamente, saranno costrette a rivedere verso l’alto i costi dei voli ancora in essere.
È il nuovo modello di business: vendere biglietti per voli che non esistono, incassare e poi dare la colpa alla “congiuntura internazionale”.
HORMUZ: IL PARCHEGGIO PIÙ CARO DEL MONDO
Il problema ha due nomi: Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Sono loro che, in seguito all’aggressione illegale all’Iran, hanno scatenato la rappresaglia della chiusura dello Stretto di Hormuz.
Dal 28 febbraio scorso, il polmone del mondo ha smesso di respirare.
Ottocentocinquanta petroliere sono intrappolate nel Golfo Persico. Sono lì, cariche di greggio che sta diventando catrame sotto il sole, mentre i mercati finanziari di Londra e New York ballano sull’orlo del baratro.
La missione americana “Project Freedom” è partita con la fanfara delle grandi occasioni.
Trump ha promesso di “spaccare il blocco” e riportare l’ordine. Ma stamattina, 4 maggio, una fregata della US Navy ha incassato due missili antinave mentre tentava di forzare l’ingresso e l’Iran ha sparato altri colpi d’avvertimento vicino ad altre due navi americane.
Gli USA sostengono di essere riusciti a far passare due navi indenni dallo Stretto, ma non esistono prove certe a sostegno di tale tesi. Teheran smentisce.
Trump ha minacciato di nuovo di distruggere l’Iran, ma, ormai, anche i sassi hanno capito che, a sbraitare, lo show gli viene bene, ma dopo i pugni rimediati finora, tra basi americane distrutte, navi da guerra costrette alla ritirata, e centinaia di miliardi di dollari di armi bruciate senza ottenere una beata fava, se non la più grande crisi alimentare ed economica della storia contemporanea, lo show finisce lì.
Non è una riapertura dello stretto, ma l’inizio di una guerra che nessuno può permettersi e che tutti sembrano desiderare per coprire il fallimento delle proprie economie.
La missione non serve a far passare le navi, serve a giustificare il fatto che l’Occidente sia rimasto senza benzina.
È il paradosso della forza: più l’America mostra i muscoli nel Golfo, più i prezzi alla pompa di una stazione di servizio in Italia schizzano verso l’alto, più i voli in Europa vengono cancellati.
L’ELEMOSINA DI STATO E IL MITO DEGLI OTTO GIORNI
Il governo italiano risponde con la creatività che ci contraddistingue nel mondo: la farsa.
Il decreto del 2 maggio è un capolavoro di umorismo nero. Ridurre le accise di cinque centesimi per soli otto giorni è come cercare di spegnere l’incendio della biblioteca di Alessandria con un solo estintore.
Il 22 maggio, finiscono ufficialmente le ultime scorte tecniche. Dopo quella data, non ci sarà più nulla da scontare perché non ci sarà quasi più nulla da vendere.
I prezzi hanno sfondato la barriera dei due euro e dieci centesimi al litro anche nelle stazioni self-service di periferia e si avvicina la cifra di 3 euro al litro che avevamo preventivato per il mese di luglio.
Il governo dice che ha finito i soldi, che bisogna fare sacrifici, che la colpa è della speculazione, ma la verità è che lo Stato sta raschiando il fondo del barile per pagare gli interessi su un debito che la crisi energetica ha reso esplosivo.
E sappiamo che i soldi ci sono o si stampano in una notte, se bisogna inviare armi e denaro in Ucraina.
Parlavano di catastrofismo, ma la catastrofe è la normalità che ci attende.
LA FINE DEL VIAGGIO
Guardatevi intorno.
Gli aeroporti stanno diventando cattedrali nel deserto, monumenti a un’epoca di spensieratezza che abbiamo barattato con l’illusione di una transizione energetica gestita da incompetenti in giacca e cravatta che hanno occupato i luoghi di potere in tutto l’Occidente, senza visione e privi di ogni morale.
Mentre leggete queste righe, un’altra compagnia sta probabilmente decidendo quale rotta tagliare per non finire nel fango insieme a Spirit, e qualche altro idiota scuoterò la testa, pensando all’ennesima esagerazione.
Degno lettore di chi ha scritto di pale, muli, microchip, rublo spazzatura, Mosca al tappeto e altre supercazzole vendute come notizie.
Ancora una volta, il tempo è passato e ha certificato la veridicità di quanto raccontato da Tamago, nell’avvisare che il sistema era al collasso.
Lo certifica il silenzio dei motori degli aerei fermi sulle piste di mezza Europa, un silenzio che fa molta più paura di qualsiasi grido d’allarme rimasto inascoltato.
Un silenzio destinato ad allargarsi, a fagocitare il rumore delle fabbriche e dei mezzi agricoli. Almeno fino a quando non sarà spazzato via dalle grida della folla inferocita per le strade.
Ma quella sarà la storia che verrà dopo. Il futuro.
Per ora, ci attende il presente.
Perciò, meno voli, meno vacanze all’estero, carrello della spesa più cara e meno spostamenti interni a causa dei carburanti alle stelle.
Almeno avremo più tempo e denaro per investire in istruzione, in comunicazione, per migliorare noi stessi e le nostre attività, in noi stessi.

