IL GRANDE BLUFF DI THE DONALD. L’AMERICA FIRST LA PAGANO GLI AMERICANI

di Pasquale Di Matteo

Povero Donald: dopo che all’ennesimo finto attentato non hanno creduto nemmeno i suoi picciotti del “MAGA center”, il 30 aprile 2026, dal suo pulpito su Truth, Trump ha aggiunto un’altra chicca alla sceneggiatura del suo film tragicomico.

Un doppio ricatto che, sulla carta, fa tremare i polsi: dazi del 25% su auto e camion in arrivo dall’Unione Europea a partire dal 4 maggio e la minaccia di sbaraccare le truppe americane da Italia e Spagna.

Su quest’ultimo punto, la stragrande maggioranza degli italiani ci metterebbe al firma, con l’unico timore che Donald ci ripensi. Verrebbe da dire: “Ci conto, a patto che non si torni indietro!”

Il movente ufficiale sarebbe la presunta violazione del fantomatico “Accordo Turnberry” (quella schifezza ottriata a von der Leyen del 15%, siglata nel 2025) e la scarsa propensione degli alleati ad assecondare i piani USA sull’Iran, con particolare livore per la mancata collaborazione su Sigonella.

In pratica, Trump si lamenta del fatto che l’Europa non abbia voluto violare, come lui, il Diritto internazionale.

Da Bruxelles, l’eurodeputato Bernd Lange frigna a favore di telecamera bollando la mossa come “inaccettabile”; A Roma, Guido Crosetto e Giorgia Meloni cascano dal pero, o almeno così ci raccontano le cronache di Euronews e Avvenire.

Ma se togliamo la panna montata della retorica trumpiana e andiamo a guardare i bilanci, la realtà ha il sapore della truffa, e le vittime principali non siamo noi.

LA MATEMATICA SPIETATA DEI DAZI

La narrazione da comizio è elementare: puniremo l’Europa. Peccato che la matematica dica l’opposto.

Le tasse doganali non le paga l’esportatore di Wolfsburg o la BMW. Le paga l’importatore americano.

E, a cascata, le paga l’elettore MAGA che va al concessionario.

Secondo gli studi congiunti della Federal Reserve di New York e dell’Università di Harvard – non esattamente due circoli di pericolosi sovversivi – il 90% dei costi di queste tariffe viene scaricato direttamente sui prezzi interni.

I numeri sono senza appello: comprare una Volkswagen Golf negli States costerà 5.000 dollari in più. Un SUV compatto come il T-Roc? Altri 4.000 dollari di balzello.

Perfino ai milionari che sognano una Ferrari toccherà un sovrapprezzo del 10%. Le stime di Harvard parlano di un aumento dei prezzi dei beni importati fino al 6,6% e di quelli domestici del 4%.

È una tassa occulta e regressiva. L’inflazione, che Trump giura di voler abbattere, subirà una frustata al rialzo del 2,7% per le scorte, già nel 2026.

Il Pil americano, per questo capriccio protezionista, rischia una sforbiciata da 50 miliardi di dollari l’anno.

In sintesi, l’ennesima sciocchezza di Donald riduce il potere d’acquisto delle famiglie a basso reddito per finanziare le promesse di introiti statali che il Presidente sventola in TV.

IL CAPOLAVORO DELL’IPOCRISIA MILITARE

E poi c’è il capitolo militare, il vero capolavoro dell’ipocrisia.

Perché se Donald ha detto tante sciocchezze, questa le batte tutte.

Trump minaccia il ritiro da Italia e Spagna perché non abbiamo fatto i bravi soldatini nel calderone mediorientale. In pratica, non siamo criminali che massacrano popolaizoni per capriccio e questo, a chi si è sbarazzato dei nativi per farsi spazio, perciò, ha l’aggressione e lo sterminio nel DNA, non piace.

Ma di cosa stiamo parlando?!

L’Italia ospita 120 tra basi e installazioni di diversa natura americane. In quel numero, ce ne sono molte di cui non sappiamo neppure la reale ubicazione.

Ad Aviano, nonostante le smentite di “complottisti anti-complottismo” ci sarebbero testate nucleari americane B61. E non solo lì. Anche se agli italiani non è dato sapere se vi siano davvero, se siano davvero solo di quel tipo e quale quantità.

La nostra Penisola, per chiunque mastichi un minimo di strategia militare (e su questo concordano persino testate agli antipodi come Il Giornale e Peacelink), è la portaerei inaffondabile di Washington nel Mediterraneo.

Pensare che il Pentagono rinunci ad Aviano, a Sigonella, a Vicenza, a Ghedi, per una ripicca social, è roba da asilo nido.

Non a caso, in rete non si è vista mezza traccia di satira, meme o esultanza pacifista stile “era ora” per il ritiro: semplicemente, nessuno ci crede.

Inoltre, tanti si chiedono quando scadrà, finalmente, il mutuo da pagare agli americani per la liberazione da fascisti e nazisti.

Anche perché non abbiamo mai pagato un mutuo ai sovietici, senza i quali è difficile che gli americani sconfiggessero Hitler, anche alla luce della storia, che certifica l’ultima guerra vinta dagli USA proprio nel 1945.

Guarda caso, con i sovietici alleati.

L’ennesima panzana di Donald è un’arma di distrazione di massa, un ricatto in stile immobiliarista: minacciare lo sfratto per alzare l’affitto.

Serve a spaventare l’Europa, a far sudare freddo chi come l’Italia esporta massicciamente, e a costringere gli alleati a scucire più soldi per la Difesa.

Un po’ come “vi annienteremo in una notte” urlato all’Iran. Che poi è diventato “ok, allora tregua fino a che non ci sarà un accordo” dopo che l’Iran lo ha preso a pesci in faccia.

Alla fine della fiera, le truppe e le atomiche resteranno esattamente dove sono, in Italia, a guardia degli interessi imperiali americani.

Perché Donald conta quanto il due di picche. Cosa che, ormai, hanno capito tutti, a parte qualche cerebroleso che naviga su Linkedin tifando per quell’esercito morale o l’altro, come giocasse alla PlayStation.

A pagare il conto del sovranismo d’oltreoceano saranno i cittadini americani al concessionario, convinti di aver piegato l’Europa mentre si facevano sfilare il portafoglio.

Si accettano scommesse: quando la prossima panzana di Donald?

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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