Settanta minuti prima che l’agenzia Axios battesse la notizia di una bozza d’accordo tra Stati Uniti e Iran, qualcuno ha premuto il tasto “vendi”, com’è già accaduto nelle ultime settimane a ogni dichiarazione di Trump.
Non è stata una mossa cauta, ma una carneficina premeditata: scommesse al ribasso sul petrolio, tecnicamente chiamate “short”, per un valore di quasi un miliardo di dollari.
Quando i mercati hanno aperto e il prezzo del barile è crollato del 12%, quel “qualcuno” ha incassato 125 milioni di dollari puliti, in un battito di ciglia, così, mentre alcuni parlavano di pace, il cinismo del denaro aveva già divorato la speranza.
È questo il profumo del Medio Oriente oggi, è questo ciò che guida le stanze del potere, algoritmi che scommettono sul sangue degli altri.
LA VITTORIA DI PIRRO NELLO STRETTO DI HORMUZ
Donald Trump ha bisogno di un trofeo da esporre prima delle elezioni di metà mandato, visto che sta precipitando nei sondaggi.
Lo vuole ora, lo vuole subito, con la fame di chi sa che il tempo è un nemico che non fa sconti.
L’ennesimo piano in quattordici punti consegnato a Teheran è una resa mascherata da colpo di genio.
La proposta americana chiede la riapertura totale dello Stretto di Hormuz, la revoca delle sanzioni all’Iran e il rinvio dei negoziati sul nucleare. In cambio, Teheran dovrebbe smettere di agitare i barchini veloci che tormentano le petroliere.
Trump ammette, di fatto, che gli Stati Uniti stanno trattando freneticamente per risolvere un problema che hanno creato loro stessi il 28 febbraio scorso, violando il Diritto internazionale.
Hanno incendiato il Golfo, aggredendo illegalmente l’Iran, e ora chiedono al piromane di vendere loro l’estintore, chiamandola “vittoria diplomatica”.
Ma, come sostiene il Generale Marco Bertolini, uno che le mappe le sa leggere senza i filtri del Pentagono, l’Iran tiene l’America per il collo. Hormuz non è solo un braccio di mare, ma, in questo momento, è la gola degli USA e dell’intera NATO.
Teheran lo sa, Trump lo sa, e i mercati, quelli dei 125 milioni di dollari in settanta minuti, lo sanno meglio di tutti.
Nelle ultime ventiquattro ore, Israele ha scatenato più di trenta raid aerei sul Libano meridionale, trasformando la zona in un mattatoio a cielo aperto dove il cessate il fuoco è una parola buona per i talk show serali, ma non per chi vede il soffitto di casa crollargli addosso.
Le grida delle centosettanta studentesse uccise in uno degli attacchi non arrivano ai tavoli delle trattative, non fa notizia come se fossero state ucraine.
Il loro sangue è l’inchiostro invisibile con cui si firmano gli accordi sul prezzo del barile, perché l’esercito più morale del mondo può e perché il criminale Netanyahu gode della complicità dell’Occidente.
LA GUERRA DEI GENERALI E IL SILENZIO DEL PENTAGONO
Lucio Caracciolo, intervistato da Lilli Gruber, ha descritto uno scenario da “sciopero bianco” dei gradi alti. Il Pentagono e i vertici della Navy non si fidano più del loro Comandante in Capo, considerano le mosse di Trump avventate, figlie di un’ansia elettorale che calpesta la strategia militare.
La Marina americana ha ammesso di non poter garantire la sicurezza totale ad Hormuz, smentendo in maniera netta le affermazioni di Trump di queste ultimissime settimane, consigliando rotte alternative verso l’Oman per evitare le mine iraniane.
È l’ammissione del fallimento: la più grande potenza militare della storia che suggerisce di “fare il giro largo” perché il padrone di casa ha una potenza di fuoco superiore, pur senza disporre degli stessi mezzi militari.
In questo caos, la Francia di Macron ha inviato la portaerei Charles de Gaulle nel Golfo, inventandosi la solita danza di chi vuole contare qualcosa, ma arriva alla festa quando le luci si stanno già spegnendo, cercando di mettere in piedi una coalizione europea che puzza di disperazione lontano un miglio.
Perché mandare navi dove gli americani hanno già fallito? Per causare l’incidente? Per avere un morto europeo da usare come fiche sul tavolo verde del negoziato? Per avere il casus belli per scatenare una Terza e Ultima guerra mondiale?
IL GUAIO DELLE BASI E L’ILLUSIONE ITALIANA
In questo teatro dell’assurdo, l’Italia recita la parte del parente povero che spera di non essere cacciato di casa.
Trump minaccia di ritirare cinquemila soldati dalla Germania e di fare lo stesso con le basi in Italia.
Giorgia Meloni, dall’Armenia, giura fedeltà assoluta, rivendicando che noi “gli impegni li manteniamo” e quella maggioranza di italiani che amano la Costituzione e il suo Articolo 11 hanno conati di vomito e mancamenti.
Ma la realtà è un’amante crudele. Senza le basi di Vicenza, Aviano e Sigonella, la capacità americana di intervenire in Medio Oriente semplicemente sparisce, così come la capacità militare di contare qualcosa in Europa.
Trump minaccia di andarsene, ma sa che se lo facesse, perderebbe solo Washington – o forse non ha le competenze per capirlo? -, e la sua America diventerebbe un isolazionista rintanato in un fortino oltre l’oceano, mentre Cina e Russia banchettano sulle macerie della nostra sicurezza.
Caracciolo lo chiama “errore ottico”.
La stampa internazionale, dal Financial Times a Foreign Policy, ha smesso di coccolare la premier italiana, così, la leggenda della “Meloni statista” si è schiantata contro la mediocrità di una classe dirigente che non riesce a costruire un’egemonia culturale, ma solo a gestire piccoli centri di potere.
La polemica sulla Biennale di Venezia e sugli artisti russi è il simbolo di questa fragilità: si usa la cultura come una clava politica perché non si ha la forza di usare la politica come una visione del mondo.
SIAMO TUTTI IN TRAPPOLA
Il nuovo volume di Limes, che vi consiglio, ha un titolo che non lascia spazio alle sfumature: “In trappola”.
Non è solo l’Iran ad essere stretto dalle sanzioni, non è solo l’America ad essere ostaggio dei suoi debiti e delle sue elezioni, ma siamo noi ad essere in trappola, incastrati tra il prezzo della benzina alla pompa e la traiettoria di un missile che parte da una base nel deserto.
Siamo ostaggi di una guerra strana che non esplode mai del tutto, ma che ci consuma ogni giorno, erodendo i nostri risparmi e le nostre certezze.
L’alleato giura fedeltà, mentre, sottobanco, tratta con il nemico del tuo nemico.
Il mercato festeggia la pace, ma solo dopo aver incassato i proventi di una scommessa sulla guerra.
Forse arriverà, finalmente, una tregua vera, gli USA capiranno di aver fatto un disastro e Hormuz riaprirà. Forse arriverà persino la pace, ma quanto vale la vita di una studentessa libanese nel quattordicesimo punto di un accordo che serve a far scendere di qualche centesimo il costo di un pieno in un distributore del Michigan?
Quanto vale rispetto a una studentessa di Kiev o una di Mosca? O a una di Gaza?
Perché, se ci commuoviamo e proviamo rabbia se a morire sono gli ucraini, ma non proviamo altrettanto con altre vite, se proviamo commozione e rabbia solo per i colori che consideriamo amici, buoni a prescindere e titolati a commettere ogni crimine impunemente, allora, potrà anche esserci una pace militare, ma la sconfitta sarà totale.
La sconfitta della civiltà occidentale.

