L’ENNESIMO SCHIAFFONE A TRUMP E IL BLUFF DI WALL STREET

di Pasquale Di Matteo

“È solo un colpetto”.

Ormai, Donald Trump entrerà negli annali come una caricatura, come l’uomo della svendita di ogni credibilità e deterrenza degli Stati Uniti d’America.

Perché il presidente che sorride davanti ai microfoni il 7 maggio 2026, mentre le impalcature del Lincoln Memorial in ristrutturazione fanno da sfondo a una dichiarazione che sfida ogni logica, è una sequenza da film comico per cui gli USA di un paio di anni fa avrebbero attuato quantomeno la stessa pressione censoria attuata nei confronti di “W”, di Oliver Stone.

Perché, mentre gli americani tentavano l’ennesima dimostrazione dei muscoli, bombardando barchini a Hormuz e varie località dell’Iran, i radar del Centcom registravano l’impatto di missili balistici e droni iraniani contro 228 strutture americane e alleate sparse tra Qatar, Bahrain e Kuwait.

Il Presidente degli Stati Uniti definisce “colpetto” un’escalation che ha portato il prezzo del greggio Brent a oscillare paurosamente verso i 125 dollari al barile, ma la verità è un’altra ed è scritta nei tracciati satellitari che il Pentagono preferirebbe secretare: la flotta iraniana non è stata “spazzata via” come twittato dalla Casa Bianca, ma sta istituzionalizzando il taglieggiamento dell’economia globale.

Ancora peggio, come ha appena certificato la CIA, la capacità missilistica dell’Iran è ancora almeno del 70%, nonostante miliardi di dollari di bombe americane sganciate in queste settimane.

L’intelligence americana dice anche l’Iran avrebbe la capacità di tenere chiuso Hormuz almeno per altri quattro mesi a queste condizioni, inoltre, Teheran si starebbe organizzando per trasportare petrolio all’estero via treno, in modo da rendere la chiusura di Hormuz permanente, fino alla resa incondizionata degli USA.

E se lo dice la CIA… ammesso che non arrivi qualche genio a dire che l’intelligence americana sia al soldo del regime iraniano, il fallimento di Trump è più tragico che è evidente.

IL DIVORZIO DI RIAD E IL FALLIMENTO DI PROJECT FREEDOM

Nel frattempo, l’Arabia Saudita, per decenni stazione di servizio e portaerei fissa di Washington nel Golfo, ha negato ufficialmente il proprio spazio aereo alle operazioni americane.

Un’altra vittoria iraniana.

Project Freedom, il piano pomposamente annunciato da Trump per scortare le navi commerciali fuori dallo Stretto di Hormuz, è naufragato.

Mohamed bin Salman non è impazzito e non ha improvvisamente abbracciato il pacifismo.

Semplicemente, i sauditi hanno imparato la lezione delle Primavere Arabe e non intendono bruciare i trilioni di dollari investiti in Vision 2030 per una guerra per procura che servirebbe solo a puntellare la campagna elettorale repubblicana e a ricevere qualche missile da Teheran.

La mediazione cinese del 2023 ha dato i suoi frutti: Riad e Teheran oggi si parlano, seduti a un tavolo dove il grande assente è l’ambasciatore americano.

Mentre Washington inviava il Segretario di Stato Marco Rubio a Roma per incassare le solite strette di mano fotogeniche da Giorgia Meloni, a favore dei social, e benedizioni “cordiali” (che nel linguaggio vaticano significa gelide) dal Papa, Riad chiudeva i corridoi di volo ai caccia a stelle e strisce.

Il risultato di questa guerra, oltre al fallimento sul territorio iraniano, è che l’alleato saudita giura fedeltà nei comunicati stampa, ma nei fatti toglie la terra sotto i piedi ai piloti dell’US Air Force.

L’IRAN E LA TASSA SUL MONDO

Nello Stretto di Hormuz non si combatte più solo con le motovedette dei Pasdaran.

Teheran ha creato un mostro burocratico-militare chiamato Persian Gulf State Authority, un’agenzia governativa che autorizza i transiti, riscuote pedaggi e controlla ogni singola goccia di petrolio che esce dal Golfo. Un quinto del greggio mondiale oggi passa sotto il timbro di un funzionario iraniano.

Riordiamo che, fino al 28 febbraio, lo Stretto era libero e l’Iran non si sognava nemmeno una cosa del genere.

Ismail Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, ha rispolverato il poeta Al-Mutanabbi per mandare un messaggio a Trump: “Se vedi i denti del leone, non pensare che ti stia sorridendo”.

I denti sono i missili Patriot distrutti tra Bahrain e Kuwait e le centrali elettriche colpite a Camp Overing.

Dopo la sconfitta degli USA, l’Iran sa di avere il coltello dalla parte del manico, come conferma la stessa CIA: a Teheran basta tenere chiuso Hormuz e aspettare che l’intero Occidente mostri i denti a Washington per non vedere le rispettive economie crollare a picco e tornare, quelle sì, all’Età della pietra.

Intanto, le raffinerie americane sono rimaste in “modalità diesel” per undici settimane consecutive, rifiutandosi di fare lo switch stagionale verso la benzina.

Quando l’americano medio vedrà il cartello dei 5 dollari al gallone alla pompa, il “colpetto” di Trump diventerà un boomerang elettorale.

L’ISTERIA DI WALL STREET E IL MIRACOLO DEI POCHI

Mentre il mondo brucia, la speculazione festeggia in modo osceno. S&P 500 e Nasdaq hanno toccato i massimi storici proprio venerdì 8 maggio.

Apple ha segnato un nuovo record assoluto.

Com’è possibile che, con Hormuz bloccato e il petrolio alle stelle, le borse salgano?

La risposta è un numero che ricorda sinistramente il cratere della bolla dot-com del 2000.

Il rialzo dei mercati non è il segnale di un’economia sana, ma il risultato del pompaggio frenetico di soli cinque titoli. Google (+44%), Broadcom (+43%), Amazon (+36%), Nvidia (+29%) e Apple (+17%) hanno guidato da soli oltre la metà del rimbalzo dai minimi di marzo.

Il resto del listino è fermo o in caduta libera. Siamo di fronte a una dissociazione psichiatrica tra finanza e realtà: gli investitori scommettono miliardi sull’intelligenza artificiale, con Anthropic che cerca finanziamenti per mille miliardi di dollari, sperando che gli algoritmi possano sostituire il petrolio che manca nelle stive delle navi.

Il rapporto tra aziende che toccano i minimi storici e quelle che toccano i massimi è ai livelli di gennaio 2000.

Allora, servirono pochi mesi perché il castello di carta venisse giù. Oggi, il backlog combinato di Amazon, Microsoft e Google è di mille miliardi di dollari, metà dei quali legati a OpenAI e Anthropic.

Se la narrativa dell’AI dovesse mostrare anche solo una crepa, chi sosterrà un mercato che oggi ignora deliberatamente i bombardamenti nel Golfo Persico?

IL DOPPIOPESISMO EUROPEO E IL FANTASMA DI GAZA

A Roma, la politica recita il suo copione abituale. Marco Rubio arriva senza cravatta, fa aspettare i suoi interlocutori e incassa l’ennesimo rifiuto dell’Unione Europea a sospendere l’accordo di associazione con Israele, nonostante la nuova offensiva in Libano abbia già prodotto 2.742 morti e 8.500 feriti dal 2 marzo.

D’altronde, l’Europa non ha battuto ciglio per i crimini di Israele commessi a Gaza…

Il contrasto con la gestione della crisi russa è violento.

Contro Mosca sono stati varati 20 pacchetti di sanzioni in tempi record. Contro Tel Aviv, l’Europa tace, mentre Benjamin Netanyahu approfitta del “colpetto” americano contro l’Iran per intensificare i bombardamenti a Beirut, colpendo persino i soccorritori della Protezione Civile e macchiandosi di nuovi brutali crimini di cui a von der Leyen, Kallas & C. non interessa una beata fava.

L’unica voce fuori dal coro è arrivata mercoledì dai David di Donatello, dove il premio al miglior cortometraggio è andato a “Everyday in Gaza” di Omar Rammal.

Un frammento di realtà che ha rotto per un attimo la patina di retorica di una serata dove si parlava di “pace” mentre a un’ora di volo si rifornivano le armerie di chi la guerra la fa sul serio.

LA TRAPPOLA DEI TASSI E LA STRATEGIA DEL SALVAGENTE

Per l’investitore italiano, la rassegna stampa di questi giorni è una doccia fredda. Lo spread tra Btp e Bund è risalito a 173 punti e il rendimento del decennale è tornato sopra il 3,75%. Isabel Schnabel, falco del board BCE, lo ha detto chiaramente: se lo shock energetico continua, i tagli dei tassi che tutti aspettavano verranno cancellati. Anzi, l’inflazione generata dal greggio a 120 dollari potrebbe costringere Francoforte a un nuovo rialzo.

In questo scenario, la propaganda di Trump sulla “vittoria imminente” è carta straccia.

Le guerre, una volta accese, non si spengono a comando. Il rischio non è solo una recessione globale, ma una stagflazione che brucerà i risparmi di chi ha creduto ciecamente nel miracolo dei titoli tech.

Cosa resta in mano al risparmiatore?

Non certo le previsioni dei guru che vedono l’S&P a 6.000 punti, ma la necessità urgente di un fondo di emergenza solido, capace di coprire almeno sei mesi di spese vive, per non essere costretti a vendere i propri asset proprio quando il mercato deciderà finalmente di guardare cosa sta succedendo nello Stretto di Hormuz.

La diversificazione geografica non è più un optional, ma un obbligo: restare troppo esposti sugli Stati Uniti oggi significa scommettere su un Paese che sta perdendo il controllo dei suoi alleati storici e della propria stabilità interna.

Bisogna riaprire le vie di comunicazione con Mosca. Non domani, ma ieri!

Trump, ormai sempre più insano di mente, continua a sorridere e a promettere accordi rapidi, mentre l’Iran lo prende a schiaffi e ride di gusto.

E se l’Iran non firmerà il protocollo in 14 punti entro luglio, il “bagliore enorme” promesso dal tycoon non sarà l’alba di una nuova era di pace, ma il lampo di un’esplosione che travolgerà i listini di tutto il mondo.

Wall Street finge che il petrolio non esista più, la Casa Bianca, chiama “normalità” una rotta commerciale presidiata dai missili nemici, Hormuz è chiusa, le scorte si esauriscono e le Big Tech hanno finito il fiato.

Il “colpetto” di Trump sta per diventare un colpo di grazia per l’intero Occidente.

Il Secolo della Cina è sempre più vicino.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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