“Se si comportano male, vedremo”.
Donald Trump, con la consueta sintassi da reality show, liquida così l’ipotesi di nuovi attacchi all’Iran, mentre a Teheran si contano i quattordici punti di una proposta di pace che l’Occidente non può accettare senza ammettere la sconfitta.
Nel frattempo, a Roma, la proroga del taglio delle accise sui carburanti scivola via dai radar mediatici con la precisione di un’operazione tra il ridicolo e il paradosso: lo Stato finanzia lo sconto sulla benzina usando l’IVA incassata proprio grazie all’aumento dei prezzi della benzina.
Il cane si morde la coda.
I prezzi, che durante il primo sbandierato decreto del governo avevano impiegato giorni a scendere sotto la soglia psicologica dei due euro per presunte “difficoltà tecniche” dei distributori, hanno impiegato esattamente lo scoccare della mezzanotte del primo maggio per tornare a svettare sui tabelloni.
La nuova normalità è un numero: 2,00. Un pugno per le industrie e le famiglie, mentre il PIL italiano, rivisto al ribasso verso lo zero virgola niente, si affaccia sull’abisso della recessione.
Lucio Caracciolo, che di mappe e di trappole se ne intende molto più di quelli che sorridevano quando parlavamo di disastro di Hormuz, lo ha spiegato dal suo osservatorio di Limes: l’Iran è un attore iper-razionale.
Sa perfettamente che un attacco a Israele significherebbe essere “vetrificati” nel giro di pochi minuti. Eppure, il blocco navale statunitense allo Stretto di Hormuz, dove ogni giorno passano 20 milioni di barili di greggio, è solo formale. Il controllo dello stretto è totalmente in mano iraniane.
Le navi cisterne iraniane continuano a solcare le rotte verso l’India eludendo le sanzioni di una Washington che appare sempre più divisa tra le minacce di Trump e la resistenza del Pentagono, consapevole che senza le basi in Italia e Germania le guerre americane in Medio Oriente sarebbero logisticamente impossibili.
E, visto che già oggi si perde, e male, contro l’Afghanistan e contro l’Iran…
Il meccanismo di finanziamento dei soccorsi economici italiani è diventato un esercizio di equilibrismo disperato, tant’è che, per trovare 300 milioni di euro, cifra ridicola per una potenza industriale, ma enorme per un bilancio ostaggio del Patto di Stabilità, si ipotizzano tagli a sanità e istruzione.
Manovre che dimostrano quanto l’Europa e il governo italiano se ne fottano dei cittadini italiani, visto che i fondi per il riarmo e per il sostegno all’Ucraina non mancano mai. Sono sempre lì, pronti, immuni dalla contabilità dei sacrifici chiesta ai cittadini che oggi pagano 5 centesimi in meno di accise sulla benzina e 20 sul diesel, una differenza che evapora nel tempo di un rifornimento.
Siamo passati dall’affidabile nemico Putin, da cui compravamo gas a prezzi certi, alle braccia di un alleato americano che oggi minaccia di ritirare l’ombrello protettivo se non paghiamo il pizzo del riarmo. Nonché alla follia guerrafondaia di un’Europa che è diventata solo un mastino attaccata alle palle di chi deve far quadrare i conti delle aziende italiane.
Se il blocco di Hormuz dovesse continuare ancora, e, peggio, se la guerra dovesse esplodere davvero, il barile schizzerebbe verso i 200/250 dollari. In quel momento, le chiacchiere sui tagli delle accise e sui decreti ministeriali lascerebbero il posto a un deserto energetico dove le industrie chiudono e le persone tornano a piedi e in bicicletta.
Farà sorridere molti fan del green, ma significa tornare all’Età della pietra.
L’Iran è preparato da decenni a vivere sotto assedio. Noi, che non abbiamo una risorsa nostra e che abbiamo delegato la nostra politica energetica all’umore di chi siede nello Studio Ovale, no.
Perciò, non resta che sperare che vada bene. In tal caso, saremmo solo rovinati, governati da un’Europa nemica delle imprese italiane e da un governo che al più può scegliere quale gamba piegare per prima per prostrarsi ai piedi di chi conta davvero sul pianeta.

