DRONI UCRAINI SULL’EUROPA, MA LA COLPA È DELLA RUSSIA

di Pasquale Di Matteo

Ursula von der Leyen accusa Mosca di destabilizzare le democrazie europee.

Tra un messaggino nascosto alla magistratura e una legge dannosa per i cittadini europei, la presidente della Commissione non perde occasione per esprimere il proprio odio nei confronti di Mosca.

E non se ne capisce il motivo; certamente non può trattarsi di violazioni del Diritto internazionale, altrimenti dovrebbe parlare h24 di Washington e di Tel Aviv, quindi, deve trattarsi di qualcosa di personale, proprio come i contratti per i vaccini che hanno fatto spendere miliardi di euro agli europei, gestiti su WhatsApp.

Ma, mentre von der Leyen emetteva i suoi editti, uno sciame di droni militari con la bandiera ucraina attraversava lo spazio aereo di quattro nazioni della Nato per andare a bombardare i terminal petroliferi russi sul Baltico.

Eccola, la fotografia esatta di un continente che scivola verso il punto di non ritorno, protetto solo dal sottile velo delle proprie balle e della stampa al servizio della propaganda.

A Bruxelles e a Washington la linea ufficiale recita che l’Ucraina sta vincendo, che la Russia è a un passo dal collasso economico e che la diplomazia è pronta a intervenire non appena Vladimir Putin mostrerà segnali di cedimento.

Lo dicevano a settembre del 2022, poi a dicembre, poi per tutti questi quattro anni e qualche mese. Un tempo lunghissimo per chi combatte solo armato di pale dell’800, a dorso di muli, senza divise e raccattando senzatetto e ubriaconi per strada, visto che sono morti oltre 1,2 milioni di soldati, cioè l’intero esercito russo al 2021.

Ma se si incrociano i tracciati radar del Mar Baltico, i verbali del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e le direttive interne di Mosca, questa narrazione si disintegra.

L’Europa è già parte attiva di una pericolosa roulette russa, i negoziati di pace non esistono e il Cremlino non sta affatto crollando. Al contrario, si sta blindando dall’interno.

IL SEGRETO DI PULCINELLA NEI CIELI BALTICI

Tra marzo e maggio del 2026, i cieli del Nord Europa si sono riempiti di macchine da guerra.

Estonia, Lettonia, Lituania, persino la Finlandia. Droni esplosivi di fabbricazione ucraina sono entrati nello spazio aereo della Nato per colpire i porti russi situati nell’area di San Pietroburgo.

In Finlandia, l’allarme ha costretto un milione e ottocentomila persone nella regione di Helsinki a barricarsi in casa per ore, con voli civili sospesi e il terrore di un attacco imminente.

La versione fornita dai governi baltici e scandinavi è un insulto alla logica militare: i droni di Kiev sarebbero finiti per sbaglio nei cieli europei, “deviati” dalla guerra elettronica russa.

Dunque, dovremmo credere che le difese elettroniche di Mosca siano così cortesi da intercettare i droni ucraini, guidarli dolcemente per migliaia di chilometri attraverso lo spazio aereo della Nato, per poi farli rientrare in Russia facendoli precipitare esattamente sopra le proprie raffinerie. Una balistica suicida.

E il bello è che qualcuno, anche in Italia, crede a queste panzane.

La realtà, ovviamente, è un’altra.

L’Ucraina ha deliberatamente iniziato a usare lo spazio aereo dell’Alleanza Atlantica come uno scudo.

Se un drone ucraino vola sopra l’Estonia o la Polonia, la contraerea russa non può abbatterlo senza sconfinare nello spazio aereo Nato e innescare l’Articolo 5. I droni viaggiano al sicuro, i governi europei fingono di credere all’errore di rotta per non accusare l’alleato ucraino, e Mosca subisce il colpo.

Si tratta di un gioco d’azzardo avallato silenziosamente dall’Occidente. Fino a quando un drone non precipiterà su un condominio di Riga o di Helsinki. O fino a quando Mosca non ne avrà gli zebedei colmi e invierà un paio di confetti nucleari nei punti giusti e game over.

LA PACE CHE NESSUNO CERCA

Mentre si gioca con il fuoco, Paola Pinho, portavoce della Commissione Europea, ha chiarito che l’Unione nominerà un inviato speciale per i negoziati di pace solo quando Putin sarà “pronto a sedersi al tavolo”.

Tradotto: l’Europa rinuncia a qualsiasi ruolo di mediazione preventiva, demandando l’iniziativa al nemico.

Che l’iniziativa non arriverà, lo ha chiarito senza filtri l’ambasciatore russo all’Onu a fine maggio. Incalzato dalla corrispondente dell’Associated Press, sulle prospettive di fine conflitto, il diplomatico ha distrutto la retorica occidentale.

Non c’è alcuna trattativa segreta in corso. Non c’è alcuna intenzione russa di accettare un banale “congelamento” lungo la linea del fronte. Le richieste di Mosca sono le stesse del 2022: fine dell’espansione Nato, de-nazificazione del regime ucraino e tutela dei russofoni.

L’ambasciatore ha fatto un nome e un cognome per spiegare l’impasse: Boris Johnson. Fu l’allora premier britannico, nella primavera del 2022, a piombare a Kiev per impedire a Volodymyr Zelensky di firmare un accordo già sul tavolo, garantendo un sostegno occidentale illimitato che oggi, quattro anni dopo, si scontra con la realtà dei fatti.

E il tanto atteso intervento pacificatore dell’amministrazione Trump?

Washington guarda altrove. L’Iran brucia, il Medio Oriente assorbe risorse, e i presunti inviati di Trump, da Jared Kushner a Steve Witkoff, non hanno alcun biglietto aereo prenotato per Mosca.

L’Ucraina è semplicemente scivolata giù nella lista delle priorità americane.

L’OPA DELL FSB SULLO STATO RUSSO

L’Occidente aspetta il collasso di Putin. Ma a Mosca, il potere non sta implodendo: sta mutando pelle.

Con una guerra di logoramento che dura da oltre quattro anni, l’intero apparato statale russo è stato silenziosamente espropriato dall’Fsb. L’erede del Kgb sta vivendo una fase di espansione che non ha precedenti dalla caduta dell’Unione Sovietica.

Non servono indiscrezioni segrete per capirlo, bastano le targhe di marmo. Ad aprile, con decreto presidenziale, l’Accademia dell’Fsb ha ripreso il nome di Feliks Dzerzhinskij.

L’aristocratico polacco, fondatore della spietata Čeka bolscevica, è tornato. Quando nell’agosto del 1991 la folla abbatté la statua di “Feliks di Ferro” in piazza Lubjanka, l’Occidente brindò alla fine del totalitarismo sovietico.

Oggi, quella riabilitazione ufficiale segna la definitiva cancellazione della parentesi democratica russa.

L’Fsb non si limita a spiare. Dirige e ha preso il controllo dell’infrastruttura internet nazionale.

Stritola le imprese private. Gestisce la purga dei vertici militari iniziata con la rimozione di Sergej Shoigu dal Ministero della Difesa, eliminando chiunque possa fare ombra agli apparati di intelligence.

Sta persino sottraendo fette di potere all’amministrazione penitenziaria statale, costruendo propri centri di detenzione. È uno Stato nello Stato, che risponde solo a se stesso.

IL PASSATO COME ARMA

L’operazione più preoccupante, però, avviene sul terreno della memoria. Non potendo cancellare le associazioni per i diritti civili in un colpo solo, l’Fsb le infiltra e le converte.

L’esempio di Tomsk, in Siberia, è da manuale. Memorial, la storica ong nata durante la Perestrojka di Gorbaciov per denunciare i crimini dello stalinismo e mappare le fosse comuni, è stata svuotata dall’interno.

Un colonnello in pensione dei servizi segreti ha preso il controllo della sezione locale di Memorial. Da quel momento, le targhe in memoria delle vittime dei gulag sono state affiancate, o sostituite, da monumenti celebrativi in onore dei “patrioti” cekisti. Gli aguzzini riabilitati come servitori dello Stato. È la normalizzazione del terrore, orchestrata da chi quel terrore lo ha ereditato.

L’ipertrofia dell’Fsb non serve a vincere la guerra in Ucraina, ma a vincere la pace a Mosca. Gli apparati di sicurezza sanno che il conflitto finirà, prima o poi, ma sanno anche che Putin non è immortale.

Concentrando oggi nelle proprie mani il controllo militare, economico e storico del Paese, l’intelligence si sta blindando per gestire in totale autonomia la futura transizione di potere.

Mentre l’Unione Europea aspetta di nominare un inviato fantasma per una pace inesistente, almeno finché Mosca non deciderà se e quando avrà ottenuto i propri obiettivi, e la Nato finge di non vedere i droni di Kiev incrociare nei cieli baltici, l’Fsb ha già pianificato la Russia del prossimo decennio.

Un Paese chiuso, militarizzato, fiero dei propri carnefici.

Grazie alla mancata trattativa del 2022, quando la guerra finirà, per stanchezza o per un incidente balistico che non potremo più insabbiare, in Europa ci sveglieremo davanti a un apparato totalitario perfetto.

E i colpevoli avranno nomi e cognomi, a cominciare da Boris Johnson, fino all’ultimo leccapiedi di Bruxelles.

A quel punto, con chi, esattamente, penseremo di negoziare?

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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