ADA NORI, LA CROMIA DELLA GRAZIA

di Pasquale Di Matteo

Ada Nori è stata una delle due artiste da me premiate a Calusco d’Adda, al Premio Alfio Paris, organizzato da Muriel Villa e dall’Associazione Phaos.

Dopo l’articolo dedicato a Cirius, ecco quello in cui protagonista è Ada Nori, artista che indaga le dimensioni del mondo femminile e delle relazioni umane.

In un’epoca affollata di immagini sature e chiassose, le sue opere sono un paradosso visivo in cui le cromie vibrano di emozioni in una sintassi cromatica in cui regna l’armonia dei colori.

Non c’è pacificazione in queste tele, ma un dramma teatrale silenzioso. Nori attinge a un bacino antropologico profondissimo, quello della caducità umana, rileggendo la lezione dell’Informale europeo con un linguaggio proprio, come una necessità per esprimere quanto sente implodere dentro sé.

Se l’arte e la filosofia orientale ci hanno insegnato il rispetto per il vuoto come respiro cosmico e meditativo, qui quel vuoto viene tradito, ribaltato e occidentalizzato, non tanto in una pausa di riflessione, bensì in una voragine che divora l’identità, un palcoscenico bianco su cui l’umano combatte la sua ultima, disperata battaglia contro l’oblio.

Il colore, nella grammatica della Nori, non è mai inerte, ma elemento primordiale che diventa mappa geologica delle sensazioni e della memoria in perenne divenire, fatta di spazi e di avviluppamenti cromatici.

La sua espressione artistica è un connubio affilatissimo tra le trasparenze lievi dell’inconscio e la grumosa ostinazione del colore steso e graffiato.

Le dominanti fredde, come i lilla, i violacei lividi, le scaglie di blu cobalto polveroso, vengono improvvisamente squarciate da grumi di rosso carminio o da verdi marcescenti, accostamenti che appaiono come ferite non rimarginate sulla tela.

In un’opera, il paesaggio interiore collassa in una colata di macchie e sgocciolature, quasi a citare la disgregazione materica di un Nicolas de Staël, ma con un’ansia che appartiene unicamente al nostro tempo.

Nella seconda, invece, la figurazione emerge per pura negazione, così la donna ritratta non possiede contorni definiti, ma è sfilacciata, violentata dal suo stesso movimento centrifugo e mossa dal gesto pittorico esatto, definitivo.

Nori non corregge con la mano, ma incide, come un punto esclamativo posto alla fine di un pensiero, di quella presenza che pretende ascolto.

Da un punto di vista strettamente semiotico, ci troviamo di fronte a un alfabeto dell’incompiuto, a una fenomenologia della sparizione. Quel bianco invadente che assedia le figure non è assenza di colore, ma una luce quasi assordante, in un’esplosione di voglia di cambiamento, di voltare pagina, di ricominciare.

È il simbolo di un’alienazione contemporanea, il fondo neutro in cui l’individuo perde i propri connotati per farsi archetipo. La frammentazione dinamica del corpo femminile diventa così la suprema metafora di un’anima scissa, che cerca febbrilmente di riassemblarsi attraverso l’energia del colore.

L’opera agisce sullo spettatore come uno specchio che costringe chi guarda a completare l’immagine, a colmare quel silenzio cromatico con le proprie intime angosce, con il proprio vissuto, le emozioni. Con la propria anima.

Il segno trascende la realtà di quanto è ambito del senso visivo per dare spazio alla sintassi dell’anima, del sentire, dei sentimenti.

Ada Nori, dunque, non è una semplice interprete del presente, ma una poetessa visuale che rifiuta le comode scorciatoie del concettualismo sterile per parlare di vita, di situazioni, di esseri umani, con una poesia, una raffinatezza e una grazia non comuni di questi tempi.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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