ENNESIMO SHOW DI TRUMP PER SALVARSI DAL DISASTRO

di Pasquale Di Matteo

“Lasciate che lo spettacolo continui”.

Donald Trump ha postato queste parole alle 22:30 di una domenica di aprile, mentre il fumo della polvere da sparo non si era ancora diradato nella lobby dell’Hotel Hilton di Washington.

Un colpo solo, andato a segno contro il giubbotto antiproiettile di un agente del Secret Service, prima che l’assalitore venisse placcato, ammanettato e trascinato via a torso nudo sul tappeto a motivi geometrici dell’albergo.

Il nome dell’attore più famoso del moment… ops, dell’umo è Cole Thomas Allen.

La scena somiglia più alle sceneggiate napoletane che ai film di Hollywood e, ormai, possono prenderle per vere solo i fan dei plastici di Bruno Vespa e delle sciocchezze veicolate dalla propaganda delle pale e dei microchip.

È la serata della cena dell’Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, un evento che Trump ha boicottato sistematicamente per anni, definendolo un covo di mentitori, ma a cui questa volta ha deciso di partecipare.

Circostanza che somiglia molto più a una prova inequivocabile che a una coincidenza.

Guarda caso, proprio nel momento in cui la sua popolarità è ai minimi storici, logorata da una guerra in Iran che doveva essere un blitz e si è trasformata in un disastro senza precedenti di sangue e dollari.

IL PARADOSSO DEL BOICOTTATORE

Era del 34% l’indice di gradimento dell’amministrazione Trump alla vigilia dell’attentato. Una sfiducia da parte degli americani quasi totale.

Il presidente che aveva promesso di “chiudere le guerre” ne ha aperta una che non riesce a vincere nemmeno spendendo 2 miliardi di dollari al giorno.

I mercati ballano, la base MAGA perde pezzi un giorno sì e l’altro pure per le promesse tradite e i moderati sono in fuga.

Eppure, proprio mentre il consenso cola a picco, ecco che il destino – o chi per lui – bussa alla porta con il solito tempismo cinematografico.

Un attentato fallito è, storicamente, la polizza a vita di Donald Trump. Lo è stato a Butler, in Pennsylvania, il 13 luglio 2024, quando Thomas Matthew Crooks gli ha sfiorato l’orecchio con un AR-15 trasformandolo in un martire vivente.

Lo è stato nel settembre dello stesso anno, tra i cespugli del suo campo da golf a Mar-a-Lago.

Lo è oggi, a Washington, in un hotel blindato dove un uomo armato fino ai denti è riuscito miracolosamente a varcare il perimetro di sicurezza del Presidente degli Stati Uniti proprio durante la cena più odiata dal presidente.

Roba che a crederci devi essere il protagonista si Scemo e più Scemo; sempre che non si voglia credere che il servizio d’ordine del presidente a stelle e strisce sia una combriccola di scappati di casa.

La farsa è talmente evidente che persino i repubblicani non ne possono più: Marjorie Taylor Greene, l’ex pasdaran repubblicana ormai delusa dalle giravolte della Casa Bianca, ha chiesto ufficialmente di desecretare i file delle indagini.

Non si fida della versione ufficiale del “lupo solitario” e non è la sola.

I complottisti di oggi non sono più i reduci di QAnon, ma gli ex fedelissimi che guardano i filmati delle telecamere di sicurezza con la lente d’ingrandimento, notando discrepanze che la narrazione governativa non riesce a colmare.

L’AGENDA PERFETTA DEGLI ATTENTATORI

Se si guarda la cronologia degli attacchi a Trump, emerge una regolarità statistica che farebbe impallidire un assicuratore, poiché, ogni volta che il presidente si trova con le spalle al muro, compare un uomo armato.

Roba da scommetterci.

A Butler, la fotografia di lui col pugno alzato davanti alla bandiera stellata ha cancellato mesi di processi e scandali giudiziari, proiettandolo dritto verso il secondo mandato.

Oggi, con lo spettro di una disfatta elettorale imminente e il fallimento diplomatico in Medio Oriente, Cole Thomas Allen serve su un piatto d’argento la distrazione perfetta per farlo resuscitare nei sondaggi.

Trump si è affrettato a dichiarare: “Non ritengo che questo incidente sia collegato alla guerra in Iran”. Una smentita così rapida da sembrare una conferma della sua preoccupazione.

Sa bene che il Paese è una polveriera. Ma la questione non è più capire se Cole Thomas Allen abbia agito da solo o se sia stato spinto da una mano invisibile. Il punto, terribilmente più profondo, è perché una parte enorme della società americana non creda più a ciò che vede.

Quando una nazione smette di condividere la realtà dei fatti, la democrazia è già un guscio vuoto. Resta solo la logica della potenza.

L’IMPERO CHE NON CHIEDE PERMESSO

Siamo entrati nell’era dell’Impero esplicito. Per decenni, gli Stati Uniti hanno venduto al mondo la “morale dei buoni”, esportando democrazia con i droni e mascherando gli interessi strategici dietro la retorica dei diritti umani.

Quella grammatica, codificata durante gli anni di Bill Clinton e portata all’estremo da Barack Obama, è defunta.

Tuttavia, Trump non è un’anomalia del sistema, ma il suo stadio finale. È l’Augusto che mette fine alla finzione della Repubblica.

Il paragone con la Roma del primo secolo non è un esercizio accademico.

Dopo la distruzione di Cartagine, Roma non trovò la pace, ma la guerra civile.

Le congiure dei Gracchi, la dittatura di Silla, i triumvirati…

Si arrivò all’uomo forte perché il sistema delle garanzie non reggeva più il peso delle ambizioni imperiali e gli Stati Uniti di oggi seguono la stessa rotta.

Trump non cerca più di legittimare le sue mosse dentro una cornice morale condivisa; esercita il potere per quello che è: forza organizzata, interesse nazionale, capacità di imporsi anche in modo illegittimo.

Il rapporto con gli alleati, un tempo basato su patti di mutua assistenza, oggi è una transazione brutale tra un protettore e i suoi vassalli.

IL SOGNO AMERICANO DIVENTA SCONTRO PERMANENTE

L’individualismo, pilastro del sogno americano, si è irrigidito in una competizione radicale.

Non è più un confronto tra idee diverse per il bene del Paese, ma uno scontro permanente dove conta solo vincere e dove il compromesso è visto come alto tradimento.

La trasformazione dell’ICE, l’agenzia per la sicurezza delle frontiere, in una sorta di guardia pretoriana con funzioni modificate, è il simbolo di questo cambiamento. Il conflitto interno non è più qualcosa da evitare o ricomporre, ma uno strumento di governo.

I documenti visionati e le registrazioni trapelate dalle stanze del potere descrivono un’amministrazione che ha accettato la frattura sociale come un dato di fatto, così si governa contro metà del Paese, non per tutto il Paese.

E questa metà, esclusa e inferocita, reagisce con il sospetto. Sospetto che, tuttavia, ormai traspare anche in tanti ex trumpiani.

Da una parte, il capo della polizia di Washington assicura che Allen è stato placcato con un uso minimo della forza, dall’altra, i verbali interni delle agenzie di intelligence parlano di falle nel sistema di sorveglianza che non dovrebbero esistere in un hotel blindato dai servizi segreti.

E qui si dimostra la sceneggitata napoletana.

Come ha fatto Allen a sapere esattamente da dove sarebbe passato il corteo presidenziale? Come ha fatto a entrare armato di pistola, fucile e coltelli? Chi ha spento, o ha dimenticato di accendere, i metal detector secondari? Chi non ha controllato gli ospiti dell’Hotel?

Insomma, una sceneggiata. Anche realizzata male.

LA FINE DELLA VERITÀ

Il vero dramma non è l’ennesimo sparo farlocco nella lobby di un hotel. Il dramma è che l’America è diventata una terra di verità parallele.

Se sei un sostenitore di Trump, l’attentato è la prova che il “Deep State” sta cercando di uccidere l’unico uomo che lo ostacola; se sei un suo detrattore, l’attentato è una messinscena orchestrata per risalire nei sondaggi. In entrambi i casi, la fiducia nelle istituzioni è pari a zero.

Anche se, a valutare tutti gli elementi, bisogna chiudere entrambi gli occhi e spegnere buona parte del cervello per ritenere reale questo attentato.

Il video della cattura di Cole Thomas Allen mostra un uomo con lo sguardo perso nel vuoto, mentre le telecamere di CBS News riprendono la scena da una posizione insolitamente ravvicinata, quasi fossero state avvertite che stava per accadere qualcosa di straordinario.

Un dettaglio che ricorda i fotografi di Butler, fatti avvicinare al palco molto più del solito pochi minuti prima che Crooks premesse il grilletto.

Coincidenze? Beh, se lo fossero, sarebbero più di quanto sia normale credere.

Ma in geopolitica, come nella cronaca nera, le coincidenze sono solo fatti di cui non abbiamo ancora scoperto il nesso logico.

L’America resta una superpotenza, la più grande macchina militare ed economica della storia, ma è una macchina che ha cambiato pelle, sommersa dai debiti e con il dollaro stritolato dalla politica iraniana a Hormuz.

Perciò si comporta come chi è disperato: non chiede più permesso, non si scusa più, non cerca più di sembrare la città sulla collina che illumina il mondo.

È un Impero che si prepara alla lotta per la sopravvivenza globale, pronto a schiacciare le potenze emergenti che osano sfidare la sua leadership. E, in questa lotta, la democrazia interna è un lusso che Washington sembra non potersi più permettere.

Alla fine di questa serata a Washington, mentre Trump rientra alla Casa Bianca blindato nella sua “Bestia”, l’auto presidenziale, resta un’immagine asciutta che non se ne va, quella della sagoma di un uomo fermato nel corridoio di un hotel, un colpo esploso, e un presidente che sorride dicendo che lo spettacolo deve continuare.

Chi è l’unico che può trarre davvero vantaggio da questo piombo che cade sempre al momento giusto?

Se la verità è la prima vittima di ogni guerra, allora negli Stati Uniti il conflitto è iniziato da un pezzo.

Si aprono scommesse: quando ci sarà la replica della sceneggiata napoletana?

L’EUROPA ALLA CANNA DEL GAS DIVENTA IL NEMICO NUMERO UNO DEGLI EUROPEI

di Pasquale Di Matteo

Novanta miliardi di euro.

È questa la cifra, divisa in due tranche da quarantacinque, che l’Unione Europea ha appena staccato come assegno post-datato per il biennio a venire a favore di Kiev.

Un prestito, formalmente. Peccato che l’allegato tecnico all’accordo contenga una clausola che sembra uscita da un film con Ugo Fantozzi: l’Ucraina restituirà i soldi solo dopo che la Russia avrà pagato le riparazioni di guerra.

Perciò, si tratta di soldi a fondo perduto, sottratti ai bilanci comunitari e iniettati in un Paese che, senza questo polmone artificiale, andrebbe in bancarotta entro due settimane.

Mentre Washington azzera i propri contributi e si sfila dalla partita, Bruxelles decide di raddoppiare, scommettendo fiches che non ha su un tavolo dove il banco sembra avere già deciso l’esito della mano.

L’accordo, ufficializzato a Cipro sotto lo sguardo di Ursula von der Leyen e del presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa, è l’ultimo atto di una narrativa che sta scricchiolando sotto il peso della realtà.

Zelensky, il cui mandato è scaduto da tempo e non sembra godere più del favore del popolo ucraino, siede ai tavoli europei come fosse un socio di maggioranza dell’UE, detta l’agenda degli armamenti, pretende i missili terra-aria interceptor per coprire i buchi di una difesa aerea ormai colabrodo, intanto l’Europa si interroga su come tappare i propri, di buchi. Quelli di bilancio.

IL FANTASMA DEL RECOVERY E LA STRETTA FISCALE IN ARRIVO

Per capire dove finiremo, bisogna guardare dove siamo già finiti.

L’Unione Europea trascina una palla al piede chiamata Next Generation EU: quattrocento miliardi di euro di debito comune che pesano come un macigno sulle prospettive di crescita.

Ma la fame di fondi non si placa. Ursula von der Leyen ha una missione: finanziare il riarmo europeo e mantenere l’Ucraina. Poiché le casse sono vuote, la soluzione è quella di sempre: nuove tasse.

Le chiamano “risorse proprie” per non spaventare gli elettori, ma si parla di accise europee sul tabacco, tasse sui rifiuti elettronici e, soprattutto, l’estensione della Carbon Tax.

Una mossa che colpirà le imprese già agonizzanti per i costi energetici, costringendole a scaricare i costi sui consumatori finali.

I paesi cosiddetti “frugali”, come Olanda e Irlanda in testa, hanno già iniziato a mostrare i denti. Non vogliono saperne di nuove gabelle che servono a finanziare una guerra di cui non vedono la fine e un riarmo che somiglia sempre più a un sussidio per l’industria bellica a scapito di tutto il resto.

Almeno qualcuno che ragiona sembra esserci ancora.

Anche perché l’economia reale invia segnali da codice rosso.

Analisi recenti mostrano come colossi della grande distribuzione e della produzione, da Nestlé a Procter & Gamble, stiano rivedendo al ribasso tutte le stime per il 2026-2027.

Perché lo shock energetico non è passato, ma è diventato strutturale. Con la chiusura dello stretto di Hormuz e le tensioni in Iran, il costo del petrolio e del gas è una variabile impazzita che sta mangiando i margini di profitto.

P&G ha già segnalato rischi finanziari per un miliardo di dollari e, se crollano i giganti, figuriamoci cosa ne sarà delle medie imprese della manifattura italiana o tedesca.

LA GUERRA DELLE OMBRE: IL FRONTE CHE I MEDIA NON RACCONTANO

Mentre i telegiornali occidentali continuano a servire la pappa pronta di un “momento favorevole” per le truppe di Kiev, i dati dei blog militari indipendenti e le analisi dell’ISW (Institute for the Study of War) disegnano una verità che smonta la propaganda.

Non c’è nessuna riconquista eroica. Al massimo, un rallentamento dell’avanzata russa pagato con un prezzo di sangue insostenibile.

Le infiltrazioni russe a Pokrovsk e Kostiantynivka, nel Donetsk, sono fatti documentati da mappe satellitari, non opinioni. Kiev soffre di una carenza cronica di uomini. Il tentativo di colmare il vuoto con i droni è una pezza, non una strategia.

I droni possono individuare le infiltrazioni, ma non possono tenere una posizione. Senza carne da cannone nelle trincee, le linee si sfaldano.

E mentre i russi ammassano truppe per l’offensiva di primavera, il governo ucraino vanta attacchi a mille chilometri di profondità nel territorio nemico che nessuno, nemmeno la Associated Press, riesce a verificare in modo indipendente.

E, senza prove, una sciocchezza resta una sciocchezza. Niente di più.

È una guerra di propaganda che serve a giustificare i novanta miliardi di Cipro, ma che non sposta di un millimetro la linea del fronte.

C’è poi il caso dell’oleodotto Druzhba. Per mesi l’Ungheria di Viktor Orbán ha tenuto il punto, opponendosi ai pacchetti di aiuti in cambio della riapertura dei flussi energetici. Zelensky rispondeva che l’oleodotto era “danneggiato e irreparabile”.

Poi, d’incanto, non appena l’ostruzionismo di Budapest è stato neutralizzato politicamente, il Druzhba è tornato riparabile in ventiquattro ore. Una coincidenza che puzza di ricatto geopolitico lontano un miglio.

AUTOMOTIVE: IL SUICIDIO INDUSTRIALE IN NOME DELL’IDEOLOGIA

In questo scenario di economia di guerra, l’Europa ha deciso di darsi il colpo di grazia con la transizione ecologica forzata nel settore auto. Pierluigi Bonora, uno che di macchine e mercati se ne intende, lo definisce senza mezzi termini un “suicidio economico”.

Il ban dei motori termici al 2035 è il manifesto di un’ideologia che ignora la fisica e il mercato.

Le case automobilistiche hanno investito miliardi nell’elettrico, inseguendo modelli premium che nessuno vuole, nemmeno quei pochi ricchi che potrebbero permetterseli.

Così, le fabbriche che chiudono, cassa integrazione a pioggia e un’intera filiera che viene regalata ai cinesi.

La Cina, infatti, ringrazia: controlla le materie prime per le batterie e produce a costi che l’Europa non può nemmeno sognare, grazie a un’energia che a Pechino costa un terzo rispetto a quella di una fabbrica tedesca o italiana.

L’Europa è già il continente più virtuoso al mondo per emissioni di CO2.

Mentre Cina, India e Stati Uniti continuano a bruciare carbone e idrocarburi per alimentare le proprie industrie, Bruxelles impone standard Euro 7 irrealizzabili.

Gli “ammorbidimenti” sui biocarburanti sono specchietti per le allodole: le percentuali ammesse sono talmente basse (intorno al 3%) da non costituire un’alternativa reale. È una politica scritta dalle lobby elettriche e firmata da burocrati che non hanno mai messo piede in un’officina.

L’ARTICOLO 42.7: LA TRAPPOLA DEL 2027

Ma la vera bomba a orologeria è politica. L’obiettivo dichiarato è far entrare l’Ucraina nell’Unione Europea entro il 2027. Se questo accadesse, scatterebbe l’Articolo 42.7 del Trattato sull’Unione: la clausola di difesa reciproca.

A differenza dell’Articolo 5 della NATO, che lascia margini di manovra ai singoli Stati, il 42.7 è un obbligo di assistenza diretta.

Stiamo costruendo un meccanismo per cui ci portiamo dentro casa un Paese in guerra perenne, con un’economia distrutta e un debito inestinguibile, legandoci le mani a un conflitto diretto con la Russia.

Il tutto mentre le nostre industrie chiudono e il ceto medio viene tosato per pagare le accise sul tabacco e sulla CO2 necessarie a finanziare questa follia.

L’Europa è oggi come un condominio di lusso che decide di pagare le spese legali e la retta del collegio al figlio scapestrato del vicino, mentre il tetto del palazzo perde acqua, la caldaia è esplosa e l’amministratore sta firmando cambiali a nome di tutti i condomini per comprarsi una divisa militare nuova.

I leader europei ci hanno mentito quando giuravano che le sanzioni avrebbero messo in ginocchio Mosca in sei mesi (il PIL russo regge, il nostro no).

Hanno fallito quelli che parlavano di una transizione verde indolore e continuano a fallire quelli che firmano assegni da novanta miliardi dicendo che sono “prestiti”.

Perché non lo sono: sono soldi regalati, rubati alle nostre fabbriche, ai nostri stipendi e, se continua così, alla nostra sicurezza.

Il peggior nemico degli europei non è la Russia e non è nemmeno la follia di Trum ma l’Europa stessa.

Chi non se ne accorge è complice o ha interessi in questo disastro.

GRAZIE ALLA CRISI, QUALCUNO FA SOLDI A PALATE E NOI FINANZIAMO LE GUERRE

di Pasquale Di Matteo

Tra i mediatori inviati da Washington nella capitale pakistana, non troverete diplomatici di carriera con i capelli grigi e la copia dei trattati di Westfalia in tasca. Ammesso che sappiano cosa fu la Guerra dei Trent’anni.

A rappresentare gli USA, ci sono: Jared Kushner, il genero di Donald Trump; Witkoff, un palazzinaro prestato alla politica internazionale, e il vicepresidente Vance.

D’altronde, non sono lì per discutere di diritti umani o di equilibri regionali, ma per chiudere una sorta di contratto. Perché è così che ragiona Donald Trump.

Il problema è che dall’altra parte del tavolo non siedono amministratori di condominio, ma figure come Mohammad Bagher Galibaf, presidente del parlamento iraniano ed ex alto comando dei Pasdaran, affiancato dal ministro Araghchi.

Lucio Caracciolo, di Limes, lo ha scandito con chiarezza: “la delegazione americana brilla per incompetenza diplomatica.”

Probabilmente, è la più incompetente della storia, aggiungiamo noi.

È un tavolo tra venditori di immobili e ideologi della sopravvivenza. Ma dietro il sipario di Islamabad, il potere a Teheran non brilla per coesione.

La fazione più dura delle Guardie della Rivoluzione considera il governo quasi troppo morbido.

C’è un successore di Larijani che viene descritto come “fuori controllo” persino dai suoi stessi reparti, e, quando il nemico è diviso e il mediatore pensa solo al business, il rischio non è la pace, ma il malinteso che peggiora le cose.

IL RITORNO ALL’ETÀ DELLA PIETRA

Mentre si chiacchiera in Pakistan, il Ministro della Difesa israeliano non usa metafore: l’obiettivo è riportare l’Iran all’Età della Pietra. Qualcuno sano di mente, dovrebbe ricordare che, tuttavia, all’”Età della Pietra”, l’Iran era già un impero quando gran parte del resto del mondo aveva smesso da poco di disegnare sui muri delle caverne.

Netanyahu sa che la superiorità aerea di Israele è totale contro attori deboli come Libano o Siria, dove l’occupazione territoriale si sta espandendo senza troppi ostacoli mediatici, ma contro Teheran la musica cambia.

La pioggia di droni e missili che ha bucato l’Iron Dome come un groviera ha dimostrato che Israele può condurre questa guerra solo con gli Stati Uniti al fianco.

Bombe, mezzi, intelligence e, soprattutto, miliardi; senza il supporto logistico di Washington, la “superiorità” israeliana durerebbe il tempo di una ricarica di uno smartphone.

HORMUZ: IL CAPPIO AL COLLO DELL’EUROPA

Il vero nodo del cappio però non è a Teheran, ma nelle acque dello Stretto di Hormuz. L’Iran ha bloccato il traffico e il mondo ha iniziato a soffocare.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) ha già annunciato che il mercato del gas naturale liquefatto (GNL) resterà “critico” e “ristretto” fino ad almeno tutto il 2027.

E non importa se domani mattina Kushner e Galibaf dovessero scambiarsi un bacio della pace. I danni alle infrastrutture in Qatar e le ostruzioni nello stretto richiedono anni di lavori.

Per noi italiani, si traduce in una sola cosa: bollette insostenibili e benzina alle stelle per almeno un altro biennio.

Di conseguenza, la tregua di cui si parla è un farmaco scaduto. Eppure, mentre la gente comune si chiede come arriverà a fine mese, c’è chi ha capito che la geopolitica è il casinò più redditizio del pianeta. Persino più redditizio dei vaccini.

SCOMMETTERE SUL SANGUE

Prendete il caso di Gannon Ken Van Dyke, un soldato americano, un signor nessuno che, secondo quanto rivelato dai documenti visionati, è riuscito a portarsi a casa 400.000 dollari scommettendo sulla cattura di Nicolas Maduro su Polymarket, una piattaforma di mercati predittivi basata su blockchain.

Van Dyke ha piazzato le sue puntate nei giorni immediatamente precedenti all’operazione, sfruttando informazioni classificate a cui aveva accesso.

È insider trading geopolitico.

Ma Van Dyke è solo la “mela marcia” data in pasto alla stampa per pulire l’immagine del sistema; quanti, all’interno delle amministrazioni che contano, tra Washington e Tel Aviv, stanno muovendo miliardi sfruttando l’anticipo sulle dichiarazioni di Trump, sugli annunci di attacco o sulle finte tregue, sulle minacce e sulle retromarce o sui finti ultimatum?

Ogni volta che il prezzo del petrolio oscilla del 3% per una minaccia su Hormuz, qualcuno diventa miliardario in pochi secondi. La guerra è diventata un derivato finanziario.

LA FARSA DEL DEFICIT ITALIANO

In tale contesto, la politica interna italiana sembra una commedia fantozziana recitata in un teatro che crolla.

Il nostro rapporto deficit/PIL è fermo al 3,1%, un numero che dovrebbe preoccupare chiunque abbia un minimo di senso dello Stato. Ma la risposta del governo è un disco rotto: “è colpa del Superbonus. È colpa dei governi precedenti. È colpa delle cavallette”.

“Come è umano lei…!”

Dopo quattro anni di gestione, continuare a puntare il dito contro le agevolazioni edilizie per giustificare l’incapacità di trovare risorse serie per affrontare la crisi energetica è, citando l’analisi di Fulvio Scaglione, semplicemente imbarazzante.

Il Superbonus è stato ammortizzato, ha generato introiti fiscali e ha spinto il PIL in alto quando serviva.

Che poi sia stato gestito male e abbia creato anche criticità, non ci piove, ma usarlo oggi come scudo umano per nascondere i tagli alla sanità e l’impennata dei costi energetici dovuto alle scelte scellerate europee di tagli al gas russo e di miliardi per inviare armi in Ucraina è una menzogna contabile.

Ma la massa di italiani medi, si sa, è un animale che preferisce le spiegazioni facili alle verità scomode.

Ma c’è un’altra questione che riassume lo stallo del governo: la proposta di inviare una missione internazionale, con il contributo italiano, per “sminare” lo Stretto di Hormuz.

Andremo lì a fare le pulizie, a togliere le mine iraniane per permettere alle petroliere di passare, mentre i decisori politici continuano a soffiare sul fuoco del conflitto.

Manderemo i nostri soldati a rischiare la vita per rimediare ai danni di una guerra che i nostri stessi alleati alimentano per fini speculativi o elettorali, mentre a noi tocca pagare i conti.

Vogliamo davvero credere che a Islamabad si stia costruendo la pace o dobbiamo ammettere che stiamo assistendo alla gestione controllata di un disastro permanente, utile a mantenere alti i prezzi dell’energia e a permettere a pochi eletti di scommettere sul collasso della prossima nazione sovrana?

Tutto mentre continuiamo scodinzolare di fronte ai crimini di Netanyahu, al quale non ci permettiamo neppure di sospendere davvero accordi commerciali, con la scusa che ne soffrirebbe la popolazione di Israele, che con il governo non c’entra nulla.

Perciò, l’Italia e l’Europa hanno certificato che vi è un odio nei confronti della popolazione russa, altrimenti non si spiega l’ennesimo pacchetto di sanzioni a Putin. Per giunta un dittatore, mentre Netanyahu sarebbe presidente di una nazione democratica.

I 440 chilogrammi di uranio sono ancora lì, sepolti sotto la roccia. Secondo alcuni, ormai inaccessibili.

Il gas resterà carissimo fino al 2028, – o fino a quando non spunterà un leader che non sia Fantozzi in Europa, – e il soldato Van Dyke ha incassato i suoi 400.000 dollari.

Siamo sicuri che l’Età della Pietra sia quella che attende l’Iran e non noi?

Perché, magari Teheran tornerà davvero alla Preistoria, ma sembra proprio che noi siamo già da un pezzo nell’era degli idioti. Idiozia che i nostri leader indossano pure come un vanto.

BERLINO SI RIARMA, ROMA AFFONDA E KIEV INCASSA. IL CONTO LO PAGANO GLI ITALIANI

di Pasquale Di Matteo

Il 22 aprile 2026, la Germania ha ufficialmente smesso di chiedere scusa per il suo passato.

Boris Pistorius, ministro della Difesa tedesco, ha presentato a Berlino la prima strategia militare nazionale della storia repubblicana, un piano decennale per trasformare la Bundeswehr nell’esercito convenzionale più potente d’Europa.

460.000 effettivi tra soldati attivi e riservisti entro il 2039.

E per la Germania, non ci sono dubbi, il nemico ha un nome e un cognome: la Russia, definita “la maggiore minaccia immediata”.

Berlino rompe il tabù del riarmo, intanto, a Roma, Giancarlo Giorgetti presenta i numeri del Documento di Economia e Finanza con la faccia di chi deve annunciare un funerale a un banchetto di nozze.

L’EUROPA NELLA GABBIA E IL REALISMO DI GIORGETTI

Mentre la Germania pianifica la proiezione di potenza, l’Italia di Giorgia Meloni fa i conti con la realtà della matematica elementare, che non ammette propaganda.

Il Pil italiano è inchiodato a un anemico +0,6%, una stima che lo stesso Ministero dell’Economia ha dovuto rivedere al ribasso rispetto al precedente +0,7%, e che pure appare ottimistica se confrontata con lo +0,5% previsto da Bankitalia.

Il rapporto deficit/Pil per il 2025 è previsto al 3,1%, perciò siamo fuori dai parametri europei, pronti per una procedura d’infrazione che ridurrà i margini di manovra del governo a zero.

Giorgetti è stato chiaro: la “gabbia” delle regole europee ci blocca mani e piedi. L’Europa interviene sempre quando i feriti sono già a terra e l’aspirina non basta più. Ci viene chiesto di finanziare la postura marziale di Bruxelles e il riarmo accelerato mentre la nostra economia rischia la recessione tecnica. Buttiamo via soldi in armi e non ci sono per i servizi ai cittadini.

Il bello è che, se la crisi nello Stretto di Hormuz non si sblocca entro dicembre, il costo dell’energia trascinerà l’inflazione oltre i livelli di guardia, rendendo il DEF carta straccia prima ancora di essere discusso in Parlamento.

Da una parte c’è il marketing politico di Palazzo Chigi che vende ottimismo; dall’altra c’è il realismo brutale di Giorgetti e Crosetto, gli unici che sembrano guardare i dati senza filtri ideologici.

E i dati dicono che l’Italia è un paziente che paga le medicine per gli altri mentre la sua assicurazione sanitaria è scaduta da un pezzo, ma non ci sono soldi per rinnovarla.

IL GIALLO DEL DRUZHBA E IL RICATTO DI KIEV

Nelle stesse ore in cui Pistorius parlava di minaccia russa, dai confini orientali arrivava la conferma di una gestione della guerra che somiglia sempre più a un gioco d’azzardo sulla pelle dei contribuenti europei.

Il caso dell’oleodotto Druzhba è emblematico. Per settimane, il governo di Kiev aveva dichiarato l’infrastruttura “irrimediabilmente danneggiata” dai bombardamenti russi, avvertendo Ungheria e Slovacchia che i rifornimenti di petrolio sarebbero rimasti bloccati per mesi. Viktor Orbán aveva protestato, Kiev aveva scrollato le spalle.

Poi, l’imprevisto. Appena terminate le elezioni ungheresi, l’oleodotto è stato riparato in meno di ventiquattro ore.

I documenti tecnici e le segnalazioni delle agenzie internazionali rivelano una realtà sgradevole: il danno era minimo, ma Kiev lo ha utilizzato come arma di ricatto politico per mettere in ginocchio l’approvvigionamento energetico di Budapest.

Non era un problema tecnico, ma una scelta politica. L’Ucraina, che sopravvive solo grazie ai miliardi che l’Unione Europea preleva dalle tasche dei cittadini italiani, tedeschi e francesi, usa le proprie infrastrutture per punire i membri dell’UE che non si allineano pedissequamente ai suoi ordini.

Nel frattempo, mentre migliaia di ucraini vengono mandati a morire al fronte, la cronaca registra l’acquisto di una villa sul Lago di Como da 8,4 milioni di euro da parte di Kateryna Filatova, figlia del sindaco di Dnipro.

I dati anagrafici corrispondono, la residenza anche, ed è l’immagine di qeusta guerra: un investimento a fondo perduto per l’Europa, un’opportunità di rendita per burocrati e non.

Ora, il sindaco ucraino potrà essere ricco di suo, non è questo il punto. Il punto è che a chi comanda davvero in Ucraina, importa un gran poco del popolo mandato a morire, finché noi paghiamo come i fessi del quartiere.

LA PROPAGANDA DELLA SCONFITTA E LA TRAPPOLA NUCLEARE

La narrazione occidentale sul fronte militare non è meno surreale.

Il capo di Stato Maggiore russo, Gerasimov, dichiara di aver conquistato 1.700 chilometri quadrati e 80 centri abitati dall’inizio dell’anno.

L’Institute for the Study of War (ISW), il think tank americano che detta la linea ai media europei, risponde che “Non è vero, i russi hanno preso solo 380 chilometri quadrati e 13 centri abitati”.

Ponendo per vere le parole dell’istituto americano, resta il fatto che stiamo perdendo inesorabilmente la guerra e bisogna fermarsi un istante e rileggere: la vittoria comunicativa dell’Occidente oggi consiste nel dire che stiamo perdendo meno territorio di quanto il nemico dichiari di aver preso.

Non si parla più di riconquista, non si parla di vittoria, ma di una ritirata più lenta del previsto.

È questo il successo che giustifica l’invio continuo di armi?

La politica del “niente negoziati” ha prodotto un’Ucraina distrutta, dipendente al 100% dai fondi UE per pagare stipendi e pensioni.

Senza i soldi di Bruxelles, Kiev non sta in piedi, eppure, il ministro degli Esteri ucraino insiste: adesione piena all’UE, subito, senza sconti.

Vogliono l’accesso illimitato ai fondi strutturali per compensare il disimpegno americano.

L’Europa è entrata in una fase di co-belligeranza di fatto. Produrre armi in Italia destinate a colpire il territorio russo non è più “supporto”, ma significa partecipazione al conflitto, secondo il Diritto internazionale.

La Russia ha aggiornato la sua dottrina nucleare: l’uso dell’atomica non è più un’ipotesi accademica da film di serie B, ma una possibilità strategica prevista dai manuali del Cremlino in caso di attacco diretto al proprio territorio con armi fornite dalla NATO.

In pratica, il governo italiano ci ha già esposti a possibili attacchi, anche atomici.

IL FANTASMA DEL RIARMO TEDESCO E LA “FLOTTA DEI VOLENTEROSI”

La decisione di Berlino di riarmarsi assume un sapore sinistro. Un cancelliere tedesco che annuncia la costruzione del più grande esercito d’Europa risveglia memorie collettive che in Russia non sono mai svanite.

È benzina sul fuoco che avvalora la paranoia securitaria di Mosca.

La Germania, spinta dalla necessità di affrancarsi dalla protezione americana, sta diventando il perno di una difesa europea che però non ha una politica estera comune, ma solo una lista di nemici.

A corollario di questa strategia della tensione, ci sono le missioni nel Golfo Persico.

La chiamano la “Flotta dei Volenterosi”, quelle navi mandate nel cortile di casa dell’Iran per proteggere rotte commerciali che la nostra stessa diplomazia non è più in grado di garantire.

Purtroppo, in Europa sembrano esserci solo leader incapaci di gestire un oratorio, incompetenti e pericolosi, le cui scelte politiche e gli effetti ottenuti denotano una stupidità che non si era mai vista negli ultimi ottant’anni.

Macron e i vertici di Berlino giocano alla guerra per ottenere una foto opportunità con Zelensky, mentre le loro aziende sono in affanno per le sanzioni che, invece di abbattere l’economia russa, hanno svuotato i magazzini energetici europei.

La realtà è che l’Unione Europea ha smesso di essere un progetto di pace per diventare un’agenzia di finanziamento bellico ai danni degli europei.

Le sanzioni hanno disarticolato le economie di Roma e Berlino, non quella di Mosca, che ha semplicemente cambiato clienti, dirottando gas e petrolio verso l’India e la Cina. E, con il disastro commesso da Israele e America a Hormuz, mosca guadagna trilioni di dollari in più ogni settimana.

Noi, invece, siamo rimasti con il Pil allo 0,6% e l’obbligo di comprare armi americane o tedesche.

L’INCOGNITA FINALE PER GLI ITALIANI

Il cittadino italiano che oggi paga le tasse si trova di fronte a un bilancio fallimentare.

I suoi soldi finanziano un conflitto che la stessa intelligence occidentale definisce “di logoramento”, senza sbocchi. Finanziano un’Ucraina che usa il ricatto energetico contro i propri alleati, e il riarmo di una Germania che torna a essere il gendarme del continente.

E chi ha studiato la Storia sa cosa significa.

Giorgetti dice la verità sui numeri, Meloni vende speranza e propaganda, ma nessuno dei due risponde alla domanda che interessa di più gli italiani: se l’obiettivo è la guerra diretta con la Russia, perché non lo si dice chiaramente al popolo? Se produrre componenti militari per Kiev ci rende obiettivi legittimi per i missili russi, qual è il piano di difesa civile?

Ce n’è uno anche contro i missili ipersonici caricati con testate nucleari?

Non ci sono risposte, se non i numeri che condannano gli italiani.

Un oleodotto riparte magicamente dopo un voto favorevole a chi spinge per la guerra e un ministro dell’Economia che ammette di non avere più chiavi per aprire la gabbia.

Quanto tempo pensano che il contribuente italiano possa ancora reggere il peso di questa “postura marziale” prima che la matematica, quella vera, presenti il conto definitivo al suo portafogli?

PERCHÉ TRUMP HA FALLITO TUTTO

di Pasquale Di Matteo

Donald Trump ha annunciato una proroga a tempo indeterminato del cessate il fuoco con l’Iran, un differimento burocratico per mascherare il fatto che non sa più cos’altro fare. Col dubbio che non l’abbia mai saputo, in realtà.

Nello stesso momento, il generale Maurizio Boni, analista di lungo corso, dichiara senza giri di parole: “Dal punto di vista militare, la strategia americana è un obiettivo irrealizzabile”.

Il quadro si complica ulteriormente con l’analisi di Dario Fabbri, che spiega come il “cessate il fuoco” non sia stato concesso per magnanimità, ma per necessità. Gli Stati Uniti hanno capito di aver perso, almeno per ora, la partita militare.

La Casa Bianca, costretta all’angolo, ha trasformato questa ritirata in una narrazione di trionfo elettorale, una “rampa d’uscita” per evitare il collasso.

LA REALTÀ DIETRO IL SONDAGGIO E LA TATTICA DEL RINVIO

Mentre la diplomazia si incaglia tra le sabbie del Pakistan, dove i colloqui si trascinano senza una direzione chiara, i numeri di Reuters/Ipsos arrivano sul tavolo di Washington come un freddo contrappunto.

Il sostegno a Trump, dicono i fatti di campo, è più alto di quanto le statistiche ufficiali osino ammettere.

Eric J. Lyman nota come gli americani abbiano imparato a mentire ai sondaggisti e come l’America sia un problema per il mondo ben oltre la follia di Trump.

Eppure, questo non trasforma la strategia iraniana in un successo.

La proroga dell’ultimatum di Trump è un’operazione mediatica. Il Presidente ha minacciato bombardamenti e distruzione totale, ma poi ha dovuto fare marcia indietro perché non aveva le risorse per un’azione militare di successo in un territorio vasto e difeso come l’Iran.

“Le guerre non si vincono in base a quanti carri armati distruggi”, osserva Fabbri, smontando la logica che vede il conflitto come un videogioco. Si vincono entrando negli obiettivi geopolitici. E su questo terreno, l’Iran sta giocando una partita di logoramento che sta costando caro, anche agli USA.

IL PARADOSSO DELLE RISORSE ESAURITE

L’errore di calcolo è stato credere che l’Iran fosse sull’orlo di un crac economico tale da indurlo a una resa incondizionata. Le navi continuano a transitare per lo stretto di Hormuz, pagando dazi a chi ne detiene il controllo effettivo, cioè all’Iran, mentre le compagnie aeree americane come United Airlines rivedono i bilanci a causa dei costi del carburante che l’instabilità ha fatto lievitare.

Fabbri aggiunge che i mercati non si fidano più dei proclami: nonostante le minacce di Trump, il prezzo del greggio non ha subito la scossa attesa, segno che il mondo ha già compreso l’impossibilità di una guerra totale.

Gli attori regionali come la Turchia e l’Arabia Saudita osservano con cautela, cercando di non farsi trascinare nel vortice, mentre i Pasdaran consolidano il loro potere interno, forti della tenuta militare dimostrata.

I SEGNALI DI UNA CRISI NERVOSA

L’amministrazione Trump appare logorata.

La partenza del Segretario del Lavoro Lori Chavez-DeRemer è solo l’ultimo capitolo di una gestione fatta di strappi. L’amministrazione Trump non è una macchina governativa che marcia verso un obiettivo, ma una guidata da una serie di azioni prive di senso, dettate dagli umori del presidente.

La politica interna, con la sua crisi nervosa, influenza direttamente la politica estera. La narrazione della “guerra semplice” contro l’Iran, quel mito di poter rovesciare il regime con un colpo di mano, magari con l’aiuto di una popolazione che, secondo i piani originali, avrebbe dovuto insorgere, si è infranta contro la realtà.

Come sottolinea Fabbri, i cittadini iraniani si distinguono tra i persiani, l’etnia dominante, e le altre minoranze.

Credere che tutti siano pronti a insorgere contro il regime è una semplificazione dettata da una visione occidentale che confonde i desideri con la realtà geopolitica. L’Iran è un impero, non una startup.

CHI VINCERÀ QUESTA PARTITA DI LOGORAMENTO?

Trump sta cercando la risoluzione, o ha solo bisogno di un successo formale da sventolare a novembre per evitare il disastro elettorale?

Il negoziato in Pakistan serve a cristallizzare una situazione che nessuno sa come sbloccare. Gli iraniani aspettano che il tempo giochi a loro favore, logorando la pazienza dell’elettorato americano e degli europei; gli americani scommettono sulla fame per piegare un regime che ha già dimostrato di poter vivere di poco.

Nonostante la retorica bellicista, nessuna delle parti è in grado di sostenere il peso di un conflitto aperto.

Trump, intrappolato tra le promesse di “distruzione totale” e la necessità di una stabilità che non sa garantire, continua a rilanciare, ma il gioco è stato scoperto.

Trump non ha più carte in mano e l’Iran ha tutto il tempo per aspettare che un uomo definito idiota persino dalla sua stessa madre accetti l’evidenza della sconfitta.

IL BLUFF DI WASHINGTON E IL RITORNO DELLA FIONDA DI DAVIDE

di Pasquale Di Matteo

L’appuntamento era fissato per lunedì a Islamabad, ma al terminal degli arrivi internazionali non si è presentato nessuno.

Mentre Donald Trump vendeva all’elettorato americano l’ennesimo “successo diplomatico senza precedenti”, la sedia riservata alla delegazione di Teheran restava vuota, gelida, a ricordare che in Medio Oriente la realtà ha l’abitudine di smentire i post su Truth Social nel giro di poche ore.

L’agenzia ufficiale iraniana IRNA lo ha messo nero su bianco come uno schiaffo: “Nessun colloquio finché continuerà l’assedio ai nostri porti”.

Il fallimento dell’incontro in Pakistan è il sintomo di un corto circuito.

Da una parte, c’è la narrazione della Casa Bianca, che descrive un’Iran in ginocchio e un accordo “migliore di quello di Obama” a portata di mano; dall’altra ci sono i fatti, che raccontano di un blocco navale che fa acqua da tutte le parti e di una potenza, quella statunitense, che comincia a grattare il fondo dei propri magazzini di munizioni.

IL FANTASMA DI J.D. VANCE E IL CAOS DI WASHINGTON

La cronaca delle ultime 72 ore è grottesca.

Trump annuncia che il suo vice, J.D. Vance, è in missione segreta a Islamabad per chiudere la partita, ma una manciata di ore più tardi, il New York Times rivela che la partenza, inizialmente prevista per lunedì, è misteriosamente slittata a data da destinarsi.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Baghaei, ha rincarato la dose, definendo le condizioni americane “inaccettabili”.

In questo teatrino delle ombre, l’unica cosa certa è l’assenza di una linea coerente.

Si diceva che Trump fosse il maestro dell’imprevedibilità, la celebre “teoria del matto” già cara a Richard Nixon, ma c’è una linea sottile che separa l’imprevedibilità strategica dal disordine amministrativo. E, forse, mentale.

Mentre Trump cerca di accreditarsi come il grande costruttore di pace, la sua ala militare e i Pasdaran a Teheran lavorano in direzione ostinata e contraria. I verbali interni rivelano una spaccatura profonda nell’establishment iraniano:

i diplomatici cercano lo spiraglio per allentare le sanzioni, ma i militari hanno capito che l’arma vera non è l’arricchimento dell’uranio, ma la geografia.

IL BLOCCO NAVALE: QUANDO I DATI UMILIANO LA RETORICA

Se ascoltate i briefing del Pentagono, lo Stretto di Hormuz è sigillato, ma se leggete i report di Lloyd’s List Intelligence, la realtà è opposta.

Negli ultimi sette giorni, almeno 26 navi della cosiddetta “flotta fantasma” iraniana hanno eluso sistematicamente il blocco statunitense. Undici petroliere cariche fino all’orlo sono passate sotto il naso della Quinta Flotta senza che un solo colpo venisse sparato.

Washington dichiara il controllo totale, ma i mercati vedono il greggio iraniano continuare a fluire verso i porti cinesi.

Il sequestro della nave cargo iraniana, sbandierato dai media vicini a Trump come l’inizio della fine per Teheran, appare oggi per quello che è: un episodio isolato, un’azione di propaganda necessaria a coprire l’inefficacia di un dispositivo navale che non può permettersi di ingaggiare ogni singolo bersaglio senza scatenare un incendio mondiale.

E qui arriviamo al punto dolente: le munizioni, perché, secondo un’inchiesta del quotidiano tedesco Der Spiegel, gli Stati Uniti starebbero esaurendo le scorte di missili terra-aria e missili da crociera.

Prova ne è che alcune ommesse di missili in consegna al Giappone, sarebbero state rinviate perché i missili scarseggiano, tanto che i giapponesi hanno rissposto chiedendo il rispetto dei tempi previsti.

Tra il sostegno massiccio all’Ucraina e la necessità di presidiare il Pacifico in chiave anti-Cinese, la “superpotenza” dei film di Hollywood si scopre vulnerabile. e molto meno potente, qui, nel mondo reale.

Non si può mantenere un assedio permanente se le fabbriche non riescono a stare dietro al consumo di missili intercettori. L’Iran lo sa. Per questo aspetta.

HORMUZ COME FIONDA DI DAVIDE: L’ITALIA NEL MIRINO

Paolo Magri, dell’ISPI, ha usato una metafora che toglie il sonno ai ministri dell’economia europei: Hormuz è la fionda di Davide contro il Golia americano.

Lo stretto è largo appena 33 chilometri nel suo punto più critico. Non serve un’arma nucleare per mettere in ginocchio l’Occidente; bastano pochi droni da poche migliaia di dollari per bloccare il 20% del commercio mondiale di idrocarburi.

E chi paga il conto più salato? Non certo gli Stati Uniti, che sono diventati esportatori netti di energia. Né la Russia, che sta facendo soldi a palate.

Il conto arriva a Roma e a Berlino. I numeri sono un pugno nello stomaco per la nostra sicurezza nazionale: il 12% del gas totale utilizzato in Italia passa per quel collo di bottiglia. Il 6% del nostro petrolio dipende dal beneplacito di chi controlla quelle acque.

Peggio ancora, il 20% del carburante per aerei che alimenta i nostri aeroporti arriva dal Golfo.

Venerdì scorso, a Parigi, Giorgia Meloni ha incontrato Emmanuel Macron e Keir Starmer. Hanno parlato di “missione dei volenterosi”, hanno ipotizzato l’invio dei cacciamine italiani della classe Lerici e Gaeta, eccellenze mondiali nella bonifica dei fondali.

Ma la condizione posta da Palazzo Chigi è chiara: “Interverremo solo dopo un reale cessate il fuoco”. Tradotto dal linguaggio diplomatico: non abbiamo nessuna intenzione di finire in mezzo a una guerra tra Trump e gli ayatollah per difendere gli interessi di Washington mentre noi paghiamo il gas a peso d’oro.

LA STRATEGIA DEL CAOS O IL CAOS DELLA STRATEGIA?

Vittorio Emanuele Parsi analizza il comportamento di Trump come un’applicazione della “Madman Theory”, quella per cui fai credere al tuo nemico di essere abbastanza pazzo da premere il bottone rosso, e lui arretrerà.

Il problema sorge quando il nemico sospetta che la tua “pazzia” sia solo una distrazione.

Le accuse che piovono su Trump in queste settimane non riguardano solo la geopolitica; c’è l’ombra del dossier Epstein, ci sono le elezioni di midterm a novembre, c’è il prezzo della benzina alle pompe americane che sta erodendo il suo consenso interno.

Il Brent è tornato sopra i 95 dollari al barile, in aumento del 5,8% in una sola mattinata.

Ogni dollaro in più alla pompa è un voto in meno per i repubblicani.

L’Iran, con una pazienza millenaria, gioca sulla vulnerabilità politica del Presidente. Teheran sa che Trump ha bisogno di un accordo, anche di facciata, per poter dire agli americani: “Ho portato la pace e abbassato i prezzi”.

Gli iraniani, al contrario, non hanno fretta. Hanno scoperto che possono tenere in ostaggio l’economia globale restando fermi sulla riva dello stretto.

L’OMBRA LUNGA DI NETANYAHU E IL SILENZIO DI PECHINO

C’è un terzo attore che osserva con soddisfazione il naufragio dei negoziati: Benjamin Netanyahu.

Trump ha cercato di difendersi su Truth, dichiarando che la politica verso l’Iran è una sua scelta autonoma e non è dettata da Israele, ma si tratta di una precisazione che, per chiunque conosca le dinamiche di potere a Washington, suona come una conferma del contrario.

Se un leader sente il bisogno di urlare la propria autonomia, è perché quest’ultima è già stata compromessa.

Mentre l’Occidente si avvita in discussioni su droni e cacciamine, la Cina osserva in silenzio.

Pechino ha fatto passare attraverso lo stretto acquisti per 110 miliardi di dollari, in media, negli ultimi due anni.

Perciò, se Hormuz si chiude davvero, la Cina è la prima a soffrire, ma è anche l’unica che può alzare il telefono e parlare con Teheran senza passare per intermediari pachistani.

Inoltre, si è messa al riparo quanto a petrolio, acquistandolo da Mosca.

Il rischio reale è che, mentre gli USA cercano di bonificare lo stretto con la retorica, i veri guardiani del traffico marittimo diventino altri.

IL BRENT NON MENTE MAI

L’immagine finale di questa crisi non è quella dei caccia F-18 che decollano dalle portaerei, ma quella di un monitor finanziario a Piazza Affari, che indica petrolio a +6%, gas a +4%, borsa in calo dell’1,25%.

Questi numeri non hanno bisogno di interpretazioni, non seguono la “teoria del matto” e non si curano dei post sui social media.

Siamo di fronte a una gestione caotica che ha scambiato la propaganda per strategia. Washington ha minacciato di distruggere ogni ponte e ogni centrale elettrica in Iran, ma non riesce a impedire a una nave cisterna di passare in un braccio di mare largo quanto la distanza tra Reggio Calabria e Messina.

Allora, chi sta davvero assediando chi?

Gli Stati Uniti gridano alla vittoria da un tavolo negoziale deserto, mentre l’Iran, senza nemmeno presentarsi, ha già ottenuto quello che voleva: il rialzo dei prezzi, la divisione degli alleati europei e la dimostrazione che il controllo dei mari, oggi, non si esercita più solo con la stazza delle navi, ma con la capacità di rendere insostenibile il costo della navigazione altrui.

Il documento dell’intelligence di Lloyd’s è ancora lì, sul tavolo di qualche analista che non ha il coraggio di smentire il proprio Presidente. Dice che le navi iraniane passano. Dice che il blocco è un fantasma.

Dice che, alla fine, il vero “matto” potrebbe non essere quello che siede nello Studio Ovale.

L’immagine che resta è quella di una petroliera che attraversa l’alba nel Golfo dell’Oman. Sul ponte non sventola la bandiera a stelle e strisce, e all’orizzonte non ci sono navi della Marina statunitense a fermarla.

C’è solo il silenzio di un mare che ha smesso di rispondere ai comandi di Washington.

IL FALLIMENTO DI TRUMP E L’ASCESA DEL MEDIATORE DI PECHINO. QUANDO LA GEOPOLITICA SI FA CON GLI INGANNI

di Pasquale Di Matteo

Il 20 aprile 2026, la portaerei USS Ford ha ripreso la navigazione verso il Mar Rosso, dopo un tour del mondo che l’ha vista sostare in Norvegia, partecipare a operazioni in Venezuela e bombardare l’Iran dalle acque di Israele, prima di bloccarsi “per guasti tecnici” in Croazia.

Undici mesi di mare, una dimostrazione di forza che, conti alla mano, ha prodotto l’effetto opposto a quello sperato dalla Casa Bianca, perché l’Iran è più armato di prima, il suo regime è più forte di prima, lo Stretto di Hormuz è un cimitero di mercantili immobili, l’economia occidentale è in crisi nera e la Cina, silente ma attiva, è diventata il nuovo perno del sistema.

Donald Trump, nel suo ufficio ovale, deve aver immaginato una partita diversa quando ha ordinato il blocco navale e le sanzioni feroci.

Voleva usare il petrolio come cappio, stringerlo fino a vedere Teheran chiedere pietà.

Invece, la mossa ha innescato una reazione a catena che ha umiliato il Pentagono e ridisegnato le gerarchie del Golfo.

Il ministro degli esteri iraniano ha fatto sapere a chi di dovere che non ci sarà alcun secondo round di trattative e nessuna delegazione partirà per Islamabad finché i cacciatorpediniere americani non alzeranno il blocco.

Nel frattempo, i droni a disposizione degli ayatollah, secondo quanto riportato dalle analisi più accreditate del New York Times, sono aumentati del 40%, mentre i lanciamissili sono cresciuti del 60% rispetto all’inizio del conflitto.

Come non bastasse, il blocco navale americano è stato aggirato, ignorato, e infine smentito dai fatti.

LE PORTE CHIUSE DELLO STRETTO DI HORMUZ

Chi vuole capire cosa accade nel Golfo non deve guardare le dichiarazioni dei portavoce e delle propagande, ma la mappa del traffico marittimo.

La Marina iraniana ha diramato l’ordine: nessun passaggio. Le navi cisterna che trasportano greggio verso l’Occidente si sono fermate, bloccate in un limbo di incertezza. Il risultato è una crisi energetica che l’Europa sta già iniziando a pagare, – e che sarà drammatica da giugno – mentre le autorità americane continuano a ripetere che il blocco è inefficace.

La minaccia di chiudere lo stretto non è un bluff, ma una leva che Teheran aziona ogni volta che Washington preme troppo sul pedale. Il punto è che il blocco, tecnicamente, funziona. Le navi che tentano il passaggio virano e tornano indietro, esauste.

Soltanto una manciata di imbarcazioni, probabilmente quelle che pagano il “pedaggio” sottobanco o godono di protezioni particolari, riescono a scivolare via. Non si tratta di una questione militare, ma di costi e di assicurazioni. Nessun armatore manda una petroliera in un corridoio dove il rischio di essere abbordati o bombardati è superiore al valore del carico.

LA BEFFA DI MOSCA E L’OMBRA DI PECHINO

La vera sconfitta americana non è nel Golfo, ma nel gioco delle compensazioni.

Il 20 aprile, Lavrov ha garantito a Pechino che la Russia è pronta a coprire ogni singola goccia di petrolio che la Cina non riesce a ottenere dal Golfo a causa del blocco, così, un colpo solo, la Russia si è assicurata il mercato asiatico e la Cina si è liberata dalla pressione che Washington pensava di esercitare attraverso le forniture energetiche.

La Cina ha risposto con una mossa da manuale: un piano di pace.

Non è un progetto concreto, non contiene meccanismi di verifica, non prevede zone cuscinetto, non offre garanzie di sicurezza; è solo un documento di intenti, eppure, il segnale politico è un pugno nello stomaco alla Casa Bianca, perché Pechino ha presentato il suo progetto ad Abu Dhabi, parlando con gli emiri, lasciando fuori gli americani.

Questo atto, che sembra puramente simbolico, dice che il mondo è cambiato.

Mentre Trump urla su Truth, rivendicando successi inesistenti e credendo di essere il nuovo Messia, la Cina siede al tavolo delle trattative, si propone come garante dell’ordine e, cosa più importante, non ha bisogno di inviare una sola portaerei per essere ascoltata, mentre gli americani sono costretti a spendere circa due miliardi di dollari al giorno per restare in gara.

LA FINE DEL MITO DELLA SICUREZZA

Ma perché Trump ha causato un disastro di proporzioni bibliche?

Il trattato internazionale per il controllo sul nucleare militare iraniano, siglato dall’amministrazione Obama, funzionava. Era un meccanismo di monitoraggio capillare, costante, capace di individuare anche una minima deviazione nel programma di arricchimento dell’uranio.

Trump ha stracciato quel patto, convinto che la forza bruta fosse un sostituto migliore della diplomazia.

Oggi, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica continua a ribadire: non c’è prova alcuna che l’Iran stia costruendo una bomba, eppure, il regime ha utilizzato la minaccia nucleare come schermo per far avanzare le infrastrutture militari convenzionali.

Israele, con il Primo Ministro Netanyahu, ha cavalcato questa narrativa. La guerra in Libano non è stata una parentesi isolata, ma il primo atto di una strategia per allargare i confini, invadere, colpire, occupare.

Ma la storia, in Medio Oriente, non finisce mai con l’occupazione militare. Il Libano è lì, a testimoniare che entrare è facile, ma uscire è un’utopia, specialmente quando chi è dall’altra parte ha deciso di morire piuttosto che negoziare.

L’ALLEANZA DEI CRIMINALI

Le azioni di Trump e Netanyahu sono una miscela esplosiva di irresponsabilità politica e, per salvarsi la faccia, sono disposti a bruciare il mondo.

La politica interna americana, con Trump che cerca disperatamente una vittoria da sbandierare prima della scadenza elettorale, si scontra con una realtà che non risponde ai suoi ordini manco di striscio.

Il sistema di lancio missilistico iraniano è pronto.

Il 60% del loro arsenale è in una posizione che consentirebbe di colpire duramente qualsiasi assetto militare nella regione.

E non c’è traccia di dissenso interno che possa frenare le decisioni del comando supremo di Teheran.

Mentre i canali televisivi occidentali trasmettono le immagini delle portaerei che solcano i mari, nel bunker di Teheran si conta il tempo, come i bambini occidentali aspettano i regali a dicembre.

CHI HA VINTO DAVVERO?

Il 22 aprile, la data del prossimo, fantomatico, ultimatum americano, si avvicina.

C’è chi giura che la guerra si fermerà. Altri dicono che l’escalation è l’unico modo che resta per giustificare le spese militari folli degli ultimi mesi.

Se Hormuz non torna libero, l’economia globale entrerà in recessione, ma la Cina – che era la vera destinataria di questa crisi – non soffrirebbe, in virtù degli accordi energetici con Mosca. Proprio la Russia, trarrebbe ancora ulteriore vantaggio.

L’amministrazione americana si è infilata in un vicolo cieco. Ha provato a scommettere sul collasso dell’Iran, ma ha dimenticato che Teheran ha radici millenarie e una capacità di resistenza che non si misura in dollari o in numero di aerei da combattimento. E nemmeno con le portaerei, che ormai sono bersagli lenti e privi di difese contro le nuove armi, più leggere, veloci, imprendibili e a basso costo.

Ogni volta che la Casa Bianca prova a fare il muso duro, l’Iran risponde con un nuovo test, una nuova manovra, un nuovo blocco.

Trump ha parlato di “pace in Medio Oriente” come se fosse un prodotto che può ordinare su Amazon.

Invece, ha consegnato il Medi Oriente nelle mani di chi sa aspettare, di chi sa contare le debolezze altrui e di chi, come la Cina, non ha bisogno di sparare un solo colpo per comandare.

Netanyahu, dal canto suo, continua a forzare la mano, convinto che la guerra sia l’unico modo per tenere in piedi una coalizione politica in bilico, e per non finire nel tritacarne della giustizia, in patria e alla Corte Penale Internazionale.

Alla fine di tutto, resta un’immagine che non appare nei notiziari: una petroliera in attesa a poche miglia dal blocco di Hormuz, con i motori accesi, ferma in un mare che non appartiene più a nessuno, e certamente non a chi crede di poter dettare legge da Washington.

Il blocco non si è sciolto, le navi non passano e l’accordo è un miraggio che si allontana a ogni colpo di cannone.

Chi è il vero sconfitto di questa partita, se non chi ha innescato una guerra senza mai avere la minima idea di come chiuderla?

IL GIOCO DEI SEGNALI TRA TEHERAN E WASHINGTONE IL RITORNO DEL PETROLIO FANTASMA

di Pasquale Di Matteo

Il 18 aprile 2026, una nave portacontainer incrocia lo Stretto di Hormuz. Un proiettile di ignota provenienza ne squarcia la fiancata, danneggiando i carichi stivati. Poche ore dopo, due motovedette iraniane aprono il fuoco su una petroliera.

Non è un’esercitazione, ma un segnale.

L’Iran ha deciso di riprendersi il controllo del corridoio energetico più critico del pianeta dosando la forza, misurata al millimetro.

Parafrasando le parole di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano, il vantaggio sul campo è a favore dell’Iran e Ghalibaf non parla a caso, ma per definire il perimetro del nuovo ordine che Teheran intende imporre e, se Donald Trump, dalla Casa Bianca, tuona promettendo la distruzione di ogni singola centrale elettrica e di ogni ponte in Iran, la realtà che emerge dai registri marittimi racconta una storia diametralmente opposta.

LA NARRAZIONE CHE VEICOLA UNA REALTÀ PARALLELA

La narrazione ufficiale americana si sgretola appena si incrociano i dati.

Da Washington arrivano minacce incendiarie; da Islamabad, dove è attesa una delegazione statunitense per tentare di riaprire un canale negoziale con Teheran, arrivano strette di mano e sorrisi forzati.

Le “zone rosse” che la polizia pakistana sta tracciando in queste ore segnano il fallimento di una strategia di contenimento che ha visto gli Stati Uniti perdere terreno giorno dopo giorno.

C’è un divario incolmabile tra le parole di Trump sul suo social, Truth, e ciò che accade in mare aperto. Il leader statunitense cita una nave britannica e una cisterna francese come bersagli dell’aggressione iraniana, ma le rotte dei cargo segnalate dai radar di Marine Traffic indicano chiaramente che a essere colpite sono state, in gran parte, navi indiane.

Nuova Delhi ha convocato l’ambasciatore iraniano, esprimendo una preoccupazione che somiglia terribilmente a una richiesta di protezione. L’India, che ha basato la sua sicurezza energetica sulla stabilità del Golfo, si trova oggi a dover negoziare la propria sopravvivenza economica con chi, di fatto, ha messo le mani sul rubinetto.

IL COSTO DELLA STAGFLAZIONE E IL SILENZIO DI BRUXELLES

Ormai, la geopolitica del terrore tiene banco e l’economia mondiale inizia a subire il conto.

Se lo Stretto di Hormuz rimanesse chiuso oltre la fine dell’estate, le ricadute non sarebbero più un’ipotesi, ma una certezza. La stagflazione, quel mostro che unisce stagnazione economica e inflazione galoppante, non sarebbe più una teoria da manuale, ma il pane quotidiano di un’Europa che si è incautamente disarmata energeticamente e che si sta indebitando per inseguire ideologie incoerenti e un riarmo che puzza di guerra imminente contro la Russia.

I numeri del Fondo Monetario Internazionale, che ha già rivisto al ribasso le stime di crescita globale, sono il presagio di una crisi che, per l’Italia, assume i contorni della tragedia.

Roma importa il 13% del suo greggio dal Medio Oriente, principalmente da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, un approvvigionamento che, nell’attuale clima, diventa un terno al lotto.

Il petrolio fisico, quello che serve per far girare le raffinerie e mantenere operativa l’industria, ha raggiunto prezzi che il mercato dei futures, quello di carta, continua a ignorare deliberatamente.

La discrepanza tra il valore dei contratti a termine sul Brent e quello della materia prima che viene realmente consegnata è arrivata a superare i 40 dollari al barile.

È il prezzo della paura, il costo che paghiamo per una dipendenza energetica che abbiamo continuato a chiamare “transizione” mentre i fornitori venivano sostituiti da altri, senza mai diversificare davvero le fonti.

IL MISTERO DELLE RAFFINERIE E IL VANTAGGIO RUSSO

La partita, però, si gioca anche su un tavolo diverso. Se i dati mostrano una riduzione dell’offerta petrolifera globale a marzo, attestata a 7,5 milioni di barili al giorno, c’è un attore che sorride nell’ombra: la Federazione Russa.

Mosca continua a incassare milioni ogni singolo giorno e, mentre l’Europa si interroga sul futuro dei propri stoccaggi in vista del prossimo inverno, la Russia ha visto aumentare le proprie entrate dall’export petrolifero del 94% rispetto ai periodi precedenti.

D’altronde, al di là delle inutili sanzioni della più inutile, incompetente e dannosa commissione europea della storia, il mercato non è buono né cattivo, ma solo spietato.

Chi aveva garantito che le sanzioni avrebbero messo in ginocchio il Cremlino, oggi si ritrova a gestire una crisi di approvvigionamento che ha reso il petrolio russo – o quel che ne resta sul mercato, visto che tante altre nazioni sono diventate clienti di Mosca al posto nostro – prezioso come l’oro.

C’è chi parla di manipolazione del mercato, chi evoca la speculazione finanziaria per giustificare la differenza di prezzo tra petrolio di carta e petrolio fisico, ma la verità è che il sistema è andato in corto circuito.

Gli analisti, terrorizzati dall’idea di dover ammettere l’impotenza delle istituzioni internazionali di fronte agli imperi che contano e ai pasticci di chi li governa, preferiscono nascondersi dietro formule fumose, eludendo la domanda principale: perché il mercato dei futures, che dovrebbe essere il barometro della realtà, si comporta come se tutto procedesse secondo copione?

L’INTERROGATIVO IRRISOLTO

Torniamo all’inizio.

Ghalibaf sostiene che l’Iran non abbia mai cercato di imporre pressioni sul mercato, ma che sta solo esercitando un diritto di sovranità su uno specchio d’acqua che, per l’appunto, è sotto il suo controllo.

“Dobbiamo costruire fiducia”, dice l’uomo che, poche ore prima, ha minacciato di “trasformare in Venezuela” chiunque provi a sottrarre risorse all’Iran. È la stessa logica usata da Teheran negli anni passati: tenere le carte coperte, alimentare il caos, aspettare che l’avversario batta in ritirata.

Gli Stati Uniti si preparano a un nuovo round di negoziati, ma la sensazione è che il tavolo sia stato già ribaltato. La chiusura dello Stretto, seppur intermittente, non serve a Teheran per bloccare il commercio mondiale – sarebbe un suicidio economico – ma per dimostrare che può farlo.

In mare, c’è una fila di petroliere che aspetta il via libera di chi ha deciso di mettere una pistola sul tavolo.

A pagare il conto di questo disastro non sono i russi, che macinano profitti, né gli iraniani, che si sentono forti come mai prima d’ora.

Lo stiamo pagando noi, nel momento in cui, al distributore, guardiamo il prezzo del carburante salire e ci chiediamo se quella cisterna, che doveva arrivare a giugno, riuscirà mai a passare per Hormuz.

O se, alla fine, ci troveremo a dover scegliere tra il buio e il freddo di un inverno senza gas o il chiedere scusa a Putin per l’idiozia e la mancanza di visione dei nostri leader.

L’IRAN TIENE GLI USA PER LE PALLE, SOLO CHE TRUMP NON HA L’INTELLIGENZA PER CAPIRE CHE HA PERSO

di Pasquale Di Matteo

Il 17 aprile 2026, il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi affermava: “In linea con il cessate il fuoco in Libano, il passaggio per tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente aperto”.

Tuttavia, ventiquattr’ore dopo, le navi mercantili che hanno tentato il transito nello stretto sono state bloccate dal fuoco delle Guardie rivoluzionarie, in risposta alla spavalderia dell’inquilino della Casa Bianca, che ha inviato a Teheran un pacchetto di richieste irricevibili dall’Iran.

E l’Iran, che ha vincolato la riapertura dello stretto alla tregua in Libano e a un accordo di massima con gli USA prima di ulteriori colloqui, ha visto giudicato gli USA inadempienti all’accordo.

Donald Trump, nel suo stile, ha incassato e rilanciato: “L’Iran ha appena annunciato che lo Stretto d’Iran è completamente aperto e pronto per il transito. Grazie!”, ha scritto, ignorando beatamente la realtà dei fatti.

Poi, un’aggiunta tardiva, quasi un tentativo disperato di non perdere la faccia davanti all’elettorato: “Ma il blocco navale rimarrà pienamente in vigore nei confronti dell’Iran, solo fino a quando le nostre contrattazioni con l’Iran non saranno completamente concluse”.

Un annuncio che, tradotto dal trumpese, significa che il blocco navale è un’arma spuntata e l’Iran ha capito perfettamente il bluff.

La strategia della “massima pressione” trumpiana, quella che doveva piegare il regime di Teheran senza sparare un colpo, si è trasformata in un fallimento su tutta la linea che ha portato al disastro economico in Occidente.

Trump sta inseguendo le condizioni poste dall’Iran, senza farlo vedere agli occidentali e cercando di ottenere – con le bombe e le sanzioni – ciò che Obama aveva già ottenuto con la diplomazia un decennio fa.

È il trionfo dell’idiozia tattica: Trump ha riaperto una ferita che si stava rimarginando e ora, per curarla, sta usando le stesse nefandezze che l’hanno provocata.

Il punto non è solo lo Stretto di Hormuz, ma l’intero Medio Oriente.

Nel sud del Libano, la tregua tra Israele e Hezbollah è una farsa totale.

Il sergente maggiore Florian Montorio, del 17° reggimento del genio paracadutista di Montauban, è caduto durante un’operazione di sminamento.

Emmanuel Macron ha indicato chiaramente Hezbollah con una fermezza che, tuttavia, non si è mai vista dopo gli attacchi deliberati delle ultime settimane ai soldati occidentali in zona compiuti da altri.

Giustamente, il partito sciita ha espresso “sorpresa” per le accuse, ricordando il silenzio imbarazzato della comunità internazionale quando le forze dell’UNIFIL vengono colpite da chiunque altro, Israele compreso.

La Francia, alleato storico dell’impero a stelle e strisce, si ritrova a contare i propri morti in un territorio dove gli Stati Uniti pretendevano di comandare in solitaria.

Hezbollah, che nega ogni coinvolgimento, non è più un attore marginale che deve giustificarsi, ma una potenza regionale che detta i tempi del cessate il fuoco. Intanto, l’esercito americano, secondo indiscrezioni del Wall Street Journal, si prepara ad abbordare navi legate all’Iran, in quella che è la ricetta perfetta per un disastro: inviare navi da guerra in un mare già saturo di mine ed esplosivi, in nome di un accordo che, nei fatti, non esiste.

Ecco perché i vertici dell’esercito americano erano contrari alla linea idiota dell’attuale amministrazione. Ed ecco perché il presidente più disastroso della storia li ha rimossi tutti.

Trump minaccia la “polvere nucleare” dei suoi bombardieri B2, ma poi, nella stessa ora, si compiace del fatto che il presidente cinese Xi Jinping sia “molto contento” dell’apertura di Hormuz, che però non è avvenuta realmente.

Xi osserva, aspetta, e si prepara a raccogliere i cocci di un Occidente rotto da un presidente americano non all’altezza, che ha confuso la geopolitica con un reality show.

Per giustificare il fallimento della sua politica estera, Trump ha bisogno di un nemico da colpire e di un alleato da gratificare.

Ma in Iran, il nemico non è più quello che può essere spaventato dalle sanzioni, perché Teheran ha dimostrato di essere pronta a chiudere i rubinetti energetici del mondo intero, mettendo in ginocchio le economie dell’Asia, dell’Europa e dell’America.

Nel frattempo, l’alleato “ribelle” di turno, la Spagna, additata da Trump come un disastro finanziario – rappresenta la fine di una certa visione paternalistica della NATO.

Trump ha puntato tutto sulla carta del “bastone” e ha convinto i suoi alleati che la carota fosse un segno di debolezza. Proprio nel perfetto stile da eroe del Bar Sport.

Come era ovvio a chiunque avesse almeno due neuroni in più di un eroe da bar, l’Iran non ha ceduto e non cede di un millimetro, i mercati del petrolio oscillano come una barca nella tempesta, e la missione UNIFIL in Libano è diventata un contingente di pace che non trova la pace nemmeno per sé.

E mentre la propaganda del fallimento americano veicola “ottimi colloqui” e “scambi di vedute”, la natura della trattativa dimostra la vittoria iraniana.

Khamenei ha offerto di interrompere l’arricchimento dell’uranio per cinque anni e Trump ha risposto chiedendo venti.

È il tipico errore di chi pensa che la diplomazia sia un’estensione della vendita immobiliare, ma nel Medio Oriente, se chiedi venti e te ne offrono cinque, non stai negoziando, ma solo garantendo che il nemico cercherà un modo per ottenere il cento per cento da solo.

Stai perdendo e ti stanno pure umiliando, ma è probabile che tu non abbia neppure gli strumenti cognitivi per rendertene conto.

E mentre Trump viene umiliato, mentre il petrolio scende perché la speculazione ha paura di una recessione globale, gli attori mediorientali stanno ridisegnando la mappa della regione.

L’Iran, che non è stato piegato dai bombardamenti che hanno dissanguato i magazzini di armi americani, ha capito che il costo disastroso di questa guerra è pagato dai cittadini europei attraverso l’inflazione e il razionamento dell’energia.

Teheran ha trasformato la sua vulnerabilità economica in una clava geopolitica.

Trump continua a twittare, dimostrando al mondo che è l’unica cosa in cui è davvero esperto, convinto che la realtà sia quella che appare sul suo social network personale, mentre la Cina si propone come il vero mediatore di un ordine mondiale che non ha più bisogno di Washington per scrivere le clausole dei contratti.

E, visto il disastro compiuto dall’Amministrazione Trump, di certo il mondo non ha bisogno di questa Washington.

Ma la sconfitta peggiore per l’America è che l’idiozia di Trump ha spodestato gli USA dal potere globale. Prima del 28 febbraio 2026, l’America spaventava il mondo. Oggi, che ha perso contro l’Iran, o che certamente è lontanissimo dal poter dire di aver vinto, chi ha ancora in mano la bussola in un mondo che non rispetta più gli ordini degli Stati Uniti?

L’immagine è quella di un’amministrazione che ha perso la capacità di distinguere tra un bluff e una mano vincente.

Le navi sono ancora bloccate nello stretto perché è l’Iran che comanda la partita e che può dettare le regole, senza se e senza ma.

Il soldato francese è sepolto in Libano e i capi di stato, da Washington a Pechino, continuano a fare calcoli su quanti anni manchino alla prossima escalation, come se il tempo fosse una risorsa infinita che può essere gestita a colpi di comunicati stampa.

Qual è il punto di caduta?

Se l’accordo salta, se le infrastrutture energetiche in Iran vengono davvero distrutte e l’Iran farà altrettanto con quelle dei paesi limitrofi, chi pagherà il conto?

Non sarà Trump, che è già destinato a essere ridicolizzati a novembre, e non saranno gli ayatollah nei loro bunker, che già oggi sono molto più potenti di due mesi fa.

Il conto arriverà a Parigi, a Roma, a Berlino.

Lo pagheremo noi europei, tornando indietro di sessant’anni.

La guerra asimmetrica non si vince con gli F-35 o con i tweet notturni, ma con le competenze geopolitiche, con la capacità di capire che, quando si tocca il sistema energetico mondiale, non ci sono vincitori. Anche se dovessi vincere una guerra.

Ci sono solo sconfitti che hanno pagato a caro prezzo l’arroganza e l’idiozia di chi pensava di poter scrivere la storia senza aver studiato le mappe.

L’Iran ha “riconsegnato” la palla in campo americano, dopo averla tenuta stretta per giorni.

Trump la rispedisce al mittente, ma intanto, l’Iran comanda e le navi sono ferme.

È questa l’immagine della nostra geopolitica contemporanea: un convoglio di navi nel buio, dove qualcuno passa per grazia ricevuta e altri vengono affondati perché qualcuno ha deciso che Teheran andava bombardata.

Allora, resta l’ultima questione.

L’Iran è davvero così fermo, o sta testando la tenuta del blocco americano?

Perché se l’Iran ha davvero intenzione di proseguire con l’arricchimento dell’uranio a dispetto di tutto, la scelta di Trump diventerà obbligata: o il ritiro totale, o l’escalation finale, con la bomba atomica.

E, in quel caso, non inizierebbe solo la Terza Guerra mondiale, ma anche l’Ultima.

Siamo pronti a vedere l’umanità annientarsi o è più facile far finta che, in fondo, tutto stia andando per il meglio, come dice l’eroe del Bar Sport finito alla Casa Bianca, mentre la polvere del deserto si deposita sulle carcasse delle navi colpite?

La risposta non arriverà da un tweet di qualche idiota, né da una conferenza stampa a Beirut. Arriverà quando, al prossimo aumento della bolletta, ci chiederemo perché nessuno, in questi anni, ha avuto il coraggio di capire che l’America non era nostra alleata, ma il nostro tiranno, e che le sue “carte” sono solo pezzi di carta straccia che bruciano, mentre il mondo intero sta a guardare.

IL PREZZO DELLA TREGUA E IL BLUFF DI TRUMP. CHI COMANDA DAVVERO A HORMUZ?

di Pasquale Di Matteo

Ora il regime iraniano è tornato credibile. Parola di Trump.

Perché il bollettino di guerra è diventato un esercizio di stile, una partita a scacchi giocata su Twitter che ignora, deliberatamente, il peso reale delle navi che solcano i mari.

Teheran annuncia la riapertura dello Stretto di Hormuz dopo che, finalmente, si è raggiunto un cessate il fuoco tra Israele e Libano. E lo annuncia per tutta la durata del cessate il fuoco, un accordo di dieci giorni siglato sotto la regia di Donald Trump.

Quando ieri, in Italia, era già sera inoltrata, Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, ha detto: “Lo stretto è aperto a tutte le navi commerciali fino alla fine del cessate il fuoco”.

Trump, dal suo profilo Truth, ha esultato con l’entusiasmo di un venditore che ha appena piazzato il colpo della vita: “Grazie, l’Iran ha accettato di non chiudere mai più lo Stretto di Hormuz. Non verrà più utilizzato come arma contro il mondo”.

Peccato che non sia affatto ciò che ha dichiarato l’Iran, ma per la propaganda americana e fare campagna elettorale, le balle funzionano.

Inoltre, c’è un dettaglio che i comunicati ufficiali dell’amministrazione Usa tentano di archiviare in fretta: il blocco navale. Trump ha aggiunto un inciso, quasi fosse una nota a piè di pagina: “Il blocco navale da e per i porti iraniani resta in vigore fino all’accordo con Teheran”.

E qui la narrazione si spacca: da un lato il Presidente annuncia la vittoria definitiva, dall’altro Teheran risponde con una smentita secca, che puzza di ultimatum: “Se il blocco marittimo dovesse continuare, sarà considerato una violazione del cessate il fuoco e il transito attraverso lo Stretto di Hormuz verrà interrotto di nuovo”.

Dunque, la pace che Trump annuncia su Truth è una pace che l’Iran subordina alla rimozione di quel blocco che, a sua volta, la Casa Bianca dichiara irremovibile, e al rispetto del cessate il fuoco in Libano.

Chi comanda, dunque, nello stretto di Hormuz e chi ci prende per i fondelli?

IL GIOCO DELLE PARTI E L’URANIO FANTASMA

La diplomazia si sposta a Islamabad, la nuova terra promessa per i negoziati, scelta personalmente da un Trump che non nasconde il suo disprezzo per i paesi che, a suo dire, “non hanno aiutato”.

Gli inviati del Tycoon, Steve Witkoff e Jared Kushner, sono pronti. L’obiettivo, dichiarato da Trump ad Axios, è raggiungere un accordo definitivo “entro un paio di giorni”.

Tra le promesse di questo accordo spicca la consegna dell’uranio arricchito iraniano agli Stati Uniti.

“Recupereremo l’uranio, lo porteremo in Usa”, giura il Presidente con il più alto tasso di ripensamenti, dalla sera alla mattina, del mondo.

Peccato che, a Teheran, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, abbia già liquidato l’ipotesi come “inaccettabile”.

Siamo di fronte a una narrazione parallela.

Trump parla a quel che resta del suo elettorato, sperando di salvare il salvabile in vista delle elezioni di medio termine, costruendo l’immagine di un uomo che ha risolto dieci guerre mondiali, tra cui questa, definita, appunto, come “la decima”.

Con buona pace delle centinaia di innocenti ammazzati dal fuoco americano e israeliano a Teheran e del Diritto internazionale fatto a pezzi.

Ma nel mondo reale, quello dei tavoli delle trattative, le posizioni sono bloccate.

La premier italiana, Giorgia Meloni, finisce nuovamente nel mirino di Trump: “L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per lei”, ringhia il leader americano, tirando in ballo un vecchio articolo del “Guardian” sul diniego di Roma all’uso delle basi in Sicilia per il trasporto di armi.

Non c’è riconoscenza nei giochi di potere, solo un cinico calcolo di convenienze.

Ma tranquilli, purtroppo, ahinoi, anche queste dichiarazioni di Trump sono balle che presto saranno smentite, perché l’Italia ha la sfortuna di essere troppo importante per ciò che resta dell’impero americano.

PARIGI E IL VERTICE DELLE OMBRE

Mentre Trump twitta la solita propaganda, a Parigi si è consumato un vertice che rivela le crepe profonde nell’alleanza occidentale.

Macron e Starmer hanno convocato la coalizione dei volenterosi – quella che non ha risolto neppure il raffreddore a Kiev – per discutere di Hormuz.

Il premier britannico ha confermato che saranno Londra e Parigi a guidare la missione internazionale di monitoraggio.

La Meloni, dal canto suo, ha offerto la disponibilità di unità navali, ma con la consueta clausola cautelativa: “Sulla base di un’autorizzazione parlamentare e in linea con le regole costituzionali”.

Tradotto: io continuerò a essere zerbino di USA e UE, ci mancherebbe. Ma la nostra Costituzione mi frena un pochetto.

Il vertice si è trasformato in una masterclass di equilibrio.

La Francia si oppone apertamente all’idea che la struttura di comando della missione sia sotto l’egida statunitense. Parigi vuole mantenere l’indipendenza tattica, temendo che la leadership americana possa trascinare l’Europa in una guerra che non appartiene, per natura e interesse, al Vecchio Continente.

Anche se le politiche russofobe degli ultimi anni direbbero altro.

Eppure, Berlino, attraverso il cancelliere Friedrich Merz, spinge per una maggiore integrazione: “La Germania potrebbe fornire capacità di sminamento e intelligence marittima”. Le divergenze sono tecniche, ma pesano quanto una dichiarazione di guerra.

Anche se non si capisce per sminare cosa, visto che Hormuz è sempre stato aperto alle navi cinesi e a tutte quelle che pagavano pedaggi all’Iran e, come si evince, da ieri sera è aperto a tutte.

IL RITORNO DELLE TURBOLENZE

Il cessate il fuoco, scattato ufficialmente alle 23 del 16 aprile, è nato sotto una cattiva stella.

Il Papa, da Yaoundé, in Camerun, non ha citato Trump per nome, ma il riferimento è inequivocabile: la pace non si ottiene con le minacce, serve una “mente lucida” e una “coscienza integra”.

Una stoccata che a Washington non è passata inosservata. Leone XIV sa bene che la tregua di dieci giorni non significa nulla se non c’è la volontà di scendere a patti sul blocco dei porti.

Dunque, tutto resta in piedi finché reggerà il cessate il fuoco tra Israele e Libano.

E perché Hamas non è presente al tavolo delle trattative, visto che è il braccio armato che, finora, ha dettato i tempi del conflitto, contro l’invasione israeliana?

Gli israeliani sostengono che questa tregua costringerà il gruppo a separarsi da Hamas, ma il legame è troppo solido. Le clausole dell’accordo, che prevedono la protezione dei confini e il monitoraggio delle rotte, rischiano di evaporare non appena il primo drone iraniano tornerà a solcare i cieli di Hormuz o il primo miliare israeliano ammazzerà l’ennesimo innocente.

Mentre il mondo applaude, la verità è che non ci troviamo davanti alla fine di una crisi, ma davanti a una messa in pausa di un sistema che scricchiola.

La “decima guerra” che Trump si vanta di aver risolto è ancora qui, pronta a riaccendersi non appena la prima petroliera, priva della scorta di una coalizione che ancora non ha una struttura di comando, verrà intercettata dai pasdaran.

Comunque andrà, ciò che resta della coalizione occidentale è un malato terminale.

E, non appena il cessate il fuoco fallisse e, inevitabilmente, si dovrà decidere se intervenire davvero o limitarsi, come sempre, a un comunicato stampa di condanna, sarà palese anche a un cieco.

Intanto, i veri vincitori di questo disastro compiuto in Medio Oriente da Washington e Tel Aviv, festeggiano a Pechino e già tracciano gli orizzonti del nuovo impero sul tetto del mondo.