Tra i mediatori inviati da Washington nella capitale pakistana, non troverete diplomatici di carriera con i capelli grigi e la copia dei trattati di Westfalia in tasca. Ammesso che sappiano cosa fu la Guerra dei Trent’anni.
A rappresentare gli USA, ci sono: Jared Kushner, il genero di Donald Trump; Witkoff, un palazzinaro prestato alla politica internazionale, e il vicepresidente Vance.
D’altronde, non sono lì per discutere di diritti umani o di equilibri regionali, ma per chiudere una sorta di contratto. Perché è così che ragiona Donald Trump.
Il problema è che dall’altra parte del tavolo non siedono amministratori di condominio, ma figure come Mohammad Bagher Galibaf, presidente del parlamento iraniano ed ex alto comando dei Pasdaran, affiancato dal ministro Araghchi.
Lucio Caracciolo, di Limes, lo ha scandito con chiarezza: “la delegazione americana brilla per incompetenza diplomatica.”
Probabilmente, è la più incompetente della storia, aggiungiamo noi.
È un tavolo tra venditori di immobili e ideologi della sopravvivenza. Ma dietro il sipario di Islamabad, il potere a Teheran non brilla per coesione.
La fazione più dura delle Guardie della Rivoluzione considera il governo quasi troppo morbido.
C’è un successore di Larijani che viene descritto come “fuori controllo” persino dai suoi stessi reparti, e, quando il nemico è diviso e il mediatore pensa solo al business, il rischio non è la pace, ma il malinteso che peggiora le cose.
IL RITORNO ALL’ETÀ DELLA PIETRA
Mentre si chiacchiera in Pakistan, il Ministro della Difesa israeliano non usa metafore: l’obiettivo è riportare l’Iran all’Età della Pietra. Qualcuno sano di mente, dovrebbe ricordare che, tuttavia, all’”Età della Pietra”, l’Iran era già un impero quando gran parte del resto del mondo aveva smesso da poco di disegnare sui muri delle caverne.
Netanyahu sa che la superiorità aerea di Israele è totale contro attori deboli come Libano o Siria, dove l’occupazione territoriale si sta espandendo senza troppi ostacoli mediatici, ma contro Teheran la musica cambia.
La pioggia di droni e missili che ha bucato l’Iron Dome come un groviera ha dimostrato che Israele può condurre questa guerra solo con gli Stati Uniti al fianco.
Bombe, mezzi, intelligence e, soprattutto, miliardi; senza il supporto logistico di Washington, la “superiorità” israeliana durerebbe il tempo di una ricarica di uno smartphone.
HORMUZ: IL CAPPIO AL COLLO DELL’EUROPA
Il vero nodo del cappio però non è a Teheran, ma nelle acque dello Stretto di Hormuz. L’Iran ha bloccato il traffico e il mondo ha iniziato a soffocare.
L’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) ha già annunciato che il mercato del gas naturale liquefatto (GNL) resterà “critico” e “ristretto” fino ad almeno tutto il 2027.
E non importa se domani mattina Kushner e Galibaf dovessero scambiarsi un bacio della pace. I danni alle infrastrutture in Qatar e le ostruzioni nello stretto richiedono anni di lavori.
Per noi italiani, si traduce in una sola cosa: bollette insostenibili e benzina alle stelle per almeno un altro biennio.
Di conseguenza, la tregua di cui si parla è un farmaco scaduto. Eppure, mentre la gente comune si chiede come arriverà a fine mese, c’è chi ha capito che la geopolitica è il casinò più redditizio del pianeta. Persino più redditizio dei vaccini.
SCOMMETTERE SUL SANGUE
Prendete il caso di Gannon Ken Van Dyke, un soldato americano, un signor nessuno che, secondo quanto rivelato dai documenti visionati, è riuscito a portarsi a casa 400.000 dollari scommettendo sulla cattura di Nicolas Maduro su Polymarket, una piattaforma di mercati predittivi basata su blockchain.
Van Dyke ha piazzato le sue puntate nei giorni immediatamente precedenti all’operazione, sfruttando informazioni classificate a cui aveva accesso.
È insider trading geopolitico.
Ma Van Dyke è solo la “mela marcia” data in pasto alla stampa per pulire l’immagine del sistema; quanti, all’interno delle amministrazioni che contano, tra Washington e Tel Aviv, stanno muovendo miliardi sfruttando l’anticipo sulle dichiarazioni di Trump, sugli annunci di attacco o sulle finte tregue, sulle minacce e sulle retromarce o sui finti ultimatum?
Ogni volta che il prezzo del petrolio oscilla del 3% per una minaccia su Hormuz, qualcuno diventa miliardario in pochi secondi. La guerra è diventata un derivato finanziario.
LA FARSA DEL DEFICIT ITALIANO
In tale contesto, la politica interna italiana sembra una commedia fantozziana recitata in un teatro che crolla.
Il nostro rapporto deficit/PIL è fermo al 3,1%, un numero che dovrebbe preoccupare chiunque abbia un minimo di senso dello Stato. Ma la risposta del governo è un disco rotto: “è colpa del Superbonus. È colpa dei governi precedenti. È colpa delle cavallette”.
“Come è umano lei…!”
Dopo quattro anni di gestione, continuare a puntare il dito contro le agevolazioni edilizie per giustificare l’incapacità di trovare risorse serie per affrontare la crisi energetica è, citando l’analisi di Fulvio Scaglione, semplicemente imbarazzante.
Il Superbonus è stato ammortizzato, ha generato introiti fiscali e ha spinto il PIL in alto quando serviva.
Che poi sia stato gestito male e abbia creato anche criticità, non ci piove, ma usarlo oggi come scudo umano per nascondere i tagli alla sanità e l’impennata dei costi energetici dovuto alle scelte scellerate europee di tagli al gas russo e di miliardi per inviare armi in Ucraina è una menzogna contabile.
Ma la massa di italiani medi, si sa, è un animale che preferisce le spiegazioni facili alle verità scomode.
Ma c’è un’altra questione che riassume lo stallo del governo: la proposta di inviare una missione internazionale, con il contributo italiano, per “sminare” lo Stretto di Hormuz.
Andremo lì a fare le pulizie, a togliere le mine iraniane per permettere alle petroliere di passare, mentre i decisori politici continuano a soffiare sul fuoco del conflitto.
Manderemo i nostri soldati a rischiare la vita per rimediare ai danni di una guerra che i nostri stessi alleati alimentano per fini speculativi o elettorali, mentre a noi tocca pagare i conti.
Vogliamo davvero credere che a Islamabad si stia costruendo la pace o dobbiamo ammettere che stiamo assistendo alla gestione controllata di un disastro permanente, utile a mantenere alti i prezzi dell’energia e a permettere a pochi eletti di scommettere sul collasso della prossima nazione sovrana?
Tutto mentre continuiamo scodinzolare di fronte ai crimini di Netanyahu, al quale non ci permettiamo neppure di sospendere davvero accordi commerciali, con la scusa che ne soffrirebbe la popolazione di Israele, che con il governo non c’entra nulla.
Perciò, l’Italia e l’Europa hanno certificato che vi è un odio nei confronti della popolazione russa, altrimenti non si spiega l’ennesimo pacchetto di sanzioni a Putin. Per giunta un dittatore, mentre Netanyahu sarebbe presidente di una nazione democratica.
I 440 chilogrammi di uranio sono ancora lì, sepolti sotto la roccia. Secondo alcuni, ormai inaccessibili.
Il gas resterà carissimo fino al 2028, – o fino a quando non spunterà un leader che non sia Fantozzi in Europa, – e il soldato Van Dyke ha incassato i suoi 400.000 dollari.
Siamo sicuri che l’Età della Pietra sia quella che attende l’Iran e non noi?
Perché, magari Teheran tornerà davvero alla Preistoria, ma sembra proprio che noi siamo già da un pezzo nell’era degli idioti. Idiozia che i nostri leader indossano pure come un vanto.

