Novanta miliardi di euro.
È questa la cifra, divisa in due tranche da quarantacinque, che l’Unione Europea ha appena staccato come assegno post-datato per il biennio a venire a favore di Kiev.
Un prestito, formalmente. Peccato che l’allegato tecnico all’accordo contenga una clausola che sembra uscita da un film con Ugo Fantozzi: l’Ucraina restituirà i soldi solo dopo che la Russia avrà pagato le riparazioni di guerra.
Perciò, si tratta di soldi a fondo perduto, sottratti ai bilanci comunitari e iniettati in un Paese che, senza questo polmone artificiale, andrebbe in bancarotta entro due settimane.
Mentre Washington azzera i propri contributi e si sfila dalla partita, Bruxelles decide di raddoppiare, scommettendo fiches che non ha su un tavolo dove il banco sembra avere già deciso l’esito della mano.
L’accordo, ufficializzato a Cipro sotto lo sguardo di Ursula von der Leyen e del presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa, è l’ultimo atto di una narrativa che sta scricchiolando sotto il peso della realtà.
Zelensky, il cui mandato è scaduto da tempo e non sembra godere più del favore del popolo ucraino, siede ai tavoli europei come fosse un socio di maggioranza dell’UE, detta l’agenda degli armamenti, pretende i missili terra-aria interceptor per coprire i buchi di una difesa aerea ormai colabrodo, intanto l’Europa si interroga su come tappare i propri, di buchi. Quelli di bilancio.
IL FANTASMA DEL RECOVERY E LA STRETTA FISCALE IN ARRIVO
Per capire dove finiremo, bisogna guardare dove siamo già finiti.
L’Unione Europea trascina una palla al piede chiamata Next Generation EU: quattrocento miliardi di euro di debito comune che pesano come un macigno sulle prospettive di crescita.
Ma la fame di fondi non si placa. Ursula von der Leyen ha una missione: finanziare il riarmo europeo e mantenere l’Ucraina. Poiché le casse sono vuote, la soluzione è quella di sempre: nuove tasse.
Le chiamano “risorse proprie” per non spaventare gli elettori, ma si parla di accise europee sul tabacco, tasse sui rifiuti elettronici e, soprattutto, l’estensione della Carbon Tax.
Una mossa che colpirà le imprese già agonizzanti per i costi energetici, costringendole a scaricare i costi sui consumatori finali.
I paesi cosiddetti “frugali”, come Olanda e Irlanda in testa, hanno già iniziato a mostrare i denti. Non vogliono saperne di nuove gabelle che servono a finanziare una guerra di cui non vedono la fine e un riarmo che somiglia sempre più a un sussidio per l’industria bellica a scapito di tutto il resto.
Almeno qualcuno che ragiona sembra esserci ancora.
Anche perché l’economia reale invia segnali da codice rosso.
Analisi recenti mostrano come colossi della grande distribuzione e della produzione, da Nestlé a Procter & Gamble, stiano rivedendo al ribasso tutte le stime per il 2026-2027.
Perché lo shock energetico non è passato, ma è diventato strutturale. Con la chiusura dello stretto di Hormuz e le tensioni in Iran, il costo del petrolio e del gas è una variabile impazzita che sta mangiando i margini di profitto.
P&G ha già segnalato rischi finanziari per un miliardo di dollari e, se crollano i giganti, figuriamoci cosa ne sarà delle medie imprese della manifattura italiana o tedesca.
LA GUERRA DELLE OMBRE: IL FRONTE CHE I MEDIA NON RACCONTANO
Mentre i telegiornali occidentali continuano a servire la pappa pronta di un “momento favorevole” per le truppe di Kiev, i dati dei blog militari indipendenti e le analisi dell’ISW (Institute for the Study of War) disegnano una verità che smonta la propaganda.
Non c’è nessuna riconquista eroica. Al massimo, un rallentamento dell’avanzata russa pagato con un prezzo di sangue insostenibile.
Le infiltrazioni russe a Pokrovsk e Kostiantynivka, nel Donetsk, sono fatti documentati da mappe satellitari, non opinioni. Kiev soffre di una carenza cronica di uomini. Il tentativo di colmare il vuoto con i droni è una pezza, non una strategia.
I droni possono individuare le infiltrazioni, ma non possono tenere una posizione. Senza carne da cannone nelle trincee, le linee si sfaldano.
E mentre i russi ammassano truppe per l’offensiva di primavera, il governo ucraino vanta attacchi a mille chilometri di profondità nel territorio nemico che nessuno, nemmeno la Associated Press, riesce a verificare in modo indipendente.
E, senza prove, una sciocchezza resta una sciocchezza. Niente di più.
È una guerra di propaganda che serve a giustificare i novanta miliardi di Cipro, ma che non sposta di un millimetro la linea del fronte.
C’è poi il caso dell’oleodotto Druzhba. Per mesi l’Ungheria di Viktor Orbán ha tenuto il punto, opponendosi ai pacchetti di aiuti in cambio della riapertura dei flussi energetici. Zelensky rispondeva che l’oleodotto era “danneggiato e irreparabile”.
Poi, d’incanto, non appena l’ostruzionismo di Budapest è stato neutralizzato politicamente, il Druzhba è tornato riparabile in ventiquattro ore. Una coincidenza che puzza di ricatto geopolitico lontano un miglio.
AUTOMOTIVE: IL SUICIDIO INDUSTRIALE IN NOME DELL’IDEOLOGIA
In questo scenario di economia di guerra, l’Europa ha deciso di darsi il colpo di grazia con la transizione ecologica forzata nel settore auto. Pierluigi Bonora, uno che di macchine e mercati se ne intende, lo definisce senza mezzi termini un “suicidio economico”.
Il ban dei motori termici al 2035 è il manifesto di un’ideologia che ignora la fisica e il mercato.
Le case automobilistiche hanno investito miliardi nell’elettrico, inseguendo modelli premium che nessuno vuole, nemmeno quei pochi ricchi che potrebbero permetterseli.
Così, le fabbriche che chiudono, cassa integrazione a pioggia e un’intera filiera che viene regalata ai cinesi.
La Cina, infatti, ringrazia: controlla le materie prime per le batterie e produce a costi che l’Europa non può nemmeno sognare, grazie a un’energia che a Pechino costa un terzo rispetto a quella di una fabbrica tedesca o italiana.
L’Europa è già il continente più virtuoso al mondo per emissioni di CO2.
Mentre Cina, India e Stati Uniti continuano a bruciare carbone e idrocarburi per alimentare le proprie industrie, Bruxelles impone standard Euro 7 irrealizzabili.
Gli “ammorbidimenti” sui biocarburanti sono specchietti per le allodole: le percentuali ammesse sono talmente basse (intorno al 3%) da non costituire un’alternativa reale. È una politica scritta dalle lobby elettriche e firmata da burocrati che non hanno mai messo piede in un’officina.
L’ARTICOLO 42.7: LA TRAPPOLA DEL 2027
Ma la vera bomba a orologeria è politica. L’obiettivo dichiarato è far entrare l’Ucraina nell’Unione Europea entro il 2027. Se questo accadesse, scatterebbe l’Articolo 42.7 del Trattato sull’Unione: la clausola di difesa reciproca.
A differenza dell’Articolo 5 della NATO, che lascia margini di manovra ai singoli Stati, il 42.7 è un obbligo di assistenza diretta.
Stiamo costruendo un meccanismo per cui ci portiamo dentro casa un Paese in guerra perenne, con un’economia distrutta e un debito inestinguibile, legandoci le mani a un conflitto diretto con la Russia.
Il tutto mentre le nostre industrie chiudono e il ceto medio viene tosato per pagare le accise sul tabacco e sulla CO2 necessarie a finanziare questa follia.
L’Europa è oggi come un condominio di lusso che decide di pagare le spese legali e la retta del collegio al figlio scapestrato del vicino, mentre il tetto del palazzo perde acqua, la caldaia è esplosa e l’amministratore sta firmando cambiali a nome di tutti i condomini per comprarsi una divisa militare nuova.
I leader europei ci hanno mentito quando giuravano che le sanzioni avrebbero messo in ginocchio Mosca in sei mesi (il PIL russo regge, il nostro no).
Hanno fallito quelli che parlavano di una transizione verde indolore e continuano a fallire quelli che firmano assegni da novanta miliardi dicendo che sono “prestiti”.
Perché non lo sono: sono soldi regalati, rubati alle nostre fabbriche, ai nostri stipendi e, se continua così, alla nostra sicurezza.
Il peggior nemico degli europei non è la Russia e non è nemmeno la follia di Trum ma l’Europa stessa.
Chi non se ne accorge è complice o ha interessi in questo disastro.

