IL FALLIMENTO DI TRUMP E L’ASCESA DEL MEDIATORE DI PECHINO. QUANDO LA GEOPOLITICA SI FA CON GLI INGANNI

di Pasquale Di Matteo

Il 20 aprile 2026, la portaerei USS Ford ha ripreso la navigazione verso il Mar Rosso, dopo un tour del mondo che l’ha vista sostare in Norvegia, partecipare a operazioni in Venezuela e bombardare l’Iran dalle acque di Israele, prima di bloccarsi “per guasti tecnici” in Croazia.

Undici mesi di mare, una dimostrazione di forza che, conti alla mano, ha prodotto l’effetto opposto a quello sperato dalla Casa Bianca, perché l’Iran è più armato di prima, il suo regime è più forte di prima, lo Stretto di Hormuz è un cimitero di mercantili immobili, l’economia occidentale è in crisi nera e la Cina, silente ma attiva, è diventata il nuovo perno del sistema.

Donald Trump, nel suo ufficio ovale, deve aver immaginato una partita diversa quando ha ordinato il blocco navale e le sanzioni feroci.

Voleva usare il petrolio come cappio, stringerlo fino a vedere Teheran chiedere pietà.

Invece, la mossa ha innescato una reazione a catena che ha umiliato il Pentagono e ridisegnato le gerarchie del Golfo.

Il ministro degli esteri iraniano ha fatto sapere a chi di dovere che non ci sarà alcun secondo round di trattative e nessuna delegazione partirà per Islamabad finché i cacciatorpediniere americani non alzeranno il blocco.

Nel frattempo, i droni a disposizione degli ayatollah, secondo quanto riportato dalle analisi più accreditate del New York Times, sono aumentati del 40%, mentre i lanciamissili sono cresciuti del 60% rispetto all’inizio del conflitto.

Come non bastasse, il blocco navale americano è stato aggirato, ignorato, e infine smentito dai fatti.

LE PORTE CHIUSE DELLO STRETTO DI HORMUZ

Chi vuole capire cosa accade nel Golfo non deve guardare le dichiarazioni dei portavoce e delle propagande, ma la mappa del traffico marittimo.

La Marina iraniana ha diramato l’ordine: nessun passaggio. Le navi cisterna che trasportano greggio verso l’Occidente si sono fermate, bloccate in un limbo di incertezza. Il risultato è una crisi energetica che l’Europa sta già iniziando a pagare, – e che sarà drammatica da giugno – mentre le autorità americane continuano a ripetere che il blocco è inefficace.

La minaccia di chiudere lo stretto non è un bluff, ma una leva che Teheran aziona ogni volta che Washington preme troppo sul pedale. Il punto è che il blocco, tecnicamente, funziona. Le navi che tentano il passaggio virano e tornano indietro, esauste.

Soltanto una manciata di imbarcazioni, probabilmente quelle che pagano il “pedaggio” sottobanco o godono di protezioni particolari, riescono a scivolare via. Non si tratta di una questione militare, ma di costi e di assicurazioni. Nessun armatore manda una petroliera in un corridoio dove il rischio di essere abbordati o bombardati è superiore al valore del carico.

LA BEFFA DI MOSCA E L’OMBRA DI PECHINO

La vera sconfitta americana non è nel Golfo, ma nel gioco delle compensazioni.

Il 20 aprile, Lavrov ha garantito a Pechino che la Russia è pronta a coprire ogni singola goccia di petrolio che la Cina non riesce a ottenere dal Golfo a causa del blocco, così, un colpo solo, la Russia si è assicurata il mercato asiatico e la Cina si è liberata dalla pressione che Washington pensava di esercitare attraverso le forniture energetiche.

La Cina ha risposto con una mossa da manuale: un piano di pace.

Non è un progetto concreto, non contiene meccanismi di verifica, non prevede zone cuscinetto, non offre garanzie di sicurezza; è solo un documento di intenti, eppure, il segnale politico è un pugno nello stomaco alla Casa Bianca, perché Pechino ha presentato il suo progetto ad Abu Dhabi, parlando con gli emiri, lasciando fuori gli americani.

Questo atto, che sembra puramente simbolico, dice che il mondo è cambiato.

Mentre Trump urla su Truth, rivendicando successi inesistenti e credendo di essere il nuovo Messia, la Cina siede al tavolo delle trattative, si propone come garante dell’ordine e, cosa più importante, non ha bisogno di inviare una sola portaerei per essere ascoltata, mentre gli americani sono costretti a spendere circa due miliardi di dollari al giorno per restare in gara.

LA FINE DEL MITO DELLA SICUREZZA

Ma perché Trump ha causato un disastro di proporzioni bibliche?

Il trattato internazionale per il controllo sul nucleare militare iraniano, siglato dall’amministrazione Obama, funzionava. Era un meccanismo di monitoraggio capillare, costante, capace di individuare anche una minima deviazione nel programma di arricchimento dell’uranio.

Trump ha stracciato quel patto, convinto che la forza bruta fosse un sostituto migliore della diplomazia.

Oggi, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica continua a ribadire: non c’è prova alcuna che l’Iran stia costruendo una bomba, eppure, il regime ha utilizzato la minaccia nucleare come schermo per far avanzare le infrastrutture militari convenzionali.

Israele, con il Primo Ministro Netanyahu, ha cavalcato questa narrativa. La guerra in Libano non è stata una parentesi isolata, ma il primo atto di una strategia per allargare i confini, invadere, colpire, occupare.

Ma la storia, in Medio Oriente, non finisce mai con l’occupazione militare. Il Libano è lì, a testimoniare che entrare è facile, ma uscire è un’utopia, specialmente quando chi è dall’altra parte ha deciso di morire piuttosto che negoziare.

L’ALLEANZA DEI CRIMINALI

Le azioni di Trump e Netanyahu sono una miscela esplosiva di irresponsabilità politica e, per salvarsi la faccia, sono disposti a bruciare il mondo.

La politica interna americana, con Trump che cerca disperatamente una vittoria da sbandierare prima della scadenza elettorale, si scontra con una realtà che non risponde ai suoi ordini manco di striscio.

Il sistema di lancio missilistico iraniano è pronto.

Il 60% del loro arsenale è in una posizione che consentirebbe di colpire duramente qualsiasi assetto militare nella regione.

E non c’è traccia di dissenso interno che possa frenare le decisioni del comando supremo di Teheran.

Mentre i canali televisivi occidentali trasmettono le immagini delle portaerei che solcano i mari, nel bunker di Teheran si conta il tempo, come i bambini occidentali aspettano i regali a dicembre.

CHI HA VINTO DAVVERO?

Il 22 aprile, la data del prossimo, fantomatico, ultimatum americano, si avvicina.

C’è chi giura che la guerra si fermerà. Altri dicono che l’escalation è l’unico modo che resta per giustificare le spese militari folli degli ultimi mesi.

Se Hormuz non torna libero, l’economia globale entrerà in recessione, ma la Cina – che era la vera destinataria di questa crisi – non soffrirebbe, in virtù degli accordi energetici con Mosca. Proprio la Russia, trarrebbe ancora ulteriore vantaggio.

L’amministrazione americana si è infilata in un vicolo cieco. Ha provato a scommettere sul collasso dell’Iran, ma ha dimenticato che Teheran ha radici millenarie e una capacità di resistenza che non si misura in dollari o in numero di aerei da combattimento. E nemmeno con le portaerei, che ormai sono bersagli lenti e privi di difese contro le nuove armi, più leggere, veloci, imprendibili e a basso costo.

Ogni volta che la Casa Bianca prova a fare il muso duro, l’Iran risponde con un nuovo test, una nuova manovra, un nuovo blocco.

Trump ha parlato di “pace in Medio Oriente” come se fosse un prodotto che può ordinare su Amazon.

Invece, ha consegnato il Medi Oriente nelle mani di chi sa aspettare, di chi sa contare le debolezze altrui e di chi, come la Cina, non ha bisogno di sparare un solo colpo per comandare.

Netanyahu, dal canto suo, continua a forzare la mano, convinto che la guerra sia l’unico modo per tenere in piedi una coalizione politica in bilico, e per non finire nel tritacarne della giustizia, in patria e alla Corte Penale Internazionale.

Alla fine di tutto, resta un’immagine che non appare nei notiziari: una petroliera in attesa a poche miglia dal blocco di Hormuz, con i motori accesi, ferma in un mare che non appartiene più a nessuno, e certamente non a chi crede di poter dettare legge da Washington.

Il blocco non si è sciolto, le navi non passano e l’accordo è un miraggio che si allontana a ogni colpo di cannone.

Chi è il vero sconfitto di questa partita, se non chi ha innescato una guerra senza mai avere la minima idea di come chiuderla?

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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