DRONI FANTASMA, PATRIOT SCADUTI E “NEGOZIATI” CON L’AMICO AMERICANO: LA GRANDE FARSA DELLA GUERRA SENZA FINE

di Pasquale Di Matteo

Provate per un attimo a stropicciarvi gli occhi, a resettare il lavaggio del cervello a reti unificate con cui i nostri telegiornali ci cullano da quattro anni e mezzo, ogni singolo giorno, e cercate di guardare le cronache delle ultime ore.

Mentre a Kiev si contano i danni di un’ennesima notte di fuoco, con la Russia che sventra depositi ferroviari e nodi energetici a Odesa, Kharkiv e Sumy, nelle dorate stanze della diplomazia occidentale, quella ipnotizzata e chiusa nel ripostiglio, va in scena l’ennesimo colpo di teatro.

Volodymyr Zelensky ha annunciato di aver svolto colloqui “dettagliati e costruttivi” per promuovere gli “sforzi di pace”. Meraviglioso, direte voi. Finalmente ci si siede a un tavolo. Finalmente si parla con l’avversario per fermare il massacro.

Invece no.

Con chi li ha fatti questi colloqui di pace il presidente ucraino? Con Vladimir Putin? Con un emissario del Cremlino? Con un mediatore neutrale?

Ma no, sarete mica matti!

Zelensky la pace la sta negoziando con gli inviati di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner.

Cioè, si definisce “fare la pace” interloquire con chi ti vende le armi o con chi promette di finanziarti domani. Non con chi ti bombarda.

È come se un condominio in fiamme decidesse di negoziare lo spegnimento dell’incendio con l’amministratore del palazzo di fronte, sperando che gli presti un secchio d’acqua.

Nel frattempo, Kaja Kallas e il coro dei guerrafondai europei continuano il solito ritornello che chiede altri missili Patriot per spedirli al fronte, magari rastrellando quelli in scadenza nei magazzini degli alleati, manco fossero barattoli di yogurt da consumare preferibilmente prima che vadano a male.

Perché la narrazione ufficiale è sempre la stessa: la vittoria è dietro l’angolo, basta aggiungere un altro miliardo di euro, un altro paio di batterie antiaeree e il dragone russo crollerà.

Poi guardi il fronte reale e scopri che le truppe di Mosca continuano ad avanzare inesorabilmente nel Donetsk, stringendo la morsa attorno alla cintura fortificata di Pokrovsk, Kramatorsk e Sloviansk.

E mentre le bombe cadono fitte e la Russia riafferma tramite la portavoce Zakharova che gli avvisi di evacuazione per le ambasciate straniere a Kiev restano quantomai validi, noi in Occidente ci distraiamo con le “minacce ibride”.

Che espressione deliziosa per nascondere la totale assenza di visione.

Accade così che nel cielo baltico e in quello tedesco compaiano dei droni, sconfinati in Estonia, droni che sfiorano la Lettonia, a Lipsia. Droni di cui nessuno sa dire con certezza la provenienza o l’obiettivo, ma che fanno scattare immediatamente la psicosi collettiva.

La NATO alza in volo i caccia intercettori di quinta generazione. Aerei da decine di milioni di dollari l’uno, che consumano tonnellate di cherosene per inseguire velivoli radiocomandati da poche migliaia di euro che spesso non vengono nemmeno abbattuti, ma semplicemente scortati finché non finiscono la miscela.

Così, abbiamo speso in carburante avio dieci volte il valore del drone nemico, senza risolvere un bel niente, ma potendo sparare sui giornali il titolone d’ordinanza: “La NATO risponde all’aggressione russa”.

La verità è che siamo finiti dentro una gigantesca trappola concettuale. L’aveva spiegata con spietata lucidità Lucio Caracciolo dal palco del Meeting di Rimini, evocando la storica pagina di Sebastiano Vassalli sull’italiano medio che, al Giudizio Universale, di fronte alle proprie responsabilità geopolitiche risponde sgranando gli occhi: “Chi, io?”.

L’Italia, e gran parte d’Europa, vive da settant’anni in uno stato di irresponsabilità geopolitica permanente. Dopo aver perso la Seconda Guerra Mondiale ci siamo accomodati sotto l’ombrello protettivo americano, trasformandoci in un comodo semi-protettorato. Fin quasi una colonia.

Abbiamo dimenticato cosa sia la storia vera, convincendoci che la guerra fosse un ferro vecchio del passato, un’eventualità da cancellare persino dal vocabolario.

E oggi che la guerra è tornata a picchiare sui confini del nostro continente, ci scopriamo totalmente impreparati, nudi, capaci soltanto di ripetere gli slogan formulati a Washington.

Siamo arrivati alla fine della guerra classica, quella teorizzata da Carl von Clausewitz nel suo Vom Kriege.

Per il generale prussiano la guerra era “la prosecuzione della politica con altri mezzi”.

Aveva un senso, una direzione, uno scopo politico preciso. Oggi no. Oggi assistiamo al trionfo dell’assurdo: la guerra ha perso sia il suo fine (gli obiettivi politici sono svaniti nel nulla) sia la sua fine (non c’è alcuna idea di come fermarla).

Non è più la politica a guidare le armi per raggiungere un accordo; sono le armi a guidare la politica in un vicolo cieco.

La guerra viaggia con il pilota automatico, nutrendo se stessa e la spaventosa macchina bellico-industriale che le ruota attorno, mentre i leader politici si limitano a fare da comparse tragiche e impotenti.

Sullo sfondo di questo disastro, c’è un’ulteriore metamorfosi silenziosa e terrificante.

Quella che ci sta trasformando da Homo Sapiens a Homo Mechanicus.

Ci stanno abituando a pensare che la tecnologia sostituirà il pensiero critico, che l’Intelligenza Artificiale risolverà i nostri dilemmi e che l’algoritmo possa prendere il posto della diplomazia.

Abbiamo sostituito l’educazione classica, la cura meticolosa della parola e del dialogo interculturale, con la propaganda binaria del “o sei con noi o sei con il nemico”.

Non si ascolta più l’altra parte. Non si tenta più di capire la complessità, i grigi della storia, le ragioni storiche dei conflitti. Chiunque provi a sollevare un dubbio viene bollato come disertore o di collaborazione col nemico.

Gesù nel Vangelo di Matteo diceva: “Ama il tuo nemico”. Nelle aule di geopolitica si insegna: “Ascolta anche l’altra parte”. Nel giornalismo vero si dovrebbe scolpire sulla pietra: “Taci o dì qualcosa di meglio del silenzio”.

Invece il circo mediatico e politico occidentale ha scelto la via più comoda e pericolosa di parlare a vanvera, di bombardare la pubblica opinione di terrore, di armare i confini ed evitare accuratamente ogni vero tavolo negoziale.

Fino a quando la guerra, lasciata libera di correre senza briglie, non deciderà da sé quando e come travolgere tutto quello che ci rimane.

MENTRE IL DONBASS BRUCIA E LA RAI CENSURA RANUCCI, L’ISLANDA DICE NO A BRUXELLES

di Pasquale Di Matteo

Quello dopo il voto in Islanda è stato un risveglio amaro per l’Europa. Uno schiaffo che è arrivato forte e chiaro.

Perché ci avevano spiegato, con quel tono da maestrini dalla penna rossa che tanto piace a quelli che “l’Euroa non si può criticare, altrimenti vai a vivere a Mosca”, che fuori dall’UE c’era solo la giungla. Ci dicevano che il mondo intero stesse facendo la fila per entrare nel grande “giardino fiorito” di Bruxelles.

E invece no. E non è un’opinione, ma un fatto.

Quando un popolo viene chiamato alle urne e non gli si impone Bruxelles dall’alto, accade che si dica “no, grazie.”

 L’Islanda, che non è una dittatura tribale, ma una democrazia occidentale con parametri economici da far impallidire metà dei paesi membri, ha detto “No”. E non un “No” per uno zero virgola, ma forte di un 52,8% secco e perentorio che ha rispedito al mittente le velleità di riaprire i negoziati d’adesione all’Unione Europea.

A Reykjavik hanno fatto due conti, si sono guardati attorno, hanno sentito l’odore di bruciato che arriva dal continente e si sono detti: ma chi ce lo fa fare? Perché mai dovremmo consegnare la nostra pesca, che da sola vale il 40% delle nostre esportazioni e che avevamo difeso perfino a colpi di cannonate contro i britannici nelle guerre del merluzzo, ai burocrati di Bruxelles?

Per farti dettare i decimali del deficit da un commissario dell’Eurozona o per farti spiegare come cucinare il merluzzo da chi confonde il mare con la piscina del condominio?

La gente è corsa alle urne registrando un’affluenza record, superiore persino a quella delle ultime elezioni parlamentari. È la democrazia diretta, bellezza.

Quella vera, quella che quando picchia duro sulle illusioni dei tecnocrati fa malissimo. Il voto delle campagne e delle comunità costiere ha letteralmente travolto l’élite della capitale che già sognava le moquette delle sedi europee. Un pugno in faccia alla retorica dell’inevitabilità della gabbia comunitaria e ai tanti convinti che tutti vogliano l’Europa per sentirsi al sicuro.

L FAVOLA DELLE MACERIE E LA CRUDA REALTÀ DEL FRONTE

Ma la narrazione dei nostri giornalisti con l’elmetto non si ferma certo davanti ai veti islandesi e rilancia sul fronte ucraino, dove assistiamo ormai da mesi a un fenomeno paranormale da fare invidia alla fisica quantistica. Perché, ogni volta che l’esercito russo conquista un centro urbano strategico per il proseguo delle operazioni, quel luogo diventa improvvisamente insignificante.

Finché una città è controllata da Kiev, viene descritta nei nostri telegiornali come la fortezza inespugnabile della civiltà democratica, un baluardo invalicabile. La prova che l’esercito ucraino regge.

Ma non appena le truppe di Mosca vi piantano la bandiera, la stessa città diventa “un cumulo di detriti disabitato, privo di rilevanza tattica, una vittoria di Pirro che è costata cara agli invasori”.

Eppure, basta osservare la carta geografica per capire che i droni russi a reazione, capaci di sfrecciare a 500 chilometri orari, stanno rendendo la vita impossibile alla difesa aerea ucraina.

I bombardamenti con bombe plananti e missili balistici stanno sbriciolando la logistica avversaria ben quaranta chilometri dietro la linea di contatto, lasciando al buio sei intere regioni: Donetsk, Dnipropetrovsk, Zaporizhzhia, Kharkiv, Sumy e Mykolaiv.

Mentre gli analisti cn l’elmetto gridano all’apocalisse di Mosca quando Kiev conquista un ettaro a Zapadne, i russi stanno chiudendo la morsa sulla cosiddetta “cintura delle fortezze”: Druzhkivka, Kostyantynivka, Kramatorsk. È ciò che tiene ancora in piedi il Donbass fortificato, un sistema difensivo edificato e consolidato a partire dal 2014.

Quando anche questo tassello cadrà, cosa ci racconteranno? Che, in fondo, Kramatorsk era solo un borgo di campagna senza valore? Che il vero obiettivo di Kiev era perdere il Donbass?

IL GRANDE INGANNO DI KIEV E L’EVAPORAZIONE OCCIDENTALE

E mentre noi continuiamo ad armare Kiev con il solo concreto risultato di accelerare la distruzione dell’Ucraina e il dissanguamento dei nostri bilanci statali, il mondo si riunisce altrove.

Nel silenzio quasi totale dei nostri media, a Bishkek si sono dati appuntamento i capi di Stato dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO).

C’erano Russia, Cina, India, Iran, Pakistan, Bielorussia e le repubbliche dell’Asia centrale, con la Turchia, Paese membro della NATO, per capirci, che spinge sulla porta per entrare come ospite d’onore.

Parliamo di oltre 3,5 miliardi di persone. Praticamente metà dell’umanità.

I nostri soloni da salotto sorridono e dicono: “Guardate quanto siamo ancora ricchi noi in Occidente, noi facciamo il 45% del PIL mondiale e loro solo il 25%!”.

Peccato che non vi spieghino la differenza tra la ricchezza di carta e la ricchezza reale.

Se calcoliamo il Prodotto Interno Lordo a Parità di Potere d’Acquisto, il blocco orientale ha già staccato l’Occidente, poiché detengono la quasi totalità delle materie prime fondamentali per il secolo a venire: gas naturale, petrolio, carbone, uranio, terre rare e minerali.

Noi, in compenso, abbiamo i servizi finanziari, i consulenti di marketing e i rialzi dei tassi della BCE.  E una strategia brillante: privarsi del gas russo a prezzo fisso e competitivo per comprare dai nostri alleati americani il gas liquido a un prezzo quattro volte superiore, condendo il tutto con dazi, minacce e balzelli.

In Italia, intanto, continua la pulizia etnica dell’informazione sotto il regime del silenzio.

O chiamatelo bavaglio se vi piace di più.

L’ultimo episodio di questa commedia è l’estromissione di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report, sostituito d’imperio dai vertici RAI con una manovra di d’occupazione politica.

La motivazione formale è una presunta “inopportunità” legata ai contatti con il faccendiere Valter Lavitola, lo stesso personaggio accusato di aver organizzato un piano contro lo stesso giornalista e sua figlia, elevata a pretesto etico per liberarsi di una presenza scomoda.

Non importa che la redazione di Report sia insorta minacciando dimissioni in blocco; non importa che i legali abbiano annunciato ricorsi per un reintegro d’urgenza di fronte a quella che appare come una palese punizione politica; non importa nemmeno la finzione del servizio pubblico.

Nel Paese del conformismo a reti unificate, chiunque non si allinei alla versione ufficiale sulla guerra, sulle sanzioni o sugli affari di governo deve essere sostituito da volti più giovani, più freschi e, soprattutto, infinitamente più malleabili.

Mentre gli alleati oltreoceano ci usano come un bancomat, chiedendoci di destinare il 5% del PIL alle spese militari e di comprare le loro armi mentre impongono tariffe sul nostro export, noi continuiamo a raccontarci che siamo dalla parte giusta della Storia.

Metti mai che, a continuare a ripeterlo, qualcuno ci creda davvero.

Il problema è che la Storia, quella vera, ha già smesso di ascoltarci. Anz, ride di noi.

E quando i cittadini europei si sveglieranno dal torpore della propaganda, come è avvenuto in Islalnda, scopriranno che il loro “giardino fiorito” è rimasto solo un prato secco, senza energia, senza industrie e con una democrazia ridotta a una triste parodia.

SENZA MISSILI, SENZA VERGOGNA, MA CON IL CORTOCIRCUITO DELLA RUSSIA SCONFITTA, EPPURE PRONTA A INVADERE L’EUROPA

di Pasquale Di Matteo

Vi consiglio una sedia comoda.

Prendete un respiro. Poi aprite i giornali di questi ultimi giorni e provate a cercare della semplice lucidità mentale.

Impossibile, se non in rarissimi casi.

Da un lato, abbiamo il New York Times, prontamente ripreso a reti unificate dal nostro giornalismo d’ordinanza, che ci svela finalmente il “mistero” della visita del capo della Cia a Mosca. In pratica, l’intelligence americana sarebbe andata a colloquio con i vertici dei servizi segreti russi per spiegare con fermezza a Vladimir Putin che sta perdendo la guerra.

Bastava una telefonata, ma hanno pensato “perché non ci facciamo un giretto a Mosca?”

Così, sono andati a dirgli che la sua economia è al collasso, che al fronte le cose vanno a rotoli e che farebbe bene a firmare la resa prima che la situazione precipiti del tutto. Un quadro rassicurante, quasi idilliaco.

La Russia non ha più uomini né mezzi, perciò, Mosca non ha più speranze.

Tuttavia, nelle stesse ore, gli analisti dell’ISW (l’Istituto per lo Studio della Guerra di Washington, non proprio un club di pacifisti o di putiniani, insieme ai grandi quotidiani di casa nostra, pubblicano mappe dettagliate dell’Europa cosparse di pallini rossi.

Scatta l’allarme: la Russia starebbe per sferrare attacchi aerei, missilistici, sciami di droni e persino incursioni di fanteria contro i Paesi Baltici per saggiare la tenuta dell’Articolo 5 della NATO.

Il Corriere della Sera ci regala mappe apocalittiche dei possibili bersagli; La Repubblica rilancia il terrore di sabotaggi imminenti e guerra ibrida su scala continentale; a Bruxelles si lancia l’ennesimo grido di dolore per l’imminente catastrofe.

Ma quindi, la Russia sta per crollare o sta per invaderci?

Se la Russia è economicamente e militarmente al tappeto, se non ha più mezzi corazzati e avanza a dorso di muli, se i suoi pochi soldati rimasti, tutti ubriaconi senza calzini, sono armati solo di pale, e se ha esaurito i suoi missili, come fa ad avere le risorse per aprire un fronte diretto contro l’intera alleanza atlantica? Con quali soldi se il rublo è carta straccia?

Tutte le mancanze di Mosca elencate sopra sono una sintesi di quanto ci hanno raccontato negli ultimi quattro anni e mezzo quelli che dovevano fare informazione.

Se, invece, ha la forza di devastare l’Europa con missili ad alta velocità, mezzi e uomini, come si fa a raccontare la storiella della Cia che va al Cremlino a dare lezioni di sopravvivenza al presidente russo?

Davvero esiste qualcuno che possa credere che non avrebbero alzato il telefono se le cose da dirsi fossero state solo quelle?

A svelare il vero disastro non sono i cattivissimi propagandisti di Mosca, ma la testata tedesca Der Spiegel, citando fonti dell’Associated Press e dell’esercito statunitense.

La realtà è che le forze armate degli Stati Uniti e dei Paesi NATO soffrono di una carenza a dir poco drammatica di sistemi di difesa aerea, in particolare dei famigerati missili intercettori Patriot. Proprio come noi di Tamago avvertiamo da aprile, mentre altri ci accusavano di raccontare panzane.

Li hanno finiti. Una quota imponente è stata spedita a Kiev negli ultimi due anni, nel tentativo di fermare i bombardamenti russi. Il resto è stato letteralmente prosciugato nel Medio Oriente, dove gli Stati Uniti hanno dovuto consumare in tre giorni di attacchi iraniani più intercettori di quanti la Lockheed Martin riesca a produrne in un intero anno.

La catena di montaggio è lenta, costosissima e palesemente inadeguata ai ritmi di un conflitto moderno. Così, l’Europa è rimasta scoperta. Indifesa.

Per quattro anni e mezzo, ci hanno raccontato che svuotare i nostri arsenali per mandarli in Ucraina fosse l’unico modo per “proteggere la democrazia” e garantire la nostra sicurezza. Ci hanno garantito che la base industriale americana avrebbe colmato ogni vuoto a suon di miliardi.

Invece, scopriamo che non solo non hanno colmato un bel niente, ma che se domani mattina un qualsiasi caccia o missile dovesse sorvolare i cieli europei, le nostre difese aeree durerebbero lo spazio di qualche ora.

Siamo arrivati all’apoteosi del Fantozzi allo sbaraglio.

Abbiamo già pagato agli Stati Uniti armi a caro prezzo per rimpiazzare quelle che avevamo regalato a Kiev, per poi scoprire che gli americani non ce le possono consegnare perché devono usarle per tamponare i focolai che hanno alimentano in giro per il mondo.

E quale sarebbe la soluzione proposta dai nostri grandi leader europei? Più riarmo, più spesa militare, più tagli allo stato sociale per comprare altri di quei missili che non sono ancora nemmeno in catena di montaggio.

A completare la commedia fantozziana, interviene Donald Trump, che dichiara di aver parlato con Putin e che il leader russo gli ha “assicurato” che non attaccherà mai la NATO. Dichiarazione che, paradossalmente, nell’era della post-verità fa salire il panico a mille, perché se lo dice Trump la convinzione generale è che accadrà esattamente il contrario.

Intanto la diplomazia giace sepolta sotto una montagna di macerie ideologiche.

Parlare di negoziati, di trattative o di un’architettura di sicurezza condivisa in Europa è diventato un tabù, un delitto punibile con l’espulsione dal consesso dei “buoni”. Chiunque provi a far notare che continuare a soffocare la realtà con la propaganda ci sta portando dritti contro un muro viene bollato come disfattista.

È come in un manicomio, dove, per i pazzi, quelli fuori di testa sono i medici.

Continuiamo pure a raccontarci la favola della Russia imbecille che perde la guerra e della Russia superpotenza che ci invaderà giovedì mattina.

Ma stiamo molto attenti: quando la propaganda si scontra con la dura realtà dei fatti, non sono i talk show a saltare per aria, ma i cittadini che hanno avuto la sventura di fidarsi della peggior classe dirigente degli ultimi cent’anni e di macchiette al soldo del potere che hanno preso il posto dei giornalisti d’inchiesta d’un tempo.

“STIAMO PERDENDO E VI ABBIAMO MENTITO”. COSA SI NASCONDE DIETRO IL CLAMOROSO “FLOP” DI URSULA VON DER LEYEN

di Pasquale Di Matteo

In ogni romanzo che si rispetti, i colpi di scena sono ciò che rende la vicenda accattivante. Quell’istante in cui la luce fioca di una lampadina illumina una busta bianca appoggiata sul tavolo.

Solo che, nel nostro caso, si tratta di una bolletta dell’energia. Un pezzo di carta con sopra cifre che succhiano il sangue di chi quell’azienda l’ha mandata avanti per tre generazioni o di chi, con uno stipendio da millecinquecento euro, deve scegliere se fare la spesa o accendere i riscaldamenti.

Questo mostro è stato generato da scelte scellerate di chi avrebbe dovuto, al contrario, proteggere cittadini e imprese europee.

Alla fine, la confessione è arrivata. Non in una buia stanza d’interrogatorio, sotto la luce di una lampada a braccio, ma sul palco della REF, il forum economico del MEDEF a Parigi.

Con lo sguardo vitreo di chi sa che la festa è finita e non ci sono più bottiglie da aprire, Ursula von der Leyen ha pronunciato le parole che i grandi quotidiani d’informazione sottomessi al potere hanno cercato di edulcorare, riassumere, nascondere tra le pieghe della cronaca minore.

Ha ammesso il flop. Un disastro totale. Senza vergogna e senza fare nemmeno mezza piega.

Ha detto, testuale, che il modello economico europeo per decenni si è basato su pilastri chiarissimi: energia russa a basso costo, libero scambio globale, accesso illimitato al mercato cinese, ombrello di sicurezza militare americano e leadership tecnologica occidentale.

Ok, perfetto. Ciò che scriviamo da tempo.

Poi, con una leggerezza sconcertante, ha aggiunto la chiosa che suona come una manciata di terra gettata sulla bara della nostra economia: “Tutti questi vantaggi evidenti sono ormai scomparsi”.

Che colpo di genio, eh? Quale capolavoro di ipocrisia.

Nessuno che dal pubblico le abbia chiesto: ma chi è stato a demolirli? Chissà chi è stato a votare pacchetti di sanzioni a getto continuo, sbandierati come l’arma definitiva per piegare Mosca in tre settimane, già nel 2022, e trasformatisi invece nel più clamoroso autogol industriale del secolo.

Chissà chi ha deciso che comprare il gas liquefatto americano a prezzi quattro volte superiori rispetto a quello dei gasdotti siberiani fosse un’idea brillante.

Chi ha puntato tutto sull’auto elettrica, demonizzando gli sviluppi del motore termico?

Chi ha pensato che strangolare le nostre piccole e medie imprese in nome di un’ideologia geopolitica miope e servile fosse un prezzo ragionevole da far pagare ai cittadini?

Se le sanzioni dovevano essere la pozione magica per salvare l’Occidente, la medicina si è rivelata, invece, un veleno somministrato al paziente che godeva di buona salute.

E oggi le famiglie contano i centesimi al supermercato. Le fabbriche chiudono, una dopo l’altra, inghiottite dalla deindustrializzazione che sta spazzando via anche la locomotiva tedesca.

Ma per evitare che la gente scenda in piazza con i forconi, la macchina della propaganda deve inventarsi una storia nuova ogni mattina. Bisogna ipnotizzare il pubblico. Bisogna distrarre la massa spaventata.

Ecco allora la commedia messa in piedi dai giornaloni di regime. Avete letto i titoli delle ultime settimane?

Un giorno ci raccontano che la Russia è alle corde, che combatte con le pale da giardinaggio e i chip rubati dalle lavatrici. Il giorno dopo, sugli stessi giornaloni, scatta il panico cosmico: “Mosca sta per attaccare la NATO, Londra si prepara al bombardamento imminente!”.

Facendo cosa? Lanciando pietre con le fionde, cavalcando a dorso di muli? Con quali missili, visto che ci hanno raccontato che Mosca non ne aveva più? Con quali soldati, visto che sono tutti morti o quasi e i pochi rimasti non hanno nemmeno i calzini? Con quali soldi, visto che il rublo è carta straccia e Mosca è isolata?

Sono tutte affermazioni della narrazione occidentale degli ultimi quattro anni.

Ora Mosca si scopre così ricca e forte da essere in grado di colpire la NATO. Un ribaltamento della realtà che sfiora la schizofrenia pura. Si inventano che il direttore della CIA sia volato a Mosca per bloccare il dito di Putin già posato sul pulsante rosso, pronto a incenerire il Big Ben.

Poi, scacciate via le panzane giornalistiche, scopri che il governo britannico ha semplicemente distribuito un libretto di protezione civile per insegnare ai cittadini come fare le scorte di fagioli in scatola e batterie in caso di blackout o alluvioni.

Un manualetto d’emergenza trasformato dalla stampa da quattro soldi nell’imminente Terza Guerra Mondiale.

Tutto serve a creare tensione. Il terrore serve a far stare la gente zitta e buona. Se vivi nel terrore costante della minaccia atomica, non protesti per il prezzo della benzina, per la chiusura del tuo stabilimento preferito né per le ammissioni di colpevolezza di von der Leyen.

Intanto, lontana dai salotti televisivi e dalla propaganda, la realtà del fronte ucraino fa a pezzi le menzogne di Bruxelles.

Mentre la von der Leyen e i suoi emissari continuano a promettere pacchetti di aiuti da decine di miliardi all’Ucraina, drenati dalle tasche dei contribuenti europei, dall’interno del governo di Kiev arriva un’altra ammissione che non lascia speranze alla deriva guerrafondaia europea e a tutti quelli che ancora credono nella vittoria di Kiev.

L’ex ministro della Difesa Fedorov, in un’intervista alla Reuters ha detto: “L’Ucraina sta lentamente perdendo la guerra contro la Russia.”

Le menzogne raccontate in questi quattro anni si stanno polverizzando e, mentre missili e droni continuano a cadere e i soldati muoiono a migliaia al fronte, a Bruxelles ci si rende finalmente conto che il baratro finanziario ucraino sfiora i trenta miliardi di euro di deficit. Chi riparerà quel buco?

Noi. Le nostre tasse. I nostri sacrifici. Nonostante il disastro ammesso da von der Leyen.

Ora chiamano Mario Draghi. Lo invocano come il salvatore della patria, gli chiedono di redigere un piano per la competitività europea, un report monumentale per spiegare come evitare la rovina.

Ma quando dai fuoco alla casa in cui vivi per fare un dispetto al vicino, non puoi meravigliarti se poi ti ritrovi a dormire al freddo sotto le stelle. È una cosa da idioti.

Ursula von der Leyen ha ammesso il disastro, ma non farà le valigie. Nessuno chiederà scusa ai cittadini e alle imprese europee. Nessun leader guerrafondaio restituirà i soldi strappati alle famiglie europee per pagare una strategia delirante sull’Ucraina che ha acuito tutte le criticità che stavano indebolendo l’Europa già prima, in virtù di altre scelte politiche sbagliate.

Ci lasciano in eredità un continente impoverito, impaurito, dipendente in tutto e per tutto dalle decisioni degli altri, come dazi, guerre, capricci, senza industria, senza tecnologia, senza energia a costi accettabili.

La festa è finita. Resta la sala da ripulire e il conto da pagare, nonostante la bolletta sul tavolo della cucina e l’inverno che si profila all’orizzonte.

ENTRO IL 2030 SAREMO IN GUERRA? COME CI STANNO CONDIZIONANDO LA MENTE SENZA CHE CE NE ACCORGIAMO

di Pasquale Di Matteo

La storia non si studia per conoscere qualche data importante del passato, ma per evitare gli errori d chi ci ha preceduto. Perché, anche se la storia non si ripete mai identica, come sostiene qualcuno, presenta sempre gli stessi sintomi prima che accada l’inevitabile.

Guarda cosa sta succedendo intorno a noi.

Ci dicono che dobbiamo riarmarci. Ce lo ripetono ogni giorno nei telegiornali, nelle aule parlamentari, nei talk show serali dove gli opinionisti sorridono mentre snocciolano percentuali di PIL da destinare alla difesa.

Il 2%. Il 5%. Cifre astratte, fredde. Ma dietro quei numeri si nasconde un mostro antico, quel dilemma della sicurezza che è stata la paranoia che per secoli ha trascinato il mondo in guerra.

Funziona così. Tu compri un fucile perché hai paura del tuo vicino. Il tuo vicino vede che hai comprato un fucile, si spaventa a morte e compra una mitragliatrice. Tu vedi le sue mitragliatrici e decidi di piazzare un cannone in giardino.

Nessuno dei due vuole davvero sparare per primo, eppure entrambi hanno appena creato le condizioni perfette perché qualcuno, prima o poi, prema quel maledetto grilletto. Perché quando nel giardino del vicino ci sarà il carro armato, ai tuoi occhi ti sembrerà davvero di essere in pericolo.

È già successo. L’Europa del 1914 non è caduta nell’abisso per un’improvvisa follia collettiva, ma perché per trent’anni tutti si erano armati fino ai denti convinti che accumulare corazzate servisse a garantire la pace. Era diventato talmente normale che si scrivevano libri intitolati “La Germania e la prossima guerra”.

La guerra si respirava nei caffè, per le strade, nei circoli. Finché non è arrivata davvero.

Oggi sta accadendo di nuovo.

Sentiamo dire con disinvoltura terrificante che «entro il 2030 ci sarà la guerra».

Lo dicono i generali, lo dicono i ministri, lo scrivono i giornalisti, quelli che dovrebbero porsi domande, indagare a fondo, invece sono diventati lacchè del potere.

Ce lo buttano lì, tra una pubblicità e l’altra, anestetizzandoci, abituandoci all’idea che l’inferno sia inevitabile. Ci fanno credere che le armi siano una manna dal cielo perché Leonardo sigla accordi milionari in Ucraina e porterà lavoro.

E sì che noi, in Italia, avevamo un antidoto. Un’arma concettuale potentissima formattata sulle macerie del 1945: l’Articolo 11 della Costituzione.

L’Italia ripudia la guerra.

Non “disapprova”. Non “evita se possibile”. Ripudia.

Ripudia non ammette repliche. Significa “rifiutare in modo netto, categorico, senza se e senza ma”.

Quella parola fu scritta da donne e uomini che avevano negli occhi gli effetti dei bombardamenti, la carne putrefatta dei morti e le sofferenze dei mutilati. Avevano visto le proprie città rase al suolo e i propri figli fucilati contro i muri dei cimiteri per i capricci di qualche graduato.

Fu un atto di idealismo feroce, quasi scandaloso per l’epoca: stabilire unilateralmente che la violenza tra nazioni non è mai una soluzione legittima per risolvere le controversie.

Era un’utopia, certo. Ma era l’unica utopia capace di mantenerci umani.

Eppure, quando scavi nella memoria di un Paese, scopri che anche le cose più limpide nascondono crepe profonde. La Resistenza italiana ne è l’esempio più eclatante.

A scuola ci raccontavano la favola di un popolo intero che si leva compatto contro l’oppressore nazifascista, ma la realtà, come sa bene chiunque abbia il coraggio di guardarla negli occhi, era una giungla sanguinosa e contraddittoria.

Sulle montagne, a sparare ai tedeschi, c’erano gli operai comunisti che sognavano la rivoluzione sovietica, ma c’erano anche gli ufficiali di carriera dell’Esercito Regio, che erano di tutt’altro avviso. Uomini con le medaglie al valore guadagnate in Africa, monarchici convinti, anticomunisti viscerali come il colonnello Montezemolo o il marchese Cordero di Pamparato, finiti torturati o impiccati dalla barbarie nazista.

Persone divise da tutto, pronte a scannarsi il giorno dopo la liberazione, ma unite in quel momento da una scelta morale: stare dalla parte giusta contro l’invasore.

E qui si arriva al punto più scomodo della storia, quello che fa sudare freddo la politica. Dove passa, esattamente, la linea che separa un partigiano che lotta per la libertà da un terrorista che sparge sangue?

La risposta dura, cinica, spietata è una sola: la linea la traccia chi vince. Se avessero vinto i nazifascisti, i partigiani sarebbero le Brigate Rosse. Anzi peggio. Una piaga sociale. L’errore di un’epoca.

Per il Maresciallo Kesselring e il comando militare tedesco nel 1943, i partigiani italiani erano banditi, terroristi, fuorilegge da fustigare ed eliminare senza troppi scrupoli di coscienza.

Chi combatteva senza una divisa regolare violava le leggi di guerra dell’epoca ed era, a tutti gli effetti giuridici del Reich, un criminale. Giuseppe Mazzini, uno dei padri della nostra patria, l’uomo a cui intitoliamo le piazze delle nostre città, ai suoi tempi fu condannato a morte dal Regno di Sardegna come capo di un’organizzazione terroristica che piazzava bombe e assassinava civili.

Se Mazzini avesse perso del tutto, oggi nei libri di testo verrebbe studiato come un fanatico sovversivo e non come un eroe nazionale.

Il buono e il cattivo sono sempre definiti da chi vince le guerre.

Non esiste una definizione oggettiva di terrorismo che prescinda dal potere di chi la pronuncia. Quando un cittadino degli anni ’40 sparava a un ufficiale delle SS all’uscita da un bar, per i fascisti era un vile assassino; per noi era un atto di liberazione.

Quando negli anni ’70 un brigatista rosso faceva la stessa identica cosa contro un carabiniere, la Repubblica lo definiva un atto terroristico abominevole. Ma se chi stava dietro le BR avesse ottenuto ciò che voleva, i carabinieri uccisi sarebbero vili servi del potere caduti in nome di un’ideologia sbagliata e il brigatista un eroe a cui intitolare le piazze.

Il gesto è il medesimo: un uomo che spara a un altro uomo. È il contesto politico e l’esito finale della guerra a decidere chi riceverà una medaglia e chi marcirà sottoterra.

Questa non è una giustificazione della violenza, ma è l’approccio indispensabile per capire il mondo in cui viviamo.

Oggi assistiamo a una pericolosa deriva. Da un lato c’è il risentimento di chi non ha mai digerito la sconfitta del fascismo, quel rancore familiare e nostalgico che ha continuato a covare sotto la cenere per tre generazioni, fino a riemergere con arroganza nelle istituzioni.

Dall’altro c’è la progressiva assuefazione dell’opinione pubblica all’idea che l’uso della forza sia di nuovo l’unica moneta di scambio accettabile sullo scacchiere geopolitico.

Ci stanno convincendo che non ci siano alternative. Ci dicono che la pace è un lusso per tempi tranquilli, un’illusione da anime candide.

Ma la verità è l’esatto contrario.

E non c’entra niente parlare di difesa dell’aggressore perché l’abbiamo fatto anche noi. Ci sono tanti che accomunano l’Ucraina di oggi all’Italia della Seconda Guerra Mondiale. Ma non è corretto.

Innanzitutto, perché i contesti sono differenti. Oggi, abbiamo una Costituzione che allora non avevamo. E se accusiamo Putin di non rispettare il Diritto, significa che quel diritto vale qualcosa, perciò dobbiamo rispettare anche l’Art. 11 C. Altrimenti, ciascuno fa come gli pare e non si capisce perché Mosca non dovrebbe fare altrettanto.

In secondo luogo, se l’Ucraina è come l’Italia dell’epoca partigiana in quanto Paese aggredito per il Diritto internazionale, perciò bisogna inviare armi e, semmai, soldati, allora tutti i paesi aggrediti che non facciano parte dell’Europa né della NATO lo sono altrettanto.

A cominciare dal Venezuela, dove un presidente è stato rapito da un’azione di guerra di un altro Paese, senza alcun mandato internazionale. Gaza, una regione contesa da decenni dove, secondo l’ONU, Israele ha compiuto un genocidio. L’Iran, Paese sovrano aggredito da Stati Uniti e Israele. Senza dimenticare i paesi africani e tutte le innumerevoli guerre messe in piedi dagli americani nell’ultimo secolo.

Se il Diritto ha un valore, questo è tale se vale per tutti. Se è a intermittenza o se vale solo fino a un certo punto, come sostenuto dal ministro Tajani, allora è solo carta igienica. E la carta igienica ha un’unica funzione. Nobile, ma non risolve i problemi del mondo.

Se continuiamo a credere a chi sostiene che il diritto valga solo fino a un certo punto, a chi ci racconta sciocchezze di Mosca al tappeto e poi Mosca pronta a invadere l’Europa, per costruire un nemico che non c’è, mentre i nostri alleati creano un disastro a Hormuz e commettono genocidi, finiamo col diventare barzellette della storia.

Se smettiamo di considerare la guerra come un’anomalia inconcepibile e iniziamo ad accettarla come un temporale estivo inevitabile, il meccanismo si metterà in moto da solo. Se Kennedy o Krusciov avessero ragionato con l’arroganza e la presunzione dei leader europei di oggi o con la follia di Trump, noi tutti non saremmo mai esistiti.

Perché quando le rotative dei giornali e i feed dei social media avranno finito di fabbricare il nemico perfetto, ci ritroveremo in trincea a chiederci come sia potuto succedere di nuovo, nonostante, a differenza dei nostri nonni, avessimo istruzione e strumenti per capire.

A quel punto, non ci sarà più nessun politico in giacca e cravatta a spiegarci perché i morti e la distruzione. Non ci sarà nessun giornalista compiacente a raccontarci favole su pale e microchip.

Ci sarà solo il silenzio. E le macerie. E i morti.

Tuo figlio, tuo nipote, il vicino di casa. Tua moglie, tuo marito.

Tu.

BOEING FANTASMA A MOSCA: IL CAPO DELLA CIA SBARCA IN SEGRETO MENTRE GLI USA CHIEDONO A KIEV DI SPEGNERE I CANNONI. COSA CI NASCONDONO?

di Pasquale Di Matteo

Mentre i soliti oracoli in giacca e cravatta ci spiegano, da quattro anni e mezzo, quanto Mosca sia annientata, ma quanto, allo stesso tempo, sia morale armarsi fino al collo per prepararci all’invasione della superpotenza russa, succede che a bordo di un Boeing C-17 Globemaster della US Air Force – sigla di volo RCH4555 – qualcuno molto più pragmatico decida di saltare l’intermediario.

Quel qualcuno si chiama John Ratcliffe, è il direttore della CIA, ed è atterrato in gran segreto a Mosca dopo uno scalo tecnico a Riga.

Nessun tappeto rosso, nessun comunicato stampa, nessun momento di gloria davanti ai microfoni della stampa internazionale.

Il Cremlino dice di “non avere notizie dell’aeroplano”, Langley si nasconde dietro un “no comment”, e la Casa Bianca fa finta che i radar dei cieli baltici abbiano preso una cantonata.

Ma i tracciati di volo non mentono mai, specie quando mostrano un bestione militare da ottanta tonnellate che parte, presumibilmente, da Joint Base Andrews, fa tappa nelle Repubbliche Baltiche e va a posare le sue ruote proprio sul suolo dell’arcinemico.

La diplomazia, d’altronde, si fa così, nell’ombra, senza testimoni e soprattutto senza rompiballe tra i piedi. Non si fa certo in televisione o con gli incontri in presenza di giornalisti leccapiedi, senza invitare l’avversario. O il nemico.

GI USA A KIEV. NON ATTACCATE MENTRE CI SONO I NOTRI IN RUSSIA

Prima che quel Boeing staccasse l’ombra da terra, da Washington è partita una telefonata a Kiev, con un messaggio di quelli che non ammettono repliche: “Stiamo mandando un emissario di primissimo piano a Mosca, quindi per favore sospendete qualsiasi attacco, lancio di droni o tiro d’artiglieria su Mosca e San Pietroburgo per tutto il tempo in cui gli americani saranno lì”.

A testimoniare quanto l’Europa sia insignificante per Washington, gli alleati europei non sono stati nemmeno informati.

Bruxelles e i vari governi del Vecchio Continente continuano a giocare con i soldatini, a celebrare l’acquisto di kit di guida laser americani per centinaia di milioni e a svendere i propri gioielli tecnologici e di difesa ai fondi d’oltreoceano in nome di una sedicente “autonomia strategica”, mentre i padroni del mondo trattano direttamente sopra le nostre teste.

È la solita, tragicomica fantozziana che va in scena dal 2022: in Europa ci cibiamo di retorica e sanzioni, mentre a Washington e Mosca ci si scambia il potere.

Di cosa abbiano parlato dentro quelle stanze insonorizzate è materia su cui si può solo ragionare per ipotesi, ma gli indizi lasciano tracce fin troppo evidenti.

La prima pista porta dritta al terreno su cui Ratcliffe ha già dimostrato di sapersi muovere con disinvoltura: gli scambi di prigionieri. Non sarebbe la prima volta che i servizi segreti usano la moneta umana come moneta di scambio diplomatica.

Lo si è già visto ad Abu Dhabi con la liberazione della cittadina russo-americana Ksenia Karelina, così come negli accordi di Ankara, che hanno riportato a casa giornalisti e prigionieri illustri come Evan Gershkovich, Alsu Kurmasheva e Paul Whelan.

Se la politica ufficiale si incastra nei suoi stessi slogan e non può più parlare senza perdere la faccia davanti al proprio elettorato, il microfono passa inevitabilmente alle spie.

Nessun verbale, nessun passaggio parlamentare, nessun alleato tra i piedi. È il canale che funziona proprio perché non deve rendere conto a nessuno.

C’è poi la seconda ipotesi, quella che la narrazione dominante cerca disperatamente di nascondere: la partita ucraina è in fase di stallo e i costi finanziari, militari e politici sono diventati insostenibili persino per le casse americane.

Mentre le città continuano a subire bombardamenti e il fronte si sgretola, la diplomazia parallela cerca una via d’uscita prima che il banco salti del tutto.

Vi è anche un terzo possibile tema.

Il viaggio si è svolto mentre gli Stati Uniti esercitano pressioni sull’Iran e mentre Mosca e Teheran mantengono una stretta relazione strategica.

Perciò, il probabile colloquio potrebbe aver riguardato anche Iran, droni, intelligence, sicurezza regionale e modalità per evitare un ampliamento dei conflitti.

IL TEATRO DELLA POLITICA

Mentre il capo della CIA atterrava a Mosca, la diplomazia vaticana inviava l’arcivescovo Gallagher a parlare con Lavrov di corridoi umanitari e minori, mentre a Delhi e Pechino il blocco BRICS continuava a macinare affari raffinando il petrolio russo per poi rivendercelo a prezzo maggiorato con tanto di timbro e certificato di garanzia. Ridendo dell’idiozia dell’Europa.

La verità è una sola ed è di una semplicità disarmante: l’isolamento della Russia esiste solo nei comunicati stampa della Commissione Europea e nelle menti malate di quegli esagitati che invocano ancora più armi e più guerra. Unici veri pericoli per il futuro degli europei.

Il Cremlino tace sul contenuto dell’incontro, ma lascia deliberatamente che la notizia dell’atterraggio fili dritta sui media.

Perché quella fotografia, anche senza volti, dice al mondo intero esattamente ciò che Mosca vuole far sapere. Cioè che l’isolamento, se mai c’è stato, è finito e con Washington si parla direttamente, da pari a pari, senza passare per i corridoi di Bruxelles o per i capricci dei leader da quattro soldi dei paesi europei.

Un velivolo che non doveva essere visto partire e che invece tutti hanno visto arrivare. Il segnale è chiarissimo per chiunque abbia ancora la forza di guardare la realtà senza le lenti deformanti della propaganda.

La polvere da sparo inizia a scarseggiare, la farsa si sta esaurendo e gli imperi che comandano tornano a sedersi allo stesso tavolo.

E noi, come al solito, pagheremo il conto della scelleratezza dei nostri politucoli che si credono statisti e di chi ancora crede alle panzane di pale, muli, controffensive e vittoria finale.

Non si parla nemmeno più di Diritto internazionale. Quello che per il ministro Tajani vale solo fino a un certo punto e che per l’Europa non vale affatto, visto che i crimini di Israele non comportano sanzioni, nessuna bandiera negata agli atleti e nemmeno un proiettile inviato agli aggrediti perché si difendano.

E anche nessun cretino che ti dica “vada a vivere a Tel Aviv”. Perché in ogni tragicommedia che si rispetti, se non trovi cretini che credano alle battute, ma solo gente che le smonta con il ragionamento, cancelli lo spettacolo.

Qui, invece, il teatro è pieno da quattro anni e mezzo.

FONTI

The New York Times: “C.I.A. Director Makes Secret Visit to Moscow”

The Washington Post: “CIA director makes rare, unannounced visit to Moscow”

CNN: “CIA director visits Moscow”

The Wall Street Journal: “CIA Director John Ratcliffe Makes Surprise Trip to Moscow”

CBS News

ANI (India)

Ground.news / Daily Briefing

Flightradar24 / dati di tracciamento (riportati da più testate):

Meduza: “U.S. Air Force transport plane lands in Moscow…”

Aviationa2z: “Largest Air Force in the World C‑17 Makes Flight to Russia”

TI FIDERESTI DI UN ARTISTA CHE NON PUOI VERIFICARE?

di Eugenio Cobalto

Pensaci.

Vedi un profilo Instagram.

Ha il nome dell’artista. Ha le sue opere. Ha centinaia di follower.

Ti scrive in DM.

E tu come fai a sapere che è davvero lui?

Oggi basta scaricare una fotografia, clonare un profilo e costruire un’identità apparentemente credibile. E con l’intelligenza artificiale diventa ancora più semplice.

Ma c’è qualcosa che un bot non può replicare così facilmente: la tua identità costruita nel tempo.

La tua voce. Il tuo processo. La tua storia. Le persone che hai incontrato. I luoghi in cui hai lavorato. Il modo in cui racconti ciò che fai.

Perché una fotografia può essere copiata.

Un feed può essere ricostruito.

Ma un’identità autentica lascia tracce.

Ed è qui che, secondo me, il personal branding dell’artista cambia completamente significato.

Non è più soltanto comunicazione. È anche uno strumento di fiducia.

Per l’artista. E soprattutto per il collezionista.

Perché prima di chiedersi se un’opera è autentica, forse dovremmo iniziare a chiederci: chi è davvero la persona che ce la sta proponendo?

La fiducia non è un elemento accessorio del mercato dell’arte.

È parte del valore.

DUE BAMBINE MORTE, DUE TRATTAMENTI DIVERSI PER NON DISTURBARE VACCINI E MALASANITÀ

di Pasquale Di Matteo

La morte di una bambina per sospetta difterite è diventata una sentenza politica.

Ma certe tragedie richiederebbero solo silenzio, rispetto e un certo rigore nel ricostruire la verità. Perché, quando si parla di malattie che erano debellate dall’Europa, si dovrebbe parlare di migranti. E quando una bambina viene rimandata a casa dal Pronto Soccorso per giorni, bisognerebbe parlare di malasanità.

Ma c’è l’informazione italiana, quel tritacarne mediatico per cui il dolore di una famiglia si può trasformare, in poche ore, nel carburante perfetto di una narrazione politica preconfezionata, un copione scritto a tavolino che attende soltanto la sua vittima sacrificale.

Soprattutto quando quella narrazione si sgretola per quanto sta accadendo in America. Vedi Fauci.

Tuttavia, non tutte le morti infantili scuotono le prime pagine. Non tutte diventano un’emergenza nazionale a reti unificate.

Alcune passeranno alla storia della cronaca con la discrezione dovuta al lutto; altre verranno esposte in piazza, sventolate come un vessillo ideologico, trasformate in un’arma di distrazione di massa o in una lezione morale impartita a un Paese che non deve fare domande.

La differenza non la fa la medicina, ma il grado di servilismo del giornalismo moderno, sempre pronto a dividere il mondo tra buoni da tutelare e mostri da lanciare in pasto al pubblico ludibrio.

LA BAMBINA MORTA A PERUGIA

Era febbraio 2026 quando, a Perugia, una bambina di appena cinque mesi si è spenta in un letto d’ospedale. Meningite fulminante.

La febbre che sale nella notte, il peggioramento rapido, tragico, devastante, poi il silenzio. I medici intervenuti hanno fatto scattare il tracciamento dei contatti e dato il via alla profilassi.

La notizia è circolata, ma confinata nelle pagine locali, trattata con una sobrietà che una volta sarebbe stata la regola per qualsiasi redazione degna di questo nome.

Il nome della neonata non è stato sbattuto in prima pagina. I volti dei genitori sono stati tutelati, protetti da quel riserbo d’ordinanza che evita di aggiungere la gogna pubblica a un cuore distrutto dal dolore.

Eppure, i dati clinici meritavano approfondimenti. C’era un percorso vaccinale avviato, due dosi somministrate come prescritto. Nessuna omissione, nessun novax da prendere a freccette. Dettagli complessi, che avrebbero richiesto una riflessione seria sul rapporto tra copertura temporanea, sierogruppi e risposta immunitaria.

Ma, in tal caso, la storia non funzionava. Mancava l’ingrediente fondamentale per fare il botto: la famiglia novax da impalare. Mancava il colpevole perfetto su cui far scaricare l’odio dei social.

Così, la storia è stata archiviata come una tragedia che non serviva a nessuno.

PALERMO: PRIMA IL PLOTONE DI ESECUZIONE, POI LA NOTIZIA

Spostiamoci a Palermo, Ospedale dei Bambini “Di Cristina”. Notte tra il 19 e il 20 agosto. Anna Rosa Bartolotta, quattro anni, muore per un quadro clinico drammatico. Si parla subito di “sospetta difterite”.

Sospetta significa che la medicina sta cercando risposte, che occorrono esami microbiologici, che le verifiche sono in corso.

Ma il giornalismo nostrano, quando si tratta di cavalcare una notizia che confermi la bontà di una narrazione del potere, ha l’ansia da prestazione. Non può attendere i laboratori. Deve vendere la storia, deve alimentare il consenso, deve trovare il capro espiatorio.

Dunque, in un battibaleno il “sospetto” diventa certezza assoluta sui giornali: “Bambina non vaccinata morta di difterite”. “Genitori novax”.

E via con la macchina del fango. Nome e cognome della piccola sbandierati ovunque, contorni familiari messi in piazza, processo mediatico sommario celebrato prima che il medico legale abbia accertato tutti i fatti.

La Procura apre un fascicolo, indaga i genitori. Atto dovuto, ma nell’Italia del giustizialismo d’accatto l’iscrizione nel registro degli indagati equivale a una condanna definitiva stampata in prima pagina.

In questo caso, la piccina e i genitori non sono stati tutelati come a Perugia, ma non è più una persona e diventa un manifesto ideologico.

Chi osa avanzare un dubbio non è un cittadino che chiede chiarezza, ma un eretico da silenziare.

LE DOMANDE CHE TUTTI HANNO ELUSO

La difterite non è uno scherzo. È un’infezione tremenda, rara grazie alla profilassi, ma spietata se ritardi l’intervento.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla chiaro: quando il sospetto clinico è forte, l’antitossina difterica va somministrata subito insieme agli antibiotici. Senza aspettare le risposte della provetta, perché ogni ora persa cancella una speranza. L’antitossina neutralizza quello che circola nel sangue, ma non può riparare i danni che il batterio ha già fatto agli organi.

Ed è su questo che una stampa libera avrebbe dovuto inchiodare le autorità, invece di fare il tifo da stadio.

Quando sono comparsi i primi sintomi? Quando è stata portata per la prima volta al pronto soccorso? C’è stata una diagnosi tempestiva o il caso è stato scambiato per una normale infezione delle vie aeree? L’antitossina era subito disponibile nel deposito dell’ospedale o si è dovuto attendere un carico da un’altra struttura? E i tempi di trasferimento?

Soprattutto, perché, il 13 agosto, i medici del Pronto Soccorso hanno rimandato a casa la bambina dopo appena due ore? Perché non si sono accorti subito, il 15 agosto, che era difterite, quando i genitori hanno riportato la bambina in ospedale? Tre ospedali per capire che fosse difterite? E, ancora di più, perché la difterite è tornata in Europa? Perché non si parla dei flussi migratori?

Quali controlli si fanno in quei centri pieni di migranti, potenzialmente malati o portatori di questa malattia che da noi era stata debellata? Perché spostare l’attenzione sui genitori novax e non parlare di questi veri e reali pericoli per la popolazione?

Nessuno chiede di lanciare accuse al buio contro i medici, che spesso lavorano in trincea con risorse risicate, ma pretendere trasparenza sui protocolli usati è l’ABC del giornalismo d’inchiesta. Soprattutto quando ci sono voluti ben tre ospedali per accorgersi della reale patologia della piccola.

Invece, trasformare una drammatica sequenza clinica in una colpa esclusiva della famiglia significa nascondere la testa sotto la sabbia per proteggere il sistema e per tifare per certe narrazioni.

A complicare la favola rassicurante dei media, il cuginetto della bimba è risultato positivo ed è stato ricoverato. Ma lui sta bene, è in miglioramento. Era vaccinato ed è stato preso in tempo.

Questa notizia non dimostra che le cose per Anna Rosa sarebbero andate diversamente, sia chiaro.

Ogni organismo risponde a suo modo, subentrano fattori come la carica batterica, l’età, le patologie pregresse, la tempestività dei soccorsi, ma la domanda sorge spontanea: se due bambini esposti allo stesso patogeno hanno avuto due decorsi clinici così differenti, perché non pubblicare dati comparativi chiari, salvaguardando ovviamente la privacy, per spiegare davvero cosa sia successo sul piano medico?

Perché dare per scontato che i differenti decorsi siano dovuti al vaccino? Perché, allora, tacere sulla bambina morta a Perugia, nonostante il vaccino?

La risposta è amara. Perché la scienza si nutre di dati, verifiche e confronti, mentre la propaganda vive di slogan semplici e violenti. E quando fai pubblicità e non informazione, scegli lo slogan, perciò, non c’è posto per la complessità.

Il problema è che, se scegli lo slogan all’informazione, allora non veicoli dati, ma tifi e scambi i vaccini, che sono una grande conquista dell’uomo, con le terapie geniche, prive di studi e privi di storico. Proprio com’è avvenuto durante la pandemie e come cercano di fare ancora oggi certi pseudogiornalisti.

IL MIRAGGIO DELL’ESTATE 2021 E LE SCORCIATOIE DELLA GOGNA

Per capire come siamo arrivati a questo punto, bisogna tornare a quel 22 luglio 2021, quando Mario Draghi, dall’alto del suo scranno di Presidente del Consiglio, pronunciò parole che avrebbero segnato per sempre la comunicazione pubblica: “Il Green Pass è una garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose. Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire”.

Era una balla.

Una delle più colossali sciocchezze mai dette da un politico di ogni epoca, una panzana comunicativa smentita poche settimane dopo dalla realtà dei fatti e dai dati dell’Istituto Superiore di Sanità, che parlavano di riduzione del rischio e non certo di immunità assoluta o contagiosità azzerata.

Soprattutto, smentita dalle stesse case produttrici di quei vaccini, che affermarono che non esistevano studi che potessero supportare le parole di Draghi.

Ma quella frase spalancò le porte al dogma, dividendo la società in giusti e ratti, responsabili e untori, in quella che è la pagina più buia della storia repubblicana dell’Italia, che visse di nuovo il fascismo con quel greenpass che era solo odio e discriminazione.

Oggi assistiamo al secondo tempo di quel film, dove l’autorità politica o sanitaria non vuole essere messa in discussione e invoca la scienza come una religione, dunque chiunque sollevi un’obiezione sui tempi di risposta di una struttura sanitaria viene bollato come un nemico pubblico.

Ma un Paese civile non chiede ai suoi cittadini di credere ciecamente a un titolo di giornale o a una conferenza stampa o a un medico.

Un Paese libero vive di domande, pretende risposte basate sui fatti e rifiuta la pedagogia della gogna.

Dinnanzi alla bara di una bambina, la stampa ha un solo dovere: cercare la verità, interpellare il potere e trattare il dolore con un rispetto profondo. Tutto il resto è solo sciacallaggio d’informazione al servizio del conformismo.

Chi accusa i genitori novax non fa informazione e non ha nulla a che fare con la democrazia, ma avrebbe fatto un figurone nel Ventennio.

Per dovere di cronaca, aggiungiamo che i genitori della piccola hanno sporto querela contro i tre ospedali che hanno avuto in cura la piccola dal 13 al 19 agosto: si tratta dell’ospedale Cervello, del Civico e dell’ospedale dei Bambini.

LA STRATEGIA A LUNGO TERMINE DIETRO IL DOPPIO STANDARD AMERICANO SUL NUCLEARE

di Antonio Reccia

Le ragioni che hanno spinto Stati Uniti e Israele a imbracciare le armi avviando il conflitto in Medio Oriente, già rinominato dai media e dagli analisti “terza guerra del golfo”, sono diverse e tra le più variegate: da un antagonismo storico regionale, alla guerra per le risorse alla minaccia del nucleare.

Ed è proprio su quest’ultimo punto che sarebbe il caso di soffermarsi, in quanto lo smantellamento dell’ipotetico programma nucleare iraniano risulterebbe essere proprio tra le richieste avanzate dalla Casa Bianca per terminare il conflitto in maniera pacifica.

Eppure, mentre avanza queste pretese, sembra tenere gli occhi chiusi di fronte alle evidenze che confermerebbero l’esistenza di un programma nucleare militare israeliano.

Definire se le rispettive nazioni stiano portando avanti o meno tali programmi non è lo scopo ultimo di questa trattazione, tuttavia, è giusto fare anche solo degli accenni a quelle che sono le prove a favore di queste tesi.

L’Iran e le scorte di uranio arricchito

Negli ultimi anni, l’Iran ha sempre più aumentato gli approvvigionamenti di uranio arricchito.

Secondo il Center for Arms Control and Non-Proliferation, l’Iran sarebbe in possesso di oltre 440 kg di uranio arricchito al 60%, una quantità che va ben oltre quelle necessarie per scopi puramente civili e pacifici. Seppur altre fonti, quali la World Nuclear Association, sembrerebbero confermare i piani iraniani di creare più centrali nucleari e di utilizzare l’uranio a scopi energetici, la quantità è tale da sollevare più di un dubbio.

Oltre questo, nel corso degli anni l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) avrebbe scoperto numerosi siti di ricerca e sviluppo in ambito nucleari localizzati in Iran e tenuti nascosti, inoltre l’Iran avrebbe spesso ostacolato le ispezioni dell’AIEA finalizzate all’accertamento dell’esistenza di un programma nucleare strutturato.

L’Iran ha tuttavia più volte dichiarato pubblicamente di star operando nei diritti garantiti dal Trattato di Non Proliferazione nucleare (NTP), negando l’applicazione militare delle ricerche in corso e del materiale che si è procurata.

Israele e il centro di Dimona

Mentre da un lato le accuse si sprecano contro l’operato iraniano in ambito di nucleare, l’alleato americano sembra invece chiudere gli occhi di fronte le ambiguità israeliane. In primis, Israele non risulta firmataria dell’NTP, inoltre da dichiarazioni ufficiali non sono mai arrivate smentite o conferme dello sviluppo di un arsenale nucleare.

La prova maggiormente a favore dell’esistenza di un arsenale nucleare israeliano deriva da una fuga di informazioni avvenuta nel 1986, specificatamente un tecnico israeliano impiegato al Shimon Peres Negev Nuclear Research Center (comunemente conosciuto come reattore Dimona, essendo localizzato vicino la città di Dimona) ha fotografato e pubblicato dettagli interni al centro, tra cui non solo una fabbrica di montaggio di armi atomiche ma anche diverse testate già pronte.

Secondo stime del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), Israele sarebbe in possesso di circa 80 armi nucleari pronte, inoltre secondo ulteriori stime della Arms Control Association i missili israeliani Jericho III di ultima generazione raggiungerebbero una gittata tra i 4.800 e i 6.500 km, perfettamente capaci di colpire qualsiasi bersaglio interno al rivale iraniano con estrema facilità, rappresentando una minaccia reale e attuale non solo per l’Iran, ma per tutto lo scacchiere internazionale medio-orientale, a prescindere dall’esistenza o meno di un reale programma nucleare strutturato.

Figura 1

Il doppio standard americano

Alla luce delle informazioni emerse, sintetizzate nella Figura 1, è evidente l’approccio americano, e il cosiddetto “doppio standard” che sta applicando.

Vede nell’Iran una minaccia all’equilibrio del Medio Oriente, in quanto sospettata di produrre e detenere arsenali nucleari all’insaputa di tutto il mondo e delle principali organizzazioni internazionali; nel frattempo, le prove a favore dell’esistenza di un arsenale nucleare israeliano vengono totalmente ignorate, nonostante armi nucleari in possesso di Israele possano essere altrettanto capaci di destabilizzare gli equilibri.

E tuttavia, la strategia americana è chiara, così come è chiara la strategia israeliana, partner strategico nella regione medio-orientale della Casa Bianca.

L’approccio strategico attuato da USA e Israele in Medio-Oriente

In ambito di prevenzione e deterrenza nucleare, i due alleati sembrano star portando a compimento una strategia avviatasi già anni prima.

Nel 1981, Israele ha distrutto il reattore nucleare iracheno di Osirak, nel contesto dell’Operazione Babilonia; nel 2007 è stato il turno della Siria, con l’Operazione segreta Orchard che ha portato alla distruzione di un reattore nucleare in costruzione ad Al Kibar; ora, gli sforzi americani, supportati da Tel Aviv, sembrano diretti alla cancellazione di programmi nucleari iraniani.

Sul lungo termine, la strategia americana e israeliana sembrerebbe chiara: diminuire quanto il più possibile il rischio di minaccia nucleare degli attori statali vicini, così facendo Israele potrebbe porsi in una posizione di vantaggio tattico rimanendo potenzialmente l’unica potenza in Medio Oriente dotata di armi nucleari.

Questo permetterebbe a Tel Aviv di diventare una grande potenza incontrastata nella regione, sfruttando una superiorità asimmetrica in ambito militare, attuando pressioni economiche e diplomatiche, e isolando l’Iran e i suoi partner.

Tuttavia, ci sono diversi elementi che risulterebbero a sfavore della riuscita di tale strategia.

In primis, un’azione troppo aggressiva porterebbe a un effetto opposto, aumentando la proliferazione nucleare con una corsa agli armamenti e una reazione a catena ostile, alimentando conflitti e spingendo sempre più stati a sviluppare il proprio arsenale nucleare, aumentando l’instabilità e i rischi geopolitici.

La matrice in Figura 2 illustra in maniera chiara e sintetica le ipotesi a favore e a sfavore della riuscita di una tale strategia.

Figura 2

La prospettiva futura: un quadro incerto

Nel contesto della presidenza Trump e della strategia militare storicamente applicata da Israele sui suoi vicini, il quadro resta incerto.

La probabilità di riuscita di tale strategia è piuttosto bassa, considerando la resistenza dimostrata da Teheran alle pressioni esterne, tuttavia a questa resistenza i due alleati hanno risposto avviando un conflitto che sembra quasi essere un suicidio diplomatico.

Il turning point saranno le elezioni americane del 2028.

La terza guerra del golfo potrebbe in breve tempo trasformarsi in una guerra di logoramento diplomatico, con pochi scontri a fuoco ma con pretese occidentali che l’Iran non accetterà mai.

Uno scontro che potrebbe concludersi unicamente con un cambio di direzione radicale nella strategia americana, che potrebbe avvenire con l’elezione di un nuovo presidente.

MENTRE IL FRONTE CROLLA, LORO MANGIANO CAVIALE. L’INCREDIBILE RETE DI CORRUZIONE NEL CUORE DELL’UFFICIO DI ZELENSKY

di Pasquale Di Matteo

Masha, lo chef e la mangiatoia: il circo di Kiev tra bustarelle, film di Hollywood e sanzioni da barzelletta

di Pasquale Di Matteo

L’Ucraina è un Paese in guerra, con le truppe al fronte che scarseggiano persino di acqua e razioni di rancio.

Un Paese finanziato con centinaia di miliardi di euro usciti direttamente dalle tasche dei contribuenti europei, altrimenti non potrebbe più pagare nemmeno gli stipendi alla sua pubblica amministrazione e le pensioni, pure aumentate negli ultimi mesi, per tenere buono il popolo.

E cosa fa il suo illuminato Presidente, Volodymyr Zelensky, mentre la Russia avanza, al di là della nostra propaganda, che canta vittoria da quattro anni e mezzo?

Firma un decreto presidenziale per sanzionare ufficialmente una minaccia letale alla sicurezza nazionale. Non contro i servizi segreti russi o i missili ipersonici, ma contro la terribile Masha e il suo fedele compagno peloso.

È la tragica realtà di Kiev. La popolarissima serie animata per bambini Masha e Orso, prima nelle classifiche di gradimento dei bambini ucraini fino a ieri, è stata solennemente bollata come strumento di propaganda ibrida del Cremlino.

Piaceva molto anche a mio figlio; vuoi vedere che…

Questo cartone animato, secondo il grande statista di Kiev, sarebbe un’arma di distrazione di massa mimetizzata tra le treccine di una bambina e le avventure di un orso pasticcione. Roba che persino la censura sovietica ai tempi della Guerra Fredda avrebbe trovato grottesca.

Certo è che, quando il consenso interno crolla sotto il peso di scandali finanziari che farebbero impallidire i nostri migliori professionisti di Tangentopoli, anche un cartone animato può diventare il nemico pubblico numero uno. Ci si inventa qualsiasi panzana, purché i riflettori vengano spostati dal vero marciume.

IL SABOTATORE VA AD HOLLYWOOD

Ma Masha e l’Orso non è l’unica storiella da tv.

Ricordate il gigantesco attentato subacqueo che nel 2022 ha fatto saltare in aria i tubi del gas nel Mar Baltico, mandando in tilt l’economia energetica della Germania e dell’intera Europa?

Ebbene, nei giorni scorsi la polizia croata ha finalmente arrestato a Pola un certo Volodymyr Zhuravlev, subacqueo professionista ucraino ricercato da mesi dalla magistratura tedesca con un mandato di cattura europeo.

Non si nascondeva in un covo segreto e non combatteva neppure in una trincea del Donbass.

Lo hanno ammanettato mentre lavorava tranquillamente come consulente tecnico sul set di un kolossal di Hollywood intitolato Snake Island. Un film diretto da Doug Liman e interpretato da star del calibro di Sean Penn e Adrien Brody.

Il tema del film? Il sabotaggio del Nord Stream.

Capito il livello in cui siamo precipitati?

L’uomo accusato di aver piazzato l’esplosivo sul fondo del mare, su cui spiccava un mandato di cattura internazionale, veniva pagato dai produttori americani per spiegare agli attori come ha fatto a far saltare in aria l’impianto energetico europeo.

Una barzelletta. Siamo in una commedia surreale dove la realtà supera la finzione più sfacciata.

Con tanto di ciliegina sulla torta offerta dal premier polacco Donald Tusk, il quale tempo fa aveva candidamente archiviato la faccenda spiegando che il problema del Nord Stream non era il fatto che fosse stato distrutto, ma che fosse stato costruito.

Perché a Hollywood fu girato anche Scemo e più Scemo, vuoi mettere?

OPERAZIONE “FORREST GUMP”. LE MANI DI KIEV SULL’ANTICORRUZIONE

Ma mentre ad Hollywood si girano film d’azione, a Kiev va in scena il genere poliziesco.

L’ultima bomba giudiziaria si chiama Operazione Forrest Gump, condotta dagli investigatori dell’ufficio anticorruzione NABU e della procura specializzata SAPO. Un nome un po’ ironico per raccontare una corsa a perdifiato dentro la mangiatoia del potere ucraino.

Il blitz è arrivato dritto al cuore della presidenza, travolgendo Iryna Mudra, vicecapo dello staff di Zelensky ed ex viceministra della Giustizia. La donna che per mesi ha girato per l’Europa spiegando come confiscare i beni russi per riparare i danni di guerra, è finita licenziata in tronco dopo che la sua abitazione è stata perquisita dagli inquirenti.

L’accusa è di aver fatto parte di un’organizzazione criminale dedita al riciclaggio di denaro sporco. Si parla di tre milioni di euro fatti transitare attraverso una banca statale per pagare la cauzione dell’ex ministro dell’Energia Halushchenko, arrestato nell’ambito di un altro filone di mazzette legato al colosso Energoatom.

In una conversazione registrata dagli inquirenti, si sente la funzionaria presidenziale spiegare con disarmante pragmatismo la filosofia del clan: “La corruzione non bisogna combatterla, bisogna controllarla”.

Ed ecco come intendevano “controllarla”. Non fermando le mazzette, ovviamente, ma piazzando uomini di paglia all’interno degli stessi organismi di controllo nati su pressione degli americani.

Che novità, eh?

“Domani ci sono le elezioni per il consiglio civico della NABU”, si legge nei verbali delle intercettazioni. “Lì c’è la nostra Inna, c’è Anya… Dobbiamo bombardare le chat e raccogliere voti per il nostro candidato”. Infiltrare i controllori per garantire la continuità della rapina. Semplice, pulito, spietato.

La rete criminale non si limitava alle classiche bustarelle sull’energia o sugli appalti delle armi, ma usavano veri e propri hacker per penetrare nei registri catastali e digitali dello Stato.

In pochi minuti, attraverso la falsificazione informatica dei titoli di proprietà, la titolarità di interi palazzi d’epoca nel centro storico di Kiev veniva trasferita a prestanome.

Quando i legittimi proprietari provavano a ricorrere ai tribunali, la macchina giudiziaria compiacente insabbiava le denunce per anni, lasciando che i predoni di regime consolidassero il bottino.

Di fronte a questo abisso, il governo ha persino provato a far passare una legge d’urgenza per mettere direttamente sotto il proprio controllo politico le agenzie anticorruzione indipendenti, in modo che non rompessero troppe uova nel paniere. Volevano decidere loro chi indagare e chi assolvere.

Soltanto le proteste di piazza e la reazione furibonda dei finanziatori esteri hanno costretto Zelensky a un temporaneo e imbarazzato passo indietro.

IL TERRORE DELLE URNE

In tutto questo quadriennio di orrori e saccheggi, sapete qual è la parola che fa più paura a Kiev?

Non è “sconfitta”. Non è “resa”.

È “elezioni”.

È bastato che l’ex ex ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, azzardasse la timida proposta di valutare il voto popolare per restituire legittimità alle istituzioni, perché l’intero apparato politico-mediatico gli si scagliasse contro.

Epurato in quarantotto ore. Fatto fuori dal dibattito pubblico. Marchiato a fuoco come irresponsabile, disertore o disfattista.

Perché la narrativa ufficiale deve rimanere una sola: il popolo è compatto dietro il suo leader e la democrazia può attendere. Già, perché rischiare di far votare i cittadini quando si può continuare a gestire un Paese in stato d’emergenza permanente, blindando poltrone, coprendo scandali ed esigendo assegni in bianco dall’Europa?

D’altronde, gli europei continuano a tagliarsi la spesa pubblica, la sanità e le pensioni per inviare armi e miliardi a un governo che sanziona Masha e Orso per coprire il proprio fallimento.

Un circo tragico in cui i sabotatori finiscono ad Hollywood, i vicecapi di gabinetto spiegano che le tangenti si gestiscono e non si combattono, e ai cittadini ucraini viene persino negato il diritto fondamentale di scegliere da chi farsi governare, mentre un presidente che nega le elezioni cerca i loro figli per mandarli a morire al fronte.

Tutto mentre politucoli e analisti europei da quattro soldi ci spiegano che la guerra è pace e la diplomazia e la storia sono favoreggiamento con il nemico.

Una farsa che costerà cara a tutti noi. Ma finché il sipario resta alzato e i soldi arrivano, lo spettacolo deve continuare.