Provate per un attimo a stropicciarvi gli occhi, a resettare il lavaggio del cervello a reti unificate con cui i nostri telegiornali ci cullano da quattro anni e mezzo, ogni singolo giorno, e cercate di guardare le cronache delle ultime ore.
Mentre a Kiev si contano i danni di un’ennesima notte di fuoco, con la Russia che sventra depositi ferroviari e nodi energetici a Odesa, Kharkiv e Sumy, nelle dorate stanze della diplomazia occidentale, quella ipnotizzata e chiusa nel ripostiglio, va in scena l’ennesimo colpo di teatro.
Volodymyr Zelensky ha annunciato di aver svolto colloqui “dettagliati e costruttivi” per promuovere gli “sforzi di pace”. Meraviglioso, direte voi. Finalmente ci si siede a un tavolo. Finalmente si parla con l’avversario per fermare il massacro.
Invece no.
Con chi li ha fatti questi colloqui di pace il presidente ucraino? Con Vladimir Putin? Con un emissario del Cremlino? Con un mediatore neutrale?
Ma no, sarete mica matti!
Zelensky la pace la sta negoziando con gli inviati di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner.
Cioè, si definisce “fare la pace” interloquire con chi ti vende le armi o con chi promette di finanziarti domani. Non con chi ti bombarda.
È come se un condominio in fiamme decidesse di negoziare lo spegnimento dell’incendio con l’amministratore del palazzo di fronte, sperando che gli presti un secchio d’acqua.
Nel frattempo, Kaja Kallas e il coro dei guerrafondai europei continuano il solito ritornello che chiede altri missili Patriot per spedirli al fronte, magari rastrellando quelli in scadenza nei magazzini degli alleati, manco fossero barattoli di yogurt da consumare preferibilmente prima che vadano a male.
Perché la narrazione ufficiale è sempre la stessa: la vittoria è dietro l’angolo, basta aggiungere un altro miliardo di euro, un altro paio di batterie antiaeree e il dragone russo crollerà.
Poi guardi il fronte reale e scopri che le truppe di Mosca continuano ad avanzare inesorabilmente nel Donetsk, stringendo la morsa attorno alla cintura fortificata di Pokrovsk, Kramatorsk e Sloviansk.
E mentre le bombe cadono fitte e la Russia riafferma tramite la portavoce Zakharova che gli avvisi di evacuazione per le ambasciate straniere a Kiev restano quantomai validi, noi in Occidente ci distraiamo con le “minacce ibride”.
Che espressione deliziosa per nascondere la totale assenza di visione.
Accade così che nel cielo baltico e in quello tedesco compaiano dei droni, sconfinati in Estonia, droni che sfiorano la Lettonia, a Lipsia. Droni di cui nessuno sa dire con certezza la provenienza o l’obiettivo, ma che fanno scattare immediatamente la psicosi collettiva.
La NATO alza in volo i caccia intercettori di quinta generazione. Aerei da decine di milioni di dollari l’uno, che consumano tonnellate di cherosene per inseguire velivoli radiocomandati da poche migliaia di euro che spesso non vengono nemmeno abbattuti, ma semplicemente scortati finché non finiscono la miscela.
Così, abbiamo speso in carburante avio dieci volte il valore del drone nemico, senza risolvere un bel niente, ma potendo sparare sui giornali il titolone d’ordinanza: “La NATO risponde all’aggressione russa”.
La verità è che siamo finiti dentro una gigantesca trappola concettuale. L’aveva spiegata con spietata lucidità Lucio Caracciolo dal palco del Meeting di Rimini, evocando la storica pagina di Sebastiano Vassalli sull’italiano medio che, al Giudizio Universale, di fronte alle proprie responsabilità geopolitiche risponde sgranando gli occhi: “Chi, io?”.
L’Italia, e gran parte d’Europa, vive da settant’anni in uno stato di irresponsabilità geopolitica permanente. Dopo aver perso la Seconda Guerra Mondiale ci siamo accomodati sotto l’ombrello protettivo americano, trasformandoci in un comodo semi-protettorato. Fin quasi una colonia.
Abbiamo dimenticato cosa sia la storia vera, convincendoci che la guerra fosse un ferro vecchio del passato, un’eventualità da cancellare persino dal vocabolario.
E oggi che la guerra è tornata a picchiare sui confini del nostro continente, ci scopriamo totalmente impreparati, nudi, capaci soltanto di ripetere gli slogan formulati a Washington.
Siamo arrivati alla fine della guerra classica, quella teorizzata da Carl von Clausewitz nel suo Vom Kriege.
Per il generale prussiano la guerra era “la prosecuzione della politica con altri mezzi”.
Aveva un senso, una direzione, uno scopo politico preciso. Oggi no. Oggi assistiamo al trionfo dell’assurdo: la guerra ha perso sia il suo fine (gli obiettivi politici sono svaniti nel nulla) sia la sua fine (non c’è alcuna idea di come fermarla).
Non è più la politica a guidare le armi per raggiungere un accordo; sono le armi a guidare la politica in un vicolo cieco.
La guerra viaggia con il pilota automatico, nutrendo se stessa e la spaventosa macchina bellico-industriale che le ruota attorno, mentre i leader politici si limitano a fare da comparse tragiche e impotenti.
Sullo sfondo di questo disastro, c’è un’ulteriore metamorfosi silenziosa e terrificante.
Quella che ci sta trasformando da Homo Sapiens a Homo Mechanicus.
Ci stanno abituando a pensare che la tecnologia sostituirà il pensiero critico, che l’Intelligenza Artificiale risolverà i nostri dilemmi e che l’algoritmo possa prendere il posto della diplomazia.
Abbiamo sostituito l’educazione classica, la cura meticolosa della parola e del dialogo interculturale, con la propaganda binaria del “o sei con noi o sei con il nemico”.
Non si ascolta più l’altra parte. Non si tenta più di capire la complessità, i grigi della storia, le ragioni storiche dei conflitti. Chiunque provi a sollevare un dubbio viene bollato come disertore o di collaborazione col nemico.
Gesù nel Vangelo di Matteo diceva: “Ama il tuo nemico”. Nelle aule di geopolitica si insegna: “Ascolta anche l’altra parte”. Nel giornalismo vero si dovrebbe scolpire sulla pietra: “Taci o dì qualcosa di meglio del silenzio”.
Invece il circo mediatico e politico occidentale ha scelto la via più comoda e pericolosa di parlare a vanvera, di bombardare la pubblica opinione di terrore, di armare i confini ed evitare accuratamente ogni vero tavolo negoziale.
Fino a quando la guerra, lasciata libera di correre senza briglie, non deciderà da sé quando e come travolgere tutto quello che ci rimane.



