LE MINE FANTASMA DI HORMUZ E IL SUICIDIO ECONOMICO DELL’EUROPA

di Pasquale Di Matteo

L’intelligence americana non ha trovato una sola mina iraniana nello Stretto di Hormuz, perciò, anche questa storia era una balla della propaganda occidentale.

Lo ammette un rapporto interno citato dalla rete statunitense Nbc.

Eppure, la narrazione ufficiale procede imperterrita, stampata a caratteri cubitali sui quotidiani di mezzo mondo: la Marina degli Stati Uniti starebbe scortando navi commerciali attraverso campi minati invisibili, sfidando il blocco di Teheran grazie a non meglio precisate soffiate segrete.

Soffiate che indicherebbero mine che per la stessa intelligence americana non esistono.

Il dettaglio che la via d’acqua sia una lingua di mare larga pochi chilometri, strettamente pattugliata dai guardiani della rivoluzione islamica, dove far passare un convoglio americano di nascosto è un’impresa fisicamente impossibile, viene derubricato a minuzia geografica.

Costruiamo crisi militari basate sul nulla per giustificare voragini economiche reali causate da politici incapaci, disastrosi.

Nel mezzo di questa fiera del grottesco dell’incapacità, l’Occidente ha deciso di indignarsi per l’abbattimento di un caccia F-15 statunitense nei cieli del Medio Oriente. Un caccia di una nazione che ne ha aggredita un’altra, in aperta violazione del Diritto internazionale.

Il problema, per i falchi di Washington e per i loro megafoni europei, non è la violazione di una tregua o il fallimento tattico del velivolo, ma è che il missile terra-aria e i radar di allerta precoce in grado di neutralizzare i sistemi stealth americani, finiti nelle mani dell’Iran, portano la firma di Pechino.

La Cina non esporta più chincaglieria e ha compiuto un salto quantico. Sforna tecnologia militare di altissimo livello, batterie, componentistica civile e sistemi di puntamento che surclassano le controparti occidentali.

In questo momento, la Cina è avanti all’Occidente di anni, forse di decenni.

Ma l’indignazione viaggia a corrente alternata: se gli Stati Uniti armano Kiev fino ai denti per logorare Mosca, i governi europei applaudono la difesa della democrazia; se Pechino vende radar a Teheran, si grida all’attentato contro l’ordine globale solo perché noi occidentali abbiamo l’arroganza e la presunzione di ritenerci nel giusto e migliori, anche quando i nostri ammazzano innocenti a Gaza con l’esercito “più morale al mondo”.

La diplomazia è morta, sostituita da una tifoseria da stadio che ignora i numeri, i morti e, soprattutto, i conti in banca dei cittadini che la finanziano.

Anche il buonsenso, la cultura e la logica, ma, ormai da diverso tempo, non fa più notizia.

L’INVASIONE SILENZIOSA A SESSANTA CHILOMETRI DA BEIRUT

Mentre l’Europa guarda lo Stretto di Hormuz terrorizzata da esplosivi immaginari, una guerra vera divora il Medio Oriente nel silenzio complice dei leader europei, compreso il governo italiano.

L’esercito di Tel Aviv ha superato il fiume Litani e si è spinto fino al fiume Zahrani. Sono sessanta chilometri a sud di Beirut. Decine di migliaia di civili libanesi sfollati, villaggi svuotati, infrastrutture polverizzate.

Le truppe israeliane allargano il perimetro con la scusa di sradicare le milizie di Hezbollah, il braccio armato finanziato dall’Iran che da mesi satura di razzi il nord di Israele.

Ma la risposta militare ha ormai superato i confini della deterrenza per trasformarsi in un’occupazione territoriale di fatto e non esiste norma o trattato internazionale per cui non si possa parlare di crimini di guerra e di violazioni del Diritto internazionale.

I governi europei, rapidissimi nello stracciarsi le vesti per i missili cinesi venduti agli ayatollah, non emettono un fiato contro il nuovo volto del male israeliano.

Fanno finta di credere ai negoziati di facciata. Le diplomazie occidentali diramano comunicati in cui si dicono fiduciose in un “cessate il fuoco imminente”, mentre i blindati israeliani piantano bandiere sempre più in profondità nel territorio di uno Stato sovrano che non ha né un esercito in grado di difenderlo né una classe politica capace di reagire.

L’Europa ha deciso da che parte voltarsi e, soprattutto, ha deciso di stare con chi viola il Diritto e commette crimini.

IL CONTO DELLA GUERRA SULLO STIPENDIO DA 1700 EURO

A pagare il conto di questo strabismo geopolitico non sono i generali o i ministri degli Esteri. Il conto lo paga il cittadino europeo. Ancora di più, lo paga il lavoratore italiano.

L’inflazione ha superato il 3%. I dati ufficiali dell’Istat, spesso edulcorati rispetto alla brutalità degli scontrini, certificano che la corsa dei prezzi è trainata dal costo dell’energia e dei trasporti.

Le rotte commerciali del Mar Rosso sono paralizzate. Il transito via Hormuz costa uno sproposito in premi assicurativi, anche per le navi che non rischiano di saltare su mine inesistenti e l’effetto a cascata è immediato.

Chi percepisce uno stipendio fermo a 1700 euro al mese viene letteralmente espropriato del proprio potere d’acquisto. Chi guadagna ancora meno, diventa sempre più povero.

Aumenta la benzina, a due euro al litro e destinata a continuare a salire. Aumenta il gasolio. Di conseguenza aumentano il pane, la pasta, il latte, la farina…

Una busta della spesa mezza vuota oggi costa 50 euro. Domani costerà ancora di più.

Questo è il prezzo della politica muscolare e idiota che rifiuta il negoziato. Invece di usare il peso commerciale dell’Unione Europea per imporre tavoli di pace, gli incompetenti leader del Vecchio Continente hanno sposato la retorica del riarmo totale.

Le conseguenze sono matematiche: per finanziare la produzione di munizioni, blindati e droni da spedire sui fronti altrui, gli Stati europei devono emettere nuovo debito. Per piazzare questo debito, offrono rendimenti più alti.

La Banca Centrale Europea si prepara a mantenere alti i tassi di interesse, con il risultato che i mutui a tasso variabile delle famiglie italiane si impennano.

Lo Stato spende miliardi in più per pagare gli interessi sui Btp, sottraendoli alla sanità pubblica, alle scuole, ai trasporti civili.

Stiamo smantellando il welfare, la ricerca, l’Università e gli ospedali per ingrassare i bilanci dell’industria bellica, convincendo la popolazione che stringere la cinghia sia un atto di eroismo contro i tiranni d’Oriente, mentre è solo la diretta conseguenza della totale incompetenza degli attuali leader.

L’OMBRELLO BUCATO E I DRONI IMMAGINARI

La tragedia sfiora il ridicolo quando si analizza il livello di psicosi mediatica con cui viene giustificato questo salasso.

Nei giorni scorsi, agenzie di stampa e televisioni europee hanno battuto per ore la notizia di un attacco di droni russi sul territorio della Romania. Pagine di inchiostro versate sul rischio di attivazione dell’Articolo 5 della Nato, sulla Terza guerra mondiale alle porte.

Poi, la smentita, che non è arrivata da un blogger filo-putiniano, ma dal presidente rumeno in persona: nessun drone russo ha mai attaccato il Paese.

Infatti, quel drone è stato lasciato passare, deviato dalle difese ucraine, perché si riteneva fosse di Kiev.

Nel frattempo, un quotidiano riusciva persino a titolare su un “presunto drone avvistato a Monaco”, chiuso e riaperto l’aeroporto.

L’Occidente vive in un perenne stato di allucinazione militarista portato avanti dalla propaganda che cerca in tutti i modi di far scoppiare una guerra in tutta Europa, unica situazione che potrebbe salvare dal fallimento totale i leader che giuravano che Mosca fosse al collasso a settembre 2022.

Il paradosso finale riguarda proprio l’alleato per il quale l’Europa si sta dissanguando. Gli Stati Uniti che chiedono al Vecchio Continente di armarsi, di spendere oltre il 2% del Pil in difesa, di tagliare i ponti commerciali con la Cina, di sostenere ogni crimine israeliano. Ma l’ombrello protettivo americano, in caso di vera crisi, è pieno di buchi, con una tecnologia e un esercito superati, come si è visto sia in Ucraina sia in Iran.

Quando l’amministrazione Trump si trovò ai ferri corti con la Corea del Nord per la questione nucleare, ritirò frettolosamente una parte dei sistemi missilistici schierati a difesa di Seul. Di fronte all’escalation, Washington ha badato ai propri calcoli strategici, lasciando l’alleato sudcoreano scoperto davanti alle batterie di artiglieria di Kim Jong-un.

Pensare che l’esercito americano sia pronto a immolarsi in massa per difendere i confini europei o le rotte mediterranee, in uno scenario di conflitto allargato, è un atto di fede che rasenta il patologico.

Ma vista l’endemica stupidità di chi ancora crede alle pale dell’Ottocento, ai muli e alle altre supercazzole raccontate da mainstream…

Se i sistemi di difesa aerea americani schierati in Medio Oriente vengono elusi e abbattuti dai nuovi radar cinesi venduti all’Iran, su cosa si basa esattamente l’arroganza dell’Occidente?

La sicurezza non si ottiene minacciando dazi, alzando i toni, gonfiando la spesa pubblica a debito e diffondendo bufale sui campi minati, ma sedendosi a un tavolo con le potenze emergenti.

Riconoscendo che la Cina non è più l’officina del mondo, ma un colosso in grado di spostare gli equilibri militari globali. La più avanzata superpotenza militare e tecnologica sul pianeta.

Mentre i telegiornali della propaganda europea misurano l’apertura alare di droni fantasma caduti in Romania e il governo italiano raschia il fondo del barile per trovare i soldi da dare alle aziende produttrici di armi, un pensionato controlla lo scontrino della spesa e scopre che non arriva alla terza settimana del mese, uno studente capisce che non può mantenersi agli studi e una donna deve chiedere una colletta per un intervento che la Sanità pubblica le offre solo tra due anni.

Questo è l’unico vero bilancio di vent’anni di esportazione della democrazia e di sanzioni chirurgiche della nostra fallimentare politica.

In Libano i confini vengono ridisegnati a colpi di artiglieria, in Ucraina si bruciano generazioni per mantenere posizioni indifendibili, a Washington si stampano rapporti fittizi sulle minacce marittime.

Da noi, intanto, i prezzi salgono e i servizi si tagliano per finanziare la guerra in Ucraina.

Perché non stiamo armando l’Europa per difenderci da una minaccia reale, ma stiamo inventando minacce per giustificare un sistema che si nutre esclusivamente di paura e debito pubblico, per ingrassare i conti di chi ha interessi nelle fabbriche di armi.

FARG² A RAVENNA, QUANDO L’ARTE INCONTRA IL MITO DI DANTE

di Pasquale Di Matteo

L’arte non è solo quella che resta appesa a un muro, in una galleria importante o meno che sia, ma è posizionamento, è comunicazione, è la capacità di occupare uno spazio mentale (e digitale) che prima non esisteva.

Un tempo, bastava fare una mostra. Anzi, era fondamentale esporre in una mostra. E più mostre facevi, più esclusivo era il contesto, maggiore era la tua esposizione d’artista e le possibilità di entrare nei meccanismi dell’arte che conta.

L’ultima tappa del duo Farg², composto dai pittori mantovani, Alessandro Rinaldoni e Francesca Ghidini, al Simposio delle Arti – Premio Dante di Ravenna, non è stata “solo una mostra”.

Ravenna è un territorio ancora inesplorato per il duo, perciò dimenticate per un attimo l’estetica e guardate la geografia. Ravenna, il Centro Dantesco dei Frati, la Tomba di Dante. Stiamo parlando di uno dei “KM Zero” della cultura mondiale, un punto focale per la cultura di tutto il mondo, dove riposa la salma di un uomo che si studia in tutte le scuole del pianeta. Tutte o quasi.

Portare l’arte mantovana nel santuario del Sommo Poeta significa una cosa sola: validazione.

Significa accostare il proprio nome a quello di Dante, non per pavoneggiarsi, ma perché, per l’algoritmo di Google e per i collezionisti, Farg² non è più solo un duo emergente, ma è un’entità che dialoga con la storia.

Poiché, se sei tra i nomi selezionati, come mostra la lista ufficiale dei partner e degli artisti, smetti di essere “uno dei tanti” e diventi scelto.

Osservando bene i loghi che campeggiavano sul banner dell’evento, Sky, Mondadori Store, La Feltrinelli, Amazon, TG Italy, vengono i brividi.

Il duo mantovano di Ghidini e Rinaldoni è lì, in mezzo a quel gruppo di icone di successo. Inoltre, c’è un dettaglio che in questo Simposio ha aggiunto un livello di profondità incredibile. Parlo dell’incontro con Giancarlo Scarchilli, regista e autore di “Geppetto”, e della dedica lasciata a Francesca:

“A Francesca, che continua a coltivare la bambina… non tradire mai la bambina che hai dentro di te”.

Giancarlo Scarchilli

Se Alessandro è la materia, lo spazio, la struttura, la mano che ha dovuto reimparare a tracciare geometrie dopo la sfida della disabilità, come emerso nella brutale e magnifica intervista con Salvo Nugnes, Francesca è l’emozione pura, quella bambina che non accetta di essere addomesticata dal mondo degli adulti, dalle mode, dalle regole, da ciò che è giusto e cosa no, deciso a tavolino, dal “si fa così”.

Il segreto del loro successo?

L’equilibrio al quadrato. Alessandro costruisce la casa, l’ordine, mentre Francesca ci mette il cuore, l’anima e il caos.

L’ARTE DEL DUO FARG

Durante l’intervista, Salvo Nugnes ha scavato a fondo nella vita di Alessandro e nella forza espressiva di Francesca. A Ravenna, quel confronto è diventato una “Menzione Speciale”.

D’altro canto, la produzione artistica di Farg² è un audace esperimento di sincretismo semantico, in cui la dialettica tra l’ordine e l’urgenza espressiva smette di essere un mero conflitto estetico per farsi architettura dell’anima.

In questo “ecosistema al quadrato”, la ricerca di Alessandro Rinaldoni funge da impalcatura, con le sue cromie liquide; il suo segno, forgiato in una geometria liquida che è, al contempo, limite e libertà, frutto di una resilienza fisica che ha trasformato la tecnica in necessità etica, tenta di mappare l’invisibile con il rigore calligrafico dei grandi maestri del Rinascimento mantovano.

A questa struttura liquida, metafora della liquidità sociale di cui parlava Bauman, si unisce la fenomenologia cromatica di Francesca Ghidini: una pittura materica, pulsante e viscerale, che agisce come un flusso emotivo, capace di travolgere la rigidità della forma per restituirle una voce umana, dell’anima.

L’uso sapiente di frammenti di specchio e inserti materici non è un semplice vezzo decorativo, ma un dispositivo psicologico che trasforma la tela in un palinsesto interattivo per cui l’opera non si limita a farsi guardare, ma costringe il fruitore a guardarsi, incorporando il riflesso del mondo esterno in un vortice di rinascite, simboleggiate da una metamorfosi segnica, come la farfalla, che è ormai cifra stilistica del brand.

L’arte di Farg² non è la somma di due stili, dunque, ma la creazione di un terzo spazio, di un’infosfera cromatica dove l’impegno sociale e la cura del dettaglio pittorico convergono per dimostrare che l’arte rimane, ancora oggi, il più potente strumento di connessione tra la fragilità umana e l’eternità dell’idea.

Segnatevi questi nomi: Francesca Ghidini e Alessandro Rinaldoni, oltre al loro brand, naturalmente, Farg².

Ne sentiremo parlare in futuro.

L’ALIBI ORBAN NON ESISTE PIÙ E L’EUROPA HA PAURA DI KIEV

di Pasquale Di Matteo

Novanta miliardi di euro in prestiti europei.

Il parlamento ucraino li ha approvati alla velocità della luce, ringraziando Bruxelles e incassando la liquidità. I soldi si prendono, le riforme richieste si rimandano a data da destinarsi.

Ma dietro l’assegno staccato dalle istituzioni comunitarie si nasconde il più grande segreto della geopolitica continentale.

Per due anni, i leader europei ci hanno venduto una narrazione comodissima: l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione era ostaggio dei capricci di Viktor Orbán.

Il premier ungherese svolgeva il ruolo dell’infiltrato di Vladimir Putin, l’uomo nero che paralizzava il nobile slancio solidaristico dei Ventisette, ma, con l’avvento di Péter Magyar, la dinamica politica interna a Budapest è mutata, e l’ostacolo formale è stato aggirato.

Perciò, l’Europa ha esaurito il suo alibi perfetto e si scopre terrorizzata dall’idea di mettersi Kiev in casa.

L’IPOCRISIA DI VARSAVIA E L’AUTOLESIONISMO DI ZELENSKY

Il primo capitolo dei negoziati per l’adesione ucraina è subordinato a una condizione precisa: il rispetto dei diritti delle minoranze ungheresi sul suolo ucraino.

Una pretesa che suona come una condanna, visto che il governo di Volodymyr Zelensky non brilla per la tutela delle etnie interne, applicando ai magiari della Transcarpazia la stessa mano pesante usata per anni con i russofoni del Donbass, motivo per cui è scoppiata la guerra tra Kiev e Mosca, nel 2014, più estesasi nel 2022 con l’aggressione russa.

Anche il nuovo volto dell’opposizione ungherese, Magyar, mantiene la linea dura: niente armi a Kiev, priorità agli interessi nazionali, nessuna rinuncia al gas e al petrolio russo.

Insomma, fa quello che dovrebbe fare ogni leader europeo sano di mente e affine al suo mandato: fare gli interessi del proprio popolo che lo ha eletto.

Il blocco di 16 miliardi di fondi europei trattenuti da Budapest dimostra che Bruxelles sborsa denaro per comprare il silenzio dell’Ungheria, ma il meccanismo dei veti incrociati è vivo e vegeto.

I veri nemici dell’ingresso ucraino nell’Unione non siedono però solo a Budapest. Siedono a Varsavia. La Polonia è stata ed è uno dei massimi sponsor logistici e militari dell’Ucraina. Fino a quando non si parla di soldi.

Donald Tusk, il volto presentabile dell’europeismo, fa i conti con gli agricoltori polacchi e con i bilanci statali. Se Kiev entra nel mercato comune, la sua sterminata produzione agricola a basso costo rade al suolo il comparto primario dell’est Europa e assorbe la quasi totalità dei fondi della Politica Agricola Comune.

I polacchi resterebbero a secco. E per difendere le quote dei trattori nazionali, Varsavia ha già chiuso i rubinetti del grano.

Zelensky, con un tempismo politico suicida, ha pensato bene di gettare benzina sul fuoco. Ha intitolato un’unità dell’esercito ucraino all’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), una fazione nazionalista che durante la Seconda Guerra Mondiale collaborò con i nazisti e massacrò decine di migliaia di cittadini polacchi in Volinia.

La mossa ha scatenato le ire di Tusk, portando la Polonia a revocare a Zelensky la sua massima onorificenza.

L’alleato giura fedeltà militare. Nel frattempo, gli chiude le frontiere commerciali e straccia le medaglie.

L’INDIGNAZIONE A COMANDO SUI DRONI

Mentre l’alleanza politica si sfarina sotto il peso dei bilanci e delle memorie storiche incompatibili, la retorica occidentale lavora a pieno regime per mantenere alta la tensione militare. Un drone russo, fuori rotta, si schianta su un edificio residenziale in Romania, Paese membro della Nato.

L’incidente non provoca stragi, ma offre il palcoscenico perfetto a Ursula von der Leyen, che si precipita ai microfoni per denunciare la minaccia ai confini dell’Alleanza Atlantica.

È una levata di scudi telecomandata. Si grida all’attacco deliberato per un detrito finito oltre il confine, ma nessuno fiata sulle azioni speculari. Nessuno commenta le armi occidentali usate per colpire in profondità il territorio della Federazione Russa, né solleva obiezioni formali sui crescenti sospetti di droni lanciati verso le basi di Mosca direttamente dai Paesi baltici.

La narrazione impone una vittima immacolata e un carnefice irrazionale, ma i fatti dicono altro: le provocazioni incrociate servono a giustificare nuovi esborsi. La Svezia, da poco entrata nella Nato, ha annunciato l’invio all’Ucraina di venti caccia multiruolo Saab JAS 39 Gripen.

Ennesimo pacchetto militare venduto come la mossa definitiva per rovesciare le sorti del conflitto, ma che sul piano strategico somiglia al disperato tentativo di tappare le falle di un fronte che sta cedendo.

Peccato che il presidente rumeno si è affrettato a spiegare che il drone sarebbe stato deviato dalle difese aeree ucraine, dopo essere stato colpito, finendo poi per precipitare in Romania: un episodio che mette in luce anche i rischi provocati dalle operazioni militari di Kiev oltre il proprio spazio aereo.

Nicusor Dan è stato anche contestato dai rumeni, per la mancata sicurezza sui cieli della Romania, per le continue incursioni di droni e missili di Ucraina e Russia.

Ma la verità ancora più sconcertante è che il drone sarebbe stato affiancato da due caccia rumeni, ma non sarebbe stato abbattuto perché si riteneva fosse ucraino, poiché partito da una zona che l’Europa considera ancora in mano ucraina.

Una notizia che, se confermata, sarebbe tragicomica.

LA VERITÀ DEI BOLLETTINI MILITARI

Perché sul campo la guerra si sta perdendo, non per un’opinione, ma per i dati satellitari.

A confermarlo non sono le agenzie di stampa russe, ma i bollettini dell’Institute for the Study of War (ISW) di Washington, il think tank americano che da due anni detta la linea interpretativa ai media di mezzo mondo.

Leggere gli ultimi report dell’ISW significa assistere a un arrampicamento sui vetri: le truppe di Mosca avanzano in snodi logistici fondamentali come Sloviansk e Kostiantynivka. Eppure, nei rapporti ufficiali, queste penetrazioni in profondità vengono ammorbidite e derubricate a semplici “infiltrazioni”.

Al contrario, le deboli e circoscritte controffensive ucraine, come i presunti recuperi territoriali a Kharkiv, vengono segnalate con enfasi per poi essere catalogate in piccolo come “non confermate”.

Quando persino l’ufficio stampa ufficioso della resistenza ucraina è costretto a usare la semantica e termini più o meno appropriati per mascherare le ritirate, è perché la realtà supera la fantasia guerrafondaia dei vertici europei. Anche se, più che fantasia, sembra una vera ossessione.

L’Ucraina sta esaurendo gli uomini, perciò Kiev preme sull’acceleratore dell’allarme continentale sperando di trascinare la Nato in un coinvolgimento diretto, perché sa che l’aiuto indiretto non basta più a tenere la linea.

L’Europa, da parte sua, continua a staccare assegni a debito per pulirsi la coscienza, approva prestiti miliardari che l’Ucraina non restituirà mai, e recita la parte dell’alleato incrollabile, mentre gli europei sono sempre più incazzati per l’aumento dele bollette e della spesa, per i tagli a Sanità e welfare, mentre i soldi vanno sperperati in una guerra impossibile da vincere e che causa solo il martirio di giovani ucraini.

I caccia svedesi decolleranno, le dichiarazioni di solidarietà invaderanno le prime pagine, ma i confini polacchi restano sbarrati per il grano, i fondi ungheresi vengono trattenuti per ripicca e i leader europei pregano in segreto che la questione dell’ingresso di Kiev nell’Unione venga seppellita dalla burocrazia.

Nessuno ha il coraggio di dire a Zelensky che i soldi a fondo perduto sono finiti e che l’integrazione europea era solo un pezzo di carta sventolato a favore di telecamera.

Quanto durerà ancora il teatrino dell’europeismo solidale prima che i conti non tornino più nemmeno sulla carta?

KIEV SENZA SOLDATI E LA NATO IN ROMANIA

IL GRANDE INGANNO SULLA FINE DELLA GUERRA

di Pasquale Di Matteo

A Galati, in Romania, un drone russo si è schiantato contro un condominio residenziale.

Una donna e un bambino sono finiti in ospedale. Territorio NATO, fianco est, Unione Europea.

Scrivevamo proprio ieri delle centinaia di droni ucraini in volo sui cieli d’Europa e ci chiedevamo quando ci sarebbe stato un incidente. A causarlo è stato prima un drone russo e staremo a vedere le reazioni quando capiterà cosa analoga con uno ucraino.

Intanto, nelle stesse ore, Volodymyr Zelensky prendeva carta e penna per scrivere a Donald Trump: “Mandateci i missili Patriot. L’arsenale è vuoto.”

Ma non ci stavano dicendo che Mosca era al collasso e Kiev aveva praticamente vinto?!

Sui teleschermi occidentali, la guerra in Ucraina è una marcia trionfale scandita dai successi tecnologici di Kiev, capace di aumentare la produzione di droni del 400 per cento in un anno e di colpire le raffinerie della Federazione Russa in profondità.

Invece, nei dispacci militari riservati, si legge una storia di trincee svuotate, di casse statali prosciugate e di un alleato americano che ha chiuso i rubinetti delle armi gratis.

Washington non regala più nulla. Le armi si pagano, e chi non ha i dollari deve sperare che Bruxelles apra il portafogli al suo posto.

L’OCCIDENTE E LA SINDROME DELLO STRUZZO

Kaja Kallas, Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Unione Europea, – roba per cui Tajani ha ancora qualche chance di credibilità – lo ha ripetuto come un mantra ai vertici continentali: attenzione alla trappola russa.

I negoziati offerti da Vladimir Putin sono un’esca per congelare il fronte, legalizzare le annessioni territoriali e riarmare le truppe di Mosca in vista della spallata decisiva. L’analisi è impeccabile. Il problema è la soluzione che l’Europa ha da offrire.

Nessuna. L’Europa non ha mai avuto una strategia se non quella di pretendere la sconfitta di una superpotenza nucleare.

La strategia europea e atlantica si regge su una contraddizione strutturale insanabile: chiediamo all’Ucraina di resistere fino alla vittoria totale, che è impossibile per chiunque sia almeno sano di mente, ma le forniamo armamenti con il contagocce, perché non abbiamo soldi e perché sappiamo che il rischio di vedere cadere sull’Europa missili atomici è concreto.

Finora abbiamo assistito a un colossale scaricabarile transatlantico. I governi del Vecchio Continente hanno svuotato i propri arsenali, inviando a Kiev fondi di magazzino, per poi staccare assegni miliardari all’industria bellica statunitense al fine di ripristinare le scorte nazionali.

Perché la genialità contraddistingue l’attuale classe politica europea.

Adesso che la presidenza americana batte cassa e chiede agli alleati di accollarsi il peso finanziario dell’intera operazione, il castello di carte scricchiola.

A Bruxelles si continua a promettere a Zelensky un ingresso accelerato nell’Unione Europea, che distruggerebbe quel che resta della credibilità dell’Unione.

Ursula von der Leyen stringe mani a destra e a manca e assicura corsie preferenziali, ma finge di ignorare che l’Ucraina, per entrare nell’Unione, dovrebbe ribaltare il proprio assetto istituzionale, estirpare una corruzione endemica che ha appena decapitato i vertici del Ministero della Difesa e riformare la giustizia.

Praticamente, impossibile.

Ma il freno a mano più violento non lo tirano i russi. Lo tira la Polonia.

Varsavia, il falco anti-Putin per eccellenza, è terrorizzata dall’ingresso di Kiev. Significherebbe dirottare l’intero bilancio dei sussidi agricoli comunitari verso il granaio ucraino, lasciando a secco i contadini polacchi.

L’alleanza è d’acciaio, finché non si tocca il portafogli.

IL FRONTE IN FRANTUMI E I SOLDATI FANTASMA

La narrazione che ci hanno propinato per quattro anni, dell’imminente collasso militare russo, è evaporata sui campi fangosi del Donbass.

I generali di Kiev, intervistati dalla Reuters, lontano dai microfoni della propaganda europea, parlano chiaro. La guerra durerà almeno altri due o tre anni e non c’è nessuna svolta dietro l’angolo.

L’Ucraina ha un disperato, assoluto bisogno di uomini. Le leggi sulla mobilitazione faticano a riempire i ranghi. I centri di reclutamento sono vuoti.

Insomma, non ci sono più uomini da mandare a morire al fronte. Ed ecco perché Kiev sta facendo di tutto per allargare il conflitto a tutta l’Europa.

Secondo la propaganda europea, quella che ci ha raccontato di muli, microchip smontati dai tiralatte, pale dell’Ottocento e altre panzane, dall’altra parte della barricata, Vladimir Putin ha lo stesso problema, ma lo gestisce con il cinismo tipico degli autocrati.

Il Cremlino sa che una nuova mobilitazione generale interna scatenerebbe la piazza, o perlomeno incrinerebbe quel patto di stabilità passiva stipulato con la borghesia di Mosca e San Pietroburgo.

Perciò, la Russia rastrella carne da cannone nelle repubbliche dell’Asia Centrale e in Africa.

Agenzie di reclutamento offrono stipendi fuori mercato e passaporti russi a immigrati disperati, spedendoli poi in prima linea senza addestramento. Contemporaneamente, Putin alza le tasse ai suoi cittadini per finanziare un’economia di guerra che regge solo finché i cannoni sparano.

Prendendo per buona la tesi dei dispensatori di fake a orologeria, entrambi gli eserciti si stanno dissanguando, in una guerra di logoramento in cui il tempo lavora per chi ha il bacino demografico più ampio e meno scrupoli nello sprecarlo.

LA GUERRA IN CASA DELLA NATO

L’incidente di Galati ha polverizzato in un istante l’illusione di una guerra confinata.

Dall’inizio dell’invasione, i radar rumeni hanno registrato ventotto violazioni del proprio spazio aereo. Quarantasette volte i militari di Bucarest hanno raccolto rottami di droni o missili russi nei campi al confine con la regione ucraina di Odessa. Ma questa volta il drone ha colpito un condominio e ha fatto feriti.

Il governo rumeno ha espulso il Console Generale russo a Costanza. La NATO ha fatto decollare i caccia alleati, tra cui gli Eurofighter italiani.

Mark Rutte, Segretario Generale della Nato, ha ribadito la sacralità dei confini dell’Alleanza.

Parole di piombo, reazioni di piuma.

Bucarest si è guardata bene dall’invocare l’Articolo 5 del Trattato Nordatlantico, quello che fa scattare l’intervento armato in difesa di un alleato aggredito. Si è limitata a ventilare l’uso dell’Articolo 4, che prevede una semplice consultazione d’urgenza.

La verità è che l’Occidente ha il terrore di un confronto diretto. La linea rossa viene continuamente spostata qualche metro più in là.

La Romania, però, ha presentato il conto. Ha chiesto all’Unione Europea l’accesso al fondo “Safe” per 16,7 miliardi di euro. Servono per blindare i cieli, comprare radar, schierare batterie antiaeree moderne. La guerra ai confini costa, e i governi dell’Est Europa non hanno intenzione di pagarla da soli.

Tra le promesse di vittoria a uso televisivo e i report dal fronte c’è un abisso in cui stanno scomparendo due generazioni di ucraini e di russi.

La pace è un miraggio agitato per compiacere le diplomazie, mentre sul campo si preparano difese per un conflitto decennale, ma contro chi, messo alle strette, potrebbe calaro l’asso dei missili ipersonici caricati con testate nucleari e farla finita in una manciata di minuti.

I generali ucraini chiedono truppe che non esistono.

A Bruxelles si stilano i verbali sulle quote di bilancio, sui soldi, anche nostri, che servono da inviare a Washington, dove incassano gli assegni per i missili che hanno smesso di regalare.

Resta solo una domanda.

In questo marasma di idioti e di criminali, chi vince il trofeo del mongolo d’oro? Putin, Zelensky, von der Leyen, i leader europei, o i giornalisti di casa nostra, che ci raccontano dei quattro tipi di cancro di Putin, del rublo carta straccia, delle pale, dei muli, delle innumerevoli controffensive ucraine e altre sciocchezze che il tempo e i fatti hanno certificato essere supercazzole?

SI DANNO TUTTE ALLO SPORT

di Danilo Preto

Lo avevamo anticipato qualche settimana fa.

Le grandi firme della moda scoprono il feeling (commerciale?) con lo sport. E non parliamo certamente delle aziende che sono diventate ricche e famose e che transitano stabilmente da decenni sui terreni di gioco del calcio, del tennis, del basket…

Armani, ad esempio, un po’ per mecenatismo e un po’ per sana pubblicità con la sua EA7, è stato un precursore. Armani, tra l’altro, sponsorizza le squadre olimpiche e paraolimpiche del CONI.

Adidas, Puma, Diadora e molte altre non sono da meno.

I brand hanno vestito e vestono fior di campioni, che sfoggiano a pagamento magliette, tute, scarpe, copricapi…

Tutto lecito, intendiamoci. Se un campione gironzola con le mie produzioni, è certamente un segno che il mio brand vale ed è appetito.

Quindi perché gli aficionados non dovrebbero vestirsi anche loro con le mie creazioni? Anche se hanno un po’ di pancetta, va bene lo stesso.

IL TEMPO LO SEGNA ROLEX 

Nei campi dei tornei internazionali di tennis è il nome che spicca di più. È vero, non produce Alta Moda nel senso tecnico del termine, anche se va ricordato che, nel 2014, era presente nelle fashion week milanesi e parigine.

Tutto lì.

GUCCI: L’APPETITO VIEN…

Avevamo parlato recentemente di Sabalenka, bielorussa, campionessa di tennis che era entrata in campo con una borsa da viaggio Gucci.

Prima volta nella storia del tennis.

Sinner non era da meno, anche se aveva una borsa porta racchette sempre Gucci. 

Qualcuno obietterà: “Prada veste le sue barche da vela che sfrecciano a 100 km all’ora durante le regate senza nemmeno sfiorare l’acqua. Oltre a vestire il diavolo!”

Mi pare normale che chi sostiene questo sport richieda poi una scritta evidentissima sulla barca da regata e sulla vela. Ma qualcuno ha osato di più. Ed anche qui è la prima volta.

BRIATORE E LA FORMULA 1

È una vecchia e storica passione per il geometra di Verzuolo, quella della velocità. Ha iniziato con la Benetton, che poi è stata venduta alla Renault. Ma qui la storia è più complessa e ben più avvincente.

Nel 2027, la Alpine Renault, che attualmente partecipa al campionato di formula 1, si chiamerà Gucci Racing Alpine.

Cambierà livrea e Gucci correrà per diventare il numero uno anche in F1.

Tutto questo anche grazie al fatto che l’attuale amministratore delegato di Gucci era in precedenza AD di Renault Italia.

L’impressione è che non sia finita qui e che vi sia un rimescolamento di approdi per fare in modo che un settore che sta diventando rischioso, come quello dell’alta moda, abbia bisogno di riscrivere rapidamente le regole della propria sopravvivenza. Aspettiamo e vedremo.

Siamo convinti che sia solo l’inizio.

DRONI UCRAINI SULL’EUROPA, MA LA COLPA È DELLA RUSSIA

di Pasquale Di Matteo

Ursula von der Leyen accusa Mosca di destabilizzare le democrazie europee.

Tra un messaggino nascosto alla magistratura e una legge dannosa per i cittadini europei, la presidente della Commissione non perde occasione per esprimere il proprio odio nei confronti di Mosca.

E non se ne capisce il motivo; certamente non può trattarsi di violazioni del Diritto internazionale, altrimenti dovrebbe parlare h24 di Washington e di Tel Aviv, quindi, deve trattarsi di qualcosa di personale, proprio come i contratti per i vaccini che hanno fatto spendere miliardi di euro agli europei, gestiti su WhatsApp.

Ma, mentre von der Leyen emetteva i suoi editti, uno sciame di droni militari con la bandiera ucraina attraversava lo spazio aereo di quattro nazioni della Nato per andare a bombardare i terminal petroliferi russi sul Baltico.

Eccola, la fotografia esatta di un continente che scivola verso il punto di non ritorno, protetto solo dal sottile velo delle proprie balle e della stampa al servizio della propaganda.

A Bruxelles e a Washington la linea ufficiale recita che l’Ucraina sta vincendo, che la Russia è a un passo dal collasso economico e che la diplomazia è pronta a intervenire non appena Vladimir Putin mostrerà segnali di cedimento.

Lo dicevano a settembre del 2022, poi a dicembre, poi per tutti questi quattro anni e qualche mese. Un tempo lunghissimo per chi combatte solo armato di pale dell’800, a dorso di muli, senza divise e raccattando senzatetto e ubriaconi per strada, visto che sono morti oltre 1,2 milioni di soldati, cioè l’intero esercito russo al 2021.

Ma se si incrociano i tracciati radar del Mar Baltico, i verbali del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e le direttive interne di Mosca, questa narrazione si disintegra.

L’Europa è già parte attiva di una pericolosa roulette russa, i negoziati di pace non esistono e il Cremlino non sta affatto crollando. Al contrario, si sta blindando dall’interno.

IL SEGRETO DI PULCINELLA NEI CIELI BALTICI

Tra marzo e maggio del 2026, i cieli del Nord Europa si sono riempiti di macchine da guerra.

Estonia, Lettonia, Lituania, persino la Finlandia. Droni esplosivi di fabbricazione ucraina sono entrati nello spazio aereo della Nato per colpire i porti russi situati nell’area di San Pietroburgo.

In Finlandia, l’allarme ha costretto un milione e ottocentomila persone nella regione di Helsinki a barricarsi in casa per ore, con voli civili sospesi e il terrore di un attacco imminente.

La versione fornita dai governi baltici e scandinavi è un insulto alla logica militare: i droni di Kiev sarebbero finiti per sbaglio nei cieli europei, “deviati” dalla guerra elettronica russa.

Dunque, dovremmo credere che le difese elettroniche di Mosca siano così cortesi da intercettare i droni ucraini, guidarli dolcemente per migliaia di chilometri attraverso lo spazio aereo della Nato, per poi farli rientrare in Russia facendoli precipitare esattamente sopra le proprie raffinerie. Una balistica suicida.

E il bello è che qualcuno, anche in Italia, crede a queste panzane.

La realtà, ovviamente, è un’altra.

L’Ucraina ha deliberatamente iniziato a usare lo spazio aereo dell’Alleanza Atlantica come uno scudo.

Se un drone ucraino vola sopra l’Estonia o la Polonia, la contraerea russa non può abbatterlo senza sconfinare nello spazio aereo Nato e innescare l’Articolo 5. I droni viaggiano al sicuro, i governi europei fingono di credere all’errore di rotta per non accusare l’alleato ucraino, e Mosca subisce il colpo.

Si tratta di un gioco d’azzardo avallato silenziosamente dall’Occidente. Fino a quando un drone non precipiterà su un condominio di Riga o di Helsinki. O fino a quando Mosca non ne avrà gli zebedei colmi e invierà un paio di confetti nucleari nei punti giusti e game over.

LA PACE CHE NESSUNO CERCA

Mentre si gioca con il fuoco, Paola Pinho, portavoce della Commissione Europea, ha chiarito che l’Unione nominerà un inviato speciale per i negoziati di pace solo quando Putin sarà “pronto a sedersi al tavolo”.

Tradotto: l’Europa rinuncia a qualsiasi ruolo di mediazione preventiva, demandando l’iniziativa al nemico.

Che l’iniziativa non arriverà, lo ha chiarito senza filtri l’ambasciatore russo all’Onu a fine maggio. Incalzato dalla corrispondente dell’Associated Press, sulle prospettive di fine conflitto, il diplomatico ha distrutto la retorica occidentale.

Non c’è alcuna trattativa segreta in corso. Non c’è alcuna intenzione russa di accettare un banale “congelamento” lungo la linea del fronte. Le richieste di Mosca sono le stesse del 2022: fine dell’espansione Nato, de-nazificazione del regime ucraino e tutela dei russofoni.

L’ambasciatore ha fatto un nome e un cognome per spiegare l’impasse: Boris Johnson. Fu l’allora premier britannico, nella primavera del 2022, a piombare a Kiev per impedire a Volodymyr Zelensky di firmare un accordo già sul tavolo, garantendo un sostegno occidentale illimitato che oggi, quattro anni dopo, si scontra con la realtà dei fatti.

E il tanto atteso intervento pacificatore dell’amministrazione Trump?

Washington guarda altrove. L’Iran brucia, il Medio Oriente assorbe risorse, e i presunti inviati di Trump, da Jared Kushner a Steve Witkoff, non hanno alcun biglietto aereo prenotato per Mosca.

L’Ucraina è semplicemente scivolata giù nella lista delle priorità americane.

L’OPA DELL FSB SULLO STATO RUSSO

L’Occidente aspetta il collasso di Putin. Ma a Mosca, il potere non sta implodendo: sta mutando pelle.

Con una guerra di logoramento che dura da oltre quattro anni, l’intero apparato statale russo è stato silenziosamente espropriato dall’Fsb. L’erede del Kgb sta vivendo una fase di espansione che non ha precedenti dalla caduta dell’Unione Sovietica.

Non servono indiscrezioni segrete per capirlo, bastano le targhe di marmo. Ad aprile, con decreto presidenziale, l’Accademia dell’Fsb ha ripreso il nome di Feliks Dzerzhinskij.

L’aristocratico polacco, fondatore della spietata Čeka bolscevica, è tornato. Quando nell’agosto del 1991 la folla abbatté la statua di “Feliks di Ferro” in piazza Lubjanka, l’Occidente brindò alla fine del totalitarismo sovietico.

Oggi, quella riabilitazione ufficiale segna la definitiva cancellazione della parentesi democratica russa.

L’Fsb non si limita a spiare. Dirige e ha preso il controllo dell’infrastruttura internet nazionale.

Stritola le imprese private. Gestisce la purga dei vertici militari iniziata con la rimozione di Sergej Shoigu dal Ministero della Difesa, eliminando chiunque possa fare ombra agli apparati di intelligence.

Sta persino sottraendo fette di potere all’amministrazione penitenziaria statale, costruendo propri centri di detenzione. È uno Stato nello Stato, che risponde solo a se stesso.

IL PASSATO COME ARMA

L’operazione più preoccupante, però, avviene sul terreno della memoria. Non potendo cancellare le associazioni per i diritti civili in un colpo solo, l’Fsb le infiltra e le converte.

L’esempio di Tomsk, in Siberia, è da manuale. Memorial, la storica ong nata durante la Perestrojka di Gorbaciov per denunciare i crimini dello stalinismo e mappare le fosse comuni, è stata svuotata dall’interno.

Un colonnello in pensione dei servizi segreti ha preso il controllo della sezione locale di Memorial. Da quel momento, le targhe in memoria delle vittime dei gulag sono state affiancate, o sostituite, da monumenti celebrativi in onore dei “patrioti” cekisti. Gli aguzzini riabilitati come servitori dello Stato. È la normalizzazione del terrore, orchestrata da chi quel terrore lo ha ereditato.

L’ipertrofia dell’Fsb non serve a vincere la guerra in Ucraina, ma a vincere la pace a Mosca. Gli apparati di sicurezza sanno che il conflitto finirà, prima o poi, ma sanno anche che Putin non è immortale.

Concentrando oggi nelle proprie mani il controllo militare, economico e storico del Paese, l’intelligence si sta blindando per gestire in totale autonomia la futura transizione di potere.

Mentre l’Unione Europea aspetta di nominare un inviato fantasma per una pace inesistente, almeno finché Mosca non deciderà se e quando avrà ottenuto i propri obiettivi, e la Nato finge di non vedere i droni di Kiev incrociare nei cieli baltici, l’Fsb ha già pianificato la Russia del prossimo decennio.

Un Paese chiuso, militarizzato, fiero dei propri carnefici.

Grazie alla mancata trattativa del 2022, quando la guerra finirà, per stanchezza o per un incidente balistico che non potremo più insabbiare, in Europa ci sveglieremo davanti a un apparato totalitario perfetto.

E i colpevoli avranno nomi e cognomi, a cominciare da Boris Johnson, fino all’ultimo leccapiedi di Bruxelles.

A quel punto, con chi, esattamente, penseremo di negoziare?

PER L’EUROPA E PER L’ITALIA IL DIRITTO VALE SOLO PER MOSCA. ALTRI POSSONO VIOLARLO IMPUNEMENTE

di Pasquale Di Matteo

Settantacinquemila tra morti e feriti, di cui la metà donne e bambini.

È il numero della pulizia etnica che Israele porta avanti da tre anni, nel silenzio complice di noi occidentali.

Un crimine contro l’umanità che, se fosse stato causato da Mosca, avremmo già inviato i soldati in Ucraina. Mancano solo quelli, d’altronde e per molto meno.

Abbiamo imposto alla Russia ben venti pacchetti di sanzioni economiche.  A Israele, invece, niente. Zero.

Uel numero enorme di innocenti trucidati non sumuove neanche le coscienze di Salvini, La Russa, Meloni e il resto del governo italiano.

L’Europa, quella dei venti pacchetti alla Russia, in difesa del Diritto internazionale, di quello stesso Diritto se ne fotte mentre osserva la mattanza di Gaza e le torture sistematiche in rigoroso silenzio.

Il doppio standard è l’unica vera dottrina europea, stando ai fatti.

Le immagini filtrate in questi giorni non lasciano spazio a interpretazioni, se non quelle di Tajani, che hanno dato materiale a comici come Crozza.

Prigionieri palestinesi ammanettati, bendati, piegati a terra e picchiati dai soldati israeliani.

Pratiche di umiliazione e violenza che riportano le lancette del calendario europeo agli anni Trenta, all’epoca nazista.

Eppure, a Roma, c’è chi preferisce guardare altrove. Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato e co-fondatore del partito della presidente del Consiglio, visiona quelle immagini e le liquida in diretta televisiva con una parola: “Propaganda”.

Per La Russa, attuare metodi nazisti è propaganda.

Matteo Salvini, invece, ha semplicemente perso l’uso della parola. Un anno e mezzo fa il leader leghista e vicepremier invitava il criminale Benjamin Netanyahu nella Capitale, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità.

In quell’occasione si sbracciava per rassicurare il premier israeliano: l’Italia non avrebbe mai dato seguito al mandato di cattura internazionale. Oggi, di fronte alle macerie e alle fosse comuni, Salvini tace.

E perde l’occasione di smarcarsi da un nazista.

IL RICATTO DEGLI ESTREMISTI E L’INAZIONE EUROPEA

Netanyahu ha trasformato Israele in uno Stato canaglia per un elementare calcolo di sopravvivenza giudiziaria e politica.

Il suo esecutivo si regge sul nazista Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale, leader dell’estrema destra.

Il partito di Ben Gvir vale appena il 4% dei consensi, ma detiene il potere di vita o di morte sul governo. Se stacca la spina, Netanyahu cade, si va a elezioni anticipate e il premier finisce a processo.

Quindi la guerra continua. Si procede per inerzia e per ricatto per salvare il deretano a Netanyahu e a molti dei suoi che, senza guerra e morti innocenti, come minimo finirebbero in prigione.

L’Europa, di fronte a questa pulizia etnica conclamata, sceglie la complicità istituzionale.

Pedro Sanchez, da Madrid, ha proposto il minimo sindacale previsto dal diritto internazionale: sospendere l’accordo commerciale Ue-Israele di fronte a palesi violazioni dei diritti umani. Ma l’iniziativa spagnola si è schiantata contro il muro di gomma di Roma e Berlino, i due governi europei più complici di Tel Aviv.

Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, si è limitato a balbettare di affibbiare sanzioni a Ben Gvir, perché il problema sarebbe solo lui, come se fosse lui a capo del governo israeliano e fosse un dittatore, rifiutandosi di colpire diplomaticamente l’esecutivo di Netanyahu nel suo complesso.

Si tutelano gli affari, si coprono gli alleati, si seppellisce il diritto.

E, agli occhi del mondo, l’Europa ha perso il ruolo di faro del Diritto e della diplomazia perché non è più credibile.

IL TAVOLO ROVESCIATO NEL GOLFO PERSICO

Spostando la lente dal Mediterraneo al Golfo Persico, il cortocircuito occidentale diventa ancora più evidente. Gli Stati Uniti, storici garanti dell’ordine globale, si stanno comportando come un giocatore d’azzardo frustrato che rovescia il tavolo quando finisce le fiches.

Dietro le quinte, Washington e Teheran trattano una tregua. L’Iran si siede al tavolo forte di un vantaggio negoziale innegabile, dopo lo scacco matto di Hormuz.

Le richieste degli ayatollah sono chiare, messe nero su bianco: risarcimenti economici per i danni subiti nei precedenti blitz israelo-americani, difese blindate per il proprio programma nucleare, controllo totale e gestione dei traffici nello Stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti incassano, perché si rendono conto che la minaccia militare non funziona più e che l’Iran sta vincendo la partita.

Poi, l’atto irrazionale. Invece di far convergere le bozze verso una firma, gli americani violano il cessate il fuoco.

I report dal campo confermano attacchi improvvisi a navi mercantili nella regione iraniana di Hormozgan e azioni di pirateria marittima. L’Iran denuncia formalmente Washington. Perché far saltare con la forza un negoziato che gli stessi diplomatici americani inseguivano da settimane, senza peraltro ottenere il benché minimo vantaggio strategico?

LE TRE IPOTESI SUL CORTOCIRCUITO AMERICANO

Chi legge i dispacci interni e conosce le dinamiche di Washington divide le ragioni di questo attacco insensato in tre scuole di pensiero.

Prima ipotesi: il panico da sconfitta.

La presidenza e il Dipartimento di Stato non riescono a metabolizzare l’idea di firmare una resa diplomatica con Teheran. Non avendo la forza per strappare condizioni migliori, e temendo il contraccolpo elettorale di un accordo che l’opinione pubblica americana bollerebbe come una capitolazione, preferiscono buttare tutto in caciara. Un sabotaggio autoinflitto per mascherare l’impotenza.

Seconda ipotesi: il ricatto geopolitico.

Un’amministrazione americana ostaggio di interessi terzi, costretta a incendiare il quadrante mediorientale compiendo azioni palesemente contrarie ai propri interessi nazionali e a quelli dei partner europei.

L’obiettivo è costringere l’Europa ad allinearsi a una guerra perenne. Una dinamica che ricorda da vicino le traiettorie dei droni ucraini finiti, teoricamente per errore, nei cieli della Finlandia o dei Paesi Baltici.

Non sono incidenti balistici, ma messaggi trasversali: la segnaletica di un impero che strattona i suoi vassalli per ricordare loro chi comanda.

Terza ipotesi: il collasso psichico.

La più banale e forse la più tragica. Dal Presidente fino all’ultimo burocrate della sicurezza nazionale, l’intera catena di comando americana ha perso la lucidità.

Un distacco totale dalla realtà che genera decisioni schizofreniche, prese in barba a ogni dottrina strategica accumulata in ottant’anni di egemonia.

LA GIUSTIFICAZIONE RETROATTIVA DEI MEDIA

In tutto questo, il sistema mediatico occidentale svolge la funzione di passacarte e lavanderia, in stile propaganda da quattro soldi.

I quotidiani e i telegiornali nostrani copiano e incollano i dispacci del Pentagono o dell’IDF senza avanzare mezza verifica incrociata.

Israele decide di allargare il conflitto. Bombarda il sud del Libano, sfonda le linee di sicurezza preesistenti.

Il bilancio a terra fissa a 31 i morti e a 40 i feriti, inclusi civili sfollati e infrastrutture distrutte.

L’indignazione dura lo spazio di un’agenzia di stampa. Dodici ore dopo, Tel Aviv annuncia di aver eliminato, in quello stesso raid, un esponente di spicco dell’ala militare di Hamas.

È il meccanismo perfetto della giustificazione retroattiva.

Funziona così: si spara nel mucchio, si rade al suolo un quartiere o un campo profughi, e poi si appalta alla stampa amica il compito di allegare al massacro il nome di un terrorista.

Nel mezzo, milioni di imbecilli che credono alle farneticazioni del governo nazista di Tel Aviv o della sua estroflessione, in salsa comica, alla Casa Bianca.

Improvvisamente, la strage viene mondata dai suoi connotati illegali e si trasforma in un “danno collaterale” all’interno di una brillante operazione di intelligence e di Comunicazione.

Se un missile russo cade su un condominio a Kiev è un crimine di guerra. Se un missile israeliano incenerisce decine di libanesi o palestinesi, è un atto di legittima difesa con esiti sfortunati. Il vocabolario della morte è severamente segregato in base a chi preme il grilletto.

L’arroganza di questo potere non ammette repliche. Pretende che si applaudano i massacri e che si creda alle ricostruzioni farlocche dei negoziati interrotti o dell’“esercito più morale al mondo”.

Ma a furia di tollerare le atrocità degli alleati in Medio Oriente, finanziare eserciti che torturano prigionieri e coprire i fallimenti diplomatici americani con il silenzio, l’Occidente ha speso tutto il suo capitale politico e ha perso la faccia.

I diplomatici continueranno a stringersi la mano nei vertici bilaterali. I comunicati stampa dei ministeri europei continueranno a celebrare la difesa dei diritti umani e l’indissolubilità dell’alleanza atlantica.

Nel frattempo, i rapporti con i nomi dei civili uccisi e i verbali dei prigionieri torturati resteranno impilati sulle scrivanie di Roma, Bruxelles e Washington.

Nessuno ha voglia di leggerli.

C’è una guerra contro la Russia da inventare, da finanziare, da eseguire.

Come un compito.

LA GRANDE BALLA DELLE BOMBE PREVENTIVE

di Pasquale Di Matteo

Donald Trump controlla la Casa Bianca, il Congresso e la Corte Suprema. Ha in mano tutte le leve del potere esecutivo, legislativo e giudiziario di quella che era la più grande superpotenza del pianeta.

Eppure, il suo indice di gradimento è inchiodato al 37 per cento.

Per un politico normale, questa paralisi del consenso si tradurrebbe in un rimpasto di governo o in una legge mancia da dare in pasto agli elettori.

Per l’attuale amministrazione americana, invece, si traduce in un ordine di bombardamento a diecimila chilometri di distanza.

Martedì 26 maggio, i lanci di agenzia hanno battuto la notizia di un attacco militare statunitense nel sud dell’Iran. Gli obiettivi dichiarati, siti per il lancio di missili e navi militari di Teheran.

Ma non erano state tutte distrutte?!

La giustificazione fornita alla CNN dal portavoce del Comando Centrale degli Stati Uniti, Timothy Hawkins, è legittima difesa.

Legittima difesa?!

I cattivi stavano minando lo Stretto di Hormuz e i buoni sono intervenuti per disinnescare la minaccia. Peccato che l’esercito americano non abbia fornito mezza prova sui presunti campi minati marittimi, limitandosi a passeggiare militarmente su un’area che non riesce a controllare.

E, in assenza di prove, si tratta dell’ennesima aggressione contraria al Diritto internazionale.

La realtà è che l’attacco americano arriva nel momento in cui i negoziati di pace tra Washington e Teheran, seppur lenti, stavano producendo i primi documenti scritti.

Fonti diplomatiche iraniane confermavano l’imminenza di un accordo sui punti cardine.

Ma l’Iran si è presentato al tavolo con il coltello dalla parte del manico: nessuna rinuncia al programma nucleare, nessuna consegna delle scorte di uranio arricchito, ritiro totale delle sanzioni occidentali e risarcimento per i danni subiti.

Condizioni inaccettabili per un presidente americano che ha bisogno di vendere una vittoria totale al suo elettorato interno.

Quando la diplomazia non produce il trionfo televisivo sperato, si cambia il tavolo. Anzi, lo si ribalta.

Perciò, Washington colpisce, Teheran risponde azzerando le finzioni: droni statunitensi e israeliani abbattuti, produzione di missili balistici ripresa a ritmo accelerato. Il programma missilistico che gli americani si vantavano di aver azzerato due giorni dopo l’inizio delle ostilità, è intatto per più del settanta per cento e le fabbriche iraniane lavorano a pieno regime.

LA DIPLOMAZIA DEL RICATTO

Il fallimento militare in Iran si porta dietro quello politico.

Incapaci di piegare l’Iran con le bombe, gli Stati Uniti tentano la carta dell’isolamento diplomatico forzato.

Lunedì scorso, Trump alza il telefono e chiama a raccolta i paesi a maggioranza musulmana.

Chiede ad Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania di aderire in blocco agli Accordi di Abramo. La richiesta non è un invito al dialogo, ma un diktat: firmate la normalizzazione dei rapporti con Israele per strangolare definitivamente l’asse sciita.

Islamabad respinge la proposta al mittente. Gli altri paesi prendono tempo o ignorano la chiamata. L’opinione pubblica araba e musulmana, infiammata dai mesi di distruzione a Gaza e dalle recenti operazioni in Cisgiordania, è una polveriera.

Nessun leader mediorientale sano di mente, a prescindere dai miliardi di dollari promessi o minacciati da Washington, firmerebbe oggi un patto di amicizia con Tel Aviv senza prima aver risolto la questione palestinese, perciò, solo un ignorante patentato può ipotizzare una simile condizione.

E mentre Washington tenta di imporre la pace per decreto, l’alleato israeliano fa esattamente ciò che Washington finge di combattere in Iran.

L’Agenzia di Stampa Nazionale libanese documenta pesanti bombardamenti di artiglieria nel sud del Libano. Le forze di difesa israeliane colpiscono Arnoun, Yahmar, Nabatiyeh, arrivando a sfiorare il castello di Beaufort.

Anche qui, la parola d’ordine è “difesa preventiva”, perciò converrà cambiare i codici penali: omicidio diventa legittima difesa a prescindere.

Non esiste alcun accordo violato dal Libano, non esiste alcuna provocazione diretta che giustifichi un attacco su larga scala contro infrastrutture civili, ma è semplicemente la dottrina della guerra di hitleriana memoria: colpire oggi per non dover negoziare domani.

L’ESPORTAZIONE DELLA DISPERAZIONE

Per capire i missili e le bombe di Israele e USA in Libano e nel sud dell’Iran bisogna guardare la linea politica del governo di Tel Aviv e i sondaggi in Ohio, in Pennsylvania, in Michigan.

L’amministrazione Trump è terrorizzata dalle elezioni di metà mandato, perché, con i disastri causati in questi quasi due anni, la sconfitta è l’unica cosa certa.

Ma una sconfitta al Congresso significherebbe perdere lo scudo politico che finora ha protetto il presidente dall’apertura di fascicoli d’indagine pesantissimi, a partire dalle ramificazioni mai del tutto chiarite del caso Epstein.

La politica estera americana odierna non è il frutto di una visione imperiale, ma di una disperazione giudiziaria ed elettorale.

Quando il fronte interno cede, si apre un fronte esterno. È una tattica logora, ma funziona sempre per distrarre l’elettorato, compattare l’opinione pubblica dietro la bandiera e giustificare l’impennata dei prezzi del carburante.

Questa bulimia bellica non si ferma al Golfo Persico, infatti è già pronto il nuovo mirino, puntato a novanta miglia dalle coste della Florida. Cuba.

I falchi repubblicani stanno cercando di importare sull’isola caraibica lo stesso schema operativo tentato in Venezuela. Nella narrazione distorta di Washington, il modello Caracas è un successo: Nicolás Maduro neutralizzato in carcere e la sua vice, Delcy Rodríguez, costretta a operare per conto dell’amministrazione americana.

Poco importa che la realtà venezuelana sia un vespaio di contraddizioni e che il controllo statunitense sia una finzione ad uso e consumo delle telecamere di Fox News. L’idea di Trump è replicare l’operazione a L’Avana.

Prendere Cuba non è prendere il Venezuela. L’isola ha una struttura militare, un radicamento ideologico e una rete di controllo sociale che non ammette colpi di mano teleguidati da Miami. Applicare la dottrina del cambio di regime forzato a Cuba, in questo momento storico, garantisce un solo risultato: un bagno di sangue a due passi dalle coste americane, con il rischio di una nuova Baia dei Porci.

Ma a un presidente fermo al 37 per cento di consensi, un nemico storico da esibire in catene fa gola molto più della stabilità regionale e della logica.

IL RUOLO DELL’ITALIA E LE DOMANDE SENZA RISPOSTA

In questo teatro dell’assurdo, l’Europa osserva balbettando. E l’Italia fa di peggio: esegue.

Mentre i prezzi dell’energia schizzano alle stelle e il mercato globale incassa il colpo delle tensioni nello Stretto di Hormuz, il nostro governo si prepara in silenzio. I piani militari prevedono l’invio di navi e personale specializzato italiano per sminare lo stretto.

Ufficialmente, una missione per garantire la libertà di navigazione e proteggere gli interessi commerciali dell’Occidente, ma, nei fatti, andiamo a pulire il disastro causato dalle bombe preventive americane.

Andiamo a mettere i nostri soldati in una zona di guerra non dichiarata, per proteggere il fianco a un’amministrazione americana che usa il Medio Oriente come un enorme spot elettorale in vista delle elezioni di Midterm.

Le delegazioni diplomatiche continuano a incontrarsi a porte chiuse. I portavoce militari continuano a diramare bollettini di vittorie inesistenti, ma i conti non tornano.

Se il programma missilistico iraniano era stato azzerato, chi ha costruito i missili che oggi puntano sulle navi americane? Se gli Accordi di Abramo sono il trionfo della pace, perché i telefoni a Riad e Islamabad squillano a vuoto? E soprattutto: quanti morti civili servono in Medio Oriente per far risalire di un punto percentuale i sondaggi di un presidente a Washington, che non sa più che pesci pigliare di fronte alla figuraccia subita dall’Iran?

ADA NORI, LA CROMIA DELLA GRAZIA

di Pasquale Di Matteo

Ada Nori è stata una delle due artiste da me premiate a Calusco d’Adda, al Premio Alfio Paris, organizzato da Muriel Villa e dall’Associazione Phaos.

Dopo l’articolo dedicato a Cirius, ecco quello in cui protagonista è Ada Nori, artista che indaga le dimensioni del mondo femminile e delle relazioni umane.

In un’epoca affollata di immagini sature e chiassose, le sue opere sono un paradosso visivo in cui le cromie vibrano di emozioni in una sintassi cromatica in cui regna l’armonia dei colori.

Non c’è pacificazione in queste tele, ma un dramma teatrale silenzioso. Nori attinge a un bacino antropologico profondissimo, quello della caducità umana, rileggendo la lezione dell’Informale europeo con un linguaggio proprio, come una necessità per esprimere quanto sente implodere dentro sé.

Se l’arte e la filosofia orientale ci hanno insegnato il rispetto per il vuoto come respiro cosmico e meditativo, qui quel vuoto viene tradito, ribaltato e occidentalizzato, non tanto in una pausa di riflessione, bensì in una voragine che divora l’identità, un palcoscenico bianco su cui l’umano combatte la sua ultima, disperata battaglia contro l’oblio.

Il colore, nella grammatica della Nori, non è mai inerte, ma elemento primordiale che diventa mappa geologica delle sensazioni e della memoria in perenne divenire, fatta di spazi e di avviluppamenti cromatici.

La sua espressione artistica è un connubio affilatissimo tra le trasparenze lievi dell’inconscio e la grumosa ostinazione del colore steso e graffiato.

Le dominanti fredde, come i lilla, i violacei lividi, le scaglie di blu cobalto polveroso, vengono improvvisamente squarciate da grumi di rosso carminio o da verdi marcescenti, accostamenti che appaiono come ferite non rimarginate sulla tela.

In un’opera, il paesaggio interiore collassa in una colata di macchie e sgocciolature, quasi a citare la disgregazione materica di un Nicolas de Staël, ma con un’ansia che appartiene unicamente al nostro tempo.

Nella seconda, invece, la figurazione emerge per pura negazione, così la donna ritratta non possiede contorni definiti, ma è sfilacciata, violentata dal suo stesso movimento centrifugo e mossa dal gesto pittorico esatto, definitivo.

Nori non corregge con la mano, ma incide, come un punto esclamativo posto alla fine di un pensiero, di quella presenza che pretende ascolto.

Da un punto di vista strettamente semiotico, ci troviamo di fronte a un alfabeto dell’incompiuto, a una fenomenologia della sparizione. Quel bianco invadente che assedia le figure non è assenza di colore, ma una luce quasi assordante, in un’esplosione di voglia di cambiamento, di voltare pagina, di ricominciare.

È il simbolo di un’alienazione contemporanea, il fondo neutro in cui l’individuo perde i propri connotati per farsi archetipo. La frammentazione dinamica del corpo femminile diventa così la suprema metafora di un’anima scissa, che cerca febbrilmente di riassemblarsi attraverso l’energia del colore.

L’opera agisce sullo spettatore come uno specchio che costringe chi guarda a completare l’immagine, a colmare quel silenzio cromatico con le proprie intime angosce, con il proprio vissuto, le emozioni. Con la propria anima.

Il segno trascende la realtà di quanto è ambito del senso visivo per dare spazio alla sintassi dell’anima, del sentire, dei sentimenti.

Ada Nori, dunque, non è una semplice interprete del presente, ma una poetessa visuale che rifiuta le comode scorciatoie del concettualismo sterile per parlare di vita, di situazioni, di esseri umani, con una poesia, una raffinatezza e una grazia non comuni di questi tempi.

L’IRAN UMILIA ANCORA L’IMPERO SOMMERSO DAI DEBITI

di Pasquale Di Matteo

Quasi quarantamila miliardi di dollari è il debito pubblico degli Stati Uniti d’America, una cifra per cui non c’è spazio sul display di una calcolatrice standard, ma che rappresenta l’unica vera arma di distruzione di massa rimasta a Washington.

Da giorni, il Dipartimento di Stato fa filtrare ai media occidentali la balla da disco rotto delle ultime settimane sull’accordo sul nucleare iraniano imminente, questione di ore, perché la diplomazia americana avrebbe piegato gli ayatollah.

I mercati finanziari, obbedienti, abbozzano un sorriso e il prezzo del barile di petrolio Brent scende sotto i cento dollari.

Teheran, invece, risponde con uno sbadiglio e fa sapere che la firma arriverà a due condizioni non trattabili: lo scongelamento immediato di quindici miliardi di dollari bloccati all’estero e la cancellazione totale delle sanzioni.

L’Iran incassa i bombardamenti, mantiene intatto il suo programma atomico, continua a stringere le mani sui rubinetti dello Stretto di Hormuz e si permette il lusso di dettare le regole a chi ha la pretesa di governare il mondo, ma ha appena perso l’ennesima guerra dal 1945 a oggi.

LA DIPLOMAZIA DELLO SCOPERTO BANCARIO

La verità è che non c’è uno straccio di strategia dietro le esitazioni di Washington. C’è la matematica.

L’economia americana spende sistematicamente più di quanto incassi con le tasse e le esportazioni.

Per mantenere in piedi la macchina militare e l’apparato federale, il Tesoro emette a getto continuo nuovi titoli di Stato per raccogliere contanti e per pagare gli interessi sui titoli vecchi, in un gigantesco schema piramidale che si regge esclusivamente sul dogma della fiducia incrollabile dei mercati e degli Stati stranieri verso il dollaro.

Fino a quando il mondo continuerà a comprare il debito americano, l’America potrà permettersi di armare alleati, imporre sanzioni e finanziare campagne militari. Ma l’Iran ha capito il trucco.

Sa perfettamente che un’azione di forza spropositata, o un’esplosione dei prezzi energetici, manderebbe in tilt questo meccanismo fiduciario.

Se un giorno la Cina, i fondi sovrani arabi o i grandi investitori dovessero smettere di comprare il debito Usa, il crollo non assomiglierebbe alla crisi dei subprime del 2008, ma sarebbe un Armageddon finanziario che si tirerebbe dietro l’Europa intera. E la Cina ha già svenduto gran parte del debito americano che deteneva in pancia.

Gli iraniani non si fidano degli americani, ma conoscono il loro estratto conto. Per questo alzano il prezzo. Sanno che Washington minaccia a voce alta perché non ha più i mezzi per farlo sottovoce.

L’ALLUCINAZIONE CARIBICA E I NUOVI PADRONI

La perdita di presa della Casa Bianca non si ferma al Golfo Persico, infatti, a novanta miglia dalle coste della Florida, va in scena l’ennesima farsa a stelle e strisce.

Donald Trump va davanti alle telecamere per definire Cuba un “Paese fallito”, promettendo di intervenire per ragioni umanitarie e per rimettere in piedi l’isola. L’Avana è effettivamente al collasso, senza energia elettrica, senza cibo, svuotata di liquidità.

Ma il calcolo politico americano si ferma alle categorie della Guerra Fredda.

L’amministrazione guarda a Cuba convinta di poterla riannettere alla propria sfera di influenza, approfittando del vuoto lasciato da un regime castrista ormai esangue. Un piano perfetto, se fossimo nel 1958.

Oggi, in quel vuoto di potere, si sono già infilati gli scarponi di Mosca e i portafogli di Pechino.

Riprendersi l’isola non è una passeggiata umanitaria, ma un potenziale innesco per un confronto militare diretto con potenze che non hanno alcuna intenzione di lasciare il cortile di casa degli Stati Uniti alla mercé dei vecchi padroni.

E Washington, vincolata dalla sua stessa debolezza strutturale, non premerà mai quel grilletto. Abbaia, per non dover mordere. O sarebbe un disastro ancora peggiore della campagna iraniana.

IL TEPPISTA CHE TIENE IN OSTAGGIO ISRAELE

Mentre l’America perde il controllo dei suoi nemici storici, i suoi alleati di ferro le sfuggono letteralmente di mano.

In Medio Oriente, il governo israeliano opera in totale autonomia dalle direttive americane. Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, si fa riprendere mentre irride attivisti legati a terra con le manette e brinda a favor di telecamera invocando la pena di morte.

La Francia reagisce vietandogli l’ingresso nel Paese e definendolo “persona non grata”. Roma balbetta frasi di rito per non scontentare nessuno, con il ministro Tajani diventato una macchietta pur di non dire una sola parola contro il criminale Netanyahu.

Il problema non è l’indignazione a scoppio ritardato dei leader europei, rapidi a condannare i video, ma lentissimi a trarne conseguenze politiche.

Il problema è che Ben-Gvir non è un dissidente isolato né una scheggia impazzita, ma il perno che tiene in vita l’esecutivo di Benjamin Netanyahu. È il megafono della lobby dei coloni, i padroni della Cisgiordania, la fazione che impedisce qualsiasi compromesso. È parte integrante di un governo criminale, che ha sterminato deliberatamente decine di migliaia di donne e bambini innocenti.

Netanyahu non può rinunciare a lui, perché cadrebbe tre minuti dopo. Così si adegua, interiorizza l’estremismo e lo trasforma in dottrina di Stato.

Sotto questo governo, la parola “terrorista” ha perso i suoi contorni giuridici per diventare un contenitore semantico universale in cui infilare qualsiasi cittadino palestinese. E gli Stati Uniti finanziano questa radicalizzazione senza poterla più arginare.

LO SCISMA EUROPEO E IL PIANO DI BERLINO

Il conto di questa gigantesca disfunzione globale viene presentato puntualmente in Europa. E l’Unione Europea, neanche a dirlo, paga.

Bruxelles si fa dettare la linea economica e militare da decenni, assorbendo passivamente i danni collaterali commessi dagli americani e dai loro padroni in Medio Oriente.

Accettiamo dazi doganali penalizzanti sulle nostre merci per agevolare l’industria americana. Nazioni europee arrivano a spendere il 5% del proprio Pil per acquistare armi prodotte negli Stati Uniti, sottratte al welfare e allo sviluppo interno, per alimentare un complesso militare-industriale estero.

Ursula von der Leyen continua a timbrare il cartellino a Washington, confermando una subalternità che rasenta la devozione, mentre continua a imporre linee politiche alle imprese europee che annientano l’automotive e l’agricoltura.

Ma la faglia si sta aprendo. Lo scisma d’Occidente, come lo definisce Lucio Caracciolo, è già iniziato e parla tedesco.

Friedrich Merz ha detto che la Germania è pronta a guidare la Nato in Europa. Cosa che fa venire i brividi anche solo all’idea.

I documenti strategici militari di Berlino fissano una data precisa: il 2039. Entro quell’anno, la Germania intende diventare la prima potenza convenzionale e tecnologica del continente, emancipandosi dalla tutela americana.

Per l’Italia e per il Sud Europa, questa è una notizia atroce. Come ricorda lo stesso Caracciolo, l’ombrello protettivo di un alleato lontano, per quanto arrogante, è sempre preferibile a quello di un egemone confinato oltre le Alpi.

Gli Stati europei tendono a usare la protezione militare non per difendere i vicini, ma per subordinarli.

L’America a credito continua a impartire lezioni a un mondo che non l’ascolta più.

L’Iran detta le tariffe, Israele procede in autonomia totale, ignorando i richiami di Washington, Berlino prepara silenziosamente il riarmo per rimpiazzare il generale americano in Europa. Nel mezzo, le nostre istituzioni continuano a pagare la polizza a un’assicurazione che, al momento del bisogno, avrà il telefono staccato.

Nel frattempo, gli ospedali arrancano, le fabbriche chiudono e il costo della vita diventa sempre più cara.

Perché ci sono le armi da acquistare, baby. Per l’Ucraina, per l’America, per Israele.

Armi che uccidono. Ma dei morti non importa una beata fava a nessuno, se non quando possono essere utilizzati per fare un po’ di propaganda per l’acquisto di nuove armi.