LA PROPAGANDA DEL REGIME DI KIEV. LA VERGOGNOSA VERITÀ SULLA MILITARIZZAZIONE DEI QUARTIERI CIVILI A KIEV

di Pasquale Di Matteo

C’è un’Ucraina di cui i nostri telegiornali, che veicolano le veline del giornalismo di regime, non vi parleranno mai.

Perché il giornalismo di regime è quello che vi ha spacciato come notizie certe le pale ottocentesche, il rublo carta straccia, i soldati russi a dorso di muli perché senza più mezzi corazzati, le controffensive ucraine risolutive, i quattro tipi di cancro che davano Putin spacciato per massimo… un anno fa, oltre 1,4 milioni di soldati russi morti su un esercito di 1,25 milioni di unità.

Lo so, la matematica stride, ma per la propaganda no. Così, quella stessa propaganda che mostra la Russia allo stremo, vi vende Mosca come un pericolo imminente per l’Europa, in un cortocircuito da TSO.

L’Ucraina del mondo reale, invece, è quella che non si allinea alla narrazione della “resistenza eroica e senza crepe”, quella che sanguina per strada, non nei talk show, dove i “volenterosi” della domenica giocano a Risiko con la pelle degli ucraini.

Mentre a Parigi i leader europei si riuniscono sotto le insegne del “Summit dei Volenterosi” per promettere nuove armi e giurare fedeltà eterna a Kiev, a Leopoli la realtà ha presentato il conto.

Un conto salato.

Leopoli. Non il Donbass russofono.

Leopoli, la culla del nazionalismo ucraino, la retrovia considerata fino a ieri intoccabile, sicura, patriottica per antonomasia.

Pochi giorni fa, le strade di questa città si sono trasformate in un teatro di guerriglia urbana: da una parte, la polizia e i reclutatori dello Stato; dall’altra cittadini esasperati, madri, padri e giovani pronti a tutto pur di non farsi trascinare al fronte.

Giovani che, messi di fronte alla guerra a ogni costo, hanno scelto di combattere il regime di Kiev che li manda al macero da quattro anni e mezzo per salvaguardare quel sistema Zelensky fatto di cessi d’oro, amici ai posti di comando e corruzione.

La chiamano “busification”. È il termine gergale, quasi grottesco, con cui in Ucraina si descrive la caccia all’uomo: ragazzi prelevati di peso dagli autobus, dai mercati, dalle palestre, infilati in un furgone e spediti in trincea dopo tre giorni di addestramento farsa.

Ma quel serbatoio umano è vuoto. Questa è la verità che la propaganda non può più nascondere.

L’Occidente può anche inviare i suoi gioielli tecnologici e i missili a lungo raggio di ultima generazione, ma se manca chi li deve azionare, o se ci sono solo persone incapaci di farlo, il giocattolo si rompe.

Le armi non combattono da sole. Forse in futuro sì, ma adesso no.

E gli ucraini rimasti ancora in vita non vogliono più morire per una guerra di logoramento che sembra non avere fine e, soprattutto, che cominciano a capire che l’Ucraina non vincerà mai.

Nel frattempo, a Kiev, va in scena un altro psicodramma di cui si percepiscono nitidamente gli scricchiolii.

Volodymyr Zelensky ha rimosso il giovane ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, l’enfant prodige della transizione tecnologica, l’uomo che parlava con la Silicon Valley, il mago dei droni, l’artefice delle spettacolari operazioni asimmetriche che hanno colpito le raffinerie e i depositi russi.

Sui social ucraini è scoppiata la rivolta, perché i cittadini si chiedono come sia possibile che sia stato cacciato l’unico che sembrava portare risultati tangibili dopo quattro anni di perdite costanti di vite, città e territori.

La risposta è tutta nello scontro, violentissimo, tra i civili, che sognano una guerra di algoritmi e droni, e la gerarchia militare tradizionale, impersonata dal generale Oleksandr Syrsky.

Quest’ultimo, legato a una visione di guerra convenzionale fatta di fanteria e fango, mal digeriva l’autonomia e lo strapotere mediatico del giovane ministro.

Perché le guerre servono soprattutto ai potenti per diventare ancora più potenti in patria.

Inoltre, Fedorov pretendeva trasparenza sui contratti di fornitura, sugli appalti militari e sulla gestione dei miliardi che arrivano dall’Occidente, un peccato imperdonabile in un sistema Zelensky in cui la corruzione e le inefficienze continuano a essere il vero cancro dello Stato.

Per correre ai ripari ed evitare il tracollo economico ed energetico, Zelensky ha dovuto affidare la guida del governo a un tecnico puro: Sergiy Koretsky, già uomo forte del colosso Naftogaz.

Non un politico, non un generale, ma un amministratore. L’ammissione nuda e pura di incompetenza di fronte al popolo.

È la mossa disperata di chi deve negoziare con l’Occidente la ricostruzione e la gestione dei fondi europei, cercando di raddrizzare un Paese che rischia di rimanere al buio e al freddo per anni.

E l’inverno sta per arrivare. Mancano pochi mesi.

Zelensky scarica le colpe sui suoi ministri per rimanere intoccabile, licenzia, rimpasta, promette ruoli futuri a Fedorov per non farlo parlare, mentre la rabbia popolare cresce e la sua dittatura di fatto, visto che nega le elezioni da tempo, è sempre più fragile, tenuta in piedi solo dai collaborazionisti europei, i veri responsabili delle morti di migliaia di giovani ucraini.

C’è poi il capitolo, altrettanto rimosso da chi dovrebbe fare informazione, invece fa propaganda pro Kiev, della gestione militare dei quartieri civili a Kiev.

Quando la Russia bombarda la capitale ucraina, i media mostrano solo i palazzi residenziali sventrati. E fanno bene, perché ogni vittima civile è una tragedia intollerabile.

Nessuno però si pone la domanda più elementare: cosa c’era vicino a quel palazzo? Perché un missile russo devia o colpisce proprio lì?

Eppure, sono domande che con Israele ci si pone sempre, così con gli USA che bombardano l’Iran.

Spesso, dietro la propaganda del “terrore indiscriminato”, si nasconde la prassi di Kiev di posizionare depositi di armi, centri di comando e fabbriche di droni all’interno delle aree residenziali.

Una scelta strategica cinica e contraria a numerosi trattati internazionali. Usare la popolazione come scudo umano sperando che i russi non colpiscano, oppure sperare proprio che colpiscano per sfruttare le immagini delle macerie e chiedere altri miliardi all’Europa.

Kiev lancia 370 droni su Mosca e sulla regione di Tambov, colpendo magazzini commerciali di e-commerce come Wildberries, uccidendo operai del turno di notte con droni imbottiti di schegge metalliche fatte apposta per sventrare corpi umani.

I russi rispondono con raid mirati sui porti di Odessa, colpendo navi mercantili cariche di armi, come la “Venturo”.

Chi fa più danni reali alla macchina bellica avversaria? I numeri, depurati dalla propaganda, dicono che l’efficacia russa sul piano militare è tragicamente superiore.

E l’Europa dei “buonisti” comincia ad avvertire la stanchezza da rifugiati.

I governi europei, pressati dalle opinioni pubbliche interne, stanno silenziosamente lavorando per restringere i criteri di accoglienza e protezione temporanea degli ucraini. Molti paesi iniziano a vedere i profughi come un peso insostenibile per il welfare e il mercato del lavoro.

L’entusiasmo del 2022 è evaporato e non si vedono più giornalisti sorridere e dire «Non c’è storia: quaranta democrazie contro una dittatura… vinciamo noi.»

Andatevi a cercare i video di Beppe Severgnini che rilascia in tv questa dichiarazione e fate caso alla data di quella dichiarazione, poi osservate la data di oggi e traetene le considerazioni.

Ora si profila uno scontro giuridico e morale: cosa faranno le polizie europee, comprese quelle italiane, quando Kiev chiederà di rimpatriare con la forza i giovani ucraini in età di leva che si sono ricostruiti una vita da noi?

In Italia, alcuni si sono già dati alla macchia per evitare di essere rispediti al macello e così stanno facendo in altri paesi.

Altro che desiderio degli ucraini di respingere i russi!

La farsa più grande, tuttavia, riguarda la fantomatica “minaccia russa alla NATO”, una farsa di proporzioni fantozziane per giustificare la corsa al riarmo in Europa.

Mentre i politici occidentali agitano lo spauracchio di un’invasione imminente della Polonia o dei Paesi Baltici per giustificare il riarmo e la continuazione della guerra, i vertici militari della NATO dicono l’esatto contrario.

Generali come l’americano Alexus Gregory Grynkewich lo ripetono chiaramente: la Russia non cerca un conflitto con la NATO e non ha le capacità militari per invadere l’Europa. Il 90% delle forze di terra russe è bloccato in Ucraina.

La Russia vuole consolidare i territori conquistati, non iniziare la Terza Guerra Mondiale.

Tutte cose che ci dicono anche i grandi giornalisti di casa nostra, in un cortocircuito che dovrebbe balzare all’occhio subito, ma che, in un Paese come l’Italia, dove si legge pochissimo e si studia ancora meno, usare lo spirito critico è diventato quasi un comportamento rivoluzionario.

Ma i politici non vogliono sentire ragioni. Devono tenere alta la tensione, enfatizzare il pericolo esistenziale, altrimenti chi ha interessi nelle fabbriche di armi perderebbe miliardi di euro.

Nel 2008, alla conferenza sulla sicurezza di Monaco, Vladimir Putin tracciò chiaramente le sue “linee rosse”: l’espansione della NATO a est e il mondo unipolare a guida americana erano inaccettabili.

All’epoca, l’Occidente liquidò quelle parole con un’alzata di spalle, come se avesse parlato un idiota.

Oggi sappiamo com’è andata a finire. Eppure, continuiamo a ripetere lo stesso errore, ignorando che la diplomazia non si fa con i tweet acchiappalike, ma con il realismo e il rispetto delle linee rosse altrui.

E, forse, ciò dimostra che gli idioti li abbiamo noi al potere.

Finché la politica continuerà a ignorare i fatti descritti dai militari per seguire le narrazioni dei propri propagandisti, a pagare il conto saranno sempre gli stessi: i ragazzi cacciati per strada a Leopoli e i civili sacrificati sull’altare di una guerra che nessuno ha il coraggio di fermare.

La dimostrazione matematica del fatto che i veri nemici degli ucraini sono proprio quelli che inviano armi e che tengono in piedi il regime di Zelensky.

LA RAI CANCELLA LUPUS IN FABULA. LA RITORSIONE CONTRO BUTTAFUOCO PER LA RUSSIA ALLA BIENNALE

di Pasquale Di Matteo

Pietrangelo Buttafuoco, scrittore, giornalista e attuale presidente della Biennale di Venezia, non tornerà al microfono di Rai Radio1 nella prossima stagione.

Il suo “Lupus in fabula”, striscia mattutina che per mesi ha tentato l’impresa disperata di iniettare letteratura, libri e riflessione critica nel flusso radiofonico di una nazione come l’Italia, dove leggere è sempre più affare per pochi, viene cancellato dai nuovi palinsesti della RAI.

A confermarlo, con la consueta flemma, condita di sottile ironia, è stato lo stesso Buttafuoco.

Il noto giornalista e scrittore, ha precisato di essere stato avvisato per tempo. Nessun fulmine a ciel sereno, dunque, ma una decisione meditata e irrevocabile da parte dei vertici aziendali.

Eppure, le sue rassicurazioni suonano come artificiali, preparate da dare in pasto alla stampa, perché in questa vicenda i conti non tornano.

Per mesi, il dibattito pubblico è stato monopolizzato dal racconto di una Rai presuntamente occupata militarmente dalla nuova maggioranza di governo, un’emittente ribattezzata, con scarso sforzo di fantasia, “Telemeloni”.

In questo schema rigido, dove i buoni e i cattivi vengono distribuiti con il bilancino dell’appartenenza politica, la figura di Buttafuoco avrebbe dovuto rappresentare una colonna portante della nuova narrazione culturale conservatrice, invece, la scure dell’esclusione si abbatte proprio su di lui.

La spiegazione è che Buttafuoco non è mai stato un soldato semplice, incline a ricevere ordini di scuderia o a prestarsi a logiche di fazione orientate da certi pensieri unici.

La sua è una destra eretica, colta, eccentrica, che dialoga con il sacro e con il profano, capace di citare Ezra Pound e Leonardo Sciascia nella stessa frase senza mostrare imbarazzo.

Un uomo del Sud, di Catania, una firma capace di adattarsi a diverse testate nazionali, senza mai smarrire il proprio spirito critico. Un uomo che ha abbracciato l’Islam nel 2015, scelta che gli è valsa l’incomprensione di molti e che lui ha spiegato come una riconciliazione con la storia profonda della sua terra.

Per Buttafuoco, la cultura non è estroflessione del potere e la comunità viene prima dell’individuo, prima dell’ideologia dominante. Per lui l’Europa è una civiltà, un continente di popoli, e non un regolamento ottriato da burocrati e recepito da politucoli genuflessi.

Buttafuoco ha una cultura di destra ben più profonda e antica di quella fragile e traballante del liberalismo atlantista, che somiglia sempre più a schiavismo intellettuale e zerbinaggio nei confronti di Washington e Bruxelles.

Una cultura che legge e usa Pirandello, Socrate, Jünger, Bauman per interpretare il nostro tempo.

Evidentemente, uno spazio libero e non omologato come Lupus in fabula rappresentava un corpo estraneo in una programmazione che sembra preferire la rassicurante piattezza dell’intrattenimento senza brividi alle complessità della pagina scritta.

Uno spazio di cultura gestito da un uomo di cultura che fa dell’inclusione una condizione imprescindibile, evidentemente, era troppo per la tv di uno stato come l’Italia, che ha chiuso i ponti con Mosca e, alla diplomazia e al rispetto della propria costituzione, ha preferito piegarsi alla russofobia europea e alle politiche antirusse.

La chiusura del programma non è solo una questione di equilibri interni o di veti incrociati tra correnti politiche, ma è, prima di tutto, un danno al servizio pubblico, perché Radio1 perde uno dei pochi presidi in cui la cultura non veniva trattata come un riempitivo notturno o come un dovere d’ufficio da liquidare in pochi minuti, bensì come uno strumento vivo per interpretare il presente.

Uno dei pochi programmi, se non l’unico, capace di stimolare lo spirito critico in una nazione di individui sempre più indottrinati a non pensare, a credere ai pensieri unici, a etichettare chi pensa con la propria testa e non si piega a quei pensieri unici.

Il pubblico mattutino della prima rete radiofonica perde un punto di riferimento riconoscibile, un appuntamento quotidiano che sapeva essere colto e accessibile al tempo stesso.

Mentre le reazioni politiche cominciano a farsi sentire, alimentando polemiche destinate a spegnersi nel giro di qualche giorno, per non urtare le politiche belliciste dell’Europa e sposate anche dal governo Meloni, resta il dato di fatto di un’azienda che sembra faticare a trovare una propria direzione editoriale coerente, che non sia appiattimento al governo di turno e ai pensieri unici.

Se la Rai del nuovo corso decide di rinunciare a una delle sue voci più autorevoli e originali, viene da domandarsi quale idea di cultura si voglia promuovere se non quella dell’inclusione, della diplomazia, della conoscenza storica, del dubbio e dello spirito critico.

Viene il sospetto di essere scivolati in un nuovo fascismo, in cui i media sono controllati dall’ideologia dominante, perciò, viene zittito chiunque non si pieghi a quell’ideologia.

Per ora, il futuro di Lupus in fabula rimane sospeso in un limbo. Non si farà in RAI, salvo clamorose retromarce, ma non è escluso che il progetto possa trovare nuova vita altrove, lontano dalle logiche spartitorie e dai palinsesti ingessati del servizio pubblico. E anche lontane dalle logiche commerciali che alimentano la propaganda per attirare la maggioranza dei cittadini e i soldi delle pubblicità.

Tuttavia, il segnale inviato da Viale Mazzini resta chiaro: la complessità, a volte, è un bagaglio troppo pesante da trasportare e l’Italia è un Paese in cui ci sono sempre meno uomini e donne di cultura per poter pensare di tenere in piedi un programma che emani un profumo diverso da quello di un cestino dei rifiuti.

TUTTI I PAESI CHE STANNO ABBANDONANDO KIEV SOTTO IL NASO DI URSULA VON DER LEYEN, MENTRE GLI UCRAINI CONTESTANO ZELENSKY

di Pasquale Di Matteo

Dopo quattro anni e mezzo di favola sul bene contro il male, di propaganda edificante e preconfezionata da propinare al pubblico degli spritz di casa nostra, le cose stanno andando sempre più diversamente da quanto veniva raccontato.

Mentre i megafoni del giornalismo nostrano continuano a veicolare fake news su vittorie ucraine imminenti e di Mosca al tappeto, l’Europa comincia a fare i conti con le proprie tasche e con la stanchezza dei propri cittadini.

La Bulgaria si sfila ufficialmente, ammettendo senza troppi giri di parole di non avere più armi né soldi da gettare nel calderone; la Slovacchia di Fico ha già chiuso i rubinetti degli aiuti diretti da tempo, mentre persino la Repubblica Ceca e la Spagna iniziano a tirare il freno a mano su prestiti e aumenti delle spese militari.

Senza dimenticare l’Irlanda, che fornisce a Kiev solo aiuti umanitari, ma non armi, poiché la loro costituzione lo vieta.

Anche la nostra lo vieta, ma per la nostra classe politica, la costituzione è carta igienica fin dai tempi del green pass, figuriamoci se possano perdere tempo con il fatto che l’Italia ripudia la guerra e altre scocciature per gli interessi geopolitici di Washington ed economici di Londra e Parigi.

Eppure, a Bruxelles si fa finta di nulla, come i singoli paesi valessero zero e gli europei ancora meno, in barba a quell’Europa dei popoli tanto decantata un tempo, cosa che dimostra che, qualora ve ne fosse ancora bisogno, questa è l’Europa dei burocrati, dei magnati delle guerre e dei soldi facili dalla vendita di armi.

Ursula von der Leyen vola a Kiev, si fa fotografare e promette mirabolanti sinergie industriali per produrre droni ancora più velocemente di quanto non faccia oggi l’Ucraina. Più armi, più produzione, più debiti.

Ma con quali soldi, se la maggior parte dei paesi europei dipende ormai dai contributi distribuiti da Bruxelles per non affondare e se persino la Germania è con l’acqua alla gola?

Nel frattempo, a Kiev, il castello di carte di Volodymyr Zelensky perde pezzi da tutte le parti.

Nelle ultime ore, le strade di Kiev, Odessa, Kharkiv e Leopoli sono state teatro di proteste popolari senza precedenti.

Cittadini infuriati sono scesi in piazza, non per manifestare contro l’invasore russo, ma contro le decisioni del loro stesso Presidente, che nega la possibilità di libere elezioni nonostante il suo mandato sia scaduto da parecchi mesi.

Gli ucraini protestano contro i rastrellamenti per strada per raccattare ucraini da mandare a morire al fronte e contro il drastico rimpasto di governo che assomiglia sempre più a un disperato gioco delle tre carte per nascondere il disastro del fronte e i continui scandali di corruzione.

Zelensky ha silurato la premier Yulia Svyrydenko, sostituendola con Sergii Koretskyi, uomo forte della compagnia energetica statale Naftogaz, ma la mossa che ha fatto saltare la mosca al naso agli ucraini è stata la rimozione forzata di Mychajlo Fedorov, l’amatissimo e giovanissimo ministro della Difesa e dell’innovazione tecnologica.

Fedorov era considerato da tutti l’unico vero competente della squadra di Zelensky. Ha rivoluzionato la guerra tecnologica, ha automatizzato la difesa e ha gestito la complessa partita dei droni che tanto piace ai media della propaganda occidentale.

Ma aveva un difetto imperdonabile agli occhi di quel potere che è un vero e proprio “sistema Zelensky”: era troppo popolare.

Zelensky, si sa, come ogni presidente democratico con una passione viscerale per i dittatori, non sopporta chi rischia di fargli ombra.

Dietro il benservito a Fedorov si nasconde anche un durissimo scontro di potere con il generale Oleksandr Syrskyi, capo supremo delle forze armate che rappresenta la vecchia guardia militare, quella dottrina rigida che, alla tecnologia, preferisce la mobilitazione forzata delle persone per strada, con le scene di reclutamenti violenti che a Leopoli e altrove stanno provocando vere e proprie rivolte contro i reclutatori.

Davanti al bivio, Zelensky ha scelto di sacrificare il ministro innovatore per tenersi buono il generale solo perché a lui fedele, una scelta che ha provocato persino le dimissioni polemiche del vicecomandante dell’Aeronautica militare, Yelyzarov, in aperta rottura con la presidenza, con un dittatore da quattro soldi che la propaganda occidentale ha ancora l’ardire di definire democratico.

Cacciare i competenti quando le cose vanno male è un trucco vecchio come il mondo che serve a scaricare la colpa, così, se la controffensiva fallisce e se i miliardi svaniscono nei meandri della corruzione del sistema, basta cambiare una pedina sulla scacchiera e dire: “Ecco, la colpa era sua, adesso ricominciamo”.

Solo che, finché non cambia la politica ucraina, che vi sia Zelensky o Babbo Natale, gli ucraini continueranno a morire al fronte e l’Ucraina continuerà a perdere territori e peso specifico.

Ma il gioco non funziona più. E mentre i miliardi dei contribuenti europei continuano a svanire e le armi occidentali vengono distrutte, il prezzo più alto lo pagano i civili ucraini, anche se Macron, dall’alto del suo essere stato preso a calci in tutte le recenti elezioni in Francia, sostiene che l’Europa difenderà l’Ucraina anche al costo del sangue.

Non si capisce il sangue di chi, visto che a Macron restano fedeli solo i burocrati da quattro soldi e gli zerbini di Washington che guidano i governi dei paesi europei, ma non certo i francesi né una maggioranza di europei sempre più contraria alle folli politiche belligeranti.

Intanto, i dati ONU, organizzazione non di certo filoputiniana, – certificano che giugno è stato uno dei mesi più letali per la popolazione.

La propaganda di casa nostra vi dirà che i russi mirano deliberatamente e unicamente alle case e agli ospedali, dimenticando di menzionare che anche i droni e i missili ucraini mietono vittime collaterali, ma c’è di più.

È stato lo stesso Zelensky ad ammettere implicitamente che molti dei depositi e delle fabbriche di armi colpite dai russi erano stati posizionati a ridosso di aree residenziali civili. In pratica, la popolazione è stata utilizzata come scudo umano per proteggere le linee di produzione bellica o, peggio, per massimizzare l’effetto mediatico delle tragedie da rivendere all’Occidente per chiedere altri fondi.

Ovviamente, in barba ai trattati di Ginevra. Ma sappiamo che i trattati e il diritto internazionale valgono solo per Mosca.

La verità è che non ci sono buoni in questa storia, ma solo cattivi e cattivissimi. E finché continueremo a finanziare questo teatro di poltrone e cinismo geopolitico, illudendoci che inviare più armi abbrevi la sofferenza di quel popolo, non faremo altro che prolungare un’agonia di cui si comincia a vedere l’inevitabile fine.

Inevitabile fine che sarà quella che descrivevamo noi quattro anni fa, mentre i grandi giornalisti parlavano di muli, russi armati solo di pale ottocentesche, costretti a smontare microchip dalle lavastoviglie, sanzioni dagli effetti dirompenti e altre sciocchezze.

Perché il tempo ha la cattiva abitudine di passare e di sentenziare senza appello chi ha scritto panzane e chi, invece, ha visto ciò che era lì, davanti agli occhi.

VOLEVANO UN FIGLIO PERFETTO, ORA CHIEDONO 600 MILA DOLLARI: LA CAUSA CHE SCUOTE LA MATERNITÀ SURROGATA

di Pasquale Di Matteo

In Ontario una controversa vicenda approda in tribunale, con una coppia che sostiene di aver subito danni economici ed emotivi dopo il rifiuto della madre surrogata di interrompere la gravidanza. Tuttavia, il caso apre interrogativi molto più profondi del semplice contenzioso legale.

Perché la causa specifica non racconta soltanto una vicenda giudiziaria, ma abbraccia temi profondi del vivere, aspetti etici e filosofici della nostra società.

Il caso scoppiato in Canada, dove una coppia gay avrebbe avviato una causa civile contro la madre surrogata che portava in grembo il bambino destinato a diventare loro figlio, accende i riflettori su elementi che, spesso, non vengono dibattuti nei talk show né dalla politica.

Secondo quanto riportato dai media internazionali, la donna si sarebbe rifiutata di abortire dopo che gli esami prenatali avevano evidenziato una labiopalatoschisi, – una malformazione che, oggi, nella maggior parte dei casi, è correggibile chirurgicamente, – ma anche e il sospetto di ulteriori anomalie fetali.

Da quel momento la gravidanza avrebbe smesso di essere soltanto una gravidanza, diventando soprattutto un fascicolo giudiziario, un contenzioso legale, un semplice contratto.

Una causa da circa 600 mila dollari.

Secondo la ricostruzione giornalistica, i ricorrenti sostengono che la gestante non li avrebbe informati tempestivamente sugli esiti degli esami e che il suo comportamento avrebbe provocato conseguenze economiche e psicologiche; d’altro canto, la donna avrebbe deciso di portare avanti la gravidanza, ritenendo che la condizione del bambino non giustificasse un’interruzione e che le prospettive di cura fossero concrete.

Ad oggi, non esiste una decisione definitiva del tribunale; le informazioni disponibili riguardano soprattutto l’avvio dell’azione legale e la ricostruzione riportata dagli organi di stampa; saranno gli atti processuali e l’eventuale istruttoria a chiarire con precisione responsabilità, contenuti contrattuali e posizioni delle parti.

Tuttavia, al di là delle aule giudiziarie e delle beghe legali, la cosa che lascia interdetti è la pretesa di maternità surrogata, che è da anni uno dei temi più divisivi del dibattito bioetico.

Da una parte c’è il desiderio, profondamente umano e comprensibile, di diventare genitori; dall’altra, esiste un principio altrettanto fondamentale che certifica come il corpo della donna non possa essere ridotto a uno strumento esecutivo di un contratto.

Una donna non può limitarsi al ruolo di impastatrice, forno o incubatrice.

Infine, c’è il bambino, cioè, una persona.

Ed è proprio qui che il caso solleva interrogativi importanti, perché non si tratta di capire soltanto se una madre surrogata possa rifiutarsi di abortire; sul piano giuridico, nella maggior parte degli ordinamenti democratici, la decisione finale sull’interruzione della gravidanza appartiene alla donna che porta avanti la gestazione, salvo diverse e specifiche discipline locali.

Ma cosa diventa un figlio quando entra dentro una logica contrattuale?

IL RISCHIO DI UNA DERIVA: DAL FIGLIO “DESIDERATO” AL FIGLIO “CONFORME”

Le parole hanno un peso, soprattutto nei tribunali.

Ma hanno significato anche nella società.

Se il centro della discussione diventa il mancato rispetto delle aspettative sul bambino, il confine tra tutela dei diritti e logica del prodotto rischia di assottigliarsi fin quasi a scomparire. È una riflessione che non riguarda l’orientamento sessuale della coppia coinvolta, perché riguarderebbe allo stesso modo una coppia eterosessuale.

Il punto non è chi desidera un figlio, ma come si arriva a considerare tale desiderio e come si considera la persona che si desidera. Ammesso che si comprenda si tratti di una persona.

Perché nessun bambino nasce con un certificato di conformità e nessun neonato può garantire salute perfetta, talento, bellezza o assenza di difficoltà future.

La genitorialità, per definizione, è l’accoglienza dell’imprevedibile, di una persona che scoprirai soltanto vivendo, che potrebbe somigliare, oppure o no, ai propri genitori, non solo per fattezze, ma anche per comportamento, attitudini, talenti e passioni.

Nel momento in cui il valore del figlio sembra dipendere dalla corrispondenza a determinate aspettative prenatali, il linguaggio cambio, il desiderio diventa capriccio, compravendita, scambio, e il bambino diventa oggetto, una cosa da comprare.

Non si parla più di una persona, ma di un progetto, di un investimento, di una prestazione, ed è qui che il terreno diventa estremamente scivoloso.

IL FIGLIO NON È UN TROFEO, UN CUCCIOLO DA SCEGLIERE NÉ È UN OGGETTO

La parte più delicata di questa vicenda è il messaggio culturale che rischia di sedimentarsi, perché un bambino non è un premio da conquistare, non è un trofeo che certifica il successo di un percorso, né un cagnolino da scegliere in allevamento in base alle caratteristiche desiderate.

E non è un oggetto che possa essere restituito perché diverso dalle aspettative iniziali. Potrebbe sembrare una considerazione ovvia, tuttavia, oggi, lo è sempre meno.

La medicina prenatale ha compiuto progressi straordinari. Consente diagnosi precoci, cure sempre più efficaci, ma ogni conquista tecnica pone una domanda morale potentissima: se possiamo sapere sempre di più prima della nascita, fino a che punto questo sapere rischia di trasformarsi nel diritto di pretendere un figlio “perfetto”?

Hans Jonas parlava della responsabilità come fondamento dell’etica tecnologica, perciò, se il potere di fare qualcosa non coincide automaticamente con il diritto di farla, la tecnica amplia le possibilità, ma non sostituisce il giudizio morale.

Il rischio è che la disponibilità di strumenti sempre più sofisticati alimenti una mentalità nella quale il figlio venga inconsciamente percepito come il risultato di una progettazione, più che come una persona da accogliere, un po’ come scegliere colori e optional di una nuova auto.

IL PARADOSSO DEL CONTRATTO

Ogni contratto disciplina obblighi reciproci. Se acquisto una casa difettosa, posso agire in giudizio, così, se commissiono un’opera e questa non corrisponde agli accordi, posso chiedere un risarcimento.

Ma quando il contratto riguarda la nascita di un essere umano?

Il diritto incontra inevitabilmente un limite, perché una persona non può mai coincidere con l’oggetto di una prestazione ed è qui che il caso canadese potrebbe rappresentare uno spartiacque, indipendentemente dall’esito processuale, non tanto per chi vincerà la causa, quanto per la domanda che lascia sul tavolo.

Esiste un punto oltre il quale il linguaggio del mercato entra in collisione con la dignità della vita umana?

UNA STORIA CHE INTERROGA TUTTI

Sarebbe troppo semplice trasformare questa vicenda in uno scontro ideologico, ma non si intende processare il desiderio di avere un figlio, che merita rispetto in ogni sua forma, e non si processano le coppie omosessuali, né quelle eterosessuali.

Men che meno si processano le donne che scelgono la maternità surrogata.

Il nodo è l’aspettativa, perché, se il desiderio diventa aspettativa assoluta, se l’aspettativa si trasforma in diritto esigibile, e se il diritto esigibile finisce per misurare il valore di un bambino in funzione della sua aderenza a un progetto, come ci si comporta?

In quel momento il rischio è che il soggetto più fragile della storia diventi anche il più invisibile, perché tutti discutono del contratto, del risarcimento, delle responsabilità, della libertà di scelta, ma il protagonista della vicenda rimane quel bambino, che, prim’ancora di nascere, è finito al centro di una controversia nella quale il suo valore sembra essere stato misurato attraverso ciò che aveva – o non aveva – sul piano clinico.

D’altronde, una società può discutere di bioetica, di diritti riproduttivi, di maternità surrogata e di autonomia della donna con argomenti diversi e legittimi.

Ciò che non dovrebbe mai perdere di vista è un principio elementare, cioè che la dignità di una persona non dipende dalla sua perfezione, perché un figlio, qualunque sia il modo in cui viene al mondo, non può mai essere trattato come il prodotto di un ordine che si può contestare se non corrisponde alle aspettative.

Altrimenti, tra non molto, si acquisteranno i bambini direttamente su Amazon, scegliendo taglia, colori e customizzando il prodotto a proprio piacimento.

CRIMEA SENZ’ACQUA, RECLUTE TRASCINATE CON LA FORZA A LEOPOLI E I SILENZI DI KIEV. ECCOLA LA GUERRA IN UCRAINA

di Pasquale Di Matteo

C’era una volta il sogno europeo, fatto di popoli, libertà, pacifismo, diplomazia e grande industria.

Oggi, mentre i leader si stringono la mano nei saloni vellutati di Parigi, a festa per il quattordici luglio, e a colpi di retorica e promesse di caccia bombardieri, la realtà al di fuori di quella bolla dorata ha il sapore amaro dell’acciaio e della polvere, per cui non c’è più spazio né per i popoli, tanto meno per pace e diplomazia.

Quello che vi raccontano i telegiornali d’ordinanza è una favola rassicurante, a base di scudi protettivi e avanzate gloriose, una serie infinita di supercazzole, partite con le sanzioni dirompenti e i microchip smontati dalle lavastoviglie ucraine, fino alle vittorie ucraine del 2023, poi del 2024, 2025 e del mese scorso.

La verità che proviamo a svelare, invece, si nasconde nei dettagli della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, per esempio, composta da nove paesi europei che si sono accordati per finanziare uno scudo antimissile battezzato “Freyja”, l’equivalente continentale del Patriot, sponsorizzato direttamente dall’ucraina Fire Point.

Ci dicono che servirà a proteggerci, ma l’ironia della storia è che questo prodigio della tecnica si basa sulla tecnologia di un sistema missilistico di difesa aerea russo.

Perché, quanto a genialità, ai nostri attuali leader… manca tutto.

Nel frattempo, i governi europei approvano esercitazioni militari congiunte nei paesi confinanti con l’Ucraina, sfidando apertamente le linee rosse fissate da Mosca e accettando con sconcertante leggerezza il rischio di ritorsioni dirette, confermando l’impressione che avevamo avuto già anni fa, di quanto l’attuale classe dirigente europea sia la peggiore di sempre.

La premier italiana Giorgia Meloni a Parigi non si è vista, troppo impegnata in “ben più importanti faccende” domestiche per farsi fotografare in mezzo a tanto fervore bellicista, soprattutto perché gli italiani sembrano digerire sempre meno questi venti di guerra e i sondaggi, si sa, contano più delle stesse elezioni.

IL PREZZO UMANO DELLE IPOCRISIE DI KIEV

Mentre i leader ridono come se stessero giocando alla PlayStation, dove, se sbagli, al più perdi vite virtuali, la realtà si abbatte sui più deboli.

Provate a immaginare due milioni e mezzo di persone. Famiglie, bambini, anziani, tutti lasciati improvvisamente al buio, senz’acqua corrente, senza cibo né medicinali nei mesi più caldi dell’anno a causa del blocco ucraino delle infrastrutture civili in Crimea.

Questa è la strategia di Kiev: colpire le popolazioni che sostiene di voler “liberare” pur di tagliare le linee logistiche del nemico.

La propaganda di regime continua a sbandierare avanzate gloriose, come i 120 chilometri quadrati apparentemente riconquistati negli ultimi mesi, notizia diffusa dall’ISW e subito ripresa dai media locali, salvo poi essere frettolosamente rimossa dai canali ufficiali quando è stato chiaro che si trattava di una fake news.

Intanto, la verità bussa alle porte del governo di Kiev, che si sta sbriciolando dall’interno; si dimette la premier Yulia Svyrydenko, spedita d’urgenza a Washington come ambasciatrice al posto di un diplomatico travolto dalle indagini anticorruzione della NABU (Ufficio Nazionale Anticorruzione Ucraino) e, mentre i giovani ucraini vengono letteralmente cacciati come animali per strada, sequestrati da ufficiali militari e gettati sui furgoni diretti al fronte, scatenando proteste disperate a Leopoli, il presidente Zelensky, il cui mandato è scaduto, ma nega le elezioni da mesi, cerca di ripulire l’immagine del Paese sacrificando qualche capro espiatorio.

È il caso clamoroso del comandante della 155ª brigata meccanizzata, arrestato a Kiev con l’accusa infamante di aver ordinato il rapimento e l’omicidio di civili ucraini a Kalynivka a seguito di una banale lite personale, un delitto coperto dal silenzio finché la convenienza politica non ha imposto il contrario.

LE SANZIONI DI FACCIATA E LA PURGA DI STATO IN RAI

A Bruxelles va in scena la consueta recita della sottomissione. Per la Russia l’Unione Europea ha già pronto l’ennesimo pacchetto di sanzioni, ma quando l’Italia chiede di punire i coloni israeliani violenti in Cisgiordania e di sanzionare il ministro estremista Ben-Gvir per le violenze contro i nostri stessi connazionali, la macchina europea si inceppa per non offendere chi commette crimini.

Germania e Repubblica Ceca mettono il veto. Per loro non conta l’unanimità se i cattivi non sono russi, perciò, niente sanzioni.

Da noi l’opposizione si divide con il consueto tempismo. Il PD, che oramai ci ha abituato da anni a non azzeccarne mezza, sposa la linea dura del riarmo, sostenendo che l’invio di armi sia un imperativo umanitario, mentre il Movimento 5 Stelle denuncia come si stiano spendendo miliardi dei contribuenti per arricchire le lobby della difesa con la scusa del “pericolo imminente”. E, se si usano logica e buonsenso, è impossibile dare loro torto.

Ma le stranezze non finiscono qui.

A Roma si indaga sul “caso Ranucci”. Appena dieci giorni dopo aver subito una minaccia bomba sotto casa, il conduttore di Report è stato sorpreso a cena con Walter Lavitola, l’ex faccendiere ben noto alle procure.

Sul tavolo, un affare da 1,3 miliardi di euro l’anno legato alla compravendita di carbon credit in Africa. Ranucci giura di aver agito solo per dare “consigli amichevoli e disinteressati”, eppure le lettere anonime fioccano in Procura e tra i Carabinieri.

E in RAI, dove i vertici non vedono l’ora di sbarazzarsi di una voce scomoda come quella di Ranucci, si stanno già valutando sostituti per la conduzione della trasmissione, senza attendere l’esito dell’inchiesta.

Una tempesta perfetta per silenziare chi fa informazione vera, lasciando i cittadini nell’ignoranza proprio mentre l’Europa si prepara a un futuro di guerra e di limitazioni delle libertà, con euro digitale e chat control.

ECCOLA LA TRANSIZIONE DELL’EUROPA. DALL’AUTO ALLE BOMBE

di Pasquale Di Matteo

Ed eccoci, puntuali come una cambiale a scadenza, a contemplare le macerie di un’illusione collettiva, ovvero la transizione ecologica, il green, l’auto elettrica, le zero emissioni e tutte le altre balle sul tema.

Ci hanno venduto la favola di un’Europa verde, tecnologica, pacificata e felicemente avviata verso un futuro di soli pannelli solari e auto elettriche da film di fantascienza; ci hanno spiegato per anni, con quel tono di superiorità tipico dei tecnocrati di Bruxelles, che la globalizzazione era un pranzo di gala in cui noi avremmo fornito le idee e il resto del mondo la bassa manovalanza.

Poi è arrivato il risveglio.

Ed è stato un risveglio brusco, dal sapore di polvere da sparo e fumo denso.

Per decenni il miracolo di Berlino è rimasto in piedi grazie a un’equazione semplicissima: gas russo regalato, ingegneria di precisione applicata ai motori a combustione interna e un gigantesco mercato di sbocco chiamato Cina, pronto ad acquistare ogni singola Audi, BMW o Volkswagen prodotta.

Era il regno del pistone, una meraviglia meccanica da oltre duemila componenti mobili. Ma la Cina non è rimasta a guardare e, mentre acquistava i prodotti tedeschi, li studiava.

Così, Pechino ha semplicemente deciso di saltare una generazione tecnologica, buttandosi a capofitto sull’elettrico e prendendo il controllo di tutta la filiera, dalle miniere di litio fino ai software di gestione delle batterie.

Un motore elettrico di componenti mobili ne ha appena duecento, così, di colpo, il castello di carte tedesco è crollato.

A Wolfsburg hanno provato a rincorrere il colosso cinese, ma con risultati mediocri.

Nel 2020 Volkswagen ha varato una mastodontica divisione software interna, mobilitando diecimila ingegneri e bruciando miliardi di euro, ma nel 2024 hanno dovuto ammettere il fallimento e correre negli Stati Uniti a comprare in licenza il software della startup Rivian per evitare che le loro macchine di nuova generazione si piantassero a metà strada.

Un fallimento industriale epocale.

Cosa fa, allora, un impero manifatturiero che sta perdendo la sua battaglia più importante, mentre l’Europa accelera contro il motore termico, per affondare definitivamente l’industria europea?

Semplice: si riconverte alla guerra.

È il miracolo geopolitico del passaggio dall’auto al cannone, un pilastro del nuovo riarmo europeo, di quella scellerata politica della commissione von der Leyen che qualcuno ha ancora la faccia tosta di credere sia sana di mente.

E forse lo è davvero, allora ci sono altri interessi personali in ballo, come quelli per cui trattò con i famosi messaggini sul telefono.

Nel caso della Germania, non si tratta di una scelta etica, ma di mera sopravvivenza sociale. Quando Volkswagen annuncia di voler tagliare tra i 50.000 e i 100.000 posti di lavoro entro i primi anni 2030, il pacifismo militante del popolo tedesco svanisce d’incanto di fronte allo spettro del licenziamento di massa.

Ed è qui che entra in gioco Rheinmetall, il colosso della difesa tedesco. Gli operai che prima montavano cambi e frizioni oggi vengono arruolati per assemblare veicoli corazzati, droni e proiettili d’artiglieria. La retorica della transizione ecologica viene rapidamente archiviata per far spazio alla più redditizia industria della difesa. Meglio produrre cingolati che finire all’ufficio di collocamento.

Ma il pianeta non rischia più? E il riscaldamento globale che ti chiedono di salvare vendendo la tua auto a motore diesel?

In questo colossale cortocircuito di logica, l’Italia gioca il ruolo del gregario indispensabile. Le nostre fabbriche del Nord, quelle sparse tra la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna, sono da sempre i polmoni manifatturieri della Germania.

Fino a ieri producevano bielle e alberi motore per i diesel di Stoccarda, poi, quando il passaggio all’elettrico minacciava di spazzare via l’intera filiera della subfornitura italiana, i nostri imprenditori hanno trovato la salvezza nell’economia di guerra.

Quei componenti di precisione che non servono più per le auto a batteria cinesi sono diventati improvvisamente merce preziosissima per i razzi, i blindati e i sistemi di puntamento tedeschi. Con una spolverata di ipocrisia burocratica sui prodotti “dual-use”, quelli civili che, guarda caso, funzionano benissimo anche per scopi militari, le nostre fabbriche stanno riconvertendo le linee di montaggio.

Un baratto silenzioso: la coscienza in cambio del fatturato. Morti futuri in cambio di soldi facili adesso.

Mentre le fabbriche si militarizzano per far fronte alla Guerra in Ucraina, quella che dovevamo vincere in pochi mesi, nel 2022, perché Mosca era al tappeto, con il rublo carta straccia e i soldati con le pezze sulle natiche, i canali ufficiali continuano a propinarci pillole di ottimismo prefabbricato.

L’ultimo tormentone estivo della propaganda è la notizia secondo cui Kiev sarebbe ormai autosufficiente al 75% nella produzione di armi.

Ma in guerra, i numeri assoluti non servono a nulla se manca il tassello decisivo. Puoi anche produrre autonomamente il 75% dei tuoi fucili, delle tue mine antiuomo e delle tue munizioni leggere, ma se ti manca il restante 25%, ovvero la tecnologia pesante e i sistemi di difesa complessi, – cioè, se non puoi usare le armi che produci senza gli ingegneri e i satelliti della NATO – sei comunque destinato a soccombere.

E in quel 25% c’è l’intera collezione di “armi miracolose” con cui la grancassa dei media occidentali ci ha bombardato per mesi, giurando che avrebbero piegato Putin in quarantotto ore.

Prima sono arrivati i missili HIMARS americani: “ora la Russia si ritira”. E invece no.

Poi è stato il turno degli ATACMS e degli Storm Shadow britannici: “adesso colpiamo le retrovie e la guerra è finita”. E invece no.

Poi abbiamo assistito al dibattito surreale sui carri armati Leopard tedeschi, sugli Abrams americani e sui Challenger inglesi, descritti come moderni panzer pronti a sbaragliare le linee difensive russe nella fantomatica controffensiva ucraina, ma il risultato è stato vedere centinaia di blindati occidentali ridotti a carcasse fumanti nei campi di Zaporizhzhia.

Infine sono arrivate le bombe a grappolo, i Patriot, i SAMP-T italiani.

Ah, dimenticavo gli F16, quelli di cui, dopo il secondo velivolo abbattuto, nessuno ha più sentito parlare.

Una colossale fiera del consumo bellico che ha dissanguato le casse pubbliche europee, arricchito i fabbricanti di armi e lasciato sul terreno una generazione, forse due, di giovani ucraini.

A ogni aumento del volume di fuoco corrisponde una risposta simmetrica, se non superiore, dell’avversario. Pensare di sconfiggere militarmente una superpotenza nucleare sul suo confine senza provocare un’escalation catastrofica è una follia che rasenta il TSO.

Se la NATO dovesse davvero spingere la Russia sull’orlo del baratro, Mosca utilizzerebbe le armi nucleari tattiche pur di non perdere il conflitto.

Questa verità la sa benissimo il nostro Ministro della Difesa, Guido Crosetto, che sembra parecchio più sveglio dei geni di Bruxelles. Crosetto sa perfettamente che la strategia dell’escalation militare è un vicolo cieco; sa che stiamo giocando col fuoco. Eppure, si guarda bene dal dirlo chiaramente agli italiani. Meglio continuare a recitare la parte della fermezza atlantista, assecondando una linea politica fallimentare ereditata da Mario Draghi, ma che l’Italia non può mutare per non essere messa all’angolo sia dall’Europa sia dal resto della NATO.

Fu proprio Draghi, nel suo celebre discorso a Boston del 7 giugno 2023, a tracciare la linea della follia: nessuna trattativa, nessun “pareggio confuso”, ma solo la sconfitta totale e inesorabile della Russia sul campo. Forse il discorso più da squilibrato della storia.

Oggi, a distanza di anni da quel discorso ritto di incompetenza e illogicità senza pari, il conto di quella sconsiderata dottrina lo paga l’Ucraina.

È un Paese devastato, dissanguato, privato delle sue regioni industriali più ricche, amputato di quasi tutto il suo sbocco sul mare e ridotto a un protettorato economico interamente dipendente dai sussidi esteri.

Un Paese che non può pagare nemmeno gli emolumenti e le pensioni senza i soldi dell’Europa.

Ma i leader europei continuano a sorridere e a stringere mani, perché la transizione industriale prosegue spedita.

Di salvare il pianeta non interessa più nulla a nessuno, anche se tu devi dismettere la tua auto diesel.

Le fabbriche del Nord d’Italia producono bulloni per i razzi, la Germania progetta cannoni e noi spettatori, anestetizzati da anni di propaganda, scivoliamo lentamente verso il baratro con la complicità silenziosa dei nostri leader.

Perché la guerra è pace, chi invoca la pace è un amico di Putin e gli idioti sono il nuovo che avanza.

Da “Pulito è più bello” a “più missili per tutti” è bastato poco, giusto il tempo di annientare l’interna industria europea.

D’altronde, non abbiamo i migliori politici di sempre?!

LA CLAMOROSA FIGURACCIA DEL PENTAGONO CHE I MEDIA DI REGIME VI NASCONDONO

di Pasquale Di Matteo

Lunedì riaprono i mercati finanziari e già si sente il ticchettio di denti per il gelo percepito dagli analisti che prevedono un lunedì nero per i prezzi di gas e petrolio, con le borse pronte a ballare sulle montagne russe e le tasche dei cittadini europei pronte a svuotarsi ulteriormente.

La colpa + dell’Iran, ovviamente, almeno secondo i bollettini di guerra dettati dal Pentagono e prontamente tradotti dai nostri solerti telegiornali, sempre pronti a dipingere Teheran come il disturbatore folle della quiete mondiale, la dittatura repressiva del popolo iraniano, tutto contrario al regime e tutto pronto a scendere in piazza a milioni per cacciarlo.

Balle.

Perché delle migliaia di morti uccisi dal regime, prima di febbraio, non ci sono tracce e perché milioni di iraniani per le strade delle città si sono visti, ma in occasione dei funerali dell’ex Guida Suprema.

La verità è che il 18 giugno 2026 è stato firmato il Memorandum di Islamabad, un accordo in tredici o quattordici punti che la Casa Bianca ha spacciato per un trionfo personale di Donald Trump, ma che, invece, somigliava a una sconfitta su tutta la linea, e senza appello.

L’Iran, infatti, ha incassato la fine del blocco navale e la concessione di generose deroghe sulle sanzioni petrolifere per sessanta giorni, lasciando a Washington solo un pugno di mosche: la promessa solenne di non sviluppare la bomba nucleare, un classico, una cosa scontata, visto che, a detta della stessa AIEA, l’agenzia internazionale preposta a ispezionare il Paese, non esisteva e non esiste nessuna ricerca in merito allo sviluppo della bomba atomica in Iran.

In pratica, Teheran ha firmato l’ovvio e in cambio ha ottenuto la riapertura dei rubinetti finanziari.

E ha ottenuto il “dettaglio” di Hormuz.

I diplomatici iraniani erano stati lapidari: lo stretto riapre, sì, ma non si torna all’anarchia precedente al 28 febbraio, quando gli Stati Uniti avevano avviato la loro aggressione unilaterale e in aperta violazione del Diritto internazionale, perciò, da oggi, Hormuz è sotto il controllo di Teheran e chi passa deve registrarsi, accettare i controlli e pagare una tariffa di transito concordata.

Eppure, l’impero non ama i caselli poiché abituati a considerare il pianeta come proprietà propria, infatti gli strateghi americani hanno pensato di fare i furbi e hanno istigato diverse imbarcazioni commerciali, tra cui una metaniera qatariota e una petroliera saudita, a transitare illegalmente lungo le rotte meridionali dello stretto, vicino all’Oman, per schivare i controlli iraniani.

Tuttavia, Teheran ha applicato il regolamento e ha bloccato le navi. A quel punto, il CENTCOM ha gridato alla violazione del cessate il fuoco e ha scatenato l’inferno, così, in pochi giorni, le forze statunitensi hanno bombardato oltre centoquaranta obiettivi sul suolo iraniano, vantandosi sui social di una superiorità schiacciante.

Peccato che l’Iran di oggi non sia l’Iraq del 2003, difatti la risposta è stata una pioggia devastante di droni e missili balistici che ha investito le basi militari statunitensi in Qatar, Bahrein, Kuwait, Emirati e Giordania.

Ora, naturalmente, i vassalli del Golfo piangono e protestano. Convocano conferenze stampa per condannare l’aggressione iraniana, come se fosse stato l’Iran ad autobombardarsi e ad autoaggredirsi in violazione del Diritto internazionale.

La domanda che un giornalista degno di questo nome dovrebbe porsi, per un’analisi seria, è una sola: se ospiti in casa tua le basi di una potenza straniera che bombarda i tuoi vicini, come puoi pensare di essere considerato neutrale?

Chi ospita basi dell’impero americano è ostaggio volontario dei piani di controllo globale degli Stati Uniti, quindi, in virtù di tale sottomissione, ne paga il prezzo delle loro follie belliche e poi recita la parte dell’offeso.

La conferma del vicolo cieco in cui si è infilata Washington non arriva da un pericoloso sovversivo, ma da Harlan Ullman, ex ufficiale della Marina USA e attuale presidente del Killowen Group: parlando ad Al Jazeera, Ullman ha affermato che la superiorità militare americana è un bluff, una spacconata da Hollywood che non corrisponde alla verità sul campo, perché potete anche avere più caccia e più missili degli altri, ma se non siete in grado di tradurre questa forza in un vantaggio politico reale, avete perso.

E gli Stati Uniti hanno perso, come dimostra il fatto che Hormuz è sigillato, il transito è bloccato e l’economia occidentale si prepara a subire l’ennesimo shock energetico.

In Europa, al cittadino comune che osserva questo teatro convinto che si tratti di faccende lontane, tutto sembra solo un film, invece è qualcosa che incide profondamente sulla nostra economia, sulla nostra industria e sul nostro futuro., perché questo scontro di potere globale serve a finanziare un sistema estrattivo colossale, lo stesso che poi si manifesta nelle nostre vite sotto forma di cartelle esattoriali e balzelli insensati.

In pratica, sebbene le persone comuni non se ne rendano neppure conto, esiste un filo rosso invisibile che collega il controllo dello Stretto di Hormuz alla gestione del vostro cassetto fiscale, che è la logica del parassitismo di Stato.

Pensiamo all’Italia, per esempio, uno Stato sovrano, almeno sulla carta, che si piega a scelte internazionali disastrose per compiacere gli alleati d’oltreoceano, subisce le sanzioni, perde mercati di esportazione e poi, per far quadrare i conti, decide di aggredire i patrimoni dei propri cittadini.

In altri tempi, sarebbe stato giudicato insensato. In un Paese normale, la proprietà privata non dovrebbe mai essere tassata se non produce un profitto reale.

Se acquistate un terreno con i risparmi di una vita, risparmi su cui avete già pagato l’IRPEF fino all’ultimo centesimo, e ci piantate delle patate per il consumo personale, perché lo Stato deve pretendere un tributo annuale? In base a quale guadagno?

Qualunque richiesta è equiparabile al pizzo.

Se comprate un’auto per andare a lavorare, pagando l’IVA all’acquisto, le accise sul carburante a ogni rifornimento e il pedaggio autostradale per viaggiare, per quale assurdo motivo dovete pagare il bollo?

Anche in questo caso, si tratta semplicemente di pizzo.

La tassa sul possesso è un abominio giuridico e morale, il pizzo che la burocrazia esige per il solo fatto che voi esistete e possedete qualcosa.

Usando la stessa logica, perché non imporre una tassa sulla vita? D’altronde, siete proprietari di voi stessi e consumate aria. Perciò, a quando la tassa di esistenza?

L’IMU sulla seconda casa, la TARI calcolata su tariffe gonfiate da municipalizzate inefficienti, i bolli sui conti correnti, sono tutti tentacoli dello stesso mostro, quel pizzo legalizzato che viene dipinto come una tassa.

Vi dicono che queste tasse servono a coprire i costi dei servizi pubblici, tuttavia, anche in questo caso, si tratta di una menzogna, poiché i servizi – la sanità che cade a pezzi, le strade piene di buche, la sicurezza inesistente – dovrebbero essere abbondantemente coperti dalle tasse sul reddito e sul lavoro che già paghiamo, solo che lo Stato spende male.

E, visto ce lo Stato spende male e spreca miliardi in armamenti e/o in salvataggi di banche private, la colpa ricade sul vostro patrimonio.

LA STRATEGIA DELA RANA BOLLITA A FUOCO LENTO

Se vi togliessero tutto in un giorno solo, fareste la rivoluzione, scendereste in piazza in massa e darebbe il caos che porterebbe alla fine del sistema, allora usano la tecnica della rana bollita: scaldano l’acqua un po’ alla volta.

Una piccola accisa qui, un aumento dell’IMU là, una nuova tassa sui rifiuti calcolata sulla metratura, intanto vi distraggono con i bombardamenti nel Golfo, convincendovi che il nemico sia un ayatollah con la barba a diecimila chilometri di distanza, mentre il vero predatore siede indisturbato negli uffici del ministero dell’Economia a Roma, siede nella stanza dei bottoni a Washington e in quella dei burocrati di Bruxelles.

L’impero americano bombarda l’Iran perché non riesce a controllarlo, perciò lo Stato italiano vi tassa la casa perché sa che non potete spostarla. La logica è identica: l’abuso della forza per compensare l’incapacità strategica e politica.

Sarebbe ora di spegnere la televisione, aprire gli occhi e accorgersi che l’acqua ha superato il livello di guardia.

Prima che sia troppo tardi e prima che la temperatura diventi letale.

ANASTASIIA BEREZOVSKA. ANATOMIA DI UN’ESECUZIONE DI STATO

di Pasquale Di Matteo

Oggi si muore sull’asse Monaco-Kiev.

Proprio nel Principato di Monaco, l’ultimo parco giochi della Terra in cui il denaro è l’unica vera religione, un luogo dove i miliardari attraccano yacht da cento metri per sfuggire al fisco e, spesso, anche dal loro passato, la sicurezza è diventata un dogma indiscutibile.

È il 29 giugno 2026 e sono da poco passate le ore ventuno; l’aria della Costa Azzurra è tiepida, quasi immobile, quando nell’elegante androne di un condominio signorile nei pressi di Place des Moulins, a due passi dal Boulevard d’Italie, il silenzio viene cancellato da un boato.

Si pensa subito a una bomba, ma non si tratta di una bomba qualunque. È un ordigno telecomandato a distanza, celato con cura maniacale dentro uno zaino e imbottito di bulloni, dadi e frammenti metallici progettati per agire come schegge impazzite, per moltiplicare la letalità dell’onda d’urto.

L’obiettivo designato è Vadim Ermolaev, cinquantottenne magnate ucraino, ex titano del mattone e dell’alcol, al ventitreesimo posto nel 2020 nella classifica degli uomini più ricchi d’Ucraina e, dal dicembre 2023, inserito nella lista nera dei sanzionati dal presidente Volodymyr Zelensky per aver continuato a fare affari e commerciare alcolici nella Crimea occupata dai russi.

Ermolaev se la caverà con ferite superficiali e qualche scheggia, ma la sua compagna, invece, viene investita in pieno dalla tempesta di metallo: i medici del centro traumatologico d’urgenza dovranno amputarle entrambe le gambe per strapparla alla morte, mentre lotta in un letto d’ospedale contro la cecità e la perdita dell’udito.

Anche il figlio tredicenne della coppia crivellato dalle schegge.

Questo è il prezzo della guerra che infetta l’Europa.

LA FUGA DI ANASTASIIA NEREZOVSKA

A posare quell’infernale zaino nell’androne del palazzo è stata una donna. Trentanove anni, nazionalità ucraina, ufficialmente residente in Germania. Il suo nome è, anzi era, Anastasiia Berezovska.

Le telecamere di sorveglianza della vigilanza privata di Monaco la immortalano mentre studia i movimenti della famiglia Ermolaev per giorni, con un cappello scuro a secchiello calato sugli occhi, un gilet scuro da uomo, per camuffare le forme, e un vistoso tatuaggio a forma di serpente sull’avambraccio destro.

Dopo la detonazione, la Berezovska mette in atto un piano di fuga che rivela una copertura logistica di prim’ordine; lascia Monaco a piedi, attraversa il confine francese fino a Beausoleil, sale su un’auto a noleggio con targa tedesca già predisposta, attraversa l’Italia passando per Ventimiglia e il Piemonte, transita per la Svizzera e l’Austria e rientra in Germania.

Poi, una deviazione inspiegabile.

Il 1° luglio, mentre le polizie di mezza Europa la cercano e l’Interpol si prepara a lanciare un mandato internazionale, che arriverà ufficialmente il 3 luglio, la Berezovska sale su un autobus di linea, diretta a Kiev.

Perché rientrare nella tana del lupo?

Pensava davvero di essere al sicuro sotto la protezione dei suoi mandanti o le era stato promesso un salvacondotto, rivelatosi poi un biglietto di sola andata per il mondo di chi non può più parlare?

La risposta arriva il 6 luglio, quando il corpo di Anastasiia Berezovska viene ritrovato riverso in un fossato fangoso a Yuriv, sperduta periferia della regione di Kiev.

Un’esecuzione pulita, rapida, professionale. Un solo proiettile calibro nove conficcato nella regione occipitale del cranio. La bombardiera di Monaco non potrà più parlare.

LA BARZELLEZZA DELLO 007 AUTONOMO E IL PRECEDENTE DEL NORD STREAM

Le indagini della procura ucraina, pressata dai governi europei, terrorizzati dall’idea che Kiev stia conducendo operazioni di liquidazione extragiudiziale sul territorio dell’Unione, portano all’arresto dei suoi assassini.

Si tratta di Vitalii Zhykovych, un ex agente delle forze dell’ordine, e di Vladyslav Reut, che non è un delinquente qualunque, poiché si tratta di un ufficiale in servizio attivo del GUR, l’intelligence militare ucraina guidata dal potentissimo generale Kyrylo Budanov, il servizio specializzato nell’eliminazione fisica dei collaborazionisti e dei nemici dello Stato all’estero.

I flussi finanziari non mentono: Zhykovych e l’ufficiale del GUR avevano accreditato sul conto bancario e sul portafoglio di criptovalute della Berezovska i fondi necessari per finanziare la logistica dell’attentato a Monaco.

Arrestato per l’omicidio della donna, l’ufficiale del GUR confessa il delitto, ma Reut dichiara di aver ucciso la Berezovska, e di aver finanziato l’attentato di Monaco, “di propria iniziativa”, senza che i vertici del GUR o i suoi superiori ne sapessero nulla.

Ma certo.

Chi di noi, nel proprio tempo libero o durante i fine settimana di licenza dal ministero della Difesa, non si diletta a prelevare migliaia di dollari in criptovalute dal proprio bilancio familiare per assoldare una terrorista, pianificare un attentato dinamitardo in Costa Azzurra e poi, colto da un improvviso bisticcio sui compensi o da uno scrupolo morale, non decide di piantare un proiettile in testa alla propria agente operativa?

Il tutto, sia chiaro, mantenendo il capo del servizio segreto totalmente all’oscuro di tutto, magari mentre quest’ultimo era impegnato a fare i cruciverba in ufficio.

I fatti sono due: o si tratta di un servizio segreto di idioti, o credono che gli idioti siamo noi, a berci queste scemenze.

La tecnica del “militare ribelle” che agisce in totale autonomia è un evergreen della disinformazione moderna. Ci avevano già provato con il sabotaggio del gasdotto Nord Stream.

Anche allora, dopo aver accusato per mesi i russi di essersi autopuniti facendo saltare in aria le proprie condutture, i media occidentali dovettero arrendersi alla verità della pista ucraina.

E come la giustificarono? Proprio con la favola di un gruppetto di amici ucraini, appassionati di immersioni, che dopo qualche birra al bar avevano noleggiato una barca a vela per scendere a cento metri di profondità nel Baltico e piazzare tonnellate di tritolo.

Ora, il copione si ripete, così, se una bomba squarcia Monte Carlo, la colpa è dell’iniziativa privata di uno 007 fai da te.

Per blindare questa traballante versione ufficiale ed evitare un catastrofico incidente diplomatico con la Francia e il Principato di Monaco, i servizi segreti ucraini (SBU) hanno confezionato una comoda notizia comoda: la pista della “mafia dei call center” di Dnipro, città d’origine di Ermolaev, e da anni centrale operativa di colossali truffe telefoniche transnazionali.

Un vero e proprio impero criminale protetto, che spilla miliardi di euro ai cittadini europei.

Il rampollo dell’oligarca, Arthur Ermolaev, era stato arrestato tempo fa proprio per la gestione di queste piattaforme illegali.

Secondo la tesi difensiva di Kiev, il giovane avrebbe “cantato” con gli inquirenti estoni per salvarsi dalla galera, facendo i nomi dei boss rivali.

La bomba a Monaco, dunque, non sarebbe un’operazione di Stato, ma una banale vendetta mafiosa commissionata dai boss delle truffe telefoniche di Dnipro, che avrebbero assoldato gi uomini dei servizi ucraini e la Berezovska per regolare i conti con la famiglia dell’oligarca.

Una ricostruzione perfetta. Peccato che gli inquirenti monegaschi e francesi non abbiano alcuna intenzione di bersela come farebbe, invece, un poliziotto da quattro soldi.

Come rivelato da fonti investigative francesi a Le Figaro, la pista privilegiata dai gendarmi punta dritta ai vertici della sicurezza di Kiev.

L’attentato di Monaco non era una rissa tra truffatori di provincia, ma un avvertimento di Stato per un oligarca sanzionato che si godeva i suoi milioni guidando una Bentley da 300.000 dollari sotto il sole di Monte Carlo.

IL CASO ROMA E L’IPOCRISIA ATLANTISTA

Mentre a Kiev si ripulisce la scena del delitto e a Monaco si contano le schegge nei corpi dei civili, in Italia preferiamo concentrarci sulle nostre, di spie.

A Roma, la Procura ha disposto l’arresto di due persone, tra cui un ex funzionario del comparto cyber dei nostri servizi segreti e un ufficiale, accusate di aver ceduto documenti riservati e informazioni sensibili sull’infrastruttura di sicurezza nazionale ad agenti dell’intelligence russa in cambio di denaro.

I media mainstream hanno subito attivato i generatori dell’indignazione collettiva, così i talk-show si sono riempiti di commentatori pronti a invocare misure draconiane contro “le talpe di Putin” infiltrate nello Stato.

Nessuno spazio per il dubbio, ovviamente e nessuna concessione alle sfumature. Perché quella sarebbe roba da democrazia, vuoi mettere?

Lo spionaggio, nel racconto mediatico corrente, è un’attività lurida, criminale e intollerabile, ma solo se guarda verso Est, perché, se, invece, gli agenti operativi appartengono alla galassia dei nostri alleati, se piazzano bombe telecomandate nei quartieri residenziali dell’Europa occidentale, mettendo a rischio la vita di donne e bambini innocenti per colpire un bersaglio politico, allora la narrazione cambia direzione.

In quel caso si preferisce sintonizzarsi sul silenzio, derubricando la strage a una “faida privata”, a un bisticcio tra truffatori di call center o all’iniziativa estemporanea di uno 007 ucraino fuori servizio.

La verità è che il virus dello spionaggio e del terrorismo di Stato non ha bandiera e chi si ostina a voler vedere rubli e complotti dappertutto, spesso lo fa solo per non guardare la propria ipocrisia.

RIVOLTA A LEOPOLI, PETROLIERE FANTASMA E TUTTO QUELLO CHE NON VI STANNO DICENDO SU COSA PENSANO GLI UCRAINI

di Pasquale Di Matteo

I media mainstream ci propinano da quasi cinque anni una realtà parallela, accuratamente impacchettata, infiocchettata e servita a domicilio con una copertina dal titolo “informazione”

Se si seguono i talk-show del pensiero unico, la NATO è una grande organizzazione, etica, morale, animata da profondo spirito democratico, e l’Ucraina sta vincendo a mani basse, riconquistando territori un giorno sì e l’altro pure, mentre la Russia di Putin è ridotta a una macchietta geopolitica, implorante e senza benzina.

E già qui, chiunque sia dotato di almeno due neuroni funzionanti si domanderà come sia possibile doversi riarmare per le minacce russe, se Mosca è al tappeto, senza uomini e se ha preso schiaffi persino dall’Ucraina.

Tuttavia, subentra la dimensione vera, quella della realtà dei fatti e non delle propagande, quella che si scrive nel fango delle trincee, con il sangue e la disperazione di chi muore.

Secondo la realtà vera, siamo di fronte a un de profundis collettivo, a un tentativo grottesco e disperato di rianimare un cadavere, inventando dispacci di sana pianta, come con i microchip smontati dagli elettrodomestici ucraini, le pale ottocentesche, i muli, le controffensive risolutive dei valorosi ucraini che parlavano un inglese madrelingua, l’arrivo degli F16 e altre notizie di poco conto e inservibili sul fronte reale, ma vendute come grandi vittorie, in perfetto stile hollywoodiano.

LA RIVOLTA SILENZIOSA DI LEOPOLI E LA CACCIA ALL’UOMO

Per mesi, ci hanno propinato la favola di un popolo ucraino unito in un solo afflato patriottico e pronto a correre in massa nei centri di arruolamento per respingere lo sporco nemico russo, una narrazione edulcorata che, tuttavia, stride con la cronaca reale.

Negli ultimi giorni, sulle strade di Leopoli è andata in scena una rivolta popolare spontanea contro i reclutatori militari dell’esercito quando un giovane è stato fermato per strada, braccato nel tentativo di essere inserito a forza negli ingranaggi del tritacarne della leva forzata.

Ma la gente comune, quella che non vive nei salotti televisivi e nemmeno ascolta le panzane veicolate dalla propaganda mainstream, non ne può più. Decine di cittadini infuriati hanno circondato la camionetta dei militari, hanno spaccato i vetri e letteralmente ribaltato l’auto sulla strada, tra gli applausi e le grida di “vergogna” dei passanti.

È la fabbrica della paura che si inceppa. Gli uomini ucraini in età arruolabile ormai evitano come la peste i centri delle grandi città per non essere rapiti dallo Stato, mentre altri cercano di fuggire all’estero con ogni mezzo, spesso illegalmente.

L’Unione Europea accarezza l’idea di tagliare i sussidi e lo status di rifugiati a questi ragazzi per costringerli a tornare in patria a farsi sparare addosso. Chiamatela pure solidarietà occidentale.

IL MISTERO DELLE PETROLIERE FANTASMA NEL MAR NERO

Il Ministero della Difesa ucraino ha annunciato di aver colpito ben 35 navi russe in appena quattro giorni nel Mar d’Azov e nel Mar Nero, incluse dodici petroliere colpite in una sola notte, ma su questi numeri non esistono conferme credibili.

Tuttavia, anche solo con la logica, se dodici petroliere cariche di greggio fossero state colpite e nel Mar Nero, le spiagge della Crimea e dei paesi limitrofi sarebbero sommerse da una marea nera apocalittica, eppure, non c’è traccia di disastro ecologico.

Come mai?

È molto semplice: le petroliere fantasma esistono solo nei comunicati stampa di Kiev, scritti appositamente per compiacere i donatori occidentali e giustificare la richiesta di ulteriori miliardi.

Panzane, insomma. Balle, sciocchezze… fate un po’ voi.

LA NATO E IL SUO CADAVERE

La NATO recita la parte della protagonista forte, ma il recente vertice dell’Alleanza ha svelato tutta la fragilità di un’organizzazione divisa, terrorizzata dai capricci di Trump, che considera l’Alleanza Atlantica un costoso e inutile ferro vecchio.

Ma lo spettacolo deve continuare, quindi come si tiene in piedi un cadavere?

Pompando denaro, naturalmente.

Viene così imposto l’obiettivo assurdo di aumentare le spese militari al 2%, o persino al 5% del PIL, come ventilato in certi tavoli. Una follia pura. Anche se nessuna economia europea, stremate dall’inflazione e dal declino industriale, può permettersi un simile salasso energetico e finanziario.

Si ricorrerà ai soliti trucchi contabili, spacciando le spese per infrastrutture civili come investimenti della difesa pur di far quadrare i conti, nella speranza che l’inquilino della Casa Bianca cresca un po’ e si comporti da adulto.

Nel frattempo, l’Italia fa il suo solito, deprimente mestiere: il servo sciocco, quando non lo zerbino. Corre a inchinarsi a Washington, riceve pacche sulle spalle, spende miliardi sottratti a sanità e scuola per acquistare sistemi d’arma obsoleti e, in cambio, ottiene solo porte in faccia e zero peso politico nelle decisioni che contano.

IL PARADOSSO DI ZELENSKY E L’OPPOSIZIONE SEMPRE PIÙ FORTE

Tutto questo dispendio di vite umane e risorse pubbliche viene spacciato come l’estrema difesa della “democrazia e dei valori europei”. Peccato che l’eroe in maglietta militare santificato dai parlamenti europei, Volodymyr Zelensky, sia un autocrate che governa senza elezioni da anni, giustificandosi con lo stato di guerra.

Un leader che ha messo fuori legge undici partiti di opposizione, che ha chiuso i canali televisivi e i giornali non allineati, che ha fatto sparire decine di giornalisti scomodi e che stringe alleanze strutturali con battaglioni dichiaratamente neonazisti. Senza dimenticare i cessi d’oro, la corruzione e le accuse della magistratura tedesca di essere il mandante dell’attentato al Nord Stream 2, lui o chi per lui.

Intanto, c’è un ucraino, Oleksiy Arestovich, che dà fastidio al buon Zelensky. Un uomo che è stato consigliere della presidenza ucraina, che ha vissuto dall’interno il sistema di potere di Kiev e che oggi ne denuncia tutte le contraddizioni, ma, stranamente, il mainstream se ne dimentica.

Secondo Arestovich, Zelensky avrebbe scelto di investire il meno possibile nella costruzione di infrastrutture militari protette, confidando che fosse soprattutto l’Occidente a sostenere economicamente lo sforzo bellico.

Questa scelta ha portato a materiali e logistica collocati in prossimità di aree civili, anche perché l’Ucraina non dispone di una rete capillare di rifugi e magazzini sotterranei costruiti in tempo di pace, come invece hanno fatto altri paesi.

L’oppositore ucraino a Zelensky ricorda che le Convenzioni di Ginevra impongono di separare gli obiettivi militari dalla popolazione civile e che l’utilizzo deliberato dei civili come scudi umani costituisce un crimine di guerra, ma aggiunge che, pur non volendo credere che Zelensky metta a rischio il popolo di proposito, ritiene comunque il sistema dirigente ucraino colpevole di improvvisazione, carenze strutturali, incapacità di comando, intelligence inadeguata e insipienza dei vertici militari.

Un’idea di Ucraina molto lontana da quella veicolata dal mainstream in Occidente.

Il problema è che le analisi di Arestovich sono scomode perché criticano apertamente Zelensky senza poter essere accusate di propaganda russa.

Davvero l’Occidente vuole rischiare il suicidio nucleare per difendere un regime del genere?

Un regime che, qualora entrasse nell’Unione Europea, provocherebbe un terremoto economico e la distruzione del nostro intero settore agricolo, oltre alla Terza Guerra Mondiale, in virtù dell’Art. 5?

Il problema è che il legame ombelicale che unisce l’Europa a Washington non è un’alleanza protettiva, ma una gabbia dorata che ci sta trascinando nel baratro per il tornaconto di chi ha interessi economici e geopolitici nella guerra.

È tempo di aprire gli occhi, di smontare pezzo per pezzo la narrazione della paura e di pretendere la pace, prima che l’ultimo ucraino, e forse l’ultimo europeo, paghi il prezzo definitivo di questa ipocrisia.

Chi vuole davvero il bene degli ucraini dice no alla guerra e basta alle armi. Gli altri, invece, tifano per la fine degli ucraini, senza se e senza ma.

LA TRAPPOLA DEI PATRIOT E LA FINE DELL’ITALIA: IL PIANO SEGRETO CHE NESSUNO OSA RACCONTARE

di Pasquale Di Matteo

Sorrisi, pacche sulle spalle, strette di mano a favor di telecamera e battute al limite del grottesco. È questa la sintesi dell’ultimo vertice NATO. Niente di diverso dal solito.

Sembra di assistere al raduno annuale di un club del golf particolarmente esclusivo, poi alzi il volume, ascolti le dichiarazioni ufficiali rilanciate a reti unificate dai megafoni del pensiero unico, e la dissonanza cognitiva ti fa capire che viviamo in 1984 di Orwell.

Da una parte, questi grandi soci del club decantano un trionfo imminente e una coesione incrollabile, dall’altra, si consuma un massacro di cui è vietato parlare, un tritacarne che inghiotte vite, città e, silenziosamente, il futuro del nostro continente.

Tutto mentre gli ucraini si rivoltano contro i reclutatori, rovesciando camionette dell’esercito e prendendo a calci e pugni i militari perché non vogliono più andare a morire per Zelensky.

Ci hanno raccontato che bastava un ultimo sforzo, l’ultimo invio di armi, l’ultimo pacchetto di sanzioni, poi la Russia sarebbe implosa, Putin destituito, e noi avremmo brindato alla democrazia.

Ma era la stessa strategia degli “ancora quindici giorni” quando ci hanno chiuso in casa e discriminato per due anni, perché che bastasse un ultimo sforzo per far implodere Mosca ce l’hanno ripetuto dalla fine del 2022 e l’unica cosa a essere implosa è l’economia europea, vittima di un suicidio assistito che i nostri leader chiamano “solidarietà atlantica”.

LA FABBRICA DELLE ILLUSIONI E IL BLUFF DEI PATRIOT

Prendiamo l’ultima genialata partorita dai vertici internazionali, una panzana talmente grossa che per crederci bisogna davvero essersi nutriti di reality e soap opera a colazione per anni.

Ci dicono che l’Ucraina, un Paese con la rete elettrica compromessa e le infrastrutture industriali in macerie, potrà produrre “in casa” i complessi sistemi missilistici antiaerei Patriot.

Fantastico.

Peccato che sia una truffa di dialettica, oltre che logistica.

Costruire un sistema d’arma del genere richiede catene di fornitura di alta tecnologia, stabilimenti sicuri, a prova di bombardamenti, e anni di lavoro.

Ma a Kiev i missili servono ieri, non nel 2029.

Allora, a cosa serve questo annuncio?

Semplicemente a garantire che la licenza e i brevetti restino saldamente nelle mani dei colossi dell’industria bellica americana, come Lockheed Martin e Raytheon.

L’Ucraina, se tutto va bene, ci metterà la manodopera e il logo, ma chi pagherà il conto di questa faraonica delocalizzazione saremo noi, i contribuenti europei.

Noi stacchiamo l’assegno, l’industria americana incassa e l’Ucraina ottiene l’illusione di una fornitura che, nel breve termine, non cambierà nemmeno di un’unghia le sorti del conflitto.

Senza contare il fatto che forzare l’ingresso di Kiev nella NATO, in questo momento, significherebbe attivare l’Articolo 5 del trattato dell’Alleanza, ovvero, la Terza Guerra Mondiale garantita.

Un dettaglio da niente, su cui i nostri telegiornali sorvolano elegantemente, preferendo i sorrisi di quelli che promettevano la vittoria quasi cinque anni fa, invece, ci hanno resi più poveri e ci stanno disegnando un cartello da cento punti sulla schiena per i missili di Mosca.

ARMI O SANITÀ? IL GRANDE AFFARE A STELLE E STRISCE

Mentre ci intrattengono con la panzana della vittoria alle porte, sono 2.888 i miliardi di dollari di spesa militare globale registrati in un solo anno.

Una cifra mostruosa.

L’Europa è stata chiamata alla cassa perché bisogna riarmarsi, ci dicono. Dobbiamo raggiungere valori più alti del PIL in spese militari, altrimenti lo Zio Sam si arrabbia.

E in Italia, come si traduce tutto questo? In oltre 4 miliardi di euro spesi in aiuti militari a Kiev, spediti in gran segreto con decreti blindati. Quattro miliardi.

Vi siete mai chiesti quanti medici, quanti infermieri, quanti posti letto si potrebbero finanziare con quei soldi? Vi siete mai accorti che mentre si trovano magicamente i fondi per comprare missili e carri armati, le liste d’attesa negli ospedali italiani assomigliano sempre di più a condanne a morte per le fasce più deboli?

E vi siete mai accorti che per i bisogni e le esigenze degli italiani la coperta è sempre corta, mentre, per comprare i missili americani, i soldi si trovano sempre?

La scelta è tra cannoni e benessere degli italiani e noi abbiamo scelto i cannoni, peraltro da regalare a terzi, e ora ci accorgiamo che in frigo non è rimasto nemmeno il burro.

L’esempio della Germania è lampante: l’ex locomotiva d’Europa si sta deindustrializzando a ritmi vertiginosi. Berlino ha rinunciato al gas russo a basso costo per piegarsi al gas naturale liquefatto (GNL) americano, pagandolo a prezzi gonfiati.

Un capolavoro di masochismo che sta trascinando in recessione tutto l’indotto continentale, Italia in primis.

La dimostrazione palese di come l’attuale classe politica e dirigenziale europea sia la peggiore di sempre.

DA DIFESA AD AGGRESSIONE, LA MUTAZIONE DELLA NATO

Dietro questo disastro c’è un equivoco di fondo. O meglio, una menzogna storica.

La NATO è nata come alleanza difensiva per arginare la minaccia sovietica, ci dicevano, ma crollato il Muro di Berlino, la sua missione era finita, invece, non solo si è espansa inglobando tutto l’Est Europa, ma si è trasformata in uno strumento di proiezione offensiva della politica estera statunitense, rivelandosi per quello che era.

Se avete dubbi, chiedetelo a Belgrado nel 1999 o a Tripoli nel 2011.

L’Europa non ha alcun piano B.

Invece di costruire una Difesa Comune autonoma, si è adagiata nel ruolo di vassallo dell’impero americano. E qui entra in gioco il fattore Trump, lo spauracchio agitato dai salotti progressisti.

Ma che ci sia alla Casa Bianca il “pazzo” Trump o il Biden delle allucinazioni, il succo della dottrina americana non cambia di una virgola: l’Europa è un protettorato e, come tale, deve pagare il pizzo per la protezione.

Semmai, cambiano i toni, ma non la politica militare né le fatture.

L’ITALIA E LA SUA FINE

L’Italia recita la parte del cameriere zelante, quando smette di essere zerbino, un po’ a giorni alterni.

C’è stato un tempo in cui il nostro Paese, da Craxi a Berlusconi, passando per Andreotti e fino a Draghi, sapeva tessere reti diplomatiche, mantenere un canale aperto con Mosca e fare da ponte tra Occidente, Oriente e sponda sud del Mediterraneo.

Oggi, di quella vocazione mediterranea e di quel peso diplomatico non c’è più traccia.

Il Governo Meloni ha scelto l’allineamento totale, cieco e incondizionato ai diktat atlantici. Ha cancellato ogni velleità di mediazione per guadagnarsi la pacca sulla spalla a Washington.

E non fatevi ingannare dai teatrini interni.

Vediamo la Lega o frange del dissenso fare la voce grossa, ululare contro l’invio di armi a favor di telecamera per raccattare qualche voto, salvo poi schiacciare disciplinatamente il tasto “Sì” in Parlamento quando c’è da approvare il rifinanziamento bellico.

Ormai sono lì da tre anni e si è capita l’antifona.

La parola “Pace” è stata sporcata, piegata, criminalizzata. Se osi invocare il realismo politico, un negoziato o una tregua, vieni marchiato con la lettera scarlatta di “putiniano”. È la vittoria del maccartismo applicato alla geopolitica.

Tutto questo per cosa?

L’Ucraina, per gli Stati Uniti, è solo un intermediario, un proxy, uno strumento. Il vero obiettivo strategico di Washington per il ventunesimo secolo non è Mosca, ma Pechino. La guerra in Ucraina serve come piano d’avvicinamento.

Quando la Casa Bianca deciderà che è tempo di chiudere la partita a Est per spostare portaerei, fondi e truppe nel quadrante del Pacifico per contenere la Cina, cosa resterà di noi?

Resterà un’Europa in macerie, un continente disarmato, economicamente dissanguato, con confini instabili e senza uno straccio di politica estera indipendente.

Ci lasceranno la polvere da spazzare e i debiti da pagare. E saremo vulnerabili, tremendamente vulnerabili.

È arrivato il momento di spegnere le tifoserie da stadio, quelle alimentate da opinionisti con l’elmetto che parlano di strategie militari dai divani televisivi, ma che si guardano bene da imbarcare un figlio su un aereo per il fronte ucraino.

L’Italia deve riappropriarsi della sua intelligenza politica e della sua sovranità, prima di finire schiacciata definitivamente tra l’incudine americana e il martello russo-asiatico. Perché quando l’illusione svanirà, il conto sarà servito.

E lo pagheremo noi. Fino all’ultimo centesimo.

E l’Europa?

Al più ci manderà la Troika.

Siamo davvero convinti che valga ancora la pena restare in questa Europa, che non c’entra nulla con quell’Europa dei popoli e della diplomazia che tanto ci avevano decantato?