NATO, RUSSIA E I POLITICI NANI: LA PROFEZIA DIMENTICATA CHE SMASCHERA TRENT’ANNI DI ARROGANZA OCCIDENTALE

di Pasquale Di Matteo

Il telefono a Princeton squillò in una giornata di primavera del 1998. Era maggio.

Dall’altro capo del filo, a Washington, Thomas L. Friedman aveva il taccuino aperto e cercava una dichiarazione per il New York Times. A rispondere fu un uomo di novantaquattro anni.

La voce era un filo di vento, incrinata dal peso degli anni, ma chiunque avesse un briciolo di memoria storica sapeva che quel respiro fragile apparteneva a un architetto del mondo contemporaneo: George Kennan.

L’uomo dell’articolo “X”. Il diplomatico che nel 1947, mentre le ceneri della Seconda guerra mondiale ancora fumavano nei campi desolati d’Europa, aveva codificato la dottrina del “contenimento”, tracciando la linea di demarcazione su cui l’America e l’Unione Sovietica si sarebbero scrutate per quasi mezzo secolo senza spararsi addosso.

Friedman voleva un parere trionfale.

Il Senato degli Stati Uniti aveva appena votato a schiacciante maggioranza la ratifica per l’allargamento della NATO a est, spalancando le porte a Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. Nei corridoi del Congresso si stappava champagne. La fine della storia era arrivata, dicevano.

Il bene aveva vinto, il capitalismo aveva trionfato e i confini dell’Alleanza Atlantica potevano finalmente spingersi verso il tramonto delle steppe.

Kennan non brindava.

Nel silenzio ovattato della sua casa, mentre il nastro del registratore girava piano, pronunciò sei parole destinate a diventare una lapide: «Penso che sia un tragico errore».

Lo ripeto: “tragico errore”.

Nessuna esitazione. Nessun calcolo politico. Solo la lucidità culturale di chi ha visto nascere i mostri e sa esattamente come vengono nutriti.

Una condanna senza appello, insomma.

«Credo sia l’inizio di una nuova Guerra Fredda», disse il vecchio ambasciatore. E non lo disse con la rabbia di un oppositore partigiano o di un comunista, ma con l’amarezza di un medico che osserva un paziente sano ingoiare volontariamente una fiala di veleno.

«Non c’era alcun motivo per farlo. Nessuno stava minacciando nessuno.»

Per Kennan, quel voto al Senato era un atto di sconsiderata leggerezza. Un capriccio compiuto da funzionari che non avevano mai trascorso una notte d’inverno a Mosca e che confondevano la geografia imperiale con un comizio elettorale nell’Iowa.

Scrivere garanzie di sicurezza automatica per una dozzina di nuovi paesi significava vincolare i soldati americani a una terra di cui la maggioranza dei senatori ignorava perfino i nomi dei fiumi. Spesso, persino i nomi delle capitali.

«I Padri Fondatori di questa nazione si rivolterebbero nella tomba», sibilò al ricevitore.

C’era un punto, soprattutto, che toglieva il sonno al vecchio diplomatico. Una distorsione logica che nessuno a Washington sembrava in grado di cogliere.

L’America stava confondendo il nemico.

La Guerra Fredda non era stata combattuta contro il popolo russo, ma contro l’apparato totalitario sovietico.

E quell’impero immenso, carico di testate nucleari capaci di incenerire il pianeta dieci volte, non era stato raso al suolo dai missili della NATO, ma era imploso dall’interno. Si era dissolto senza una guerra mondiale, abbattuto dal coraggio disperato dei riformatori russi e da una transizione quasi miracolosamente non violenta.

Voltare le spalle a quella Russia che tentava faticosamente di darsi un volto democratico, trattandola come se fosse ancora l’Armata Rossa di Stalin pronta a invadere l’Europa occidentale, era per Kennan una bestemmia strategica.

Un insulto alla storia.

ILTRUCCO DEL LUPO E LA PROFEZIA CHE SI AVVERA

Stephen King ripete spesso che la cosa peggiore del male non è quando compare con gli artigli, ma quando si presenta travestito da banale stupidità.

Lo vedi goffo, sembra ingenuo, ed è allora che ti coglie disarmato.

E in quella telefonata del 1998, George Kennan mise a nudo proprio la stupidità dell’arroganza imperiale americana.

Raccontò, come un uomo giunto dal futuro, quello che sarebbe accaduto vent’anni dopo.

“Se spingi un’alleanza militare concepita per distruggere Mosca fin sotto le sue finestre, Mosca prima o poi reagirà male. Diventerà ostile, paranoica, vendicativa.”

La democrazia fragile di Boris Eltsin sarebbe stata soffocata dal risentimento nazionalista, dalla sensazione claustrofobica di un assedio ingiustificato.

E a quel punto, avvertiva Kennan con sarcasmo, i falchi di Washington avrebbero allargato le braccia dicendo trionfanti: «Visto? Ve lo avevamo detto che i russi sono fatti così!».

Una profezia che si autoavvera. Il piromane che grida al fuoco dopo aver rovesciato la benzina sul tappeto del salotto.

Quando riattaccò, Thomas L. Friedman doveva aver sentito un brivido gelido corrergli lungo la schiena. Nel pezzo che scrisse per il giornale, non si limitò a riportare le parole del patriarca, ma tracciò un confronto spietato tra due epoche.

L’ERA DEI NANI

Da una parte c’erano gli statisti del dopoguerra, George Marshall, Dean Acheson, Kennan stesso, giganti capaci di combinare immaginazione, freddezza analitica e un’intima conoscenza del dolore che una guerra mondiale lascia sui corpi delle persone.

Dall’altra c’era la classe dirigente di fine anni Novanta. Bill Clinton, Madeleine Albright, Sandy Berger. Uomini e donne seduti su un trono costruito da altri, convinti che l’unipolarismo americano fosse eterno e che la geopolitica si potesse gestire a colpi di comunicati stampa.

«Siamo nell’era dei nani», scrisse Friedman senza mezzi termini. Una generazione di burocrati che aveva messo insieme le teste per partorire un topo, convinta che il crollo di un impero non lasciasse mai detriti pronti a incendiarsi di nuovo.

Alla fine della telefonata, quando le domande formali erano esaurite e il silenzio tornava a farsi denso tra le mura di Princeton, George Kennan si concesse una sola confidenza privata. Non da analista, ma da uomo che vede scendere la sera sulla propria esistenza.

«Questa è stata la mia vita», mormorò al giornalista. «E mi fa male vederla rovinata così, alla fine.»

Aveva dedicato quarant’anni a tenere il mondo lontano dall’abisso nucleare, inventando un equilibrio delicatissimo per non trasformare la paura in scontro aperto. Aveva vinto. Aveva visto il Muro cadere senza che fosse necessario bombardare Berlino.

Ma ora, mentre il secolo stava per spegnersi, vedeva una classe politica di mediocri calpestare quel trionfo per inerzia, per miopia, per un banale calcolo di voti al Senato.

L’articolo venne stampato. Qualche diplomatico alzò le spalle, qualcun altro sorrise con sufficienza davanti all’ostinazione di un novantaquattrenne che apparteneva al passato. Il giornale finì a incartare il pesce o accumulato negli archivi di carta ingiallita delle biblioteche americane.

Il problema dei vecchi saggi, però, non è che sono vecchi.

Il problema dei vecchi saggi è che quasi sempre ci dicono la verità e hanno quella maledetta capacità di predire il futuro.

E noi, con la superbia di chi si crede eterno, continuiamo a pensare di poterne fare a meno finché non sentiamo il rumore dei cingoli sotto casa.

GENTILONI HA SPIEGATO PERCHÉ MELONI NON PUÒ CAMBIARE IDEA SULLA POLITICA GUERRAFONDAIA E PERCHÉ LE ELEZIONI NON CAMBIERANNO NIENTE

di Pasquale Di Matteo

Nei romanzi thriller, arriva il capitolo in cui l’assassino smette di nascondere il pugnale e si limita a sorridere. Non ha bisogno di urlare. Gli basta un tono vellutato, da politico imbonitore, mentre sorseggia un bicchiere d’acqua minerale sotto le luci alogene di uno studio televisivo.

Paolo Gentiloni ha fatto esattamente questo.

Con quella sua compostezza peculiare, quasi sonnacchiosa, ha pronunciato una frase che avrebbe dovuto far tremare i vetri dello studio di La7 e scatenare un incendio nelle piazze di tutta Italia.

Invece è scivolata via, accolta da complici cenni d’assenso.

Parlando di una presunta impossibilità per l’Italia di sottrarsi alla fornitura eterna di armi a Kiev, Gentiloni ha detto: «È molto complicato che un Paese vada frontalmente contro l’orientamento europeo… Telefonare a Orban per chiedere com’è andata».

Riavvolgete il nastro e riascoltatela.

Non è una battuta di spirito. È una sentenza di morte per la sovranità. Gentiloni ha detto che è inutile che il popolo italiano si esprima nelle urne, tanto è l’Europa a decidere. Sempre e comunque.

Le parole di Gentiloni sono di una gravità inaudita, il rumore secco di una serratura che scatta dall’esterno mentre voi siete ancora convinti di avere le chiavi di casa in tasca.

E il presidente Mattarella dov’è?

Qualcuno lo ha sentito sul merito?

Quella frase non è un’opinione tra le tante che si esprimono nei talk show, ma è una confessione stragiudiziale.

L’ex Presidente del Consiglio, l’ex Commissario europeo agli Affari Economici, non ha parlato come un osservatore distratto, ma come chi quella stanza dei bottoni l’ha abitata e la conosce bene, perché ne ha lucidato gli ingranaggi giorno dopo giorno.

Il messaggio è semplice, ma non ammette repliche: il popolo può votare chi gli pare, ma non può scegliere dove andare. Se vinci le elezioni con un programma pacifista, o se osi sostenere che l’interesse della tua gente viene prima dell’atlantismo esasperato, la punizione è già scritta. Ti spezzano le gambe economicamente. Ti congelano i fondi. Ti isolano finché non impari a rimetterti in riga.

«Chiedete a Orban.»

Un ricatto, come qualsiasi dittatura.

Pensateci bene.

Per anni l’Unione Europea ci ha raccontato che i miliardi negati a Budapest erano una questione etica, una battaglia sacra per lo «Stato di diritto», la difesa dei tribunali indipendenti e la trasparenza democratica.

Gentiloni ammette che erano solo bugie. Ipocrisie da paravento.

Gentiloni, con una sola frase sbadigliata davanti alle telecamere, ha fatto crollare l’intero castello di carta, svelando il vero volto dell’Europa: l’Ungheria è stata sanzionata perché dissenziente sulla guerra.

Punto. Il meccanismo di condizionalità non è una bilancia di giustizia, ma una pistola puntata alla tempia di chiunque non batta il passo al ritmo dettato dalla NATO e dai falchi continentali.

Una dittatura, senza se e senza ma.

Costantino Mortati, uno dei padri dimenticati della nostra architettura costituzionale, spiegava che ogni nazione vive una scissione perenne tra due entità: la Costituzione formale e la Costituzione materiale. La prima è quella stampata, quella che si fa leggere ai bambini a scuola: l’Articolo 1 recita che «la sovranità appartiene al popolo», l’Articolo 11 stabilisce che l’Italia accetta limitazioni di sovranità solo «in condizioni di parità con gli altri Stati».

Bella. Rassicurante, ma inutile, viste le parole di Gentiloni.

Poi c’è la Costituzione materiale, il mostro che vive nello scantinato, pronto a essere risvegliato dall’Europa, se non ci si allinea ai dettami della Commissione.

Nella realtà materiale descritta da Gentiloni, la parità non esiste. Esiste un protettorato che decide la rotta e una serie di vassalli che devono fingere di approvarla attraverso una farsa elettorale.

Il filosofo Norberto Bobbio lo scriveva chiaramente nel suo Futuro della democrazia: un sistema può definirsi democratico solo a patto che gli elettori siano posti di fronte ad «alternative reali» e abbiano il potere effettivo di scegliere.

Se l’alternativa è un’illusione ottica, se la politica estera è un binario unico blindato in cui il cambio di macchinista non modifica di un millimetro la velocità del convoglio verso il baratro, allora la parola democrazia diventa una bestemmia.

Hanno creato una linea di demarcazione quasi religiosa: se mandi munizioni a grappolo e firmi assegni in bianco per il complesso militare-industriale sei un «democratico»; se chiedi un negoziato, se osi mettere al centro l’Articolo 11 o il benessere economico delle tue famiglie stremate dall’inflazione, vieni etichettato istantaneamente come «sovranista», e dunque come nemico pubblico, lebbroso istituzionale, bersaglio da abbattere.

Questa non è politica.

È il «dispotismo mite» profetizzato da Alexis de Tocqueville: un potere immenso che non distrugge le volontà con la forza armata, ma le piega, le infiacchisce, le addormenta, rendendo la disobbedienza semplicemente troppo costosa per poter essere anche solo immaginata. E, se non funziona, ti chiude i conti o ti sanziona, in modo che tu non abbia i soldi per vivere.

Il consenso non serve più e quando le masse non applaudono, basta mostrare i denti del ricatto finanziario.

E a chi era destinato, in fondo, questo siluro travestito da chiacchiera domenicale?

Non a Giorgia Meloni, che ha già ampiamente rassicurato i vertici internazionali indossando con zelante disciplina l’elmetto atlantista, sdraiata come uno zerbino ai voleri di von der Leyen & C.

Il messaggio di Gentiloni era un avvertimento preventivo per il fronte interno dell’opposizione italiana. Era la ghigliottina calata sulle teste di Giuseppe Conte e di quel Movimento 5 Stelle che ancora tentennano sull’escalation militare.

Dice loro: «Volete governare? Volete fare il cosiddetto “campo largo”? Allora dovete piegare la testa. L’arrivo al potere non si guadagna raccogliendo i voti della gente stanca del massacro; si ottiene genuflettendosi al dogma di Bruxelles e Washington. Se non lo fate, verrete trattati come paria.»

Mentre tutto questo si consuma nei telegiornali, il mondo reale là fuori va a pezzi a una velocità terrificante.

Nei cieli italiani, sopra le piste di Ghedi e di Aviano, i jet dell’alleanza si alzano per l’esercitazione Steadfast Noon, simulando attacchi con ordigni termonucleari che riposano nei nostri bunker, mentre la gente in strada nemmeno lo sa o pensa siano tutte invenzioni.

Sui fronti orientali, tra le rovine di Sumy, di Kupyansk e di Dobropillya, centinaia di droni oscurano il cielo in una pioggia di fuoco che divora un’intera generazione di ucraini, mentre nel Mar Nero le navi commerciali colano a picco sfiorando i confini della NATO e le intelligence occidentali minacciano di tagliare i radar a Kiev se non accetterà di colpire solo gli obiettivi concordati.

E mentre accade tutto ciò, vi hanno rubato la decisione sul vostro futuro.

Vi hanno convinti che la democrazia consista semplicemente nel fare la fila una domenica per infilare una scheda dentro un’urna, ignorando che le scelte cruciali sulla vita, sulla morte, sulla pace e sulla povertà sono già state prese altrove, da organismi che non potete revocare, protetti da una burocrazia che non risponde a nessuno.

Hans Kelsen diceva che la democrazia o tutela la possibilità per la minoranza di rovesciare la maggioranza e mutare il destino della polis, oppure non è nulla. Oggi quella minoranza non viene solo sconfitta, ma cancellata.

Chi dissente non è più solo un avversario politico con cui confrontarsi, ma un pazzo da curare o un traditore da punire. Come accade in ogni regime che si rispetti.

Se la sovranità non appartiene più al popolo, se chi vince le elezioni non può fare nulla perché i comandi rispondono soltanto a impulsi radio spediti da Bruxelles o da Washington, allora siamo solo passeggeri a bordo di un autobus senza autista, lanciato a fari spenti nella notte verso il burrone dell’inverno nucleare.

E quando qualcuno dal fondo chiede timidamente di rallentare, l’uomo elegante in prima fila si volta, accenna un sorriso e gli sussurra di tacere.

Perché «sapete già come è finita a Orban».

PERCHÉ LA CLASSE POLITICA HA PERSO IL CONTATTO CON LA REALTÀ

di Pasquale Di Matteo

La politica, ormai, vive in una bolla, una campana di vetro spessa diversi centimetri che separa chi decide dalla gente che vive fuori, tra stipendi reali, spesa e bollette sempre più care, carburanti alle stelle e imprese al collasso.

Le piazze d’Europa sono un inferno di clacson, trattori che bloccano le autostrade e studenti che urlano la loro disperazione per un affitto che divora ogni centesimo di guadagno.

Gli agricoltori, i camionisti, i portuali, i giovani, sono un mosaico di rabbia che si ricompone in un unico grido che, tuttavia, nella bolla dei politici non arriva mai.

Tant’è che, quando arrivano le batoste elettorali, si stupiscono. Come se credessero davvero che la strategia di più armi, riarmo e sanzioni fosse tifata da tanti e non solo da un manipolo di fuori di testa e da chi ha interessi nella vendita di armi.

Vi ricordate la storia della “birra in meno”?

È un dettaglio che mi è rimasto impresso, una di quelle frasi che sembrano buttate lì per caso, ma che pesano come macigni.

Qualche anima bella, tra le alte sfere di Bruxelles, ha suggerito che rinunciare a una pinta di bionda all’anno basterebbe a finanziare la difesa europea. Un calcolo aritmetico che offende l’intelligenza di chiunque sappia fare la spesa.

Un trucco da prestigiatore per distrarre lo spettatore mentre la mano sinistra, quella che non vedi, sfila il portafoglio dalle tasche. Perché la guerra non si finanzia con gli spiccioli avanzati dal pub, ma con il sangue di chi crepa al fronte e con il debito di chi viene spremuto a casa.

Ma spostiamo lo sguardo altrove, proprio verso il fronte. Lì, dove le pedine si muovono davvero e non sono solo cifre su un foglio Excel o vite di riserva in un angolo dello schermo, mentre giochi alla PlayStation.

Il sistema Starlink, quella rete che consente all’esercito ucraino di non essere spazzato via in poche settimane, ha iniziato a zoppicare sotto il peso di limiti tecnici imposti dall’alto dopo le recenti esternazioni di Trump.

Si parla di restrizioni di velocità, di un confine invisibile che trasforma una risorsa strategica in un giocattolo incapace di arrecare danni.

Perché la guerra vera non è un videogioco. Il problema è che, quando la connessione fallisce, un drone precipita, una posizione nemica sparisce dallo schermo, una vita si spegne.

Eppure, per la leadership europea più folle di sempre, questo è solo un parametro da rinegoziare.

Ma torniamo in Italia, dove i media mainstream preferiscono ignorare le proteste per non disturbare il manovratore.

Entrate in un pronto soccorso di periferia: troverete pareti scrostate, mancanza di sapone, carta igienica che scarseggia. Chiedete a chiunque abbia figli alle elementari: vi diranno che gli insegnanti chiedono di donare risme, carta igienica, fazzoletti di carta.

Poi, voltatevi verso l’aula della Camera o del Senato.

Il martedì mattina, i posti sono vuoti, gli scranni deserti. I nostri onorevoli iniziano a battere un colpo solo quando il sole è già alto nel cielo, quasi che il Paese potesse permettersi il lusso di aspettare i loro comodi.

Ed è questa dissonanza cognitiva che ci sta mangiando vivi. La politica parla di massimi sistemi, di invii di armi multimiliardari, mentre le fondamenta dello Stato italiano, cioè la salute e l’istruzione, crollano come un castello di carte sotto una pioggia torrenziale.

La verità è che la classe politica ha paura.

Non della Russia, delle sanzioni o del crollo del sistema energetico.

Hanno paura di perdere il consenso. La loro intera esistenza ruota attorno a quel numero, a quel grafico che deve restare stabile per garantire lo scranno, il vitalizio, l’aereo blu.

Si stanno mangiando il futuro, il vostro e quello dei vostri figli, pur di non ammettere di aver fallito.

E mentre le nuove “tasse mascherate” si apprestano a colpire i consumi e il riscaldamento, altro dazio da pagare sull’altare di un ecologismo che sembra più una scusa per svuotare le casse che una missione ambientale, la gente comune, quella che lavora, sta iniziando a capire.

La miccia è accesa da tempo. Non cercatela nei titoli in prima pagina, perché lì troverete solo le distrazioni orchestrate dalla propaganda.

Cercatela negli sguardi dei lavoratori che non arrivano a fine mese, nella rabbia che si accumula in coda al casello, nel sospetto che, dietro ogni grande manovra, si celi solo un enorme, colossale tornaconto personale di certuni.

La bolla sta per esplodere e, quando accadrà, temo che non ci saranno più pinte di birra a cui rinunciare per salvarsi.

GIORNALISMO DA MARCIAPIEDE. LA VERITÀ SUL PRESUNTO “CROLLO” DELLA PROPAGANDA RUSSA

di Pasquale Di Matteo

“I server di Yandex sono bruciati, la propaganda russa è morta”.

Che bella favola. Rassicurante, pulita, vendibile. Una storia che si legge d’un fiato mentre sorseggi il caffè del mattino, sentendoti un po’ più al sicuro in questo mondo in cui la verità è diventata una merce di scambio, un pezzo di carne che gli avvoltoi del giornalismo mainstream si spartiscono senza neanche prendersi la briga di verificare se sia davvero cotta.

Infatti, era l’ennesima panzana.

Ma andiamo a vedere cosa c’era di vero, al di là delle solite balle dei nostri illustri giornalisti e politici delle pale, dei muli e delle sanzioni dagli effetti dirompenti.

Yandex è il motore di ricerca russo. È il loro Google.

Quando un drone centra un data center, non colpisce un ufficio dove un manipolo di troll, con la sigaretta tra le labbra e gli occhi rossi fissi sullo schermo, sta inventando fake news, come, evidentemente, pensano Zelensky e tutti quelli che hanno dato corda alla panzana.

Quando colpisci quel data center, colpisci i server, colpisci l’infrastruttura. E sì, il traffico crolla. Ma non crollano i discorsi d’odio né la disinformazione; non crollano le campagne orchestrate ad arte. Crolla l’indicizzazione.

Mentre, come si evince, le campagne d’odio e di disinformazione occidentali vanno alla grande, continuando a spacciare panzane per notizie.

I giornalisti che hanno strillato alla vittoria non hanno la minima idea di cosa sia un bot, evidentemente. O, peggio, fingono di non saperlo.

C’è una differenza abissale, un oceano di ignoranza, in realtà, tra un bot di sistema, che scansiona il web per permetterti di trovare la ricetta della torta di mele o l’ultimo meme stupido, e il troll che semina zizzania su Facebook o X.

Quando i server di Yandex sono andati in tilt, si sono fermati i primi. I secondi hanno cambiato IP, hanno trovato un altro nodo, hanno continuato a inquinare il pozzo mentre noi, seduti comodi, brindavamo alla loro fine immaginaria sorseggiando le sciocchezze inventate dai nostri illustri giornalisti.

L’avevo già detto illustri, vero? Beh, vista l’aulica propaganda che veicolano, credo sia ancora poco.

È questo il male oscuro del giornalismo di oggi: la fretta. L’urgenza di essere primi, non di essere giusti, dopo aver verificato. Si prendono i dati di Cloudflare Radar, si guardano due grafici che scendono verticalmente, e si trasforma la realtà in un romanzo a lieto fine.

Non è giornalismo, ma pornografia dell’informazione.

Si mostra la parte che eccita, che spinge all’indignazione, che conferma i nostri pregiudizi, e si nasconde tutto il resto. Perché la complessità non paga. La complessità richiede tempo, richiede di sporcarsi le mani, di analizzare, di studiare, di capire come funziona davvero la macchina, non solo di guardare le scintille che fa quando prende fuoco.

Siamo diventati spettatori di un teatro di burattini, dove tutti tirano i fili, non solo il Cremlino, ma è anche il nostro bisogno disperato di credere che esista un pulsante “off” per il caos digitale.

Beh, non esiste.

La realtà non è un film di Hollywood, dove basta attendere l’arrivo degli americani, sempre buoni, giusti e super addestrati.

La propaganda, quella vera, quella che scava solchi nel terreno delle nostre democrazie, non vive nei data center, ma nelle teste. Vive in quella pigrizia mentale che ci spinge a credere che, se un giornale titola che i russi sono rimasti a bocca asciutta, allora è tutto finito.

Nelle teste di chi ha creduto ai microchip smontati dalle lavatrici ucraine, ai muli, alle pale dell’Ottocento, ai mille russi uccisi al giorno, ai quattro tipi di cancro di Putin, ai soldati senza calzini, al rublo carta straccia, alla Russia isolata nel mondo.

Guardate i grafici, per carità. Ma smettetela di leggerli come se fossero la Bibbia.

Dietro quei cali ci sono solo macchine che smettono di girare per qualche ora o per qualche giorno, non cuori che smettono di odiare.

E finché i nostri illustri giornalisti continueranno a confondere il fumo con l’incendio, saremo sempre un passo dietro chi, in questo incendio, ci sta cucinando.

IL NO DI KOUNELLIS A ITALICS: ARTE POVERA, ANNIGONI E IL CONFLITTO SUL RACCONTO DELL’ARTE ITALIANA

di Matteo Zanetti

Nel mondo dell’arte circola da anni una versione netta della vicenda: Jannis Kounellis, figura centrale dell’Arte Povera, avrebbe rifiutato di esporre perché nella mostra compariva Pietro Annigoni, celebre ritrattista.

Annigoni era presente nella mostra. L’opera di Kounellis inizialmente selezionata, “Le scarpette d’oro”, fu infine esclusa.

Il caso resta interessante perché pone una domanda più ampia: chi decide come si racconta l’arte italiana?

DUE ARTISTI, DUE MONDI

Jannis Kounellis nacque al Pireo nel 1936 e si trasferì a Roma nel 1956. Figura centrale Dell’Arte Povera, sviluppò una ricerca basata su materiali comuni e sulla relazione fra opera, spazio e presenza reale.

Pietro Annigoni nacque a Milano nel 1910 e si formò a Firenze. Rimase legato alla pittura figurativa e divenne noto a livello internazionale soprattutto come ritrattista, anche grazie al ritratto di Elisabetta II.

Due percorsi difficilmente sovrapponibili, dunque, che nel 2008 furono inclusi nella medesima ricostruzione curatoriale.

VENEZIA, 2008: LA MOSTRA

Nel settembre 2008 Palazzo Grassi, a Venezia, presentò Italics. Arte italiana fra tradizione e rivoluzione 1968-2008, mostra curata da Francesco Bonami e dedicata a quarant’anni di arte italiana.

Il progetto riuniva più di cento artisti e circa 180 opere, accostando esperienze che la storiografia aveva spesso collocato in ambiti separati. Fra gli artisti inclusi figurava anche Annigoni. Le fonti consultate attestano la compresenza nella mostra, ma non permettono di affermare con sicurezza che le opere di Annigoni e Kounellis fossero destinate alla stessa sala.

L’impostazione di Bonami mirava a rimescolare gerarchie e categorie consolidate. Proprio questa scelta suscitò obiezioni: per alcuni osservatori e protagonisti, la pluralità del racconto rischiava di attenuare le differenze storiche e teoriche fra esperienze artistiche molto lontane.

Il rifiuto

Prima dell’inaugurazione emersero defezioni significative. Una recensione pubblicata da Frieze riferì che Kounellis aveva rifiutato di partecipare perché riteneva che Italics offrisse un’immagine distorta dell’Arte Povera. La stessa fonte segnalò il mancato prestito di opere da parte degli eredi di Fausto Melotti. Questo è il nucleo più chiaramente documentato della controversia.

L’Espresso descrisse la vicenda come un “giallo”: secondo quella ricostruzione, l’opera di Kounellis fu dapprima ritirata, poi nuovamente considerata attraverso l’intermediazione di una galleria e infine esclusa dalla mostra. La sequenza documenta un conflitto fra l’impostazione curatoriale e la volontà dell’artista, senza però chiarirne in modo definitivo tutte le motivazioni.

Alcune ricostruzioni critiche hanno collegato la polemica anche all’inclusione di Annigoni e, più in generale, all’accostamento fra Arte Povera e pittura figurativa tradizionale. Nei materiali verificati, tuttavia, non emerge una dichiarazione primaria di Kounellis che identifichi Annigoni come causa unica del rifiuto. È quindi più prudente considerare Annigoni come uno dei simboli del dissenso sul racconto proposto da Italics, non come una motivazione esclusiva definitivamente provata.

Perché quel “no” conta

Il rifiuto può essere interpretato come una difesa del contesto in cui l’opera viene presentata. Nel lavoro di Kounellis materiali e spazio espositivo partecipano infatti alla costruzione del significato. Da questo punto di vista, l’inserimento in una narrazione curatoriale non condivisa poteva apparire all’artista come una trasformazione del senso del proprio lavoro. Si tratta, però, di una lettura critica coerente con la sua pratica, non di una motivazione testualmente attestata nelle fonti qui citate.

Il caso apre una questione più ampia: quale autonomia ha il curatore nel costruire una storia dell’arte, e quale margine resta all’artista per sottrarsi a quella lettura? Bonami rivendicava un racconto trasversale dell’arte italiana; il rifiuto attribuito a Kounellis segnala, almeno nei fatti, il limite che un artista può opporre a un contesto interpretativo non condiviso. La tensione fra queste due posizioni spiega perché la vicenda abbia suscitato attenzione.

Lo scandalo era davvero tale?

Le reazioni alla mostra non furono uniformi. In un articolo del 3 ottobre 2008, Simona Maggiorelli concentrò la critica sull’impostazione complessiva di Italics, accusata di revisionismo e giudicata poco capace di restituire le fratture dell’arte italiana. Questa posizione documenta il clima critico intorno alla mostra, ma non costituisce una prova diretta delle motivazioni personali di Kounellis.

In questa prospettiva, Annigoni conta soprattutto per ciò che poteva rappresentare all’interno della mostra: la possibilità di riunire sotto un’unica cornice linguaggi e genealogie molto differenti. Che tale operazione producesse un confronto fertile oppure appiattisse le differenze resta una questione interpretativa, non un fatto dimostrabile con le sole cronache della polemica.

Che cosa resta

Annigoni morì a Firenze nel 1988; Kounellis morì a Roma nel 2017. Il loro accostamento dentro la cornice di Italics, più che un incontro fisico documentato in una sala, rimane un episodio utile per comprendere le tensioni fra tradizione figurativa, avanguardia e costruzione curatoriale della storia dell’arte italiana.

Non occorre aggiungere telefonate o frasi a effetto. Il dato verificabile è già significativo: Kounellis non partecipò a una mostra di grande visibilità perché contestava il modo in cui essa rappresentava l’Arte Povera. Interpretare quel rifiuto come gesto artistico è possibile, purché lo si presenti come lettura e non come fatto certo.

La vicenda mostra soprattutto che anche l’assenza può diventare parte del dibattito sul significato e sulla ricezione di un’opera.

Fonti

Sonia Campagnola, “Italics”, Frieze, 1 aprile 2009. Fonte per il rifiuto di Kounellis e per la posizione degli eredi di Fausto Melotti.

L’UCRAINA È SOLO L’INIZIO? PERCHÉ LA PACE È DIVENTATA IL NEMICO NUMERO UNO DEI POTENTI

di Pasquale Di Matteo

Se osserviamo le mappe del mondo, ne seguiamo le venature rosso sangue delle diverse guerre sparse sul pianeta, e ci convinciamo che le tragedie siano sipari alzati su palchi distanti mille chilometri più in là, commettiamo un errore terribile.

Un peccato di superbia che pagheremo a caro prezzo.

L’Ucraina, per esempio, non è più un Paese. È un buco nero che divora vite, infrastrutture, speranze e futuro. È un Paese fallito. E lo dimostra il fatto che, se l’Europa staccasse la spina degli aiuti economici, non arriverebbe alla fine del mese. Non potrebbe neppure pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici.

Non c’è più una rete elettrica e le sue infrastrutture sono fortemente danneggiate. Il sessanta per cento del suo popolo, soprattutto in età di leva e da lavoro, è già svanito nel nulla dell’esilio, come fumo disperso in una notte senza stelle.

E mentre noi ci perdiamo a discutere se inviare un proiettile in più o un briciolo di solidarietà in meno, la realtà si insinua sui muri dei nostri bei salotti, da dove osserviamo il mondo seduti sul divano.

La verità è una lama affilata che nessuno vuole impugnare.

Putin e Trump?

Sono due giganti in una stanza buia.

Vogliono il silenzio di Zelensky. E, per motivi diversi, sono d’accordo sulla sua dipartita politica.

E le nostre armi? Quelle del riarmo? Quelle da inviare con ancora più foga a Kiev?

Oh, le nostre armi non ci sono. Non è che non vogliamo darle; è che i magazzini sono vuoti.

Abbiamo svuotato il fondo del barile, abbiamo venduto i nostri scudi per comprare un’illusione di sicurezza, e ora, quando l’inverno della crisi ci prenderà per la gola, avremo solo mani nude.

Viviamo in un tempo in cui ci raccontano favole per non farci vedere il precipizio.

Ci dicono che la Francia trema, che la Germania vacilla, e noi, nella nostra piccola, sicura Italia, ci sentiamo spettatori protetti.

Al calduccio della nostra democrazia perfetta, dove tutto va talmente bene che un ragazzo può farsi quasi vent’anni di carcere da innocente perché chi doveva indagare s’è perso le prove o non le ha giudicate idonee, sostituendosi ai giudici.

O dove un tizio che viene trovato morto a Siena, in circostanze tipiche da omicidio, viene immediatamente archiviato come suicidio. E chi provava a porsi domande, veniva immediatamente etichettato come complottista.

Salvo scoprire che i complottisti avevano ragione.

Ma la tempesta del mondo non conosce confini.

Se il tetto del vicino crolla, quello francese e quello tedesco, le tegole finiranno per piovere anche nel nostro cortile.

Siamo in ritardo di venticinque anni, inchiodati a una crescita che ha smesso di respirare prima che il nuovo secolo iniziasse.

Ci domandiamo chi deciderà per noi? Quale mano guiderà la nave quando l’onda anomala ci colpirà?

La risposta è che i veri potenti, quelli che muovono le pedine sulla scacchiera globale, non siedono nei nostri parlamenti. Non sono a Roma, ma nei consigli direttivi di grandi banche e di grandi aziende produttrici di armi.

Siamo pedine in una “Guerra Unica”, un groviglio di conflitti che si autoalimentano come un fuoco che brucia il proprio combustibile.

La politica nazionale è solo rumore di fondo. Una pantomima recitata da attori che dimenticano che la scenografia sta bruciando.

Ci convincono che il centro, la destra, la sinistra possano fare la differenza, quando basta vedere gli ultimi vent’anni per capire che, chiunque governi, l’agenda è la stessa.

Mentre la Storia, quella vera, quella con la S maiuscola, quella che non fa sconti e se ne frega di chi inventa balle su pale, muli e microchip, sta già scrivendo il finale. E non è un finale brillante. Non lo sarà per nessuno di noi.

Dobbiamo guardare oltre il riflesso distorto dei nostri schermi.

Il mondo sta mutando pelle e quella nuova è fatta di acciaio, di fuoco e di fame. Somiglia molto a quella dei secoli scorsi.

Non è il momento di aver paura, ma è giunta l’ora di capire che la partita si è chiusa da tempo.

E noi, seduti al tavolo, abbiamo finito le fiches.

NESSUNO VI SALVERÀ DALL’INVERNO: IL PREZZO DELL’EUROPA DEI TECNOCRATI E DEI GOVERNI DELLA GUERRA

di Pasquale Di Matteo

Il mondo non finisce con un’esplosione né con un lamento, come scriveva Eliot.

È finito con una firma. Una firma apposta su un foglio di carta, lontano dai nostri occhi, in una stanza in cui l’aria è satura di potere vero.

Trump e Putin hanno stretto un patto. Le due superpotenze nucleari.

Quasi cinque milioni di tonnellate di diesel russo arriveranno negli USA per abbassare i prezzi alle pompe.

E le sanzioni tanto care ai tecnocrati europei? Svanite come un fantasma al sorgere del sole, giusto in tempo per far scendere i prezzi negli USA, giusto in tempo per permettere alla macchina americana di continuare a correre, mentre noi, qui in Europa, stiamo cercando di capire come scaldare le nostre case senza accendere il riscaldamento.

Trump pensa agli americani e alla sua poltrona. I tecnocrati e i governi europei pensano alla poltrona di Zelensky e alle lobby delle armi. È brutale nella sua semplicità: loro il benessere, noi la penuria.

E sarebbe Trump il pazzo?

Certamente, visto il disastro a Hormuz, qualche venerdì gli manca, ma ai nostri sembra mancare l’intera settimana.

Ma c’è dell’altro. C’è sempre dell’altro, vero?

Reuters accenna a Kushner e Dmitriev. Si parla di Nord Stream. Sì, proprio di quel groviglio di acciaio sul fondale del Baltico che è stato fatto saltare in aria dagli ucraini, come ci dicono i mandati d’arresto spiccati dalla magistratura tedesca.

Ora, gli stessi che ne hanno subito il sabotaggio, o forse i loro eredi, potrebbero aprire le porte agli investitori americani. È un gioco di specchi che farebbe impazzire chiunque abbia ancora un briciolo di logica.

Intanto, in Europa, il 7% del gas è svanito e Hormuz è un tappo sigillato.

Ma niente paura, dicono i burocrati. “Non possiamo essere flessibili”, tuona Dombrovskis. La sostenibilità fiscale è il mantra. Flessibilità è diventata una parolaccia, come “diplomazia”, un insulto alla sacra chiesa del debito.

I ministri olandesi, belgi, tedeschi, sono “stanchi”. Stanchi di discutere, stanchi di noi, stanchi di una realtà che continua a bussare alla porta urlando che stiamo precipitando.

Sono stanchi persino dei giovani e delle associazioni che sfilano per le strade urlando slogan contro la guerra e contro di loro. Sono stanchi dei popoli che li prendono a calci nelle urne.

E mentre ci dicono che il deficit deve restare sotto il 3%, noi paghiamo novanta miliardi di extracosti energetici. Novanta miliardi.

Sono cifre che non riusciamo nemmeno a visualizzare, una montagna di denaro che viene letteralmente bruciata in nome di una geopolitica che non ci appartiene né appartiene alla NATO, che non serve ai cittadini italiani ed europei, ma serve solo a oliare gli ingranaggi delle lobby delle armi e dell’apparato di potere a Kiev.

Perciò, grazie ai nostri eroi al comando, compreremo energia dall’America, per non comprarla dalla Russia, pagandola cinque volte di più. Energia che l’America compra dalla Russia a prezzi stracciati.

Ma Trump sarebbe quello pazzo, eh?

Prendete Siena e la Beko.

Quello che un tempo era un tempio degli elettrodomestici, un luogo dove si costruiva la quotidianità delle famiglie, sta per essere trasformato da Leonardo.

Non più frigoriferi, non più la conservazione dei beni essenziali, ma missili. Strumenti di morte. È una metamorfosi che va contro la natura stessa della società italiana.

È la nostra Europa, una landa che dismette la vita per produrre la distruzione.

Stiamo industrializzando la nostra stessa fine, applaudendo mentre ci tolgono il pane di bocca per darci in cambio l’illusione di una difesa che non ci difende dai missili atomici e dalla morte, ma ci espone molto di più al rischio di essere un bersaglio.

È una lucidità terrificante quella che guida le nostre élite. Perché, se non sono incompetenti formatisi in un manicomio, allora sanno esattamente cosa stanno facendo. Non c’è errore, non c’è ingenuità.

C’è solo una precisa, fredda, calcolata volontà di trasformare il continente in un avamposto desolato, un campo di battaglia dove i popoli sono solo carne da cannone e le casse pubbliche sono bancomat aperti per i mercanti di morte.

L’Unione Europea non è in crisi. L’Unione Europea è la crisi. È il soffitto di cristallo che impedisce ai popoli di respirare. È il boia che taglia la testa al futuro dei nostri figli.

Finché non capiremo che questi leader, questi tecnocrati che ci parlano di “austerità” mentre vendono il nostro futuro ai miglior offerenti, non sono qui per aiutarci, ma per fare gli interessi delle lobby delle armi, saremo destinati a questo inverno senza fine.

La storia non chiede il permesso per cambiare. La storia arriva, abbatte la porta e ci trova impreparati, al gelo, a contare le monete che non bastano più.

Svegliarsi è un dovere. Prima che sia qualcun altro, con molta meno pietà di noi, a decidere che è il momento di chiudere il sipario.

SISTEMA ZERO: IL RISCHIO DI DELEGARE IL PENSIERO ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

di Matteo Zanetti

C’è un cambiamento in corso che non fa rumore. Non riempie le prime pagine come i licenziamenti o le grandi scoperte, eppure tocca qualcosa di più profondo: il modo in cui pensiamo.

Stiamo passando, quasi senza accorgercene, dallo sforzo di ragionare alla comodità di delegare. Una domanda, un clic, e la risposta arriva già confezionata. Succede a scuola, nelle redazioni, negli uffici, a casa. Succede a tutti.

Non è la prima volta che una tecnologia ci libera da una fatica. Pensiamo alla calcolatrice. Quando è entrata nelle nostre tasche, abbiamo smesso, poco a poco, di fare i conti a mente.

Chi oggi sa ancora calcolare al volo il 15% di una cifra senza prendere il telefono? È un piccolo esempio, ma dice molto: una capacità che non si usa si indebolisce. Come un muscolo.

La differenza, oggi, è la scala.

La calcolatrice toccava soltanto i numeri. L’intelligenza artificiale tocca le parole, il giudizio, il significato.

Non ci aiuta solo a fare un conto: ci aiuta a scrivere, a riassumere, a decidere, a interpretare. E ciò che rischia di indebolirsi non è più l’aritmetica, ma il pensiero critico.

Due modi di pensare. Anzi, tre

Gli psicologi descrivono da tempo due modi in cui funziona la nostra mente. Lo psicologo e premio Nobel Daniel Kahneman li ha resi celebri. Il “Sistema 1” è veloce e intuitivo: ci fa frenare di colpo quando un pallone rotola in strada, o ci fa capire al volo se una persona è arrabbiata.

Il “Sistema 2” è lento e deliberato: lo usiamo per risolvere un problema, confrontare due offerte, scrivere una lettera importante. Il primo non costa fatica. Il secondo sì.

Nel 2024 un gruppo di ricercatori guidato da Giuseppe Riva, dell’Università Cattolica di Milano, ha proposto su Nature Human Behaviour di aggiungerne un terzo: il Sistema 0.

È l’intelligenza artificiale che lavora prima di noi, selezionando e ordinando le informazioni su cui poi ragioniamo. Una sorta di mente esterna, che prepara il terreno ai nostri pensieri.

Vorrei spingere questa idea un passo più in là. Il rischio non è solo che l’AI prepari il terreno, ma che finisca per percorrerlo al posto nostro. Che il Sistema 0 diventi non un supporto, ma una delega totale: non pensiamo velocemente, non pensiamo lentamente, lasciamo che pensi qualcos’altro.

Questa versione del Sistema 0 ha un fascino enorme, perché è comoda, rapida, quasi sempre gratuita. E proprio per questo è insidiosa.

Cosa perdiamo per strada

Il primo effetto è la scomparsa del percorso. Un tempo, per rispondere a una domanda, bisognava cercare: aprire un libro, consultare più fonti, confrontarle, magari sbagliare e ricominciare.

Era faticoso, ma quella fatica aveva una funzione precisa: ci costringeva a capire. Oggi non cerchiamo più, interroghiamo un oracolo. Saltiamo l’attrito, e con l’attrito saltiamo la comprensione.

Il secondo effetto riguarda la curiosità. Quando la risposta arriva subito e già pronta, viene meno il bisogno di chiedersi “perché?”, “come?”, “e se fosse diverso?”. La curiosità vive di domande aperte. Se ogni domanda si chiude in tre secondi, la curiosità smette di allenarsi.

Il terzo effetto è forse il più sottile: l’illusione di sapere.

Avere accesso immediato a un’informazione non significa possederla.

Leggere una buona risposta non vuol dire averla capita, né saperla difendere, né saperla mettere in dubbio. Rischiamo di confondere il “trovare” con il “conoscere”. È come pensare di saper cucinare perché si ha in mano un ottimo ricettario.

I più giovani, i più esposti

Questo rischio riguarda tutti, ma pesa di più su chi sta ancora imparando a pensare. Per un ragazzo o una ragazza, la fatica della ricerca non è un ostacolo: è la palestra stessa. È lì che si impara a muoversi tra fonti che si contraddicono, a dubitare, a verificare, a farsi un’opinione propria.

Se questa palestra viene saltata, il pericolo è una specie di anestesia cognitiva.

Non si soffre, non si fatica, ma non si sente più niente. E c’è un passaggio che preoccupa più degli altri: se non sai come si arriva a una soluzione, non sei nemmeno in grado di contestarla. Ti resta solo da accettarla. E alla lunga rischi di perdere anche la voglia di provarci.

Un insegnante può riconoscere un compito scritto con l’aiuto di una macchina. Ma il vero problema non è il compito copiato: è la capacità che quel compito doveva costruire, e che non si è costruita.

La meta e il viaggio

C’è un’immagine che riassume bene tutto questo. L’intelligenza artificiale ci consegna la destinazione, ma ci ruba il viaggio. In molti campi della vita conta soprattutto arrivare: se devo andare in stazione, mi interessa esserci in tempo, non godermi il tragitto.

Ma nel pensiero è diverso. Nel pensiero il viaggio è quasi tutto. È lungo la strada che si capisce, si collega, si dubita, si cambia idea. Arrivare a una conclusione senza averla percorsa è come vedere la foto di una montagna e dire di averla scalata.

Non si tratta di spegnere le macchine

Sarebbe sbagliato, e anche inutile, concludere che l’intelligenza artificiale vada evitata. È uno strumento potentissimo e può fare molto bene: può aiutarci a imparare più in fretta, a esplorare idee nuove, a liberare tempo per ciò che conta davvero. Il punto non è se usarla, ma come.

La differenza sta tutta in una parola: potenziare, non sostituire. Un buon uso dell’AI assomiglia a un allenatore, non a qualcuno che corre al posto nostro. Qualche abitudine semplice può aiutare.

Prima di chiedere, provare a formulare una propria risposta, anche approssimativa.

Dopo aver ricevuto una risposta, chiedersi se la si saprebbe spiegare a un’altra persona. Verificare almeno un punto in modo indipendente. E ogni tanto, deliberatamente, fare a meno della macchina: scrivere a mano una riflessione, risolvere un problema da soli, perdersi un po’ in una ricerca.

Sono piccoli gesti, ma tengono vivo il muscolo.

Spettatori o protagonisti

La vera posta in gioco non è il lavoro, come spesso si dice. È qualcosa di più intimo: la nostra autonomia di pensiero. Se smettiamo di esercitare il ragionamento profondo, rischiamo di diventare spettatori di un mondo che non sappiamo più leggere da soli. Pieni di risposte, ma incapaci di ragionare. Alfabetizzati nei risultati, analfabeti nei processi.

Il Sistema Zero non è un destino. È una scelta che facciamo ogni giorno, una domanda alla volta. La tecnologia può darci tutte le risposte che vogliamo. Ma la capacità di farci le domande giuste, quella, resta un lavoro nostro.

Riferimento: M. Chiriatti, M. Ganapini, E. Panai, M. Ubiali, G. Riva, “The case for human–AI interaction as system 0 thinking”, Nature Human Behaviour, 8(10), 2024, pp. 1829–1830.

ROVELLI HA RAGIONE. LA BUGIA DEI GUERRAFONDAI CHE CI PORTERÀ ALLA FINE DEL MONDO

di Pasquale Di Matteo

Il tempo passa e l’Europa corre verso la guerra con imbarazzante follia.

L’orologio batte il tempo. È il suono sordo di un meccanismo che abbiamo oliato con l’indifferenza della tecnocrazia al potere.

Fuori, la pioggia batte sui vetri come dita ossute, ma il vero rumore, quello che dovrebbe tenerci svegli la notte, è il silenzio di chi ha deciso che la diplomazia è un lusso che non possiamo più permetterci.

Con un articolo sul Corriere della Sera, Carlo Rovelli ha ricordato la spirale di violenza in cui ci siamo cacciati.

Guardiamo al presente come se fosse un film già scritto, dove i buoni e i cattivi sono definiti da un copione che non ammette sfumature. Eppure, la Storia non è un romanzo di serie B né si può far partire a piacere dal 2022 o dal 7 ottobre 2023, dimenticando tutto ciò che è avvenuto prima e che ha determinato gli avvenimenti di quegli anni.

La storia è un groviglio di fili spezzati.

I documenti del National Security Archive parlano chiaro, anche se abbiamo imparato a far finta di non sentirli: nel 1990, le promesse di non espandere la NATO di “un solo pollice” verso Est non erano solo parole al vento, ma il patto di sangue su cui poggiava la stabilità post-Guerra Fredda.

Noi occidentali abbiamo tradito quel patto. Abbiamo stretto la Russia in un abbraccio soffocante, ignorando i suoi sussulti, alimentando le paure di chi, vedendo missili balenare all’orizzonte, ha reagito con la ferocia dei disperati.

Ma la verità ha un sapore amaro per chi non vuole capire.

È innegabile che Mosca abbia violato il diritto internazionale, che abbia calpestato la sovranità, che abbia versato sangue innocente. Ma puntare il dito è un gioco da bambini quando le proprie braccia sono sporche fino ai gomiti.

Dov’eravamo mentre le bombe israeliane radevano al suolo Gaza e massacravano decine di migliaia di civili?

Dov’era l’indignazione collettiva quando gli Stati Uniti, nel silenzio assordante di chi conta, rapivano il presidente di una nazione sovrana senza alcun mandato internazionale?

Dov’eravamo quando gli stessi Usa intervenivano in Iran o in ogni angolo di globo dove la sovranità altrui diventava un fastidio per gli interessi del blocco occidentale?

E dove siamo oggi, nei confronti di Israele e degli Usa che fanno tutto ciò che vogliono in aperta violazione del Diritto internazionale?

Dove sono le risoluzioni a proteggere quegli innocenti? Dove sono mai state per proteggere gli innocenti del passato in Iraq, invaso dopo l’invenzione delle armi chimiche di Saddam da parte della CIA?

C’era, e c’è sempre stata, solo la legge del più forte, travestita da esportazione di democrazia.

Il SIPRI ci dice che la spesa militare mondiale sta volando verso cifre da capogiro, come se stessimo tutti, nessuno escluso, preparando l’ultimo atto di una tragedia greca.

La modernizzazione nucleare non è un gioco di strategia. È un suicidio collettivo che stiamo finanziando con le nostre tasse e con la nostra apatia.

Rovelli ci chiede di svegliarci, di capire che la sicurezza non si compra con un altro carro armato, ma con il coraggio di ammettere le proprie responsabilità.

Siamo diventati esperti nel guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro ignorando la trave che ci sta schiacciando il petto.

Questa non è politica. Questa è ipocrisia vestita di perbenismo.

Se continuiamo a negare la complessità della realtà, se rifiutiamo di guardare negli occhi il “nemico” per capire cosa lo spaventa, finiremo per bruciare tutto. Non ci sarà un vincitore tra le macerie radioattive. Ci saranno solo silenzi.

Il Segretario Generale dell’ONU lo ha detto apertamente: la legalità è il pilastro su cui regge il tetto del mondo. Ma quel tetto sta crollando perché lo abbiamo scosso noi, con la nostra arroganza selettiva.

Kennedy, nel 1962, aveva capito che la coesistenza pacifica non era un segno di debolezza, ma l’unica vera forma di saggezza. Oggi, quella saggezza è stata sostituita dal rumore della propaganda.

Dobbiamo scegliere.

Possiamo continuare a giocare alla guerra, a dividere il mondo tra “noi” (i giusti) e “loro” (i mostri), ignorando che il confine tra le due parti è sottile come il vetro di una finestra del secolo scorso.

Oppure possiamo finalmente guardarci allo specchio.

La pace non è un regalo che cade dal cielo, ma una costruzione che arriva al tetto con fatica. È una costruzione difficile, che richiede di sedersi a un tavolo con chi odiamo, accettando che, forse, non abbiamo sempre avuto ragione noi e che dobbiamo anche imparare a ingoiare amaro, dopo aver preteso sempre che a ingoiare fossero gli altri.

Dobbiamo pretendere leader che conoscano la storia e giornalisti che non si fermino a leggere le pagine del nostro passato partendo dal 2022. Abbiamo bisogno di competenze, di conoscenze.

Perché solo competenze e conoscenze offrono quelle visioni e quelle mentalità aperte necessarie a dare un futuro al mondo.

L’ignoranza storica, come si evince, produce mostri in talk show spazzatura e negli articoli di tanti che hanno ancora la faccia tosta di definirsi giornalisti, quando hanno smesso di informare i cittadini da tempo, preferendo diventare cani da compagnia del potere.

Il tempo stringe. Il ticchettio del tempo che passa, ve lo assicuro, sta diventando sempre più forte.

E il burrone avanza più veloce di una tempesta in arrivo.

FONTI:

SIPRI

ISSFORUM

NATIONAL SECURITY ARCHIVE

LA NATO PROVOCA LA RUSSIA A KIEV. E ORA?

di Pasquale Di Matteo

Il 6 ottobre 2026.

Segnatevi questa data, perché non è solo un appunto su un taccuino di cronaca, ma è il giorno in cui l’aria a Kiev è cambiata. Dopo quattro anni e mezzo a giurarci che la NATO non era in guerra contro la Russia, la sceneggiata del mainstream è crollata miseramente.

Quando l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, alla testa del Comitato militare della NATO, ha varcato le porte della capitale ucraina, non c’erano sorrisi di circostanza a scaldare l’ambiente. C’era il peso di 32 nazioni che guardavano nell’abisso di un conflitto che sembra aver smarrito la via d’uscita.

Dopo tutte le armi, i soldi, i soldati inviati segretamente a istruire gli ucraini e a guidare le armi più sofisticate, l’intelligence…

Un conflitto che la nostra propaganda dava per vinto entro il 2022 perché il rublo era carta straccia, i russi combattevano armati solo di pale dell’Ottocento e a dorso di muli. Poi c’erano le nostre sanzioni dirompenti. Talmente dirompenti che abbiamo superato venti pacchetti di sanzioni e il risultato lo vediamo nelle nostre industrie, nelle bollette e alle pompe di benzina.

Ma quella della NATO a Kiev non era una passerella diplomatica. È stato un atto di presenza scenica, un’architettura di potere che si è materializzata in una stanza. Uno spot pubblicitario, insomma.

Ora, provate a mettervi nei panni di un osservatore dal Cremlino.

Quella delegazione non è un gruppo di ufficiali, ma la conferma definitiva di un incubo: l’Occidente non si limita a inviare munizioni o carri armati, ma sta ridisegnando l’Ucraina a propria immagine e somiglianza, per preparare una sua integrazione nell’Alleanza.

Mosca vede in questo una provocazione, un superamento di quella linea sottile che separa il supporto dall’intervento diretto. Ed è una lettura politica che, pur nella sua durezza, possiede una logica inquietante. Così com’è inquietante che nessun diplomatico di quei trentadue paesi ci abbia pensato.

Parlare di pace oggi è un esercizio di funambolismo. L’Occidente brandisce la formula magica della “pace attraverso la forza”, una panzana che rassicura i fan di Bruxelles, ma che, sul terreno fangoso del Donbass, suona come una condanna.

L’equazione è da terza elementare: rendiamo l’Ucraina così forte, così corazzata, che la Russia sarà costretta a cedere.

Beh, basta vedere la situazione economica, demografica e industriale dell’Ucraina del 2022 e quella di oggi per comprendere appieno il totale fallimento di quella strategia.

Mentre le diplomazie evocano il tavolo dei negoziati, le macchine da guerra si ingranano sempre più a fondo. Si discute di garanzie, di difesa, di deterrenza, e ogni parola in più è un mattone che allontana il compromesso e avvicina la guerra.

Per Mosca, questa non è la strada verso il dialogo, ma l’architettura di una guerra destinata a diventare eterna, una sorta di “guerra permanente” dove l’Ucraina è il perno di un meccanismo che non si può fermare.

E qui arriviamo al punto che nessuno vuole davvero affrontare.

L’Ucraina è più forte?

Rispetto al 2022, solo se guardiamo attraverso il mirino di un fucile. Ha imparato a combattere come un soldato NATO, ha integrato tecnologie d’avanguardia e la sua esperienza bellica è ormai una lezione per il mondo intero.

Eppure, se spostiamo lo sguardo dal campo di battaglia alle città, alle campagne, alla vita delle persone, il quadro si capovolge.

Il Paese si sta svuotando. Le infrastrutture sono scheletri di metallo contorto, la popolazione è diminuita, le fabbriche tacciono, l’economia è una pianta che fatica a ricevere acqua in un deserto di debiti.

195 miliardi di dollari di danni diretti. Quasi 588 miliardi per ricostruire un futuro che sembra allontanarsi ogni giorno di più.

Il 2026 corre veloce, ma la crescita economica è un battito d’ali flebile, tra l’1% e l’1,6%.

L’Ucraina è un paradosso vivente: militarmente una potenza in ascesa, ma socialmente ed economicamente un disastro di proporzioni bibliche.

Torniamo indietro con la mente al 2022.

I negoziati di Istanbul. Qualcuno li ha dimenticati, altri li hanno sepolti sotto strati di retorica guerrafondaia. Eppure, rileggere quelle bozze fa male.

Neutralità, rinuncia alla NATO, garanzie internazionali, confini da ridiscutere. Avrebbe fermato il tempo? Forse. Avrebbe salvato vite? Certamente. Decine, centinaia di migliaia di ucraini che non ci sono più.

Perché noi vogliamo salvare gli ucraini, vero? Non il sottosuolo e gli interessi economici e geopolitici di certi paesi occidentali, giusto?

Certo, non c’erano certezze di una pace eterna, perché la diffidenza tra Mosca e Kiev è un mostro che non dorme mai, ma l’Ucraina di allora aveva ancora la sua gente, le sue fabbriche, la sua terra fertile.

Aveva ancora un Paese sovrano. E avrebbe avuto una sovranità più stretta, forse, ma una base nazionale intatta.

Oggi, quella sovranità non esiste più.

L’Ucraina esiste giuridicamente, è un attore riconosciuto, ma la sua “sovranità materiale” è una costruzione assistita. Si regge sulle stampelle di miliardi di aiuti esterni; senza quel supporto, l’impalcatura crollerebbe in un battito di ciglia. L’Ucraina dipende dall’Occidente anche solo per pagare lo stipendio al suo apparato burocratico. Di fatto, è fallita.

Il punto non è se l’Occidente voglia la pace, ma quale pace sta costruendo.

Una guerra che si trascina non fa che accelerare la decomposizione del tessuto sociale ucraino. Più tempo passa, più il Paese si svuota di quella linfa vitale che serve a costruire un domani.

La visita di Cavo Dragone a Kiev è il simbolo di questa guerra che non ha nessun interesse a salvare le vite degli ucraini. È solo un sostegno che protegge, ma che allo stesso tempo definisce, delimita e vincola interessi economici e geopolitici esterni.

Dei giovani ucraini, dei cittadini di Kiev e delle altre città, non interessa una beata fava. Altrimenti la diplomazia sarebbe portata avanti ovunque e sempre, mentre la guerra sarebbe relegata in secondo piano. Invece, accade il contrario.

Siamo di fronte a un bivio dove la risposta non è più militare, ma esistenziale.

Quando arriverà il momento in cui le armi taceranno davvero, perché ogni guerra, prima o poi, si conclude, cosa resterà dell’Ucraina?

Chi sarà rimasto per raccogliere i pezzi?