C’è un’Ucraina di cui i nostri telegiornali, che veicolano le veline del giornalismo di regime, non vi parleranno mai.
Perché il giornalismo di regime è quello che vi ha spacciato come notizie certe le pale ottocentesche, il rublo carta straccia, i soldati russi a dorso di muli perché senza più mezzi corazzati, le controffensive ucraine risolutive, i quattro tipi di cancro che davano Putin spacciato per massimo… un anno fa, oltre 1,4 milioni di soldati russi morti su un esercito di 1,25 milioni di unità.
Lo so, la matematica stride, ma per la propaganda no. Così, quella stessa propaganda che mostra la Russia allo stremo, vi vende Mosca come un pericolo imminente per l’Europa, in un cortocircuito da TSO.
L’Ucraina del mondo reale, invece, è quella che non si allinea alla narrazione della “resistenza eroica e senza crepe”, quella che sanguina per strada, non nei talk show, dove i “volenterosi” della domenica giocano a Risiko con la pelle degli ucraini.
Mentre a Parigi i leader europei si riuniscono sotto le insegne del “Summit dei Volenterosi” per promettere nuove armi e giurare fedeltà eterna a Kiev, a Leopoli la realtà ha presentato il conto.
Un conto salato.
Leopoli. Non il Donbass russofono.
Leopoli, la culla del nazionalismo ucraino, la retrovia considerata fino a ieri intoccabile, sicura, patriottica per antonomasia.
Pochi giorni fa, le strade di questa città si sono trasformate in un teatro di guerriglia urbana: da una parte, la polizia e i reclutatori dello Stato; dall’altra cittadini esasperati, madri, padri e giovani pronti a tutto pur di non farsi trascinare al fronte.
Giovani che, messi di fronte alla guerra a ogni costo, hanno scelto di combattere il regime di Kiev che li manda al macero da quattro anni e mezzo per salvaguardare quel sistema Zelensky fatto di cessi d’oro, amici ai posti di comando e corruzione.
La chiamano “busification”. È il termine gergale, quasi grottesco, con cui in Ucraina si descrive la caccia all’uomo: ragazzi prelevati di peso dagli autobus, dai mercati, dalle palestre, infilati in un furgone e spediti in trincea dopo tre giorni di addestramento farsa.
Ma quel serbatoio umano è vuoto. Questa è la verità che la propaganda non può più nascondere.
L’Occidente può anche inviare i suoi gioielli tecnologici e i missili a lungo raggio di ultima generazione, ma se manca chi li deve azionare, o se ci sono solo persone incapaci di farlo, il giocattolo si rompe.
Le armi non combattono da sole. Forse in futuro sì, ma adesso no.
E gli ucraini rimasti ancora in vita non vogliono più morire per una guerra di logoramento che sembra non avere fine e, soprattutto, che cominciano a capire che l’Ucraina non vincerà mai.
Nel frattempo, a Kiev, va in scena un altro psicodramma di cui si percepiscono nitidamente gli scricchiolii.
Volodymyr Zelensky ha rimosso il giovane ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, l’enfant prodige della transizione tecnologica, l’uomo che parlava con la Silicon Valley, il mago dei droni, l’artefice delle spettacolari operazioni asimmetriche che hanno colpito le raffinerie e i depositi russi.
Sui social ucraini è scoppiata la rivolta, perché i cittadini si chiedono come sia possibile che sia stato cacciato l’unico che sembrava portare risultati tangibili dopo quattro anni di perdite costanti di vite, città e territori.
La risposta è tutta nello scontro, violentissimo, tra i civili, che sognano una guerra di algoritmi e droni, e la gerarchia militare tradizionale, impersonata dal generale Oleksandr Syrsky.
Quest’ultimo, legato a una visione di guerra convenzionale fatta di fanteria e fango, mal digeriva l’autonomia e lo strapotere mediatico del giovane ministro.
Perché le guerre servono soprattutto ai potenti per diventare ancora più potenti in patria.
Inoltre, Fedorov pretendeva trasparenza sui contratti di fornitura, sugli appalti militari e sulla gestione dei miliardi che arrivano dall’Occidente, un peccato imperdonabile in un sistema Zelensky in cui la corruzione e le inefficienze continuano a essere il vero cancro dello Stato.
Per correre ai ripari ed evitare il tracollo economico ed energetico, Zelensky ha dovuto affidare la guida del governo a un tecnico puro: Sergiy Koretsky, già uomo forte del colosso Naftogaz.
Non un politico, non un generale, ma un amministratore. L’ammissione nuda e pura di incompetenza di fronte al popolo.
È la mossa disperata di chi deve negoziare con l’Occidente la ricostruzione e la gestione dei fondi europei, cercando di raddrizzare un Paese che rischia di rimanere al buio e al freddo per anni.
E l’inverno sta per arrivare. Mancano pochi mesi.
Zelensky scarica le colpe sui suoi ministri per rimanere intoccabile, licenzia, rimpasta, promette ruoli futuri a Fedorov per non farlo parlare, mentre la rabbia popolare cresce e la sua dittatura di fatto, visto che nega le elezioni da tempo, è sempre più fragile, tenuta in piedi solo dai collaborazionisti europei, i veri responsabili delle morti di migliaia di giovani ucraini.
C’è poi il capitolo, altrettanto rimosso da chi dovrebbe fare informazione, invece fa propaganda pro Kiev, della gestione militare dei quartieri civili a Kiev.
Quando la Russia bombarda la capitale ucraina, i media mostrano solo i palazzi residenziali sventrati. E fanno bene, perché ogni vittima civile è una tragedia intollerabile.
Nessuno però si pone la domanda più elementare: cosa c’era vicino a quel palazzo? Perché un missile russo devia o colpisce proprio lì?
Eppure, sono domande che con Israele ci si pone sempre, così con gli USA che bombardano l’Iran.
Spesso, dietro la propaganda del “terrore indiscriminato”, si nasconde la prassi di Kiev di posizionare depositi di armi, centri di comando e fabbriche di droni all’interno delle aree residenziali.
Una scelta strategica cinica e contraria a numerosi trattati internazionali. Usare la popolazione come scudo umano sperando che i russi non colpiscano, oppure sperare proprio che colpiscano per sfruttare le immagini delle macerie e chiedere altri miliardi all’Europa.
Kiev lancia 370 droni su Mosca e sulla regione di Tambov, colpendo magazzini commerciali di e-commerce come Wildberries, uccidendo operai del turno di notte con droni imbottiti di schegge metalliche fatte apposta per sventrare corpi umani.
I russi rispondono con raid mirati sui porti di Odessa, colpendo navi mercantili cariche di armi, come la “Venturo”.
Chi fa più danni reali alla macchina bellica avversaria? I numeri, depurati dalla propaganda, dicono che l’efficacia russa sul piano militare è tragicamente superiore.
E l’Europa dei “buonisti” comincia ad avvertire la stanchezza da rifugiati.
I governi europei, pressati dalle opinioni pubbliche interne, stanno silenziosamente lavorando per restringere i criteri di accoglienza e protezione temporanea degli ucraini. Molti paesi iniziano a vedere i profughi come un peso insostenibile per il welfare e il mercato del lavoro.
L’entusiasmo del 2022 è evaporato e non si vedono più giornalisti sorridere e dire «Non c’è storia: quaranta democrazie contro una dittatura… vinciamo noi.»
Andatevi a cercare i video di Beppe Severgnini che rilascia in tv questa dichiarazione e fate caso alla data di quella dichiarazione, poi osservate la data di oggi e traetene le considerazioni.
Ora si profila uno scontro giuridico e morale: cosa faranno le polizie europee, comprese quelle italiane, quando Kiev chiederà di rimpatriare con la forza i giovani ucraini in età di leva che si sono ricostruiti una vita da noi?
In Italia, alcuni si sono già dati alla macchia per evitare di essere rispediti al macello e così stanno facendo in altri paesi.
Altro che desiderio degli ucraini di respingere i russi!
La farsa più grande, tuttavia, riguarda la fantomatica “minaccia russa alla NATO”, una farsa di proporzioni fantozziane per giustificare la corsa al riarmo in Europa.
Mentre i politici occidentali agitano lo spauracchio di un’invasione imminente della Polonia o dei Paesi Baltici per giustificare il riarmo e la continuazione della guerra, i vertici militari della NATO dicono l’esatto contrario.
Generali come l’americano Alexus Gregory Grynkewich lo ripetono chiaramente: la Russia non cerca un conflitto con la NATO e non ha le capacità militari per invadere l’Europa. Il 90% delle forze di terra russe è bloccato in Ucraina.
La Russia vuole consolidare i territori conquistati, non iniziare la Terza Guerra Mondiale.
Tutte cose che ci dicono anche i grandi giornalisti di casa nostra, in un cortocircuito che dovrebbe balzare all’occhio subito, ma che, in un Paese come l’Italia, dove si legge pochissimo e si studia ancora meno, usare lo spirito critico è diventato quasi un comportamento rivoluzionario.
Ma i politici non vogliono sentire ragioni. Devono tenere alta la tensione, enfatizzare il pericolo esistenziale, altrimenti chi ha interessi nelle fabbriche di armi perderebbe miliardi di euro.
Nel 2008, alla conferenza sulla sicurezza di Monaco, Vladimir Putin tracciò chiaramente le sue “linee rosse”: l’espansione della NATO a est e il mondo unipolare a guida americana erano inaccettabili.
All’epoca, l’Occidente liquidò quelle parole con un’alzata di spalle, come se avesse parlato un idiota.
Oggi sappiamo com’è andata a finire. Eppure, continuiamo a ripetere lo stesso errore, ignorando che la diplomazia non si fa con i tweet acchiappalike, ma con il realismo e il rispetto delle linee rosse altrui.
E, forse, ciò dimostra che gli idioti li abbiamo noi al potere.
Finché la politica continuerà a ignorare i fatti descritti dai militari per seguire le narrazioni dei propri propagandisti, a pagare il conto saranno sempre gli stessi: i ragazzi cacciati per strada a Leopoli e i civili sacrificati sull’altare di una guerra che nessuno ha il coraggio di fermare.
La dimostrazione matematica del fatto che i veri nemici degli ucraini sono proprio quelli che inviano armi e che tengono in piedi il regime di Zelensky.

