Il 17 aprile 2026, il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi affermava: “In linea con il cessate il fuoco in Libano, il passaggio per tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente aperto”.
Tuttavia, ventiquattr’ore dopo, le navi mercantili che hanno tentato il transito nello stretto sono state bloccate dal fuoco delle Guardie rivoluzionarie, in risposta alla spavalderia dell’inquilino della Casa Bianca, che ha inviato a Teheran un pacchetto di richieste irricevibili dall’Iran.
E l’Iran, che ha vincolato la riapertura dello stretto alla tregua in Libano e a un accordo di massima con gli USA prima di ulteriori colloqui, ha visto giudicato gli USA inadempienti all’accordo.
Donald Trump, nel suo stile, ha incassato e rilanciato: “L’Iran ha appena annunciato che lo Stretto d’Iran è completamente aperto e pronto per il transito. Grazie!”, ha scritto, ignorando beatamente la realtà dei fatti.
Poi, un’aggiunta tardiva, quasi un tentativo disperato di non perdere la faccia davanti all’elettorato: “Ma il blocco navale rimarrà pienamente in vigore nei confronti dell’Iran, solo fino a quando le nostre contrattazioni con l’Iran non saranno completamente concluse”.
Un annuncio che, tradotto dal trumpese, significa che il blocco navale è un’arma spuntata e l’Iran ha capito perfettamente il bluff.
La strategia della “massima pressione” trumpiana, quella che doveva piegare il regime di Teheran senza sparare un colpo, si è trasformata in un fallimento su tutta la linea che ha portato al disastro economico in Occidente.
Trump sta inseguendo le condizioni poste dall’Iran, senza farlo vedere agli occidentali e cercando di ottenere – con le bombe e le sanzioni – ciò che Obama aveva già ottenuto con la diplomazia un decennio fa.
È il trionfo dell’idiozia tattica: Trump ha riaperto una ferita che si stava rimarginando e ora, per curarla, sta usando le stesse nefandezze che l’hanno provocata.
Il punto non è solo lo Stretto di Hormuz, ma l’intero Medio Oriente.
Nel sud del Libano, la tregua tra Israele e Hezbollah è una farsa totale.
Il sergente maggiore Florian Montorio, del 17° reggimento del genio paracadutista di Montauban, è caduto durante un’operazione di sminamento.
Emmanuel Macron ha indicato chiaramente Hezbollah con una fermezza che, tuttavia, non si è mai vista dopo gli attacchi deliberati delle ultime settimane ai soldati occidentali in zona compiuti da altri.
Giustamente, il partito sciita ha espresso “sorpresa” per le accuse, ricordando il silenzio imbarazzato della comunità internazionale quando le forze dell’UNIFIL vengono colpite da chiunque altro, Israele compreso.
La Francia, alleato storico dell’impero a stelle e strisce, si ritrova a contare i propri morti in un territorio dove gli Stati Uniti pretendevano di comandare in solitaria.
Hezbollah, che nega ogni coinvolgimento, non è più un attore marginale che deve giustificarsi, ma una potenza regionale che detta i tempi del cessate il fuoco. Intanto, l’esercito americano, secondo indiscrezioni del Wall Street Journal, si prepara ad abbordare navi legate all’Iran, in quella che è la ricetta perfetta per un disastro: inviare navi da guerra in un mare già saturo di mine ed esplosivi, in nome di un accordo che, nei fatti, non esiste.
Ecco perché i vertici dell’esercito americano erano contrari alla linea idiota dell’attuale amministrazione. Ed ecco perché il presidente più disastroso della storia li ha rimossi tutti.
Trump minaccia la “polvere nucleare” dei suoi bombardieri B2, ma poi, nella stessa ora, si compiace del fatto che il presidente cinese Xi Jinping sia “molto contento” dell’apertura di Hormuz, che però non è avvenuta realmente.
Xi osserva, aspetta, e si prepara a raccogliere i cocci di un Occidente rotto da un presidente americano non all’altezza, che ha confuso la geopolitica con un reality show.
Per giustificare il fallimento della sua politica estera, Trump ha bisogno di un nemico da colpire e di un alleato da gratificare.
Ma in Iran, il nemico non è più quello che può essere spaventato dalle sanzioni, perché Teheran ha dimostrato di essere pronta a chiudere i rubinetti energetici del mondo intero, mettendo in ginocchio le economie dell’Asia, dell’Europa e dell’America.
Nel frattempo, l’alleato “ribelle” di turno, la Spagna, additata da Trump come un disastro finanziario – rappresenta la fine di una certa visione paternalistica della NATO.
Trump ha puntato tutto sulla carta del “bastone” e ha convinto i suoi alleati che la carota fosse un segno di debolezza. Proprio nel perfetto stile da eroe del Bar Sport.
Come era ovvio a chiunque avesse almeno due neuroni in più di un eroe da bar, l’Iran non ha ceduto e non cede di un millimetro, i mercati del petrolio oscillano come una barca nella tempesta, e la missione UNIFIL in Libano è diventata un contingente di pace che non trova la pace nemmeno per sé.
E mentre la propaganda del fallimento americano veicola “ottimi colloqui” e “scambi di vedute”, la natura della trattativa dimostra la vittoria iraniana.
Khamenei ha offerto di interrompere l’arricchimento dell’uranio per cinque anni e Trump ha risposto chiedendo venti.
È il tipico errore di chi pensa che la diplomazia sia un’estensione della vendita immobiliare, ma nel Medio Oriente, se chiedi venti e te ne offrono cinque, non stai negoziando, ma solo garantendo che il nemico cercherà un modo per ottenere il cento per cento da solo.
Stai perdendo e ti stanno pure umiliando, ma è probabile che tu non abbia neppure gli strumenti cognitivi per rendertene conto.
E mentre Trump viene umiliato, mentre il petrolio scende perché la speculazione ha paura di una recessione globale, gli attori mediorientali stanno ridisegnando la mappa della regione.
L’Iran, che non è stato piegato dai bombardamenti che hanno dissanguato i magazzini di armi americani, ha capito che il costo disastroso di questa guerra è pagato dai cittadini europei attraverso l’inflazione e il razionamento dell’energia.
Teheran ha trasformato la sua vulnerabilità economica in una clava geopolitica.
Trump continua a twittare, dimostrando al mondo che è l’unica cosa in cui è davvero esperto, convinto che la realtà sia quella che appare sul suo social network personale, mentre la Cina si propone come il vero mediatore di un ordine mondiale che non ha più bisogno di Washington per scrivere le clausole dei contratti.
E, visto il disastro compiuto dall’Amministrazione Trump, di certo il mondo non ha bisogno di questa Washington.
Ma la sconfitta peggiore per l’America è che l’idiozia di Trump ha spodestato gli USA dal potere globale. Prima del 28 febbraio 2026, l’America spaventava il mondo. Oggi, che ha perso contro l’Iran, o che certamente è lontanissimo dal poter dire di aver vinto, chi ha ancora in mano la bussola in un mondo che non rispetta più gli ordini degli Stati Uniti?
L’immagine è quella di un’amministrazione che ha perso la capacità di distinguere tra un bluff e una mano vincente.
Le navi sono ancora bloccate nello stretto perché è l’Iran che comanda la partita e che può dettare le regole, senza se e senza ma.
Il soldato francese è sepolto in Libano e i capi di stato, da Washington a Pechino, continuano a fare calcoli su quanti anni manchino alla prossima escalation, come se il tempo fosse una risorsa infinita che può essere gestita a colpi di comunicati stampa.
Qual è il punto di caduta?
Se l’accordo salta, se le infrastrutture energetiche in Iran vengono davvero distrutte e l’Iran farà altrettanto con quelle dei paesi limitrofi, chi pagherà il conto?
Non sarà Trump, che è già destinato a essere ridicolizzati a novembre, e non saranno gli ayatollah nei loro bunker, che già oggi sono molto più potenti di due mesi fa.
Il conto arriverà a Parigi, a Roma, a Berlino.
Lo pagheremo noi europei, tornando indietro di sessant’anni.
La guerra asimmetrica non si vince con gli F-35 o con i tweet notturni, ma con le competenze geopolitiche, con la capacità di capire che, quando si tocca il sistema energetico mondiale, non ci sono vincitori. Anche se dovessi vincere una guerra.
Ci sono solo sconfitti che hanno pagato a caro prezzo l’arroganza e l’idiozia di chi pensava di poter scrivere la storia senza aver studiato le mappe.
L’Iran ha “riconsegnato” la palla in campo americano, dopo averla tenuta stretta per giorni.
Trump la rispedisce al mittente, ma intanto, l’Iran comanda e le navi sono ferme.
È questa l’immagine della nostra geopolitica contemporanea: un convoglio di navi nel buio, dove qualcuno passa per grazia ricevuta e altri vengono affondati perché qualcuno ha deciso che Teheran andava bombardata.
Allora, resta l’ultima questione.
L’Iran è davvero così fermo, o sta testando la tenuta del blocco americano?
Perché se l’Iran ha davvero intenzione di proseguire con l’arricchimento dell’uranio a dispetto di tutto, la scelta di Trump diventerà obbligata: o il ritiro totale, o l’escalation finale, con la bomba atomica.
E, in quel caso, non inizierebbe solo la Terza Guerra mondiale, ma anche l’Ultima.
Siamo pronti a vedere l’umanità annientarsi o è più facile far finta che, in fondo, tutto stia andando per il meglio, come dice l’eroe del Bar Sport finito alla Casa Bianca, mentre la polvere del deserto si deposita sulle carcasse delle navi colpite?
La risposta non arriverà da un tweet di qualche idiota, né da una conferenza stampa a Beirut. Arriverà quando, al prossimo aumento della bolletta, ci chiederemo perché nessuno, in questi anni, ha avuto il coraggio di capire che l’America non era nostra alleata, ma il nostro tiranno, e che le sue “carte” sono solo pezzi di carta straccia che bruciano, mentre il mondo intero sta a guardare.




