“Lasciate che lo spettacolo continui”.
Donald Trump ha postato queste parole alle 22:30 di una domenica di aprile, mentre il fumo della polvere da sparo non si era ancora diradato nella lobby dell’Hotel Hilton di Washington.
Un colpo solo, andato a segno contro il giubbotto antiproiettile di un agente del Secret Service, prima che l’assalitore venisse placcato, ammanettato e trascinato via a torso nudo sul tappeto a motivi geometrici dell’albergo.
Il nome dell’attore più famoso del moment… ops, dell’umo è Cole Thomas Allen.
La scena somiglia più alle sceneggiate napoletane che ai film di Hollywood e, ormai, possono prenderle per vere solo i fan dei plastici di Bruno Vespa e delle sciocchezze veicolate dalla propaganda delle pale e dei microchip.
È la serata della cena dell’Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, un evento che Trump ha boicottato sistematicamente per anni, definendolo un covo di mentitori, ma a cui questa volta ha deciso di partecipare.
Circostanza che somiglia molto più a una prova inequivocabile che a una coincidenza.
Guarda caso, proprio nel momento in cui la sua popolarità è ai minimi storici, logorata da una guerra in Iran che doveva essere un blitz e si è trasformata in un disastro senza precedenti di sangue e dollari.
IL PARADOSSO DEL BOICOTTATORE
Era del 34% l’indice di gradimento dell’amministrazione Trump alla vigilia dell’attentato. Una sfiducia da parte degli americani quasi totale.
Il presidente che aveva promesso di “chiudere le guerre” ne ha aperta una che non riesce a vincere nemmeno spendendo 2 miliardi di dollari al giorno.
I mercati ballano, la base MAGA perde pezzi un giorno sì e l’altro pure per le promesse tradite e i moderati sono in fuga.
Eppure, proprio mentre il consenso cola a picco, ecco che il destino – o chi per lui – bussa alla porta con il solito tempismo cinematografico.
Un attentato fallito è, storicamente, la polizza a vita di Donald Trump. Lo è stato a Butler, in Pennsylvania, il 13 luglio 2024, quando Thomas Matthew Crooks gli ha sfiorato l’orecchio con un AR-15 trasformandolo in un martire vivente.
Lo è stato nel settembre dello stesso anno, tra i cespugli del suo campo da golf a Mar-a-Lago.
Lo è oggi, a Washington, in un hotel blindato dove un uomo armato fino ai denti è riuscito miracolosamente a varcare il perimetro di sicurezza del Presidente degli Stati Uniti proprio durante la cena più odiata dal presidente.
Roba che a crederci devi essere il protagonista si Scemo e più Scemo; sempre che non si voglia credere che il servizio d’ordine del presidente a stelle e strisce sia una combriccola di scappati di casa.
La farsa è talmente evidente che persino i repubblicani non ne possono più: Marjorie Taylor Greene, l’ex pasdaran repubblicana ormai delusa dalle giravolte della Casa Bianca, ha chiesto ufficialmente di desecretare i file delle indagini.
Non si fida della versione ufficiale del “lupo solitario” e non è la sola.
I complottisti di oggi non sono più i reduci di QAnon, ma gli ex fedelissimi che guardano i filmati delle telecamere di sicurezza con la lente d’ingrandimento, notando discrepanze che la narrazione governativa non riesce a colmare.
L’AGENDA PERFETTA DEGLI ATTENTATORI
Se si guarda la cronologia degli attacchi a Trump, emerge una regolarità statistica che farebbe impallidire un assicuratore, poiché, ogni volta che il presidente si trova con le spalle al muro, compare un uomo armato.
Roba da scommetterci.
A Butler, la fotografia di lui col pugno alzato davanti alla bandiera stellata ha cancellato mesi di processi e scandali giudiziari, proiettandolo dritto verso il secondo mandato.
Oggi, con lo spettro di una disfatta elettorale imminente e il fallimento diplomatico in Medio Oriente, Cole Thomas Allen serve su un piatto d’argento la distrazione perfetta per farlo resuscitare nei sondaggi.
Trump si è affrettato a dichiarare: “Non ritengo che questo incidente sia collegato alla guerra in Iran”. Una smentita così rapida da sembrare una conferma della sua preoccupazione.
Sa bene che il Paese è una polveriera. Ma la questione non è più capire se Cole Thomas Allen abbia agito da solo o se sia stato spinto da una mano invisibile. Il punto, terribilmente più profondo, è perché una parte enorme della società americana non creda più a ciò che vede.
Quando una nazione smette di condividere la realtà dei fatti, la democrazia è già un guscio vuoto. Resta solo la logica della potenza.
L’IMPERO CHE NON CHIEDE PERMESSO
Siamo entrati nell’era dell’Impero esplicito. Per decenni, gli Stati Uniti hanno venduto al mondo la “morale dei buoni”, esportando democrazia con i droni e mascherando gli interessi strategici dietro la retorica dei diritti umani.
Quella grammatica, codificata durante gli anni di Bill Clinton e portata all’estremo da Barack Obama, è defunta.
Tuttavia, Trump non è un’anomalia del sistema, ma il suo stadio finale. È l’Augusto che mette fine alla finzione della Repubblica.
Il paragone con la Roma del primo secolo non è un esercizio accademico.
Dopo la distruzione di Cartagine, Roma non trovò la pace, ma la guerra civile.
Le congiure dei Gracchi, la dittatura di Silla, i triumvirati…
Si arrivò all’uomo forte perché il sistema delle garanzie non reggeva più il peso delle ambizioni imperiali e gli Stati Uniti di oggi seguono la stessa rotta.
Trump non cerca più di legittimare le sue mosse dentro una cornice morale condivisa; esercita il potere per quello che è: forza organizzata, interesse nazionale, capacità di imporsi anche in modo illegittimo.
Il rapporto con gli alleati, un tempo basato su patti di mutua assistenza, oggi è una transazione brutale tra un protettore e i suoi vassalli.
IL SOGNO AMERICANO DIVENTA SCONTRO PERMANENTE
L’individualismo, pilastro del sogno americano, si è irrigidito in una competizione radicale.
Non è più un confronto tra idee diverse per il bene del Paese, ma uno scontro permanente dove conta solo vincere e dove il compromesso è visto come alto tradimento.
La trasformazione dell’ICE, l’agenzia per la sicurezza delle frontiere, in una sorta di guardia pretoriana con funzioni modificate, è il simbolo di questo cambiamento. Il conflitto interno non è più qualcosa da evitare o ricomporre, ma uno strumento di governo.
I documenti visionati e le registrazioni trapelate dalle stanze del potere descrivono un’amministrazione che ha accettato la frattura sociale come un dato di fatto, così si governa contro metà del Paese, non per tutto il Paese.
E questa metà, esclusa e inferocita, reagisce con il sospetto. Sospetto che, tuttavia, ormai traspare anche in tanti ex trumpiani.
Da una parte, il capo della polizia di Washington assicura che Allen è stato placcato con un uso minimo della forza, dall’altra, i verbali interni delle agenzie di intelligence parlano di falle nel sistema di sorveglianza che non dovrebbero esistere in un hotel blindato dai servizi segreti.
E qui si dimostra la sceneggitata napoletana.
Come ha fatto Allen a sapere esattamente da dove sarebbe passato il corteo presidenziale? Come ha fatto a entrare armato di pistola, fucile e coltelli? Chi ha spento, o ha dimenticato di accendere, i metal detector secondari? Chi non ha controllato gli ospiti dell’Hotel?
Insomma, una sceneggiata. Anche realizzata male.
LA FINE DELLA VERITÀ
Il vero dramma non è l’ennesimo sparo farlocco nella lobby di un hotel. Il dramma è che l’America è diventata una terra di verità parallele.
Se sei un sostenitore di Trump, l’attentato è la prova che il “Deep State” sta cercando di uccidere l’unico uomo che lo ostacola; se sei un suo detrattore, l’attentato è una messinscena orchestrata per risalire nei sondaggi. In entrambi i casi, la fiducia nelle istituzioni è pari a zero.
Anche se, a valutare tutti gli elementi, bisogna chiudere entrambi gli occhi e spegnere buona parte del cervello per ritenere reale questo attentato.
Il video della cattura di Cole Thomas Allen mostra un uomo con lo sguardo perso nel vuoto, mentre le telecamere di CBS News riprendono la scena da una posizione insolitamente ravvicinata, quasi fossero state avvertite che stava per accadere qualcosa di straordinario.
Un dettaglio che ricorda i fotografi di Butler, fatti avvicinare al palco molto più del solito pochi minuti prima che Crooks premesse il grilletto.
Coincidenze? Beh, se lo fossero, sarebbero più di quanto sia normale credere.
Ma in geopolitica, come nella cronaca nera, le coincidenze sono solo fatti di cui non abbiamo ancora scoperto il nesso logico.
L’America resta una superpotenza, la più grande macchina militare ed economica della storia, ma è una macchina che ha cambiato pelle, sommersa dai debiti e con il dollaro stritolato dalla politica iraniana a Hormuz.
Perciò si comporta come chi è disperato: non chiede più permesso, non si scusa più, non cerca più di sembrare la città sulla collina che illumina il mondo.
È un Impero che si prepara alla lotta per la sopravvivenza globale, pronto a schiacciare le potenze emergenti che osano sfidare la sua leadership. E, in questa lotta, la democrazia interna è un lusso che Washington sembra non potersi più permettere.
Alla fine di questa serata a Washington, mentre Trump rientra alla Casa Bianca blindato nella sua “Bestia”, l’auto presidenziale, resta un’immagine asciutta che non se ne va, quella della sagoma di un uomo fermato nel corridoio di un hotel, un colpo esploso, e un presidente che sorride dicendo che lo spettacolo deve continuare.
Chi è l’unico che può trarre davvero vantaggio da questo piombo che cade sempre al momento giusto?
Se la verità è la prima vittima di ogni guerra, allora negli Stati Uniti il conflitto è iniziato da un pezzo.
Si aprono scommesse: quando ci sarà la replica della sceneggiata napoletana?

