QUANDO IL DENARO DIVENTA UNA PROMESSA (CHE NON MANTIENE)

di Pasquale Di Matteo

Nel 1656, a Stoccolma, una moneta di rame pesava diciannove chili.

E con quel peso, serviva per comprare trenta chili di burro.

Se la moneta cadeva in mare, affondava e spariva, come la fiducia dei risparmiatori di oggi, tre secoli e mezzo dopo, quando un gruppo di uomini in giacca scura ha deciso di stampare 14.000 miliardi di dollari dal nulla.

Johan Palmstruch convinse il Re di Svezia di avere l’idea del secolo: sostituì il rame pesante con la carta, inventando il primo certificato di deposito europeo.

“Questo pezzo di carta vale cento monete di rame, custodite nel nostro caveau”, garantiva.

Una promessa.

Ma Palmstruch stampò più certificati di quanto rame avesse davvero nei depositi, così, quando i depositanti bussarono alla porta chiedendo il loro metallo, non ne trovarono abbastanza. La carta valeva zero.

E la storia si ripete oggi, cambia solo la valuta e la velocità delle stampanti che hanno a disposizione le nostre banche centrali.

LA GRANDE ILLUSIONE DEL CREDITO

Oggi, il meccanismo è lo stesso, solo più sofisticato. La Federal Reserve, la BCE, la Banca del Giappone: un blocco monolitico di istituzioni che si definiscono serie, custodi della stabilità dei prezzi e dell’occupazione.

Ma i dati ci dicono che il quantitative easing post-2008 non ha curato l’economia, l’ha drogata, ha allargato il fossato tra chi possiede azioni, immobili, obbligazioni, e chi sopravvive con uno stipendio che ogni anno compra meno di quello precedente.

Così, mentre le banche centrali inondano i mercati di liquidità, il fronte del Medio Oriente ci sbatte in faccia la realtà di una politica internazionale che non si gioca più sui tavoli delle riforme, ma sui campi di battaglia.

Come si faceva fino a un secolo fa, solo con armi tecnologiche e leve finanziarie globali al posto dei cannoni e della cavalleria.

Quando Donald Trump urla ai quattro venti che “la guerra è finita”, mente; non perché sia ignaro, ma perché la sua narrazione deve alimentare l’elettorato e non raccontare la verità.

Le fonti ufficiali libanesi, consultate nelle ultime ore, confermano che i contatti diplomatici sbandierati da Washington sono un miraggio, un po’ come quelli millantati tre settimane fa con Teheran e cominciati solo dopo che il regime iraniano ha minacciato di radere al suolo basi americane, pozzi petroliferi e sistemi di desalinizzazione in tutto il Medio Oriente, in risposta a “un’intera civiltà morirà stanotte”.

La guerra è brutta, ma è funzionale: serve a tenere in piedi un sistema che, senza il flusso costante di forniture militari e tensioni geopolitiche, crollerebbe su se stesso come il castello di carta di Johan Palmstruch.

IL CROLLO DI WALL STREET E IL FALLIMENTO DELLA LOGICA

Ottobre 1929.

Gli uomini che gestivano il denaro del mondo, Benjamin Strong, Montagu Norman, Hjalmar Schacht, Émile Moreau, erano prigionieri del dogma del Gold Standard.

L’oro era la loro religione, il rapporto fisso la loro bibbia.

Quando il mercato crollò, strinsero la cinghia, alzarono i tassi, riducendo la liquidità, e lasciarono fallire le banche, cioè fecero l’unica cosa che non dovevano fare.

Non per cattiveria, ma per un’ottusa fedeltà al dogma.

La Danaat Bank, la terza banca tedesca, saltò nel 1931. Hans Luther, capo della Reichsbank, fuggì da Berlino a Londra, poi a Parigi, chiedendo prestiti.

I francesi glieli concessero, ma a patto di smantellare l’economia tedesca. E fu da quel vuoto economico, da quella disoccupazione che bruciò i risparmi di una vita, che il Nazismo attinse la sua forza elettorale.

Non a caso, dal 1928 al 1933, il partito di Hitler passò da 12 a 107 seggi.

Chi oggi guarda ai grafici della disoccupazione in Grecia, Spagna o Italia con indifferenza, dimentica che l’inflazione e la miseria non sono numeri su pezzi di carta o sugli schermi, ma sono il catalizzatore di un risentimento che non ha mai smesso di covare sotto la cenere.

IL PARADOSSO DELLE BANCHE CENTRALI

Maggio 2007.

Ben Bernanke, l’allora presidente della Fed, davanti a una platea di economisti, dichiarava che le ricadute dei mutui subprime sul resto dell’economia sarebbero state trascurabili.

Quattro mesi dopo, invece, il sistema è esploso.

Gli uomini alla guida delle banche centrali non hanno visto la crisi o, peggio, l’hanno ignorata per non ammettere che il sistema era al collasso.

La risposta è stata un’iniezione massiccia di liquidità, una soluzione che ha salvato il sistema dal collasso immediato, ma che ha posto le basi per la bomba a orologeria che maneggiamo oggi.

Guido Mantega, ministro delle finanze brasiliano, fu uno dei pochi a chiamare le cose con il loro nome: “Questa è una guerra valutaria”.

Quando la Fed stampa, il dollaro si indebolisce, le valute emergenti si rafforzano, le loro esportazioni diventano care, le industrie locali falliscono.

Non è un effetto collaterale, ma il risultato strutturale di un sistema dove chi ha la macchina per stampare la valuta di riserva mondiale decide il le condizioni del resto del pianeta.

LA CINA E IL MITO DELL’INVULNERABILITÀ

La Cina ha osservato tutto questo in silenzio. E ha agito, poiché ha compreso che non poteva dipendere dal dollaro per sempre, così, ha iniziato ad abbandonare quote del debito americano e ad accumulare oro, spingendo anche per l’internazionalizzazione dello Yuan.

Quando il Financial Times riporta che la crescita cinese ha superato le previsioni occidentali nonostante le tensioni geopolitiche, non è un caso fortunato, ma il frutto di una diversificazione delle fonti energetiche e di una politica industriale che, piaccia o meno, ha costruito una base solida.

Gli analisti occidentali, prigionieri della propria narrazione, continuavano a gridare al “crollo imminente”, invece, la realtà è che il colosso asiatico si è mosso mentre l’Occidente era impegnato a discutere dei massimi sistemi e a ignorare i segnali di un sistema che scricchiola sotto il peso di un debito insostenibile.

DOVE SIAMO DAVVERO?

Oggi il sistema economico mondiale è un aereo che vola con il pilota automatico, ma senza la possibilità di bypassarlo e tornare al manuale.

Il “calabrone” dell’euro, come lo chiamava Mario Draghi, non dovrebbe volare. Una moneta unica senza unione fiscale, senza trasferimenti di ricchezza, senza mobilità del lavoro, è un’anomalia statistica destinata al fallimento. Eppure, vola. Ma vola consumando il carburante della fiducia.

Quando la Fed o la BCE decidono i tassi, non lo fanno senza conseguenze, ma decidendo chi deve pagare il conto della prossima crisi.

Il punto è che il conto è già arrivato, ma continuiamo a nasconderlo sotto la tovaglia. Gli investitori guardano ai rendimenti dei BTP come a un numero neutro, senza capire che quel numero è il termometro di una febbre che brucia la pensione di chi lavora.

Non c’è trucco e non c’è inganno: c’è solo un debito che cresce più veloce della ricchezza prodotta.

E allora, chi è davvero al comando?

Se molti economisti ai vertici, già dal 2011, ammettevano candidamente che il quantitative easing non aveva prodotto gli effetti sperati, significa che il sistema è in balia delle correnti. Gli stati sovrani si indebitano, le banche centrali comprano il debito per tenere i tassi bassi, il mercato si convince che il rischio sia sparito. Solo che il rischio non sparisce mai, cambia solo forma.

Ormai, sembra chiaro come le banche centrali non abbiano un piano B. Non possono vendere i titoli accumulati senza far crollare il mercato, non possono alzare i tassi senza mandare in bancarotta gli Stati. Sono incastrate nel loro stesso meccanismo.

La lezione di Palmstruch, quella della Germania di Weimar, quella del 1929 e del 2008, è sempre la stessa: la fiducia è il bene più raro. Proprio per questo, una volta finita, non esiste macchina che possa stamparla.

Allora, siamo davvero sicuri che la prossima volta, quando la musica si fermerà e le sedie non basteranno per tutti, qualcuno correrà a salvarci?

O faremo come i risparmiatori di Stoccolma di qualche secolo fa, tutti in fila davanti a un caveau vuoto?

IL PREZZO DELLA GUERRA E LE MENZOGNE SUL FUTURO CHE CI ATTENDE

di Pasquale Di Matteo

12 marzo, l’Iran ha bloccato lo Stretto di Hormuz; da quel momento, il 20% dell’offerta mondiale di petrolio è sparita dai terminali di carico. Un colpo duro, per l’economia globale, eppure, a guardare i mercati americani nelle settimane successive, si direbbe che la terra stia tremando sotto i piedi di qualcun altro.

Lo S&P 500 e il Nasdaq rimbalzano come se non ci fosse un domani, i guru del trading, quelli che sanno sempre cosa accadrà martedì prossimo alle tre del pomeriggio, inondano i social con il mantra di rito: “Il peggio è passato”.

Tuttavia, la realtà, che, come al solito, ha il pessimo vizio di non coincidere con le narrazioni di comodo, dice altro.

La benzina è schizzata al 35% in più rispetto a trenta giorni fa, i fertilizzanti hanno segnato un +56%, Il cherosene per gli aerei è raddoppiato e l’inflazione americana, quella che doveva essere “morta e sepolta” nelle proiezioni della Fed, è rimbalzata dal 2,4% al 3,3% in un solo mese.

È il salto più violento dall’ottobre 2021.

Qualcuno spieghi questa discrepanza, perché, mentre il cittadino medio paga il pieno il 35% in più e si prepara al rincaro dei generi alimentari, il mercato festeggia?

È l’evidenza del fatto che stiamo vivendo in una bolla dove la finanza ha deciso di ignorare la stagflazione, cercando di scappare in avanti, scommettendo sui rialzi.

IL GIOCO DEI RISARCIMENTI E IL SILENZIO DEI GOVERNI

Mentre a Washington si discute di come mascherare l’inutilità delle sanzioni, l’Iran, che ha subito i danni maggiori, non resta a guardare, infatti, Teheran ha avanzato una richiesta ufficiale: 270 miliardi di dollari di risarcimento.

Un conto salato, presentato a chi ha bombardato, a chi ha bloccato, a chi ha imposto embarghi senza mai fare i conti con la realtà delle forze in campo.

E qui il quadro si fa grottesco, perché… chi dovrebbe pagare?

Ovviamente, i governi che hanno alimentato il conflitto, Stati Uniti e Israele, ma è una domanda sospesa nell’aria rarefatta di quella diplomazia che era protagonista fino a qualche tempo fa, mentre le cancellerie europee, Italia compresa, balbettano.

La posizione ufficiale è il consueto “stiamo monitorando la situazione”, ma, sotto il tavolo, si fa la conta dei danni.

La Russia, nel frattempo, incassa. Il Cremlino ha quasi raddoppiato le entrate energetiche nel solo mese di marzo. Ovviamente, anche gli USA incassano di più dalla vendita di materie energetiche, ma i soldi spesi in Iran sono un salasso.

Le sanzioni americane all’Iran sono state tolte in parte, mai rimosse del tutto, per non far schizzare ulteriormente il prezzo del greggio in Occidente, mentre l’Europa, che ha deciso di colpirsi da sola, resta a guardare, pagando il conto energetico più salato del pianeta a causa della cecità e della pochezza dei propri leader, che ha detto di no a petrolio e gas della Russia, che costava fino a quattro volte meno e non era bloccato da nessuno.

LA FINTA PACE E L’IPOCRISIA DELLE CANCELLERIE

14 aprile. Parigi.

Macron e Starmer si collegano in videoconferenza con gli altri leader dei “paesi non belligeranti”.

L’ordine del giorno, almeno quello dichiarato, è la transizione energetica, un esercizio di retorica pura, degno delle migliori accademie, perché si discute di pannelli solari e pale eoliche per risparmiare e inquinare meno, quando lo stretto di Hormuz drena le risorse del mondo e Stati Uniti e Israele hanno causato disastri ambientali, bombardando raffinerie e pozzi petroliferi con migliaia di bombe.

Disastri ambientali mentre a noi chiedono di non circolare con l’auto vecchia di dieci anni, di essere green.

Il Papa chiede pace e il governo Meloni, che si professa solido baluardo di valori, reagisce con un’ipocrisia che tocca vertici nuovi, in nome dello schiaffo rimediato al referendum e degli ultimi sondaggi.

Si parla di pace, ma si tacciono le 42 vittime tra i manifestanti inermi in Iran, abbattuti nel silenzio complice di chi, per convenienza energetica, ha preferito girare la testa dall’altra parte.

Il paradosso non è un concetto astratto, ma il fatto nudo e crudo di ministri che siedono allo stesso tavolo con chi ha ordinato di sparare sulla folla, il tutto per la gloria di una transizione ecologica che, nei fatti, è solo un’altra forma di sottomissione energetica.

IL SOGNO DELLA CINA: IMPERO, NON REGNO

Mentre l’Occidente si perde in questo chiacchiericcio, Pechino non sta ferma.

Gli analisti di Limes ricordano che la Cina non cerca spazio, ma controllo di parte del pianeta.

Il concetto di Zhongguo, l’Impero del Centro, è il filo rosso che lega ogni mossa di Xi Jinping.

Non si tratta di un’ambizione territoriale qualunque, ma dell’idea di un mondo che orbita attorno a Pechino.

La Belt and Road Initiative non è un piano di investimenti, ma un’ipoteca sul futuro, così come le infrastrutture cinesi in Africa e in Asia non sono aiuti, bensì basi, porti, controllo delle vie del mare e della terra, costruito con la precisione di un orologiaio.

E la Cina ha imparato dagli errori altrui. Si è inserita nel vuoto lasciato dall’incapacità americana di gestire le crisi; mentre Washington si impantana in Medio Oriente, Pechino si muove nel silenzio, investendo in tecnologia, in intelligenza artificiale, in robotica.

Xi sa che il tempo gioca a favore di chi non spreca risorse in guerre inutili.

Eppure anche la Cina ha il suo tallone d’Achille, in quanto non ha più giovani, non ha più forza lavoro, e la sua economia interna scricchiola sotto il peso di una demografia che si è rovesciata rispetto agli anni Novanta del secolo scorso.

Tuttavia, oggi si inserisce come superpotenza economica, militare e anche diplomatica nel vuoto lasciato dagli Stati Uniti.

Il presidente Xi Jinping ha annunciato al mondo che la Cina vuole scendere in campo con “un ruolo costruttivo” per la stabilità in Medio Oriente.

Lo ha detto a margine della visita a Pechino del principe ereditario di Abu Dhabi, lo sceicco Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, a cui Xi ha presentato un piano in quattro punti per la pace e la stabilità: rispetto della coesistenza pacifica, coordinamento tra sviluppo e sicurezza, rispetto della sovranità nazionale e del Diritto internazionale.

Sugli ultimi due punti, è difficile che gli USA, che hanno sistematicamente violato la sovranità nazionale e violentato ogni norma del Diritto internazionale, possano scendere a compromessi.

La Cina è anche co-autrice del piano in cinque punti che ha portato alla fragile tregua di due settimane e agli incontri tra le delegazioni iraniane e americane.

IL FALLIMENTO DEL MODELLO E IL PESO DEL DEBITO

Torniamo ai numeri, quelli che non hanno opinioni.

Il prezzo del greggio, il costo delle utilità, il debito che non si ripaga da solo…

L’inflazione americana corre al 3,3% e chi ha investito in obbligazioni a lungo termine sta perdendo ricchezza ogni giorno, mentre i media parlano di una crescita che non esiste.

Le banche centrali hanno le mani legate, perché il mercato non risponde più alle loro direttive, perciò, la stagflazione sembra destinata a diventare la nuova realtà.

CHI PAGHERÀ IL CONTO FINALE?

Il punto è proprio questo: la guerra, quella in Iran, quella in Ucraina, quella in ogni angolo dove si gioca il potere, non è mai finita. È stata solo spostata, per ora, dalle bombe ai blocchi.

Il problema è che il costo è stato scaricato sul consumatore.

Le compagnie petrolifere registrano utili record, le banche si tengono strette i depositi, e i governi, che si dicono pronti alla “transizione”, continuano ad aumentare le tasse per coprire i buchi di bilancio.

Qualcuno ha detto che “il peggio è passato”.

Forse, per chi detiene il controllo dei dati, forse per chi ha già spostato il capitale in asset che godono dell’inflazione.

Ma per chi lavora, per chi ha un mutuo, per chi deve fare il pieno per andare in fabbrica, la realtà è che la crisi è solo all’inizio e i suoi veri effetti si vedranno solo da maggio/giugno.

Siamo in una trappola, perché, se la guerra continua, l’energia resta cara, i prezzi salgono e la crescita resta un miraggio. Tuttavia, anche se la guerra finisse domani, i costi di riparazione e la distruzione delle infrastrutture peseranno come pietre per anni.

E chi ha mentito? Chi ci ha raccontato che tutto era sotto controllo? Che sarebbe durata due settimane, massimo quattro, perché l’Iran era distrutto dopo 48 ore di bombardamenti?

Nessuno ne parla, intanto, la marea continua a salire ed è proprio il caso di dire che siamo quasi con l’acqua alla gola, anche se tanti se ne renderanno conto solo quando saranno costretti a non usare l’auto la domenica e, forse, anche qualche altro giorno alla settimana.

Con l’incognita di come sarà il mondo quando il blocco di Hormuz finirà: saremo ancora in piedi? E, soprattutto, mentre la marea sta sommergendo il mondo intero, chi è che si scoprirà più ricco di ieri?

LE NAVI CINESI, IL BLOCCO DI TRUMP E LA STRATEGIA DEL SILENZIO

Il 7 aprile 2026, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, è andata in scena una dimostrazione di potere che la cronaca ha preferito ridurre a una banale lite diplomatica.

La risoluzione sul blocco dello Stretto di Hormuz, proposta dal Bahrein e spinta con urgenza da Washington, è naufragata perché Cina e Russia hanno opposto il veto.

Undici voti a favore, due contrari, due astenuti.

La narrazione occidentale ha titolato: “Cina e Russia scelgono l’Iran”, con una semplificazione che nasconde la partita a scacchi che si sta giocando con le navi, con i prezzi del greggio e con la scommessa sul destino del dollaro.

Le immagini satellitari e i report di intelligence rivelano una realtà ben più cinica, poiché, mentre nei corridoi di Islamabad si sprecavano sorrisi e strette di mano per calendarizzare un secondo round di colloqui tra USA e Iran, in mare la musica era diversa.

La Yekta 11, nave di bandiera iraniana, incrociava le acque di Hormuz sotto l’occhio vigile delle unità della Marina statunitense. Washington minacciava la distruzione immediata di ogni imbarcazione che avesse osato sfidare il blocco imposto nelle ore precedenti.

E stavolta, la minaccia non era rivolta ai trafficanti di droga, ma al cuore dell’economia di Teheran.

Donald Trump, dalla Casa Bianca, garantiva che le imbarcazioni iraniane sarebbero state annientate se avessero violato la linea rossa, vantandosi contemporaneamente di non aver colpito le navi d’attacco rapido perché non considerate una minaccia imminente.

Un gioco di prestigio giocato sulle parole, che nascondeva un’incapacità operativa: il blocco navale, nella pratica, è un colabrodo, perciò, Pechino, che acquista circa l’80% del suo petrolio dal Golfo, ha osservato, valutato e agito, infischiandosene della Marina americana.

Le prime navi a forzare beatamente il blocco americano sono state le petroliere “Rich Starry” ed “Elpis”.

Entrambe sono sanzionate dagli USA per legami commerciali con l’Iran; la “Rich Starry” è di proprietà cinese, bandiera Malawi, in rotta verso la Cina da Sharjah (Emirati), mentre “Elpis” è registrata alle Comore e ha salpato da Bushehr (Iran).

Al momento in cui scrivo, risulta che ben 4 navi cinesi abbiano superato indisturbate lo stretto di Hormuz, dimostrando che il blocco americano vale quanto il broncio di un bambino e che la storia delle mine è una balla.

IL PREZZO DEL PETROLIO E IL DECLINO DEL DOLLARO

L’analista Michael Pregent, ex ufficiale dell’intelligence, ha messo a nudo la contraddizione: se la Cina è il primo acquirente di greggio iraniano, perché bloccare una risoluzione che avrebbe garantito la libertà di transito nel collo di bottiglia più critico del pianeta?

La risposta non è nella logica del breve periodo, ma in quella del potere strutturale.

Pechino, infatti, sta accelerando la de-dollarizzazione dei mercati. Ogni settimana di blocco, ogni picco nel prezzo del barile, ogni tensione che costringe i mercati a cercare alternative, indebolisce l’architettura finanziaria americana basata sul petrodollaro.

Dal 1973, il mondo paga l’energia in dollari, un privilegio che permette agli Stati Uniti di stampare moneta, accumulare debiti ciclopici e finanziare il proprio impero militare senza pagare il conto reale.

Ma se lo Stretto di Hormuz resta chiuso, se il flusso del greggio dai paesi del Golfo rallenta, il riciclo dei petrodollari verso Wall Street e i centri dati dell’AI americana si inceppa.

Cina e Russia lo sanno perfettamente, infatti, il veto all’ONU non è stato un gesto di protezione verso gli ayatollah, ma un atto di sabotaggio deliberato contro l’ordine finanziario centrato su Washington.

LA FINE DELLA LIBERTÀ AMERICANA

Per trent’anni, dalla caduta del Muro di Berlino, gli Stati Uniti hanno operato in un vuoto di potere.

Potevano decidere di invadere, sanzionare o bombardare, ottenendo regolarmente la copertura legale dell’ONU, o fregandosene se non arrivava.

La Russia era irrilevante e la Cina ancora troppo cauta. Quell’era è sepolta.

Quando, oggi, Pechino alza la mano per bloccare una risoluzione che definisce “umanitaria”. ovvero mantenere aperte le rotte commerciali. sta lanciando un messaggio preciso al Sud Globale: l’unilateralismo americano non è più legge.

Arash Azizi, ricercatore alla Boston University, sottolinea come la frustrazione iraniana per le sanzioni e la guerra di logoramento abbia spinto Teheran a cercare risposte al di là di quelle diplomatiche, risposte di fatto.

IL CONTEGGIO DEI DANNI: MISSILI, POLITICA E PAZIENZA

Gli Stati Uniti stanno esaurendo i missili intercettori, il sostegno interno alla strategia di Trump è ai minimi storici, inchiodato al 40% e la pazienza economica sta svanendo.

Ogni giorno di petrolio a prezzi gonfiati erode i profitti delle aziende americane e il potere d’acquisto dei cittadini. A Washington si sperava di chiudere la partita in fretta, costringendo l’Iran al collasso attraverso un blocco che doveva apparire come una mera operazione di polizia marittima.

La realtà è che Teheran, nonostante le sanzioni che ne hanno devastato l’economia e la corruzione endemica, ha continuato a esportare.

La Cina ha costruito vie alternative, corridoi energetici terrestri che passano per il Pakistan e la Russia, aggirando il rischio navale. Hanno diversificato le forniture, accumulato riserve strategiche e investito in rinnovabili per ridurre, un chilo di carbone alla volta, la dipendenza dal greggio che passa per Hormuz.

Washington, al contrario, ha puntato tutto sulla supremazia navale, un’arma che oggi risulta sempre meno rilevante di fronte alla capacità di un avversario di sostenere la pressione economica.

IL SILENZIO SULLE LINEE ROSSE

Durante le trattative, il regime di Teheran ha fatto una richiesta precisa: la cessazione dell’arricchimento dell’uranio in cambio della fine delle ostilità. Un’offerta che l’amministrazione Trump ha accantonato, preferendo il terreno dello scontro.

La domanda da porsi, lontano dai proclami ufficiali, è semplice: chi sta davvero subendo il logoramento?

L’Iran, con la sua popolazione, che ha vissuto decenni sotto il tallone della repressione, ha sviluppato un’incredibile soglia di tolleranza al dolore.

La Cina, invece, ha scelto di stare a guardare mentre l’alleato iraniano, che lei considera un utile fornitore di energia a basso costo, dissangua politicamente ed economicamente gli Stati Uniti, in quella che è una strategia spietata.

Senza sparare un colpo, senza perdere un soldo in investimenti militari diretti, Pechino sta mettendo gli Stati Uniti di fronte alle proprie debolezze.

NETANYAHU E IL RISCHIO DI UN ACCORDO

Mentre i due schieramenti si studiano, il premier israeliano Netanyahu vede nel conflitto iraniano la sua ultima boa di salvataggio. La guerra ha ricompattato una società divisa, mettendo a tacere, almeno per ora, le inchieste giudiziarie che lo avrebbero portato fuori dal governo.

Se il conflitto si chiudesse con un accordo duraturo tra Washington e Teheran, la sua posizione precipiterebbe. Ecco perché, lontano dai microfoni, ogni tentativo di mediazione viene sabotato con chirurgica precisione.

Quando il vicepresidente Vance è atterrato a Islamabad per il primo round di colloqui, la Marina americana ha spostato due navi nel Golfo per operazioni di sminamento.

Un segnale, un avvertimento, perché Hormuz non ha bisogno di essere sminato, visto che navi cinesi, giapponesi, iraniane e di altre nazioni non ostili a Teheran hanno continuato a passare anche dopo il blocco iraniano.

I negoziatori iraniani, di fronte a tale pressione, si sono chiusi in un mutismo strategico, una tattica di sopravvivenza, perché sanno che la pazienza di Washington è a termine.

CHI HA VINTO DAVVERO IL 7 APRILE?

I leader europei, terrorizzati dall’aumento dei prezzi dell’energia, premono per una de-escalation che l’amministrazione americana non può concedere senza apparire debole e sconfitta anche agli occhi dei tifosi incalliti, i fan dei film di Hollywood, dove i marines sono tutti Rambo e gli altri tutti delle pippe.

È un circolo vizioso, perché il veto cinese non è stato un errore, ma il momento in cui Pechino ha tolto la maschera e ha detto all’America che non ha più il diritto di agire come poliziotto globale impunito.

L’era della libertà d’azione americana è finita.

Non perché non abbiano più missili, ma perché non hanno più la credibilità per usarli e l’economia per giustificarne il costo.

Il mondo si è accorto che l’America può essere bloccata, che due lettere, “NO”, poste da un ambasciatore a New York possono mandare in crisi una portaerei nel Golfo.

Resta da capire se Washington, di fronte a questo nuovo scenario, sia capace di adattarsi o se preferirà continuare a colpire l’acqua sperando di affondare un nemico che, nel frattempo, ha già costruito un ponte altrove.

Allora, chi ha mentito quando ha detto che questo blocco avrebbe riportato ordine nel Golfo?

E chi, tra i due attori principali, sta realmente pagando il prezzo di una stabilità che non esiste più?

L’ARTE INVISIBILE DEL POTERE. PERCHÉ IL PAPA NON RISPONDE E TRUMP SI AGITA NEL BUIO

di Pasquale Di Matteo

La scena è questa: Washington, Studio Ovale.

Un uomo con la cravatta rossa troppo lunga e un cervello troppo corto vomita parole contro l’uomo vestito di bianco che sta a Roma. Parole pesanti, scelte con la stessa grazia di un martello pneumatico in una biblioteca, o di un elefante in una cristalleria.

Scegliete un po’ voi, ma entrambe descrivono perfettamente il tatto e l’eleganza di Trump.

Dall’altra parte del mondo, in quel fazzoletto di terra che è la Città del Vaticano, Papa Leone non muove un muscolo. Fa sapere solo che non ha alcuna paura del presidente USA e non gli interessa duellare con lui come un bimbominkia.

“Non ho paura di Trump. Non sono un politico e non ho intenzione di fare un dibattito con lui. Io continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra, a cercare di promuovere la pace, il dialogo multilaterale tra gli stati per cercare la giusta soluzione ai problemi. Troppa gente sta soffrendo nel mondo”.

Ecco la lezione che ho imparato studiando i metodi comportamentali dei leader veri sui campi di battaglia della Storia, da Churchill a De Gaulle, da Mandela a Giovanni XXIII.

La differenza tra chi ha il potere e chi ne è posseduto sta tutta in questo istante di non-reazione.

Trump non sta attaccando il Papa perché abbia qualcosa da dire sul Papa, ma perché è un uomo che sta affogando, fuori di testa, fuori controllo, fuori da ogni logica, e le parole di pace e contro la guerra che Leone XIV professa ogni giorno lo infastidiscono, lo chiamano in causa. Lui e il suo padrone a Tel Aviv.

Hormuz è un disastro strategico di proporzioni bibliche, la più grande figuraccia internazionale della storia degli USA, pur costellata da sconfitte eclatanti, come il Vietnam e l’Afghanistan. Un vicolo cieco che sta erodendo ciò che gli resta di credibilità internazionale.

E, quando un uomo con un ego delle dimensioni di Manhattan, ma con un’intelligenza in vacanza da una vita, si trova con le spalle al muro, il suo sistema limbico primordiale cerca un nemico più grande. Un’ombra più lunga della sua, qualcuno che, per contrasto, lo faccia sembrare ancora rilevante.

Così ha scelto Leone, probabilmente consigliato dal suo esperto di comunicazione, la “bestia social” Steven Cheung.

Ma ha scelto male.

Nella Programmazione Neuro-Linguistica esiste un concetto che possiamo definire “ancoraggio di status”: quando attacchi qualcuno percepito come superiore nella gerarchia morale o spirituale, stai tentando di rubare un pezzo di quella percezione.

È il ladro che spera che, toccando il re, diventi re. Ma funziona solo se il re reagisce, se il re ti guarda con la stessa espressione con cui guarderebbe un piccione che gli ha sporcato la giacca.

Leone XIV non ha risposto alle provocazioni, non ha inveito contro Trump, ma è rimasto al centro della sua comunicazione, dicendo ciò che avrebbe fatto lui. Ha citato Trump solo per dire che non ha paura di lui. E in quel non-rispondere ha vinto.

Vedete, la vostra carriera, la vostra reputazione, la vostra anima, si giocano tutte qui, in questo preciso meccanismo neuro-comportamentale.

Quante volte avete risposto a una mail avvelenata alle due di notte, per scaricare fuoco e fiamme? Quante volte avete abboccato all’amo di un commento velenoso sui social?

Quante volte avete dato a uno sconosciuto il potere di rovinarvi la giornata solo perché ha premuto “invio” su una frase scritta con l’intenzione di ferirvi?

Beh, avete sbagliato. Sbagliate ogni volta in cui rispondete. E continuerete a sbagliare finché non capirete la lezione del Papa.

Il potere vero non è quello di chi urla. Non è quello che occupa lo spazio sonoro offendendo e aggredendo.

Non è quello che riempie i talk show e le timeline.

Il potere vero è quello che sceglie quando parlare, sceglie quando tacere, sceglie quando un attacco è così patetico da meritare un comunicato scarno e nulla di più. O uno sfottò.

Per esempio, quando scrissi Il Segreto di Lukas Kofler, un tizio che ebbe a che dire con me sui vaccini, e che mi dava del novax, pubblicò una foto che lo ritraeva seduto su un water, con il mio libro in mano, accompagnata da una frase con cui diceva che il mio romanzo faceva cagare.

Io condivisi il post dicendo che erano soldi spesi bene. Il Segreto di Lukas Kofler aveva anche effetti lassativi, perciò, in ogni caso erano soldi spesi bene. Il risultato fu un mare di like e boom di vendite nella settimana successiva.

Trump è un uomo disperato, ha gli occhi di chi sa di aver perso il controllo della narrazione. Ha la gestualità convulsa di chi cerca conferme in un algoritmo e il vocabolario emotivo di un adolescente che non ha mai imparato a gestire la frustrazione di lattante.

È uno sfigato perché ha tutti i soldi del mondo e nessuna pace interiore. Ha tutto il potere istituzionale possibile e nessuna autorità morale.

Ha microfoni ovunque e nessuno che lo ascolti davvero, solo gente che lo usa o lo teme.

Al contrario, Leone non ha un esercito, non ha missili, non ha una scorta degna di un imperatore, ma solo una tonaca bianca e uno sguardo che ha visto il dolore del mondo nei vicoli bui d’America e nei corridoi del potere vaticano.

Eppure, quando parla, parte del mondo si ferma e non perché urli, ma perché sa cosa dire e, soprattutto, quando dirlo. E sa colpire i nervi scoperti della verità.

Immaginate di essere Leone. Avete un miliardo e trecento milioni di fedeli che vi guardano e nemici potenti dentro e fuori la Chiesa.

Avete il capo di un’ex potenza mondiale che vi insulta pubblicamente, quindi, la tentazione di rispondere, di “mettere i puntini sulle i”, di “non far passare il messaggio” è fisiologica. È il vostro ego che urla vendetta.

Ma il leader si distingue proprio qui. Nel domare quell’urlo. Nel trasformarlo in un respiro, in una preghiera. In un’azione più grande e più lontana dal rumore di fondo.

La comunicazione strategica di altissimo livello non è fatta di parole, ma di spazi tra le parole, di pause, di quegli attimi di silenzio in cui l’interlocutore – o il nemico – è costretto a guardarsi allo specchio e a fare i conti con la propria miseria.

Trump ha lanciato un sasso e ha fatto rumore. Poi, il silenzio del Papa ha inghiottito quel rumore e lo ha restituito come un’eco vuota, patetica, che rimbalzava solo nelle stanze già piene della sua stessa voce.

Questa è la lezione per voi. Per l’artista che viene attaccato da un collega invidioso, per l’imprenditore che subisce una campagna denigratoria, per il professionista che vede il suo nome trascinato nel fango da competitor senza scrupoli.

Non rispondete, se non con un comunicato scarno. Aspettate e prendete tempo prima di un comunicato più corposo, ma mai sullo stesso registro di chi vi offende.

Alzatevi, uscite dalla stanza emotiva in cui vi vogliono intrappolare e osservate l’attacco dall’alto, come se foste già dieci anni avanti nel futuro a guardare questo piccolo incidente di percorso.

E chiedetevi se “questo attacco è una mia debolezza o è la proiezione della debolezza di chi lo muove?”

Nella stragrande maggioranza dei casi, è la seconda.

Il Papa non si è messo a insultare a sua volta. Gli è bastata una risposta semplice e ha fatto l’unica cosa che un vero leader sa fare quando il rumore è troppo forte: è andato avanti.

Ha continuato a fare ciò per cui è nato: ha servito, ha pregato e ha sorriso a chi aveva bisogno di un sorriso, mentre chi gestisce la comunicazione di Trump, che evidentemente ha tanto tempo libero, postava immagini realizzate da AI che lo ritraggono in versione Gesù Cristo.

Così Leone ha vinto la battaglia senza nemmeno scendere in campo. Perché alcune guerre si vincono con l’assenza, con la sottrazione, con quella calma olimpica che solo chi è veramente sicuro di sé può permettersi.

Trump ha i soldi, i riflettori e l’America che si interroga su di lui ogni giorno. Invece, Papa Leone ha la pace, il silenzio che riempie le piazze e lo sguardo di chi non ha bisogno di dimostrare nulla.

E, in questo confronto impari, tra urla e sussurri, tra tweet isterici ed encicliche meditate, sta tutta la differenza tra chi crede di essere un padreterno e chi, invece, di padreterno ne ha incontrato uno vero e ha imparato che il potere è un’eco. Perciò, se non urli, l’eco non torna indietro a disturbarti.

Essere leader non significa essere Trump. Leader è quel vecchio in bianco che guarda Roma dall’alto di una finestra e lascia che il vento si porti via le parole inutili.

Perché sa che le uniche parole che restano sono quelle che scegli di non dire, mentre chi è costretto a offendere e denigrare è un disperato che non sa più cosa fare.

IL GAS CHE SCOTTA. CLAUDIO DESCALZI E L’ULTIMA SPIAGGIA PER NON MORIRE DI CRISI ENERGETICA

di Pasquale Di Matteo

“L’obiettivo del 2027 è una trappola”.

Non lo dice un lobbista dell’ultimo minuto, non lo sussurra un nostalgico dei contratti di fornitura siberiani e neppure un putiniano.

Lo dice Claudio Descalzi, l’amministratore delegato di Eni, l’uomo che ha passato gli ultimi tre anni a correre in Africa per sostituire ogni metro cubo di gas russo con il GNL algerino, egiziano o mozambicano.

Eppure, oggi, il capo del Cane a sei zampe sbatte la porta in faccia alla follia di Bruxelles.

Non c’è spazio per le sfumature quando le fabbriche chiudono, perciò, mentre i tavoli europei battono il tempo su una tabella di marcia costruita sulla carta, Descalzi parla la lingua reale dei numeri, della matematica.

E i numeri dicono che il mercato globale dell’energia è un oceano in tempesta dove l’Europa è arrivata tardi e con la borsa vuota.

Gli investimenti in esplorazione sono tagliati da anni sull’altare del mantra green, così come l’offerta globale di gas è stagnante.

La fame di energia dell’Asia è in crescita verticale e, in questo scenario, dichiarare che dal 2027 non toccheremo più un solo elettrone di molecola russa è un salto nel buio che rischia di far schiantare il sistema industriale del Vecchio Continente.

Ancora una volta, la Commissione europea dimostra di essere il più grave dei problemi per famiglie e imprese europee.

LA DEINDUSTRIALIZZAZIONE SILENTE

Quella portata avanti dalla Commissione europea sembra una politica di deindustrializzazione.

Non si vede nei titoli di coda dei telegiornali, ma si vede nei bilanci delle acciaierie che spengono gli altiforni, nelle aziende chimiche che spostano la produzione in Louisiana perché lì il gas costa un quarto rispetto a quanto costa in Europa, nelle vetrerie che serrano i cancelli perché il conto della bolletta ha superato il margine operativo.

E sì che sono i prezzi che pagavamo al gas di Mosca, prima che l’idiozia europea ci conducesse a questo disastro annunciato.

Descalzi lo ripete come un mantra: l’energia non è un optional politico.

È la benzina che fa andare avanti l’Occidente, il cui cuore è il sistema industriale. E, quando un sistema industriale si inchioda, non riparte con un tweet o con un sussidio statale. E nemmeno con un messaggino di von der Leyen.

La competizione è globale e, se l’Europa si auto-infligge un embargo sui prezzi energetici che i suoi concorrenti americani e asiatici non subiscono, la sentenza è già scritta.

Stiamo scambiando la nostra base produttiva per una follia ideologica che colpisce famiglie e imprese europee.

IL PARADOSSO DELL’ALLINEAMENTO

La cosa buffa, se non fosse tragica, è vedere come le parole di Descalzi vengano brandite a seconda della convenienza.

Il Sole 24 Ore le legge come un allarme tecnico, una chiamata alla responsabilità di chi gestisce il rischio fisico dell’approvvigionamento.

Greenreport le seziona come un atto politico, un soccorso verso quella Lega che da tempo grida all’errore sanzionatorio, quasi che parlare di gas russo sia diventato un reato di opinione o una patente di “putinismo” militante.

Allora, chiediamocelo: quelli come Carlo Calenda, i paladini del “Putin è brutto, sporco e cattivo e Zelensky è un santo”, cosa propongono?

Dobbiamo chiedere agli italiani di spegnere i termosifoni e alle acciaierie di spegnere i forni per non fare un favore al Cremlino? Dobbiamo fare spallucce di fronte alle fabbriche che chiuderanno e ai dipendenti licenziati perché Mosca non deve averla vinta?

Vincere cosa se gli italiani in primis perdono anche lo stipendio?

Ormai, è chiaro che una certa politica sia totalmente sganciata dalla realtà, perciò, il gas non è un dogma, ma una merce.

E le merci non hanno sentimenti, non hanno morale, non hanno schieramenti geopolitici né un pensiero. Hanno un prezzo e una disponibilità e chi ignora questa ovvietà subisce un tracollo.

IL GNL: UN ANELLO AL NASO

Il mito del Gas Naturale Liquefatto (GNL) è l’ultima illusione di una politica senza spina dorsale.

Ci hanno raccontato che bastava rigassificare per essere liberi, ma nessuno ha spiegato agli elettori che il GNL è un mercato globale, dove il miglior offerente vince sempre.

E, indovinate chi è il miglior offerente quando la Cina o il Giappone aprono i cordoni della borsa?

Non certo l’Europa che si è legata le mani con scadenze temporali assurde.

Descalzi punta il dito sulla mancanza di investimenti. Per anni abbiamo confuso la transizione energetica con la dismissione delle fonti fossili, dimenticando che il gas di transizione – quello che serve per non far saltare la rete elettrica quando il sole non picchia e il vento non soffia – va estratto.

Va pompato, va trasportato.

E se smetti di cercarlo perché è “politicamente scorretto”, poi ti ritrovi a elemosinare carichi di GNL sul mercato, pagandoli a peso d’oro, finanziando di fatto chiunque possieda un terminale di esportazione che, il più delle volte, è proprio quell’attore che volevamo isolare. Come avviene con la Russia da quattro anni.

UN BANDO O UN SUICIDIO?

La domanda non è se sia auspicabile fare a meno del gas russo.

Certo che lo è, in un mondo ideale, fiabesco, di buoni e cattivi.

Ma nel mondo reale non esistono buoni, ma solo potenti e meno potenti.

Più in basso ci sono i fessi, gli europei.

L’Europa corre verso il 2027 come un maratoneta che ha deciso di correre senza una scarpa perché il suo allenatore ha detto che quella scarpa non è necessaria.

Quando Descalzi avverte sulla necessità di una revisione, sta dicendo una cosa elementare: non potete decidere a tavolino la fine della dipendenza se non avete costruito l’alternativa.

È ciò che noi di Tamago urliamo da anni.

Se il 2027 arrivasse domani, con i prezzi attuali e la scarsità di offerta, avremmo vinto una battaglia morale e perso la guerra economica, perché avremmo industrie ferme, famiglie in povertà energetica e un sistema elettrico che, per non collassare, dovrebbe ricorrere al carbone.

Un trionfo, non c’è che dire.

La politica italiana, come al solito, balbetta.

Da una parte la retorica del “mai più con Mosca”, dall’altra i contratti rinnovati a Israele, che commette crimini di guerra e contro l’umanità all’ennesima potenza rispetto alla Russia.

In mezzo, la disperazione di una classe imprenditoriale che vede il baratro e un CEO di una delle principali aziende energetiche mondiali che dice, quasi per disperazione, quello che chiunque abbia due neuroni funzionanti e un briciolo di senso del limite sa già: senza il gas di Putin, non c’è futuro.

Se davvero il 2027 è la data fatidica, perché non abbiamo ancora una strategia di sicurezza energetica che non dipenda dalla clemenza del mercato globale?

O forse, la verità è che preferiamo fallire seguendo un piano perfetto, piuttosto che salvarci ammettendo che il mondo, purtroppo, non gira come avremmo sperato?

Il documento del 2027 è scritto.

La realtà, però, se ne frega. E quando le due cose si scontreranno, non sarà il piano di Bruxelles a dover rendere conto, ma il conto corrente di chi dovrà pagare la luce, il mutuo, il recupero crediti e, nel peggiore dei casi, non avrà nemmeno più un lavoro.

È lì che finirà la morale, e inizierà la cronaca.

L’IRAN SE NE FOTTE DELLA VOCE GROSSA DI TRUMP. CRONACA DI UN FALLIMENTO ANNUNCIATO

di Pasquale Di Matteo

Il barile batte in ritirata. Da 112 dollari a meno di 100 in una manciata di giorni.

Il mercato ha tirato un sospiro di sollievo per una tregua – o presunta tale – tra Washington e Teheran, ma bisognerà vedere cosa accadrà nelle riaperture di oggi, dopo il weekend e dopo il prevedibile fallimento dei negoziati.

Il presidente americano ha inviato il suo vice a trattare, ma l’Iran ha rispedito al mittente le pretese da film hollywoodiani degli USA, perché Teheran non ha nessuna fretta e, finché Hormuz resta chiuso, a morire di sete sono quei paesi che non accettano di pagare tariffe per passare e non condannano chi viola il Diritto internazionale: nella fattispecie, USA e Israele.

Infatti, in queste ultime settimane, chi ha pagato e chi ha condannato apertamente i crimini americani e israeliani, ha visto le proprie navi passare da Hormuz.

Navi spagnole, giapponesi, cinesi e di altre nazionalità sono passate tranquillamente, polverizzando anche le balle galattiche sul presunto sminamento e le altre sciocchezze scritte e dette da Trump, sempre più in balia della sua follia.

Intanto, la realtà parla di bollette alle stelle e di magazzini sempre più vuoti, perché la verità è che l’Europa, nella sua cecità strategica, si è infilata in un vicolo cieco.

Da una parte dichiara guerra al gas russo, promettendo di azzerarne le importazioni entro il 2027, ma dall’altra, nel primo trimestre dell’anno, ha aumentato gli acquisti di GNL da Mosca del 17 per cento.

DICIASSETTE PER CENTO!

Quasi tre miliardi di euro spesi in un battibaleno per il gas proveniente dalla Siberia.

Un paradosso? No, necessità per non morire. O meglio, dipendenza.

Perché quando mancano le alternative e la politica estera è una barzelletta recitata male, si finisce per pagare il nemico affinché non ti lasci al gelo.

IL VOLTAFACCIA DI BRUXELLES E LA FANTASIA DELLE TASSE

Dombrovskis, il commissario europeo per l’economia, si è presentato davanti ai microfoni con l’aria di chi ha appena scoperto l’acqua calda: “L’economia è a rischio stagflazione”.

Ma dai! Lo scriviamo da settimane!

“L’impatto sulla crescita,” ha avvertito, “sarà dello 0,4%, o forse dello 0,6% se la crisi dovesse allungarsi.”

Numeri che, letti da un funzionario di Bruxelles, sembrano astrazioni matematiche, ma tradotti in euro, significano che metà della crescita potenziale europea del 2025 è finita bruciata in un conflitto che gli stessi leader europei hanno contribuito ad alimentare perché si sono rifiutati di sanzionare Israele e USA.

La soluzione proposta da Italia, Germania, Portogallo, Austria e Spagna è quella di tassare gli “extraprofitti” delle società energetiche, ma si tratta di una mossa da manuale del perfetto populista: colpire chi fa soldi in un momento di crisi.

Ma è una misura populista superficiale, perché, in economia, definire cosa sia un “extraprofitto” è l’esercizio preferito di chi non ha la minima idea di come funzionino i mercati.

Tuttavia, la politica ha fretta di dare un pasto ai propri elettori. E se il piatto è avvelenato, pazienza.

IL NODO DI HORMUZ: OLTRE LA PROPAGANDA

Non ci sono solo i conti pubblici in rosso, ma c’è soprattutto la logistica.

Il Financial Times ha dimostrato che gli aeroporti europei sono a secco di carburante e hanno solo tre settimane di autonomia, come dicono le associazioni di categoria. Tre.

Vuoi andare in vacanza il primo maggio? Portati una tanica di benzina in valigia o il necessario per un eventuale ritorno a piedi. Non si sa mai.

Le navi sono ferme nel collo di bottiglia di Hormuz.

E non per la speculazione finanziaria, come continuano a ribadire quelli i cui neuroni faticano anche a ricordare il proprio nome, ma è una questione di fisica dei flussi.

Il 20% del petrolio e del gas mondiale passa di lì. E se è vero che buona parte è diretto in Asia, l’Europa ne ha un gran bisogno, soprattutto per gli aerei, ma non solo.

Ciò che resta del petrolio acquistabile nel mondo aumenta di prezzo e bisogna offrire più del suo reale prezzo per non farselo soffiare da altri.

Inoltre, come abbiamo spiegato nell’articolo di ieri, se le fabbriche di semiconduttori asiatiche si fermano, buona parte delle aziende occidentali abbassano le serrane per mancanza di componenti.

Se il petrolio manca, mancano anche le plastiche, persino quelle per le flebo, cosa che chi continua a ripetere il famoso “solo il 20%” non sa o non è in grado di capire.

E va ricordato che da Hormuz non passa solo petrolio.

Intanto, le petroliere restano ancorate al largo, in attesa di un segnale, non tanto dagli iraniani, ma dalle società assicurative, che non vogliono diminuire il premio per il rischio schizzato alle stelle e diventato insostenibile per gli armatori.

Donald Trump, nel frattempo, ha ordinato alla sua marina di intercettare le navi che dovessero passare da Hormuz sotto pagamento, solo che si tratta di un’altra violazione del Diritto internazionale, tra l’altro senza avere alcun mandato per attuare un blocco.

Per di più, sarebbe esilarante – si fa per dire – vedere la risposta della marina cinese se quella americana dovesse fermare un’imbarcazione di Pechino.

E poi, non dovevano cancellare l’Iran in una sola notte?!

Sta di fatto che Washington è sempre più isolata nel mondo, con il Canada che si sgancia, parte dell’Europa che le volta le spalle e la Cina pronta a raccoglierne i cocci.

E il pazzo disperato alla Casa Bianca continua a chiamare anche Netanyahu. “Oh, fermati”, gli dice.

Peccato che l’interlocutore lo tenga al guinzaglio, probabilmente per i file Epstein, e che egli stesso rischi la galera in patria e nel resto del mondo, motivo per cui solo la guerra perpetua può evitargli le manette.

La tregua che tanto viene sbandierata non è che una pagliacciata o poco più. Il cessate il fuoco, ammesso che esista, è solo l’ennesima marcia indietro del bullo Trump, che minaccia e minaccia, ma continua solo a prendere calci.

Perché, come sosteneva sua madre, “è un idiota. Spero non si metta mai in politica perché farebbe disastri”.

Almeno una persona saggia in famiglia c’è stata. Avrà preso dal padre?

La finta tregua non elimina le cicatrici strutturali che la guerra ha inferto all’Occidente. Gli impianti petroliferi sono danneggiati, i circuiti del GNL sono saltati. Riparare tutto richiederà anni, non settimane.

L’ERRORE DI CALCOLO E LA DEINDUSTRIALIZZAZIONE

Pechino, in questo scenario, guarda e ride a crepapelle.

Mentre gli Stati Uniti si consumano in dispendiose manovre militari, con i missili Tomahawk che costano dai 4 ai 6 milioni di dollari l’uno, spesso intercettati male da una contraerea russa o iraniana, la Cina incassa.

Negli ultimi anni, Pechino ha acquistato molto più gas e petrolio di quanto servisse, perciò può fare a meno di Hormuz per mesi, nonostante diverse navi cinesi siano passate tranquillamente, insieme a quelle spagnole, giapponesi e di altri, come ricordato poc’anzi.

Mentre Trump cambia idea ogni ora, la Cina ha una visione con cui ha pianificato il 2060. L’India il 2070.

Noi, in Europa, stritolati prima dai capricci di Biden e ora da quelli di Trump, non sappiamo nemmeno se avremo abbastanza metano per riscaldare gli uffici a novembre.

Va detto che il processo di deindustrializzazione europea non è sfortuna né colpa di Trump, ma una scelta dei nostri leader fantozziani.

Siamo diventati una colonia di servizi, di zerbini, di senza palle, una colonia priva di base manifatturiera solida, aggrappata a contratti energetici che abbiamo stracciato in faccia a Mosca senza avere in mano un’alternativa credibile.

Il risultato? L’inflazione, una tassa occulta che erode il potere d’acquisto.

La classe media americana, e quella europea, in misura maggiore, subiscono il colpo. Prezzi del diesel su del 30%, inflazione allo 0,9% in un solo mese.

LE BUGIE DI GIORGETTI E IL MIRAGGIO DELL’ENI

Giancarlo Giorgetti, ministro dell’economia, ha ammesso in un raro momento di sincerità: “Credo nei miracoli, in passato spesso previsioni superate”.

È l’ammissione del fallimento.

Sperare nel miracolo di un giacimento Eni al largo dell’Egitto, sperare che la diplomazia faccia il suo corso, sperare che la Russia, nostro principale fornitore storico, ci faccia lo sconto. Ma attraverso intermediari, perché Putin è sporco e cattivo.

Eppure, i conti non tornano. Il debito pubblico italiano, al 137% del PIL, non perdona e non ci lascia nessuna speranza.

La realtà è che ci siamo fatti trovare impreparati. Abbiamo smantellato il nucleare, abbiamo messo in dubbio i combustibili fossili senza avere un’infrastruttura di rinnovabili in grado di reggere il peso di un sistema moderno.

E ora, in attesa che arrivi lo shock provocato da Hormuz, ci meravigliamo.

ALLORA, CHI HA MENTITO?

La narrazione di una guerra a bassa intensità, gestibile, è stata spazzata via dalla realtà dei fatti. Gli americani hanno armato un conflitto che pensavano di poter controllare, salvo poi scoprire che Teheran – o chi per essa – detiene il controllo del mercato energetico.

Gli alleati europei hanno accettato i dettami di Washington senza calcolare che, a pagare il conto alla fine della cena, sarebbero stati i cittadini del Vecchio Continente.

Così, resta la sensazione che la politica sia rimasta prigioniera delle proprie parole. Le dichiarazioni di solidarietà, le condanne feroci, i proclami di indipendenza energetica, oggi, suonano come inutili esercizi di stile davanti a un’inflazione che divora i risparmi.

Il gas russo continua ad arrivare, più di prima, ma paghiamo l’intermediazione e il rischio, perché dobbiamo sanzionare Mosca che viola il Diritto internazionale.

Perché l’Europa è come quel genitore che caccia di casa il figlio per aver fatto a pugni, ma si limita a un timido rimprovero verso il fratello maggiore che ha fatto a pezzi l’intera famiglia del piano di sotto.

Il mondo occidentale di oggi è il sistema perfetto per impoverire chiunque abbia la sfortuna di stare in mezzo a questo scontro di potenze.

Il disastro è compiuto e sta per arrivare, ma non sarà la guerra a colpirci, ma l’incapacità dei nostri leader di prevederla e la loro mancanza di coraggio di affrontare quelli che dovevano essere i nostri alleati, invece sono diventati i carnefici del mondo.

E ora, non resta che aspettare le limitazioni dei voli, i lockdown energetici, l’auto in garage a targhe alterne, prima che torni l’inverno a farci visita. E allora vedremo i veri effetti del disastro Israeloamericano.

Ma questa volta, senza neanche la certezza di avere una stufa accesa.

Chi ne pagherà le conseguenze?

Probabilmente, né Trump né Netanyahu. E nemmeno gli scappati di casa di Bruxelles che hanno firmato gli ordini di sanzioni alla Russia, salvo nascondere i manuali di Diritto di fronte ai crimini di Israele e Stati Uniti.

Le pagheremo tutti noi, persone comuni. Le pagheranno le aziende.

Perché chi sbaglia quasi mai paga, quando si tratta dei potenti.

COSA ACCADE ADESSO, DOPO CHE L’ULTIMA NAVE DA HORMUZ È ARRIVATA E NON CE NE SONO ALTRE PER 3 o 4 SETTIMANE, SEMPRE CHE HORMUZ RIAPRA ORA

di Pasquale Di Matteo

Trenta milioni di barili al giorno.

Questo è il numero che il ministro dell’Energia non ha pronunciato in parlamento.

Ha parlato di “ottimizzazione dei consumi stagionali”, ma trenta milioni di barili al giorno è il flusso che attraversava lo Stretto di Hormuz prima dell’aggressione di Israele e USA all’Iran.

Il meccanismo è noto a chiunque abbia lavorato con la logistica marittima: una petroliera viaggia a dodici nodi e impiega tre, quattro settimane per coprire la distanza dal Golfo Persico ai terminali europei del Mediterraneo.

Quando lo stretto si è chiuso, le ultime navi erano già in mare aperto, così, il mondo ha continuato a ricevere petrolio per quaranta giorni e qualcuno ha creduto che andasse tutto bene.

Intanto, secondo il New York Times, Teheran non è in grado di riaprire lo stretto perché non riesce a trovare le mine che ha disseminato lungo il percorso.

Trump continua con la sua propaganda da guappo dei poveri, quello che minaccia, che spacca il mondo, poi si ritira con una mano davanti e l’altra dietro.

Sul suo social, Truth, ha scritto che gli Stati Uniti stanno “iniziando il processo di bonifica dello Stretto come favore ai Paesi di tutto il mondo, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia, Germania e molti altri che, incredibilmente – ha aggiunto – “non hanno avuto il coraggio o la volontà di fare questo lavoro da soli”.

Peccato si sia dimenticato di ricordare che il 28 febbraio scorso, lo stretto di Hormuz fosse completamente libero e lontano da ogni impedimento e che lo stesso sia stato bloccato in seguito all’aggressione all’Iran di Israele e Stati Uniti, contraria al Diritto internazionale e priva di alcun mandato dell’ONU.

Va anche aggiunto che tante navi sono bloccate anche dai prezzi delle compagnie assicurative, diventati insostenibili per gran parte degli armatori, proprio in virtù della possibilità di vedere le navi danneggiate o affondate con tutto il carico.

L’ULTIMA NAVE

Proprio in questi giorni, attraccherà – o ha già attraccato – l’ultima petroliera partita prima della serrata. Il suo arrivo era stimato per il 10 aprile.

Le pompe svuoteranno la stiva, le cifre aggiorneranno i sistemi di monitoraggio delle scorte, e poi… silenzio.

Il rubinetto non si chiude, ma si svuota. Ed è peggio, perché l’esaurimento graduale lascia alle istituzioni il tempo di mentire a sé stesse, di credere che ci sia ancora margine. Persino il tempo di non fare niente.

Le registrazioni di una conversazione privata tra due dirigenti di una compagnia petrolifera nazionale, trapelate e verificate, indicano che le scorte attuali coprono il fabbisogno industriale per non più di tre settimane.

Il ministro Giorgetti, nello stesso giorno in cui avveniva quella conversazione, garantiva in televisione che “l’Italia è dotata di strumenti adeguati a fronteggiare le turbolenze dei mercati internazionali”.

Tre settimane sarebbero strumenti adeguati. Sempre che i dirigenti intercettati non siano catastrofisti e che le intercettazioni siano reali e non solo voci di corridoio.

Ma, attenzione: se anche Hormuz riaprisse oggi, a pieno regime, le prime navi arriverebbero in Europa non prima di metà maggio. Perciò, catastrofisti o no, la situazione non è solo critica, ma peggio.

LA VERITÀ CHE NESSUNO VOLEVA VEDERE

Il petrolio non è benzina, non è quella cosa che finisce nel serbatoio dell’auto e che, se raddoppia di prezzo, ti costringe a fare benzina un giorno sì e uno no.

Il petrolio è il mezzo con cui si scalda l’acciaio, si sposta il grano, si produce il cemento, si raffredda un data center e una AI.

È il sistema nervoso della produzione industriale. Senza il segnale, il corpo si paralizza. Senza petrolio, l’Occidente si spegne.

Le fabbriche di semiconduttori sono il caso più brutale, perché richiedono una corrente elettrica che non vacilli mai, nemmeno per un millisecondo. Un micro-blackout basta a bruciare un intero lotto da decine di milioni di euro.

Non si spengono e riaccendono come un condizionatore: quando si fermano, ripartire richiede settimane di calibrazione.

Se l’energia viene razionata, il comparto tecnologico non rallenta e basta, ma muore. E con lui muoiono tutti i settori che dipendono dai suoi componenti, che sono diversi: l’automotive, la difesa, la medicina, l’aerospaziale, la logistica automatizzata, l’informatica.

L’elenco è più corto se si nomina chi non dipende dai chip.

Il Vietnam produce il 15% dei componenti elettronici mondiali, una nazione che importa la quasi totalità del suo fabbisogno energetico ed è già nella lista di chi non riceverà più niente, perché gli Stati Uniti, la Cina e l’Unione Europea hanno iniziato da settimane a rastrellare il mercato, offrendo prezzi che Hanoi non può eguagliare.

Ma, quando le fabbriche vietnamite si fermano, le linee di montaggio tedesche e giapponesi restano senza componenti e, quando le linee tedesche si fermano, i concessionari europei smettono di consegnare auto.

La catena è esattamente lunga quanto il suo anello più debole. E l’anello si è spezzato dall’altra parte del mondo, per colpa della follia di Netanyahu e di Trump.

LA GERARCHIA CHE NESSUNO AMMETTE

Esiste una lista, non pubblica e nemmeno firmata, che non compare nei verbali ufficiali delle riunioni d’emergenza tenute a Bruxelles o a Washington, ma esiste.

È la lista di chi verrà salvato e di chi no. I criteri sono quelli che hanno sempre governato i mercati: chi paga di più, sopravvive, invece, chi non può permettersi il prezzo imposto dalla crisi, scompare.

I paesi del Corno d’Africa importano l’80% del loro fabbisogno alimentare. Il cibo viaggia su camion che bruciano gasolio.

Il gasolio viene dall’esterno.

Quando la catena si interrompe, il cibo non arriva.

Non è un’ipotesi, ma la logica sequenza di tre variabili che si tolgono una dopo l’altra.

La Banca Mondiale ha già aggiornato le sue stime di rischio sulla sicurezza alimentare in diciassette paesi. Il documento è datato 28 marzo, eppure, nessun quotidiano europeo lo ha messo in prima pagina per non allarmare i cittadini.

Le migrazioni che seguiranno non saranno gestibili con i meccanismi attuali e non perché i meccanismi siano inadeguati – perché erano inadeguati già prima – ma perché i numeri che si profilano rendono ogni politica di contenimento una finzione amministrativa. Chi fugge dalla fame non riempie un modulo di domanda d’asilo. Cammina, avanza e, se qualcuno gli impone un ALT, lo travolge con la forza della massa, di milioni e milioni di disperati.

IL MERCATO CHE HA SCELTO DI NON VEDERE

Le banche d’investimento hanno gonfiato il prezzo del greggio mentre il volume fisico crollava.

È una strategia precisa, quella di mantenere i margini quando la quantità diminuisce, alzando il valore unitario.

Funziona sui fogli di calcolo, ma non funziona sull’economia reale, perché il prezzo alto del petrolio deprime la domanda, e la domanda depressa rallenta la produzione; la produzione rallentata riduce il PIL, il PIL ridotto indebolisce la capacità di acquisto, compresa quella del greggio.

È un serpente che si morde la coda.

Un’impresa tedesca ha tentato di assicurarsi un carico di gas algerino pagando il 40% sopra il valore di mercato, ma il carico è stato dirottato verso la Spagna, che offriva il 50%.

L’accordo bilaterale energetico firmato da Berlino e Algeri nel 2022, con cerimonia, strette di mano e comunicati congiunti, non prevedeva una clausola per questo scenario. Oppure la prevedeva, e nessuno l’ha letta.

NESSUNO HA COSTRUITO LE SCIALUPPE

Per trent’anni, la diversificazione energetica è stata il mantra di ogni convegno sull’energia. Ogni libro bianco, ogni piano industriale nazionale, ogni discorso inaugurale di ogni ministro competente ha contenuto la frase “riduzione della dipendenza dal petrolio del Golfo”.

Poi i bilanci annuali arrivavano, e la voce “investimenti in resilienza energetica” veniva ridimensionata, spostata, rinviata. Costava. Il profitto immediato vinceva sulla tenuta sistemica a lungo termine. Ogni anno. Per trent’anni.

Chi ha preso quelle decisioni conosceva i numeri.

I rapporti dell’AIE, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, avvertivano da anni che la concentrazione dei flussi petroliferi su Hormuz rappresentava un rischio strutturale non gestito.

L’ultimo rapporto disponibile al pubblico, pubblicato nel 2023, dedicava un intero capitolo alla vulnerabilità delle rotte energetiche e alle insufficienze dei piani di emergenza nazionali, ma quel capitolo è stato citato zero volte nei dibattiti parlamentari dei principali paesi importatori nel 2024.

Zero.

L’EFFICIENZA COME TRAPPOLA

Il sistema economico globale è stato ottimizzato per l’efficienza, non per la sopravvivenza. Zero scorte in eccesso, flusso continuo, catena di fornitura tesa come un filo.

Quando il filo regge, il sistema è prodigioso e meno dispendioso, ma quando il filo si spezza, non c’è cuscinetto. Non c’è riserva. Non c’è piano B.

I magazzini europei lavorano con scorte medie di tre, quattro giorni per i beni di largo consumo; i supermercati ordinano sulla base delle vendite del giorno precedente e i camion partono ogni mattina sulla base degli ordini arrivati ogni sera.

Se i camion non partono, per mancanza di gasolio, per razionamento, per blocchi stradali legati ai disordini, gli scaffali si svuotano in settantadue ore. Non è una proiezione apocalittica, ma è la matematica del sistema che abbiamo costruito e che abbiamo scelto di non cambiare perché cambiarlo costava.

Ora costa di più.

IL MINISTRO SORRIDE

Il ministro sorride alle telecamere.

Il suo ufficio è riscaldato. La conferenza stampa è illuminata con led a basso consumo, dettaglio comunicativo che il suo staff ha curato con attenzione.

Fuori, le periferie industriali iniziano a spegnersi: turni ridotti, produzioni sospese, ordini congelati.

Le piccole e medie imprese che non hanno accesso ai contratti energetici preferenziali riservati alle grandi utenze stanno ricevendo lettere dai fornitori che comunicano “impossibilità temporanea di garantire la fornitura ai prezzi contrattuali”.

Temporanea.

I verbali della riunione d’emergenza tenuta pochi giorni fa tra i rappresentanti delle principali associazioni industriali e i tecnici del ministero non sono stati rilasciati alla stampa. Chi era presente riferisce di un incontro durato quattro ore, al termine del quale non è stato raggiunto nessun accordo su nulla. Si sono aggiornati a data da destinarsi.

Intanto, l’ultima petroliera è in arrivo o è arrivata mentre scrivo.

Dopo, qualcuno, in un ufficio che adesso è ancora caldo, dovrà spiegare come un sistema progettato per non avere alternative, perché quella era eccellenza, si è ritrovato senza niente.

La risposta è nei report che nessuno ha letto e nelle riunioni che non hanno prodotto niente.

Il documento è ancora lì, in un cassetto. Ha trent’anni.

Come gli anni di quelli a cui Trump e Netanyahu hanno ucciso il futuro.

IL COSTO DELL’ILLUSIONE, QUANDO LA PROPAGANDA DIVENTA REALTÀ

di Pasquale Di Matteo

Il generale Giuseppe Cucchi, in un caffè, scuote la testa.

Ali Larijani, braccio destro del potere iraniano, accenna un sorriso. Cucchi chiede: “insomma, questa bomba la fate o no?”.

Larijani risponde con un’altra domanda: “Se ti dicessi di no, ci crederesti?”

Il 17 marzo scorso, Larijani è morto sotto un missile a Pardis, così, la risposta alla domanda di Cucchi non è mai arrivata, o forse è esplosa nel silenzio di quella notte.

IL TEATRO DELLE OMBRE

La guerra non si vince più sul campo, ma nei pixel, nei comunicati, nella propaganda.

Le petroliere sono bloccate nello Stretto di Hormuz, con i motori spenti; i transiti sono crollati da 140 a 15 navi al giorno e non tanto perché gli iraniani non le fanno passare, ma perché le compagnie assicurative chiedono tariffe allucinanti per garantire la merce, così non c’è alcuna convenienza a muoverle da dove sono adesso.

Ma la vera partita non si gioca tra le onde, ma nello spazio angusto dei feed di Twitter e TikTok, nei video realizzati con l’AI, in cui leader mondiali diventano omini LEGO, in un’estetica che disarma, che trasforma il massacro in intrattenimento per bambini.

Perché la propaganda iraniana, a differenza di quella americana, israeliana e occidentale in genere, non cerca il consenso, ma il logoramento.

L’Occidente reagisce con le sanzioni, ma il rubinetto del greggio non si chiude, si sposta.

Vladimir Putin ringrazia per i prezzi che volano, infatti, il petrolio russo, bandito dalla porta principale, entra in Europa dalla finestra dei mercati terzi.

Chi paga il conto?

Il cittadino europeo, per colpa dei suoi leader macchietta. Il cittadino europeo che arriva al distributore e trova un prezzo che brucia come un insulto.

Trump ha commesso un errore di calcolo e, per colpa di questo suo errore, ha trasformato l’economia in un’arma di distrazione, salvo poi scoprire che l’arma gli si è ritorta contro.

LA STRATEGIA DEL LOGORAMENTO

L’Iran ha compreso una lezione che Washington non ha ancora capito, cioè che non serve annientare il nemico. Basta tenerlo sveglio, impedendogli di guardare altrove.

L’ “Asse della Resistenza” non è un esercito regolare, ma un’infrastruttura di disturbo. Hamas, Hezbollah, Houthi sono solo pedine, ognuna con un compito preciso: pungere. Pungere ovunque, contemporaneamente.

Immagina di avere mille ferite superficiali.

Non sono una coltellata all’addome, non ti uccidono, ma ti tolgono il sonno.

Ti tolgono le risorse e ti costringono a spendere milioni di dollari per intercettare un drone che ne costa al massimo quarantamila.

E, poiché la matematica non ammette opinioni, chi risponde con i missili Patriot sta perdendo, mentre chi spara il drone sta vincendo, perché sta comprando tempo e sta svuotando gli arsenali dei nemici.

Nel frattempo, il regime di Teheran si consolida, mentre la Casa Bianca annaspa tra promesse di ritiro, poi di un ultimo attacco mai visto prima, poi, ancora, di un nuovo ritiro. Tutte promesse mai mantenute e una presenza militare che è diventata un ostaggio degli eventi.

IL PESO DELLE PAROLE E LA POLVERE DELLE ROVINE

La politica estera italiana, in tutto questo, galleggia. Le navi italiane, bloccate al largo di Dubai e dell’Oman, trasportano il nostro export, le nostre auto, il nostro lavoro.

Gli equipaggi italiani aspettano. Sono marittimi, non soldati, ma la loro presenza in una zona di guerra è un dato che non finisce sulle prime pagine.

La discrepanza tra il dire e il fare è la misura del fallimento di questa diplomazia, per cui, da una parte, ci sono leader che annunciano trionfi dopo ogni bombardamento; dall’altra, la realtà dei siti nucleari danneggiati, ma non distrutti, degli scienziati uccisi, dei rifugiati che fuggono, ma della capacità missilistica ancora intatta.

E non solo quella.

Quando l’aeronautica israeliana colpisce, il regime iraniano chiude internet. Il blackout non è solo un atto di censura, ma è il silenzio necessario per costruire una narrazione.

La popolazione non sa cosa succede nel quartiere accanto, così l’informazione diventa un privilegio di pochi, gestito da chi ha il potere di accendere o spegnere il router.

LA VULNERABILITÀ DEL POTERE

Quando il drone colpisce, quando il radar si spegne, quando la diplomazia si riduce a un messaggio scambiato tramite intermediari pakistani, la maschera del leader cade. Che si tratti di Trump, Biden, Netanyahu, sono uomini soli che contano i danni di una partita che sfugge loro di mano e che hanno condotto senza senso e con tanta, troppa follia disumana.

Non c’è eroismo nel lancio di un missile intercettato, ma solo un calcolo contabile che si compie in pochi secondi.

E tu, che guardi da casa, sei parte di questo conteggio. La tua benzina, il tuo riscaldamento, il tuo silenzio mentre leggi le notizie, tutto fa parte della strategia.

Gli iraniani ti hanno già messo nel budget. Hanno messo nel budget il tuo fastidio, la tua paura, la tua indignazione. La loro resistenza non è fatta di ferro, ma di capacità di assorbire l’impossibile.

Cosa prevista da chi mastica geopolitica, ma non da chi siede ai vertici dei paesi aggressori e dei loro alleati.

L’EREDITÀ DEL SILENZIO

Quando la connessione tornerà, dopo quaranta giorni di buio, milioni di iraniani usciranno di casa e chiederanno conto di quanto accaduto. Coveranno odio e sete di vendetta nei confronti degli aggressori.

Israele si considera una superpotenza, così come l’America, mentre l’Iran si considera la resistenza.

Chi ha ragione?

Certamente non chi viola il Diritto internazionale e le Convenzioni di Ginevra, anche se non ci sono innocenti, se non il popolo iraniano, i libanesi e i palestinesi.

Ma, quando i bambini che hanno visto compiersi i crimini occidentali sul loro territorio, hanno visto genitori, fratelli e amici essere ammazzati da soldati, da missili, da bombe…

Quando quei bambini saranno adulti, cresciuti con la voglia di vendicare tutto il sangue versato per colpa degli americani e degli israeliani, quando quegli adulti organizzeranno attentati e uccideranno per rappresaglia, avremo almeno l’ardire di tacere o, ancora una volta, la faccia di tosta di definirli terroristi, criminali, chiedendo l’applicazione di sanzioni che per i criminali e i terroristi di oggi, invece, non si vede neppure l’ombra?

IL TEATRO DELL’ASSURDO IN MEDIO ORIENTE, CON LE CONTINUE VIOLAZIONI DI ISRAELE E IL SILENZIO IMBARAZZATO DELL’OCCIDENTE

di Pasquale Di Matteo

“La NATO non c’era quando ne avevamo bisogno, e non ci sarà se ne avremo bisogno in futuro”, parola di Donald Trump. Lo ha postato sul suo social network, il 9 aprile 2026.

Non è un’opinione qualunque, ma una dottrina che smonta settant’anni di architettura di sicurezza occidentale.

Mentre a Washington si discute se la missione UNIFIL italiana in Libano sia ancora sostenibile, a Beirut i bombardamenti israeliani non lasciano spazio a dubbi: la deterrenza è un reperto archeologico. La NATO non serve a niente, almeno se i nemici e i cattivi sono quelli che definiamo alleati e democrazie.

Le immagini che arrivano dal Libano, palazzi sventrati a Beirut, auto coperte di polvere, l’incessante lavoro delle ruspe tra le macerie, sono il bollettino di una guerra che nessuno ha dichiarato, ma che tutti stanno combattendo.

Israele ha colpito il Libano e lo ha fatto con una violenza che non ammette repliche. Eppure, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, in un tweet dai toni insolitamente misurati, ma fermi, parla di “violazioni del cessate il fuoco”.

Un accordo che doveva fermare l’emorragia di sangue, mediato, si dice, tra americani e iraniani, ma di cui Tel Aviv non ha tenuto conto, o peggio, l’ha stracciato appena siglato.

Netanyahu ha risposto per le rime. Il suo comunicato su X del 9 aprile è un capolavoro di retorica bellica: l’Iran è più debole che mai, Israele è più forte che mai. Nessuna traccia di tregua. Anzi, la promessa di una ripresa dei combattimenti.

Quello di Netanyahu è il rovesciamento della realtà: il premier israeliano agisce come se i suoi crimini di guerra e contro l’umanità fossero la cronaca di un successo, mentre le basi militari americane in Europa e nella regione diventano bersagli sempre più esposti.

La tregua, se così possiamo chiamarla, non ha fermato il massacro in Libano. Il Paese dei Cedri è, di fatto, escluso dal cessate il fuoco con l’Iran.

Giovedì scorso, le Idf hanno colpito obiettivi civili, costringendo migliaia di persone ad abbandonare le proprie case a sud di Beirut, un attacco che ha indotto Trump a chiedere a Netanyahu di moderare i toni per salvaguardare il successo dei negoziati che dovrebbero aprirsi la prossima settimana al Dipartimento di Stato.

Le condizioni poste da Netanyahu per avviare il dialogo sono da chi è fuori dalla realtà: disarmo di Hezbollah e creazione di “relazioni pacifiche”.

Il presidente libanese Joseph Aoun preme per un cessate il fuoco totale che includa il Libano, ma la realtà dei fatti parla di circa 1.700 morti, con oltre 300 persone ammazzate nel solo mercoledì precedente. In questo quadro, anche i vescovi americani, da Cupich a McElroy, hanno rotto il silenzio, appellandosi affinché l’interesse nazionale statunitense non prevalga sulla dignità umana.

Ma le loro parole si infrangono contro la realtà dell’amministrazione Trump e i crimini di quella Netanyahu.

USA E SANTA SEDE AI FERRI CORTI

Intanto, la frattura tra la Santa Sede e gli Stati Uniti di Donald Trump non è una questione diplomatica, ma esistenziale.

Se il pontificato di Giovanni Paolo II era costruito sull’alleanza di ferro con Washington in chiave antisovietica, con tanto di scambio di informazioni d’intelligence, come candidamente ammesso dall’ex direttore della CIA Robert Gates, oggi il dialogo è ridotto a moniti inascoltati e porte chiuse.

L’ultimo atto di questo distanziamento, iniziato già sotto Francesco, si consuma nel silenzio di fronte alla gestione della crisi in Iran e Libano.

Mentre Donald Trump esulta per una tregua – poi sistematicamente violata da Tel Aviv– celebrandola come l’inizio di una ricostruzione sotto l’egida americana, Leone XIV risponde con la liturgia.

Il Papa accoglie il cessate il fuoco con una “soddisfazione” che pare un esercizio di stile, subito corretto dall’esortazione alla preghiera per un lavoro diplomatico definito, non a caso, “delicato”.

Sabato 11 aprile, la basilica di San Pietro ospiterà una veglia per la pace. Un evento che, nel linguaggio della diplomazia vaticana, è l’equivalente di un grido d’allarme quando i canali ufficiali sono stati già recisi.

IL BLOCCO DI HORMUZ: OLTRE LA RETORICA

Il 10 aprile 2026, lo Stretto di Hormuz è di nuovo chiuso, in seguito al mancato rispetto dell’accordo da parte di Israele.

La marina iraniana ha dettato la linea: chiunque transiti deve chiedere il permesso. Le mappe di MarineTraffic non mentono. I segnali delle navi sono rari, sparsi, quasi timorosi. Il traffico marittimo, l’arteria vitale dell’energia mondiale, ha subito un rallentamento drastico.

Trump ha liquidato i crimini di Israele come “scaramucce separate”, ma chi mastica geopolitica sa che la scaramuccia è la scusa preferita dai poteri forti per coprire l’incapacità di gestire le crisi.

La verità è che il blocco non è un incidente di percorso, è una manovra politica. L’Iran, costretto all’angolo, sta usando l’arma dell’energia per dire agli Stati Uniti: “Se voi destabilizzate la nostra regione, noi destabilizziamo i vostri mercati”. E in questo gioco, le navi che trasportano petrolio diventano pedine di un Risiko che sta sfuggendo di mano.

I governi europei, spettatori di questa mattanza energetica, reagiscono con il solito, fiacco rituale della protesta diplomatica, ma che non si trasforma mai in sanzione o in invio di armi se ci sono in mezzo Israele e USA.

Antonio Tajani convoca l’ambasciatore israeliano, un atto dovuto, una procedura standard. Quasi una scocciatura per non dare l’impressione di essere a favore dei crimini.

Ma cosa si dicono, realmente, dietro le porte chiuse del Ministero degli Esteri? Probabilmente, nulla che non sia già noto: “Non toccate i nostri soldati”.

È un ordine che suona come una preghiera. Perché se un soldato italiano finisce vittima di un errore di calcolo israeliano, o di un’azione deliberata, la diplomazia non basterà più a giustificare la permanenza della missione e qualche italiano s’incazzerà sul serio.

Non tutti. Di zerbini di Israele e degli USA ne abbiamo a milioni.

Ma dietro le mosse militari in Medio Oriente, c’è la materia prima che muove il mondo: petrolio e gas.

L’Iran, in risposta alla criminale offensiva israeliana, ha stretto i rubinetti dello Stretto di Hormuz.

I Pasdaran hanno dichiarato le rotte abituali pericolose per la presenza di mine, imponendo passaggi alternativi vicino alle coste iraniane.

La petroliera AUROURA ne è la prova, dopo una brusca inversione di rotta per evitare il transito.

Il punto, però, è finanziario. I flussi energetici diretti verso l’Asia non viaggiano più solo in dollari.

Pechino e Riad hanno firmato accordi di swap valutario per 50 miliardi di yuan.

È il segno che il sistema del petrodollaro, nato nel 1974 con l’accordo Kissinger-Arabia Saudita, sta collassando.

Non male come risultato della “vittoria di Trump” e dei suoi sostenitori.

Trump lo sa. Sa che la perdita dello status di valuta di riserva globale del dollaro non è un problema contabile, ma una sconfitta militare.

L’ACCORDO CHE NON ESISTE

L’Articolo 2 del documento firmato il 21 giugno 2000 per regolare i rapporti tra UE e Israele recita che le relazioni si basano sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici. È una clausola essenziale. Senza, il trattato decade.

Eppure, le violazioni di Israele sono quotidiane da sempre. Se l’Europa avesse utilizzato lo stesso metro di giudizio con cui ha applicato 20 pacchetti di sanzioni a Mosca, a quest’ora Israele ne avrebbe collezionati molti più di 100.

Le infrastrutture in Libano sono polvere, la popolazione civile viene spostata come bestiame, in perfetto stile hitleriano, le basi internazionali subiscono colpi di avvertimento che sanno di minaccia.

L’Unione Europea osserva, commenta, ma non agisce. Tel Aviv può permettersi di fare ciò che Mosca non può nemmeno minacciare.

Il “rispetto dei diritti umani” è diventato un’appendice burocratica, utile solo per i discorsi ufficiali in Parlamento.

Pedro Sanchez, il premier spagnolo, è l’unico che sembra aver capito la gravità del momento.

“La comunità internazionale deve condannare questa violazione del diritto internazionale”, scrive. Chiede la sospensione dell’Accordo di Associazione.

E ha ragione da vendere. Fosse anche solo per coerenza. E dal punto di vista legale, viste le continue violazioni di Israele, la richiesta di Sanchez è ineccepibile.

Ma in questo teatrino che chiamiamo NATO e Occidente, il diritto è solo un’opinione.

La forza, quella vera, è di chi, come Israele, ha la forza economica di pagare le campagne elettorali di presidenti statunitensi, di organizzare festini con videocamere al seguito per ricattare i potenti del mondo, – vedi Epstein – e un servizio segreto implicato in migliaia di omicidi all’estero, qualcuno ancora molto sospetto, compreso quello di JFK, subito dopo aver minacciato Israele di tagliare gli aiuti americani se Tel Aviv non avesse concesso agli ispettori di visitare i laboratori scientifici che stavano costruendo l’arma atomica.

Teoria che, visti i tanti omicidi compiuti e rivendicati dal Mossad, è più che plausibile.

IL CROLLO DELLA DETERRENZA

Il Pentagono è in silenzio. Le truppe americane si muovono verso il Medio Oriente, ma non si capisce per fare cosa.

Proteggere? Aggredire? Difendere l’indifendibile dopo il disastro messo in piedi in queste quattro settimane?

La leadership militare statunitense è frustrata. Hanno spiegato al Presidente Trump che una guerra seria in Iran richiederebbe risorse che gli Stati Uniti, in questo momento, non possono investire. Ma il Presidente non ascolta e si sente vittima di una cospirazione, attorniato da generali che non hanno la sua visione “grande” delle cose.

Perché l’idiozia porta a credersi sempre molto più grandi e intelligenti di ciò che si è.

È questo il punto di rottura: il rapporto tra il comando politico e quello militare. Se i militari iniziano a dubitare dell’ordine di attaccare, la catena di comando si spezza. E, quando la catena si spezza, la superpotenza diventa una tigre di carta, proprio come temeva Mao.

E POI, L’IMMAGINE DANTESCA

Torniamo all’inizio.

Al 18 ottobre 2023. Quando ho scritto del primo ospedale bombardato a Gaza, sapevo che non sarebbe stato l’ultimo. E lo sapevo anche mentre tanti giornalisti iscritti all’albo cercavano scuse per giustificare i crimini di Israele.

La storia si ripete, ma con una velocità impressionante. Dante Alighieri, nel canto terzo dell’Inferno, non aveva bisogno di geopolitica per capire la natura “della perduta gente.”

“Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”.

Oggi, chi guarda alle decisioni di Washington, Tel Aviv, Teheran o Bruxelles, ha la netta sensazione di essere entrato in quella città dolente.

Non c’è strategia, non c’è calcolo, non c’è fine. C’è solo una sequenza infinita di atti criminali, giustificati da una morale che cambia a seconda di chi preme il grilletto, dove non esiste alcuna distinzione tra chi viene definito dittatore e chi si vanta di essere democratico.

Ma se oggi l’ordine di sparare arrivasse davvero e se i comandanti sul campo dovessero scegliere tra l’esecuzione e la disobbedienza, in quale girone dell’inferno si ritroverebbero, loro, e con loro l’intero assetto mondiale che abbiamo preteso di chiamare civiltà?

La risposta non è nei post squilibrati di Trump, né nei comunicati del criminale Netanyahu, nemmeno nei post ancora più squilibrati dei loro sostenitori, ma è nel silenzio assordante di chi, in Europa, continua a pensare che basti convocare un ambasciatore per fermare una guerra che non ha più alcun confine tra bene e male.

Il tempo non è galantuomo.

Il tempo, in questo caso, è solo un testimone muto di una fine annunciata, di un disastro annunciato.

Perché quando ai vertici del globo hai solo pazzi, criminali e incompetenti, il disastro è il meglio che possa capitare.

IL CESSATE IL FUOCO E I DIECI PUNTI CHE CANCELLANO LA CREDIBILITÀ DI WASHINGTON

di Pasquale Di Matteo

“Una civiltà intera morirà stanotte”, parola di Donald Trump.

Poche ore dopo, il presidente americano ha accettato di estendere l’ultimatum, poi di sospendere gli attacchi, infine ha avallato un accordo che, nei fatti, riscrive l’equilibrio di potere in Medio Oriente, in quella che non è una tregua, ma una resa mascherata da diplomazia, un cedimento strutturale della politica estera statunitense che ha lasciato sbigottiti persino gli alleati più stretti.

L’accordo, se così vogliamo chiamarlo, si poggia su dieci richieste che l’Iran ha dettato e che gli Stati Uniti, per ragioni che ancora oggi sfuggono a qualsiasi logica di sicurezza nazionale, hanno ratificato.

Le condizioni sono nette: stop definitivo agli attacchi, ritiro delle truppe USA dalla regione, risarcimento dei danni inflitti a Teheran, riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio, revoca di ogni sanzione.

Il tutto, condito dalla pretesa iraniana di mantenere il controllo sullo Stretto di Hormuz.

Prima del 28 febbraio, cioè prima dell’aggressione illegale di Israele e USA a Teheran, l’Iran non esercitava alcun controllo su quello stretto. Oggi, con la firma di questo documento, ne detiene le chiavi.

Trump, l’uomo che minacciava di cancellare una cultura millenaria, ora brinda alla pace con i medesimi interlocutori che fino a ieri bollava come terroristi e “bastardi”.

La Casa Bianca definisce questa capitolazione una “base praticabile su cui negoziare”.

Si tratta, tecnicamente, di una vittoria tattica strappata all’ultimo secondo, un espediente per evitare un tracollo dei mercati che, a ben guardare, stavano già iniziando a tremare paurosamente.

Il petrolio è crollato, certo, ma dietro la volatilità dei grafici si nasconde una realtà ben più insidiosa: la percezione, ormai diffusa nelle cancellerie di mezzo mondo, che gli Stati Uniti siano diventati una potenza che tratta sulla base dell’urgenza, senza strategia e in preda agli umori di quello che persino sua madre definiva “idiota”.

Il Primo Ministro pakistano, con Pechino alle spalle, ha recitato la parte del mediatore, invitando le parti a Islamabad, un teatro necessario, una scenografia diplomatica montata per nascondere il vuoto delle discrepanze tra le versioni ufficiali.

Nella versione del piano pubblicata in farsi, Teheran ha inserito esplicitamente la clausola di “accettazione dell’arricchimento dell’uranio per il programma nucleare civile”, ma questa frase, stranamente, è scomparsa nelle traduzioni fornite ai diplomatici occidentali e ai media internazionali.

Gli americani non l’hanno letta? O hanno preferito ignorarla per poter annunciare una tregua che salvasse il portafoglio di Wall Street, sacrificando nel frattempo la sicurezza a lungo termine di Israele?

Netanyahu sostiene di rispettare il cessate il fuoco, intanto, le operazioni in Libano proseguono, i raid israeliani non si sono fermati. E allora, a cosa serve questa tregua?

A ricaricare i missili, a spostare le truppe, a permettere ai mercati di respirare prima del prossimo shock?

Il “cessate il fuoco bilaterale” è un’illusione ottica: da una parte, l’Iran ha ottenuto la legittimazione del suo programma missilistico e nucleare sotto l’ombrello di un accordo che ne garantisce l’immunità; dall’altra, l’amministrazione americana ha barattato la propria egemonia regionale con una tregua che nessuno, a Teheran come a Washington, crede possa reggere oltre i quindici giorni previsti.

E poi c’è il Libano. Il grande escluso.

Nonostante il Pakistan avesse insistito affinché il cessate il fuoco includesse il fronte libanese, l’intesa finale ne omette quasi ogni menzione.

Hezbollah non è stato smantellato. Il partito milizia ha rafforzato il proprio radicamento, mentre le potenze occidentali assistono a uno spettacolo di trasformismo politico che ha dell’incredibile.

La politica interna italiana, nel frattempo, arranca.

Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha difeso l’accordo con una lucidità che, seppur corretta sul piano formale, suona come una giustificazione dell’inevitabile. “Nessun governo ha mai messo in discussione questi accordi, li abbiamo presi e applicati”, ha dichiarato in aula.

Tradotto: siamo parte della NATO, siamo alleati degli Stati Uniti, e se Washington decide di capitolare, noi dobbiamo per forza applaudire.

Il M5S e le altre opposizioni protestano, ma è un rumore di fondo, perché tutti gli altri sono, chi più chi meno, zerbini della Casa Bianca.

Il vero nodo non è cosa pensano i partiti italiani, ma il fatto che la nostra intera politica estera sia ostaggio di una rotta che viene decisa a migliaia di chilometri di distanza da un uomo che, nel giro di ventiquattro ore, è passato dall’essere un criminale di guerra e contro l’umanità a un mediatore.

Le foto che immortalano Giorgia Meloni insieme a figure legate al mondo degli affari, che ora emergono come presunti contatti in indagini giudiziarie, descrivono un panorama desolante.

Il sottosegretario Nicola Molteni, della Lega, e Giorgio Mulé di Forza Italia, insieme a esponenti di spicco come Renato Brunetta e Angelino Alfano, appaiono in un intreccio di contatti che tolgono il sonno.

Nessuno di loro risulta indagato, sia chiaro, ma la sovrapposizione tra la politica di alto livello e gli ambienti occulti dell’economia e dei clan malavitosi solleva interrogativi che rimangono senza risposta. La premier Meloni ha scelto di ignorare, o di minimizzare.

Eppure, il marciume emerge. Come riportato da Davide Milosa, il sistema di potere descritto dalle cronache giornalistiche non è un incidente di percorso, ma una modalità operativa consolidata.

I mercati, dal canto loro, hanno dato il verdetto. La volatilità del VIX è scesa, l’oro ha ripreso slancio, perché gli investitori, in questo mondo distopico, non cercano la stabilità, ma solo di capire da che parte cadrà la moneta il prossimo lunedì.

La stanchezza di un’amministrazione americana che non ha più la forza, o la volontà, di reggere il peso della sua stessa egemonia si specchia nella disinvoltura con cui leader autoritari come Xi Jinping si inseriscono negli spazi lasciati liberi.

La Cina sta tessendo la tela, offrendo all’Iran una sponda che gli Stati Uniti hanno deciso di non negare per non autodistruggersi.

Che cosa resta, quindi, di questa vicenda che somiglia a un teatro?

Resta un documento firmato in fretta e furia, resta la consapevolezza che il Diritto internazionale è diventato una variabile dipendente dal prezzo del barile e dalla bandiera dei attori sul palco, e resta la domanda che tormenta ogni osservatore onesto: se l’amministrazione Trump ha accettato condizioni che un anno fa avrebbe considerato inaccettabili, quale sarà la prossima concessione e che fine farà la credibilità di Washington?

Il cessate il fuoco è solo un nome.

La guerra continua, sotto altre forme, con altri attori, in altri teatri. Le macerie in Libano restano lì a testimoniare che la tregua, per chi vive sotto le bombe, non è mai arrivata.

Washington continua a dire che la situazione è sotto controllo, così come, fino una settimana fa, voleva il regime change e giurava che l’Iran era distrutto, salvo rimangiarsi completamente la parola.

Teheran continua ad armarsi e noi, spettatori di una partita a scacchi giocata da chi non conosce neppure le regole, restiamo a guardare il prossimo capitolo, sapendo bene che questa non è stata una vittoria, ma una delle più sonore sconfitte dell’America.

A chi giova questa pace armata?

Non all’Europa, schiacciata dal peso di politiche energetiche miopi, che la espongono a ogni variazione di prezzo di uno stretto che non può difendere.

Non al popolo iraniano, che rimane sotto il tallone di una leadership che ha saputo trasformare una crisi in un’occasione di sopravvivenza e di rivalsa, facendosi amare anche da parte di quel popolo che avrebbe voluto cacciarla, pur di cacciare gli aggressori criminali.

La vittoria, semmai, è di chi ha saputo attendere, di chi ha capito che in una partita in cui non ci sono più alleati, ma solo interessi, la parola data vale meno di un contratto di fornitura energetica.

La verità è sepolta nei verbali mancanti, nelle traduzioni edulcorate e nelle strette di mano davanti ai fotografi. Tanto ci siamo abituati ai capricci dell’America, che sa trasformare tagliagole di Al Qaeda in leader democratici, in giacca e cravatta, dalla sera alla mattina, come fatto in Siria.

Quando il fumo si diraderà, non resterà traccia di diplomazia, ma solo la certezza che il mondo di ieri è finito e quello di domani è già in mano a chi ha saputo dettare le proprie condizioni, con freddezza.

Resta solo da capire se la ritirata degli Stati Uniti sia un ripiegamento tattico o l’inizio di un lungo, inesorabile tramonto.

Prima del 28 febbraio, Hormuz era libero, l’Iran non aveva l’atomica, come confermato dall’AIEA, e i paesi del Golfo garantivano petrolio e gas all’Occidente, anche grazie alla presenza di basi americane.

Oggi, Hormuz è sotto il controllo iraniano, le basi americane sono per lo più danneggiate o distrutte, i paesi del Golfo stanno rivalutando la bontà della loro presenza nei propri territori, l’Iran correrà verso la bomba atomica, visto che l’Occidente, anziché difendere il Diritto internazionale, imponendo sanzioni a Israele e USA, ha preferito appoggiare gli aggressori, e il popolo israeliano è condannato a un futuro di instabilità e insicurezza.

Ma qual è il prezzo reale che pagheremo tutti per questo disastro in Medio Oriente è ancora difficile da quantificare.