I MERCANTI DI KIEV TRATTANO COL NEMICO DIETRO LE SPALLE DI WASHINGTON

di Pasquale Di Matteo

Sessanta per cento.

Non è una proiezione elettorale e nemmeno l’ultima stima dell’inflazione percepita nei discount di periferia, ma il sovrapprezzo che le aziende europee pagano oggi per spostare un container, una cifra che ha sfondato il tetto record della pandemia.

Mentre i governi dell’Unione continuano a recitare il copione della fermezza atlantica nei talk show, i fatti dicono che il commercio globale è in arresto cardiaco, perché lo stretto di Hormuz è diventato il cappio al collo dell’economia continentale e, a giudicare dalle mosse segrete di alcune cancellerie, la solidarietà con l’alleato americano si ferma dove iniziano i bilanci delle compagnie di navigazione.

HORMUZ IL NUOVO DAZIO CHE UCCIDE IL PORTAFOGLIO

Diverse fonti diplomatiche confermano che Francia e Spagna starebbero trattando sottobanco con Teheran per garantire il passaggio sicuro delle proprie navi commerciali nello stretto di Hormuz, pagando un pedaggio politico e materiale alla Marina delle Guardie Rivoluzionarie.

E la storia insegna che si tratta sempre con chi le guerre le ha vinte.

Si negozia con i Pasdaran, quelli che ufficialmente definiamo sostenitori del terrorismo, per evitare che i costi logistici mandino in default le nostre imprese.

Perché, alla prova dei fatti, sono quelli che hanno messo al tappeto Trump e la sua potenza militare.

I numeri non perdonano le fantasie dei politici. Qualche genio della logistica da salotto ha ipotizzato di sostituire le rotte marittime con il trasporto su gomma. Peccato che una singola nave container moderna trasporti il carico di circa 20.000 camion.

Immaginate una colonna di tir lunga centinaia di chilometri che attraversa l’Asia centrale, pagando mazzette a ogni frontiera e consumando gasolio a prezzi da gioielleria, inquinando a più non posso?

È tecnicamente impossibile, economicamente suicida e ambientalmente criminale.

Ma la retorica della “resilienza”, termine orribile almeno quanto l’idiozia che nasconde, serve a coprire il fatto che senza lo stretto di Hormuz, l’Europa è un’isola senza risorse. Teheran lo sa e ha pronto un sistema strutturato di pedaggi e controllo del traffico dove passeranno solo gli “amici” o chi paga il pizzo diplomatico.

Washington osserva, per ora, ma il tradimento europeo è già nei faldoni dell’intelligence, sebbene gli USA siano al tracollo finanziario e con gli arsenali svuotati dalla follia del chihuahua di Netanyahu che vive alla Casa Bianca.

LA DIPLOMAZIA DELLE OMBRE TRA PARIGI E TEHERAN

Mentre si tratta con l’Iran per non affogare nei costi di spedizione, a Bruxelles va in scena il teatro dell’assurdo sui fondi per l’Ucraina, poiché mancano 90 miliardi di euro.

Una cifra che i tecnocrati europei non sanno dove pescare, nonostante il nemico Orban sia stato fatto fuori dalle elezioni.

La soluzione “geniale” era quella di espropriare gli asset russi congelati, circa 200 miliardi di euro detenuti principalmente in Belgio, ma il governo belga, che teme di pagare da solo in una causa legale con Mosca, ha alzato il muro: toccare quei soldi significa scatenare una ritorsione finanziaria russa che farebbe saltare l’Euroclear e, con esso, la credibilità del sistema bancario europeo.

Così, mentre Zelensky chiede armi e soldi per pagare le pensioni ai suoi veterani, Mark Rutte suggerisce ai paesi membri di versare lo 0,25% del PIL nazionale.

Un altro prelievo forzoso dalle tasche di cittadini che già faticano a pagare le bollette del gas, per alimentare una guerra che sembra un pozzo senza fondo.

La verità è che l’Europa sperava che la Russia si piegasse già da tempo, ma ora le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale spostano l’asticella al 2027 e sono stime scritte sulla sabbia.

La realtà è che il programma di aiuti internazionali è vicino all’esaurimento e la “stanchezza della guerra in Ucraina” non è più un tabù, bensì un dato contabile.

MISSILI RUSSI DAL CUORE OCCIDENTALE

Se la politica è ambigua, l’industria bellica è spudorata. Le analisi tecniche sui frammenti dei missili da crociera russi recuperati dopo l’ultimo attacco massiccio su Kiev rivelano un dettaglio che nessuna sanzione è riuscita a scalfire: dentro quei missili ci sono oltre 100 componenti di fabbricazione occidentale.

Microchip, sistemi di guida, sensori prodotti quest’anno, perché “business is business”.

Mentre i governi vietano l’esportazione di beni di lusso a Mosca, le componenti critiche per l’industria militare russa continuano a fluire attraverso triangolazioni in Kazakistan, Turchia ed Emirati Arabi Uniti.

Zelensky rivendica il diritto di colpire i siti petroliferi russi come rappresaglia per i 1.600 tra droni e missili lanciati contro le sue città, ma la verità è che stiamo armando entrambi i contendenti.

Da una parte mandiamo i vecchi Leopard aiuti di Stato, dall’altra le nostre aziende vendono, via terzi, la tecnologia necessaria a Putin per costruire i droni che quei Leopard li fanno saltare in aria.

È il paradosso di un’Europa che si dichiara in guerra morale ma resta in affari materiali con il nemico, il paradosso di una leadership europea a cui manca un leader che non sia insano di mente e che abbia un briciolo di cultura geopolitica.

LA GUERRA DELLE BANDIERE E LA PROPAGANDA TIKTOK

Le forze ucraine annunciano la liberazione di centri abitati come Odradne o Kostantynivka, mostrando video di soldati che issano il vessillo giallo e blu, ma, passano poche ore, e il Ministero della Difesa russo pubblica filmati speculari, sostenendo che si tratti di semplici missioni di infiltrazione: gli ucraini arrivano, piantano la bandiera per il video da dare ai media occidentali e poi scappano sotto il fuoco dell’artiglieria.

E i russi fanno lo stesso.

L’intelligence britannica e l’ISW (Institute for the Study of War) battono la grancassa dei successi ucraini a Kupiansk, ma se si guardano le mappe geolocalizzate, la linea del fronte è immobile da mesi, se non per micro-avanzamenti che costano migliaia di vite.

È una guerra d’immagine servita a giustificare i miliardi che mancano all’appello.

Nel frattempo, Mosca valuta di coinvolgere la Bielorussia per un attacco da nord, tenendo alta la tensione sul confine NATO.

È un bluff? Forse.

Intanto Putin prepara i bagagli per Pechino. L’asse tra lo zar e Xi Jinping è l’unica certezza in un mare di incertezze europee. Mentre noi trattiamo in segreto con l’Iran per un container di componenti elettroniche, la Russia e la Cina firmano accordi strategici che ridisegnano le rotte del secolo.

IL CONTO SALATO DELLE PROMESSE NON MANTENUTE

Chi paga per questo caos?

Non certo i tecnocrati di Bruxelles, che non ne hanno azzeccata mezza in quattro anni e mezzo, né i produttori di armi, che vedono i propri titoli volare in borsa. A pagare è il cittadino europeo.

Ogni volta che una nave è costretta a circumnavigare l’Africa perché il passaggio di Hormuz è troppo caro o troppo pericoloso, il prezzo del latte, del pane e dei medicinali sale.

Durante la pandemia ci dicevano che mancano i chip per le schede video, ma oggi scopriamo che i chip ci sono, ma finiscono nei missili che cadono su Zaporizhzhia invece che nelle macchine per la risonanza magnetica dei nostri ospedali, i cui budget sono stati tagliati per finanziare i “fondi per la pace” che servono a comprare granate.

È un sistema che si sta mangiando la coda. Abbiamo rinunciato al gas russo per dipendere dal GNL americano (più caro) o dai capricci di Teheran. Abbiamo promesso 90 miliardi a Kiev che non abbiamo in cassa. Abbiamo sanzionato la Russia continuando a venderle i pezzi per le sue armi.

L’Europa è una vecchia signora che cerca di mantenere il decoro mentre il soffitto le cade addosso.

Si finge unita sotto l’ombrello della NATO, ma va a braccetto con i Pasdaran se il nolo marittimo scotta troppo.

Dice di voler difendere la democrazia, ma non sa come spiegare alle famiglie perché una bolletta costi quanto un mese di affitto.

TRUMP E IL GRANDE VUOTO TRA URANIO IRANIANO E RISERVE DI PETROLIO ALL’ASCIUTTO

di Pasquale Di Matteo

“Non ci sarà nessun accordo con l’Iran, se non la resa senza condizioni”.

Donald Trump lo scriveva sul suo social network il 6 marzo 2026.

Una linea rossa categorica, il leader dell’impero americano esigeva la sottomissione totale di Teheran, intanto svuotava i sotterranei di casa propria per non far saltare i nervi ai suoi elettori.

E oggi?

LA BENZINA SUL FUOCO DELLE ELEZIONI

Mentre Trump ridicolizza le atlete transgender per strappare l’applauso facile nelle arene del Midwest, i numeri del Dipartimento dell’Energia lo demoliscono.

Gli Stati Uniti stanno bruciando le proprie riserve petrolifere strategiche (SPR) a un ritmo frenetico per mantenere i prezzi della benzina artificialmente bass, ma le stime dicono che, entro giugno, quelle riserve toccheranno i minimi storici.

Il limite psicologico e politico è di 5 dollari al gallone. Oltre quella soglia, la retorica della “grandezza americana” si scontra con il portafoglio di chi deve andare al lavoro in pick-up, perciò, la rivolta interna diventa un’opzione sul tavolo.

Gli americani hanno quasi raddoppiato l’esportazione di petrolio, ma è un gioco di prestigio pericoloso: vendono quello che non hanno per nascondere un vuoto di mercato di 14 milioni di barili al giorno.

Più o meno la stessa cosa la stanno facendo gli europei.

La Cina, nel frattempo, osserva e riduce i consumi di 5 milioni di barili, accumulando silenziosamente mentre l’Occidente consuma le proprie ultime cartucce energetiche per vincere un ciclo elettorale.

L’URANIO COME ASSICURAZIONE SULLA VITA

Dall’altra parte del mondo, Teheran non ha nessuna intenzione di assecondare i desideri di Mar-a-Lago e il piano in 14 punti rilanciato da Galibaf, presidente del Parlamento iraniano, non è una base d’asta, ma uno schiaffo.

Per liberare l’Occidente dall’assedio di Hormuz, l’Iran chiede tutto: ritiro delle truppe americane dal Medio Oriente, fine del blocco navale, restituzione di miliardi di dollari congelati e risarcimenti per i danni di guerra.

Trump e Netanyahu hanno fallito militarmente. A detta della CIA, nonostante i bombardamenti mirati, l’Iran conserva il 75% dei suoi lanciatori mobili e oltre il 70% dei missili che aveva prima dell’inizio delle ostilità.

Ma il vero punto di rottura sono i 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%. Per Teheran, consegnare quell’uranio sarebbe un suicidio geopolitico.

E se Trump non è riuscito a prendersi l’uranio con le bombe, perché l’Iran dovrebbe consegnarglielo con la diplomazia?!

Nel sistema internazionale, uno Stato può chiedere alla controparte solo ciò che sarebbe in grado di ottenere con la forza. E Washington, con le riserve strategiche di greggio che colano a picco, non può permettersi una guerra d’attrito che farebbe schizzare il petrolio a livelli da collasso economico mondiale.

L’uranio arricchito è l’unica garanzia che Teheran ha contro una nuova firma di Trump che, venti minuti dopo un eventuale accordo, potrebbe reintrodurre le sanzioni con un capriccio da bambino viziato, come è nel suo stile.

LA PSICOPATOLOGIA DEL MAPPAMONDO

La figura di Trump ricorda Charlie Chaplin nel Grande Dittatore: il mappamondo preso a calci come un pallone. Non è un’iperbole, ma la descrizione di un potere che ha perso il contatto con il fattore umano.

Trump deride le minoranze, Xi Jinping progetta ospedali gestiti da robot dove l’infermiere è un algoritmo senza empatia, e Peter Thiel teorizza che la libertà di pensiero sia un ostacolo al progresso tecnologico e scientifico.

Siamo di fronte a un potere che, non sapendo più gestire la complessità dei fatti e dell’umanità, dalla penuria di petrolio alla resistenza missilistica iraniana, si rifugia nella creazione di una realtà distopica pur di non ammettere il proprio fallimento.

Paolo Crepet dice chiaramente che nessuno di questi leader è “sano” secondo i parametri comuni, ma l’errore è chiuderli in una casa di cura mentale, perché il problema non è la loro follia, ma la nostra rassegnazione a un mondo dove il capitale umano è stato sostituito dalle macchine e il dibattito pubblico dalle grida contro i nemici di paglia.

IL BLUFF DEL POTERE ASSOLUTO

Il muro contro muro tra Washington e Teheran sta producendo un effetto collaterale che i consiglieri di Trump e le loro Intelligenze Artificiali non avevano previsto: la radicalizzazione totale dell’Iran.

Il sostegno di Cina e Russia, che hanno intensificato i traffici su gomma e rotaia per aggirare i blocchi navali americani, ha reso l’Iran un perno della resistenza all’egemonia del dollaro.

L’Europa, dal canto suo, assiste isolata e balbuziente.

Mentre i prezzi dell’energia e dei fertilizzanti minacciano la sicurezza alimentare di interi continenti (il 13% delle importazioni africane transita per le rotte controllate da Hormuz), la Casa Bianca continua a vendere un’immagine di forza che non corrisponde ai depositi di carburante e alla reale forza del dollaro, oggi.

L’Iran aspetta che la recessione mondiale morda l’Occidente. Aspetta che il prezzo della benzina superi la soglia di guardia nelle pompe di San Diego e Dallas. Aspetta che il bluff energetico di Trump venga scoperto dai cittadini occidentali.

Il 2026 si sta trasformando nell’anno della grande smentita. La pretesa di un potere assoluto, capace di decidere chi può gareggiare in una piscina e chi deve smantellare le proprie centrali nucleari, sta andando a sbattere contro la scarsità delle risorse per sostenersi.

Si può governare un Paese a colpi di tweet e provocazioni, ma non si può alimentare una portaerei con la retorica.

Trump chiede la resa incondizionata, ma i suoi serbatoi sono vuoti e l’Iran tiene in mano il rubinetto dell’uranio e dei traffici commerciali di energia occidentali e guarda l’orologio, sapendo che il tempo, in geopolitica, è una risorsa preziosa quanto il greggio.

Perché, quando le riserve strategiche americane saranno esaurite, chi chiederà la resa a chi?

Senza petrolio non c’è proiezione di potenza.

Trump avrà avuto tempo e modo di capire almeno questo o era troppo occupato a scrivere un post contro le atlete trans?

TRUMP A PECHINO E IL BARATTO SEGRETO SU TAIWAN

di Pasquale Di Matteo

Donald Trump è tornato a Pechino con il cappello in mano, dopo quasi dieci anni dalla sua ultima passerella nella Città Proibita, ma stavolta l’aria non vibra per le salve di cannone della guardia d’onore, bensì per il ronzio dei droni iraniani che l’intelligence americana non riesce più a fermare.

Il “Maga”, l’uomo dei dazi e dei muri, il presidente che ha costruito la sua intera carriera politica insultando il “nemico cinese”, si è presentato alla corte di Xi Jinping con una richiesta che ha il sapore della disperazione: “Aiutaci a gestire Teheran”.

È la fine monumentale di un’amministrazione che ha promesso la sovranità assoluta e si ritrova a subappaltare la propria politica estera al principale rivale sul pianeta.

Il cerimoniale cinese osserva con un misto di disprezzo e pragmatismo questo leader occidentale che parla di forza, ma agisce per disperazione, senza azzeccarne mezza.

Trump ha bisogno di Xi Jinping perché gli Stati Uniti si sono infilati in un vicolo cieco nel Golfo Persico.

Quindi, da una parte ci sono i dazi che dovevano mettere in ginocchio l’economia del Dragone, ma che hanno avuto l’effetto opposto, dall’altra c’è la realtà del prezzo della benzina, che sale nelle stazioni di servizio del Midwest, proprio mentre le elezioni di metà mandato si avvicinano come un plotone d’esecuzione per i Repubblicani.

IL PARAVENTO DEI DRONI E IL SILENZIO DI WASHINGTON

Mentre a Washington Marco Rubio prova a vendere al pubblico di Fox News l’idea che l’Iran stia sviluppando un arsenale di droni e missili solo come “scudo” per il suo programma nucleare, – quello che l’AIEA continua a dirci non esistere – la realtà è che l’Iran non sta solo costruendo una difesa, ma ha creato una capacità convenzionale talmente massiccia da rendere ogni intervento militare americano un suicidio logistico ed economico.

È una lezione di realismo che la Casa Bianca ha dovuto digerire a fatica: il regime degli Ayatollah ha ottenuto l’immunità attraverso la saturazione dello spazio aereo.

Ma c’è un dettaglio che Rubio omette di dire, e che i documenti interni del Dipartimento del Tesoro confermano con freddezza.

La Cina compra il 90% dell’energia prodotta dall’Iran. Pechino non è un semplice spettatore della crisi in Medio Oriente, ma ne è l’azionista di maggioranza.

Ogni drone che decolla da Teheran, ogni missile che minaccia lo Stretto di Hormuz, è indirettamente finanziato dai petro-yuan che fluiscono dalle banche cinesi verso le casse dei Pasdaran.

Trump lo sa. Sa che per fermare l’Iran non servono i bombardieri B-2, ma una telefonata di Xi Jinping. E per quella telefonata, il Dragone ha già presentato il conto: Taiwan.

IL DOLLARO AMMACCATO E L’OMBRA DEL CIPS

Il potere americano è sempre stato un tridente: portaerei, tecnologia e dollaro.

Oggi, tutte e tre le punte mostrano segni di ruggine.

Il primo semestre della nuova presidenza Trump è stato il peggiore per il biglietto verde negli ultimi cinquant’anni. E non è un caso, bensì una conseguenza.

L’aggressività commerciale di Washington, accoppiata a un deficit di bilancio che assomiglia a una voragine senza fondo, ha convinto gli investitori che il dollaro non è più l’unico bene rifugio sicuro.

Mentre Trump twitta minacce contro le banche cinesi, Pechino lavora in silenzio alla costruzione dell’alternativa, che è il CIPS (Cross-Border Interbank Payment System), l’equivalente cinese dello SWIFT occidentale.

Nel 2010, le transazioni internazionali in yuan erano meno dell’1%; oggi superano il 50% delle entrate cinesi.

Oltre 1.700 banche, incluse alcune istituzioni turche e mediorientali, hanno già aderito al sistema di messaggistica bancaria di Pechino. È l’inizio della fine dell’egemonia finanziaria americana.

Quando il petrolio iraniano viene scambiato in yuan, le sanzioni di Washington diventano carta straccia, semplici suggerimenti che il resto del mondo ignora con un sorriso sarcastico.

Scott Bessent, il Segretario al Tesoro americano, osserva il surplus commerciale cinese da un trilione di dollari e parla di “rischio di sbilanciamento globale”.

E la verità è che il tavolo è già saltato.

TAIWAN: LA MERCE DI SCAMBIO SUL TAVOLO DEI CHIP

Xi Jinping è stato chiarissimo durante il faccia a faccia con Trump: “Una mala gestione del dossier Taiwan porterà alla collisione”.

Non è una previsione, è un avvertimento. Per Pechino, Taiwan non è una nazione, è una provincia ribelle, ma per il mondo, Taiwan è la fabbrica dei semiconduttori senza i quali l’industria tech americana smetterebbe di esistere in quarantotto ore.

Il timore che serpeggia a Taipei è che Trump sia pronto a tutto pur di incassare un successo elettorale immediato.

Se Xi offre la riapertura dello Stretto di Hormuz e una moderazione dell’Iran in cambio di un disimpegno americano nell’isola, cosa farà il presidente che ha già definito l’Ucraina “un peso” e che parlava di “comprarsi la Groenlandia” come se fosse un immobile pignorato?

Taiwan teme di essere scaricata. Il governo dell’arcipelago ripete che “nulla è cambiato”, ma i fatti dicono il contrario.

Trump si è portato dietro a Pechino Jensen Huang, il CEO di Nvidia. Non lo ha fatto per cortesia istituzionale, ma perché la partita si gioca sui chip. Se la sicurezza di Taiwan viene sacrificata sull’altare di un accordo energetico con la Cina, gli Stati Uniti non perderanno solo un alleato democratico; perderanno il controllo del cervello elettronico del pianeta.

LE BUGIE BIPARTISAN E IL REALISMO DELLA POMPA

Un gruppo di senatori, sia Repubblicani che Democratici, ha scritto a Marco Rubio chiedendo di non “scaricare” Taipei. È la solita retorica del Congresso che cerca di salvare la faccia mentre l’amministrazione prepara il baratto.

Rubio risponde che la politica statunitense “rimane invariata”, una frase che in geopolitica precede quasi sempre un tradimento clamoroso, perché ricorda molto “stai sereno” di renziana memoria.

La realtà è che l’elettore medio americano non sa dove si trovi Taiwan e non gli interessa nulla della sovranità del Mar Cinese Meridionale. L’elettore americano guarda il contatore della pompa di benzina.

Trump, che ha costruito il suo consenso sulla pancia del paese, sa che la sua sopravvivenza politica dipende dai prezzi dell’energia, perciò, se per abbassarli deve concedere a Xi Jinping il via libera su Taiwan, lo farà senza battere ciglio, magari vendendo il tutto come “il più grande accordo della storia”.

LA FINE DEL SECOLO AMERICANO

Siamo arrivati al punto in cui la superpotenza deve chiedere il permesso al suo rivale per poter navigare nel Golfo. Il picciotto di quartiere che chiede il permesso di operare al nuovo boss mondiale.

Pechino ha riadattato il suo sistema bancario, ha blindato le sue rotte energetiche e ora aspetta che il frutto maturo di Taiwan cada per gravità.

Trump si è presentato a Pechino convinto di poter fare il “deal” del secolo, ma si è ritrovato in una partita a scacchi dove lui muove i pedoni e Xi Jinping possiede la scacchiera da dominatore.

Mentre i media ufficiali cinesi decantano l’incontro come una vittoria della “visione di Xi”, la Casa Bianca tace sui dettagli dell’ennesima sconfitta dell’America.

Le petroliere iraniane scaricano greggio pagato in yuan, le fregate americane sono sostanzialmente impotenti e il mondo aspetta che Pechino decida quale sarà il prossimo prezzo da pagare.

E pensare, che prima del 28 febbraio scoso, Hormuz era libero e l’Occidente non stava per vivere la più devastante crisi finanziaria della storia contemporanea.

Se distruggere l’Occidente e consegnare lo scettro del mondo a Pechino era l’obiettivo dell’aggressione illegale all’Iran, il successo di Israele e USA è raggiunto.

I GAMBERI E L’ALTA MODA 

di Danilo Preto

Dobbiamo essere sinceri. Ci dispiace un po’, ma quello che stavamo scrivendo ed illustrando sul mondo della moda ha purtroppo preso forma.

Ed è un andamento negativo. È vero, tutto è determinato dalle tensioni internazionali che provocano virate nei consumi, ostacoli nei trasporti, riduzione di budget, scarsità economiche anche nelle tasche dei più ricchi.  

LE MAISONS  

Era nell’aria, ma dopo i segnali del primo trimestre 2026 molte case di moda importanti, che avevano già previsto un andamento asfittico, hanno potuto assorbire meglio i contraccolpi di un mercato molto riflessivo.

Dispiace che a farne le spese siano stati anche brand italiani, anche se non più accasati in Italia, come Gucci. Qualcuno era già stato previdente e aveva cominciato ad usare il “braccino corto”. 

A risentirne di più sono i colossi internazionali: Lvmh e Kering. Il primo, ad esempio, sulla scorta della riduzione del mercato cinese e giapponese ha perso il 40% di capitalizzazione rispetto al 2021, secondo notizie dei beni informati. 

Ma anche Chanel ha dovuto subire una riduzione di ricavi del 30%, nel primo trimestre 2026. Chanel ha risposto in maniera convenzionale riducendo i costi e alzando il prezzo dei suoi prodotti. Banale ma è stato così! 

IL FAST FASHION 

Registro diverso invece sulla sponda del fast fashion.

Investimenti importanti e previsioni di aperture senza precedenti, ma senza strafare.

Il momento insomma pesa per tutti, ma visto che siamo diventati tutti tendenti ad imitare i modelli delle maison, va bene anche una Zara, un h&m, un…. che a quei modelli firmati si ispirano. 

I guardaroba femminili e maschili sono sempre vuoti. Si sa.

Chi sta meglio di tutti è chi propone il second hand, ora in grande spolvero.

Se noi abbiamo deciso che non possiamo portare il modello della fine dell’anno scorso anche quest’anno non resta che la consolazione che qualcun altro indosserà i nostri bei capi firmati, ripuliti, stirati e pronti per far vivere di gioia altri/altre umani. 

A prezzi decisamente più abbordabili. 

LE STAR DEL TENNIS 

Non si era mai visto prima. La tennista bielorussa Aryna Sabalenka, per la prima volta al mondo, è scesa sul campo di gioco agli internazionali di tennis a Roma con una borsa da viaggio Gucci. 

Gli ha fatto da contraltare Jannik Sinner, attuale numero uno al mondo, anche lui con il borsone porta racchette marchiato Gucci. 

Ma c’è di più: anche il più blasonato e statico campo da tennis del mondo, Wimbledon, ha dovuto rinunciare ad imporre biancheria intima di colore bianco alle tenniste. 

Insomma cambia tutto nel tennis. Anche le mutande. Segno dei tempi? 

IL DIAVOLO VESTIVA PRADA                                   

Dopo 25 anni esatti, è uscito il Diavolo Veste Prada 2. 

Voi direte: un sequel vale l’altro. Per noi che siamo abituati a digerire sequel su sequel è indubbiamente così. 

Ma qualcuno lo ricorda, che per lanciare un film che deve avere la disponibilità coercitiva di un pubblico più giovane di 25 anni di quello che adorava la prima versione, ora bisogna cambiare registro.

Per la verità, sembra una sequenza di abbandono nostalgico nei confronti di coerenze appartenenti a un quarto di secolo fa.

È vero, tutto cambia. Forse vogliamo dire che il brand Prada non tramonta? 

Sembra essere proprio così, visto il successo del film e dei brillanti risultati economici del primo trimestre 2026.

È vero che il fatturato è stato trainato dalla iperbole Miu Miu, ma per essere onesti, dobbiamo riconoscere che il marchio Prada, ancora una volta, ha indovinato le operazioni di marketing che servivano per rilanciare Il brand.

Parafrasando, quindi, il mondo animale dove il gambero cammina sempre all’indietro, possiamo dire che non sempre è una condizione vincente.

Chi arretra ha la possibilità di rivedere il proprio posizionamento alla luce degli sforzi che devono essere fatti immedesimandosi nella realtà più pura di questi primi mesi dell’anno.

È evidente che nulla, forse, resterà più come prima dopo le turbolenze nel Medio Oriente e una politica americana che sembra aver perso lucidità con questa nuova leadership. 

Ma anche l’Europa deve fare i suoi conti.

Il gambero è avvertito. Se continua così, rischia di finire in mani poco lungimiranti. 

E l’appetito vien mangiando.

Anche i gamberi bolliti?

CALUSCO D’ADDA, 9 MAGGIO 2026. QUANDO L’ARTE NON HA BISOGNO DI SPIEGAZIONI

Premio Alfio Paris, 3° edizione. Il racconto del vernissage

di Pasquale Di Matteo

Ci sono luoghi che hanno la capacità di raccontarti qualcosa ancora prima che tu apra bocca.

Calusco d’Adda è uno di questi, anche se non è Milano, non è Bergamo, non è uno di quei centri dove l’arte viene consumata come uno spuntino tra un aperitivo e una cena, senza neppure farci caso, ma è un paese.

Ma è un paese che ha una sua dignità, con una sua storia, con una sua identità che resiste al tempo come la pietra del ponte che attraversa l’Adda.

E, forse, è proprio per questo che qui l’arte arriva davvero, senza filtri, senza quella patina di mondanità che spesso la trasforma in una scenografia vuota.

E, ancora, sarà questo il motivo per cui l’Amministrazione comunale è sempre molto partecipe e presente quando si tratta di cultura e di arte, situazione non comune in Italia.

Il 9 maggio 2026, alle ore 17:00, mi trovavo al Centro Civico San Fedele. La locandina diceva «inaugurazione».

Io preferisco chiamarlo con il suo nome francese, vernissage, non per snobismo, ma perché il francese ha quella capacità di racchiudere in una parola un’intera cerimonia: i colori, i convenevoli, le critiche, il momento in cui le opere smettono di essere oggetti e diventano interlocutori.

Ma, prima di parlare di quello che ho vissuto sabato pomeriggio, è necessario capire cosa sia il Premio Alfio Paris.

Perché un premio non è mai soltanto un premio, ma è un ricordo, un omaggio, un messaggio, un manifesto, una dichiarazione di intenti.

E quando un premio porta il nome di una persona, quella persona continua a parlare attraverso ogni edizione, attraverso ogni artista selezionato, attraverso ogni opera esposta.

Alfio Paris non è un personaggio inventato per dare lustro a una manifestazione, ma un nome che ha peso, che ha radici in questa comunità, e il fatto che si sia giunti alla terza edizione è la prova che la memoria, quando è coltivata con amore, diventa tradizione. E la tradizione genera futuro.

Soprattutto quando ci si ricorda di artisti di livello e, ancora prima, grandi persone qual era Alfio Paris.

Ho incontrato eventi che nascevano e morivano con la grazia di una candela accesa sotto la pioggia, invece, questo premio, organizzato da Muriel Villa e dall’associazione PHAOS, cresce sempre più e il perché si percepisce dall’atmosfera, dalla qualità delle opere, dall’entusiasmo di chi ci lavora.

MURIEL VILLA E PHAOS

Devo essere onesto, come sono sempre onesto quando scrivo di arte e di chi ci lavora intorno: esistono curatori che curano sé stessi e curatori che curano l’arte. Muriel Villa appartiene alla seconda categoria e la cosa, non solo le fa onore, ma garantisce agli artisti che collaborano con lei di non essere presi in giro, come, invece, purtroppo, capita spesso in Italia. E non solo in Italia.

La stessa Phaos non è nata per fare bella figura, ma esiste perché qualcuno ha deciso che la cultura non è un privilegio delle grandi città, che un centro civico in un paese bergamasco può diventare uno spazio vivo quanto qualsiasi galleria milanese, se chi lo gestisce ci mette passione, rigore e la capacità di ascoltare gli artisti invece di usarli come ornamento.

O come bancomat.

Il vernissage di sabato era la dimostrazione pratica di questa filosofia. Non c’erano orpelli inutili, non c’era quella retorica del «grandi ospiti e grandi nomi» che spesso nasconde il vuoto di contenuto.

C’era l’arte. C’erano le opere. C’erano alcune delle persone che quelle opere le avevano create. C’era la voglia di Muriel Villa di restituire dignità agli artisti.

E c’era l’Amministrazione comunale.

E, credetemi, non è poco. Non è affatto poco.

Lo stesso sindaco, il Dottor Michele Pellegrini, era visibilmente compiaciuto per il successo dell’iniziativa e ha sottolineato un incremento significativo degli artisti partecipanti, aumentati del 33% rispetto all’edizione precedente.

SALA SAN FEDELE E L’ARTE DELL’INCONTRO

Il Centro Civico San Fedele, affacciato su Viale dei Tigli, è uno spazio che sa essere neutro senza essere anonimo.

Le opere esposte avevano il respiro necessario per esistere nella loro autonomia, senza schiacciarsi l’una sull’altra in quella competizione silenziosa che spesso trasforma le mostre collettive in un mercato rionale.

E, con mia enorme gioia, c’era tanto concetto, tanti messaggi potenti, di artisti che non hanno paura di esprimere ciò che pensano.

Il pubblico che ha partecipato al vernissage era il pubblico giusto, non quello che va alle inaugurazioni per farsi fotografare o per ingozzarsi al buffet, ma quello che ci va per guardare, per ascoltare chi parla dal palco.

Persone con occhi curiosi, con domande vere, con quella disponibilità all’ascolto che è la precondizione di qualsiasi esperienza vera e genuina.

Beh, in verità, c’è stato anche chi ha pensato bene di inscenare una finta dormita con russata vistosa durante l’intervento del sottoscritto, ma anche questa, a voler ben guardare, è arte. Poi, sta al pubblico scegliere cosa sia Arte con la A maiuscola e cosa avanspettacolo da quattro soldi.

Tornando alle cose serie, ho detto spesso, e lo ridico qui, perché le cose vere è giusto ripeterle, che un’opera d’arte è completa solo nel momento in cui trova uno sguardo capace di accoglierla. Sabato sera, quegli sguardi c’erano.

E c’ero anch’io, in qualità di critico d’arte, chiamato a disputare e ad assegnare un premio speciale a un’artista meritevole di riconoscimento, un ruolo che non prendo mai alla leggera.

Giudicare un’opera d’arte non è come valutare un bilancio aziendale o una prestazione sportiva. Non ci sono metri, non ci sono secondi, non ci sono righe di profitto e perdita e non c’è un risultato finale.

C’è la necessità di capire cosa voglia dire un artista, se lo ha detto davvero, e se quel dire aggiunge qualcosa al mondo o semplicemente lo riempie di immagini, come spesso accade a quei pittori convinti che essere bravi significhi dimostrare competenze tecniche sopraffine, senza dire niente.

Durante il mio intervento, ho manifestato il mio compiacimento per la riuscita di questa edizione del Premio Alfio Paris, soprattutto per l’energia e la diversità dei linguaggi.

Quest’anno ho visto molto “concetto”, molta voglia di raccontare, e questo è fondamentale.

Perché il talento da solo non basta. L’arte è come la chirurgia: un chirurgo non smette di studiare dopo la laurea; oggi usa i robot, mentre negli anni ’80 usava il bisturi.

L’artista deve fare lo stesso: deve acculturarsi continuamente, fare master, imparare nuove tecniche per evolvere il proprio stile. Senza studio, non c’è crescita.

Tuttavia, se manca il messaggio, se non ha nulla da dire, la sua sarà, al più, elevata competenza tecnica, ma mai arte.

Ho anche sottolineato il valore del “nome”: un quadro di Picasso vale milioni solo se puoi dimostrare che è un Picasso. Senza quella firma e quella storia, l’opera perde il suo valore di mercato.

Gli artisti devono capire che, se non costruiscono una propria identità forte e un linguaggio riconoscibile, se non fanno del proprio nome un brand, resteranno sempre nello stesso posto.

Non è cinismo, è capire come funziona il mondo.

Infine, in questo periodo siamo tutti un po’ spaventati dall’Intelligenza Artificiale, ma io la vedo diversamente. Ricordate quando arrivò il PC? I ragionieri erano terrorizzati, pensavano di sparire. Invece hanno solo dovuto imparare a usarlo.

L’IA spazzerà via i lavori meccanici e ripetitivi, è vero, e già oggi vediamo opere realizzate dall’IA vendute a poco prezzo. Ma qual è la differenza? Quelle opere sono prive di umaintà. Sono scopiazzature dell’ingegno di esseri umani.

Io credo fermamente che tra dieci anni vivremo nel mondo del Made by Human. Proprio come oggi cerchiamo il Made in Italy per la qualità, domani cercheremo l’opera fatta da un uomo in carne ed ossa, con un cuore e una storia, per distinguerla dal mare di contenuti sintetici. Il valore aggiunto sarà sempre l’emozione umana.

Infine, ai premiati di sabato ho voluto lanciare una sfida: non abbiate paura di comunicare.

Un’opera d’arte è come un libro: se non racconta nulla, vale zero. Oggi, nell’era di Instagram, l’attenzione della gente è brevissima. Bisogna saper parlare un linguaggio nuovo, iconico, che arrivi subito al punto, ma che abbia dentro un messaggio potente. L’arte ha un potere immenso, fa paura persino ai regimi perché parla a tutti, anche a chi non sa leggere.

Tra tutte le opere in esposizione, sono state due le artiste che mi hanno convinto pienamente così, anziché assegnare un’unica menzione Pasquale Di Matteo, ho deciso di assegnarne due.

Due donne. Due linguaggi diversi.

Due visioni del mondo che non si somigliano, due espressioni tecniche differenti, ma che condividono la stessa serietà di intenti, lo stesso rigore formale unito a una profondità emotiva che non scade mai nel sentimentalismo.

Non rivelerò in questa sede i loro nomi, perché queste due artiste meritano qualcosa di più di una menzione in un articolo di cronaca. Con la mia menzione, si sono guadagnate una mia analisi, una critica meditata che le opere richiedono. E quella critica arriverà nei prossimi giorni.

Permettetemi una riflessione finale, che è forse quella che mi sta più a cuore.

Viviamo in un sistema dell’arte che è profondamente centralizzato. Le riviste parlano di Milano, di Roma, di Venezia.

I critici con più visibilità si muovono lungo certi circuiti, frequentano certe fiere, scrivono di certi artisti. Tutto il resto, tutto ciò che accade fuori da quei circuiti, viene trattato come arte di serie B, come folklore locale, come buona volontà da premiare con una pacca sulla spalla.

Io non ci sto. Non ci sono mai stato e mai ci starò.

Quello che ho visto sabato al Centro Civico San Fedele di Calusco d’Adda non aveva niente di periferico.

Aveva tutto di essenziale. E l’essenziale, nel mondo dell’arte come nella vita, è esattamente ciò che manca ai luoghi che si credono al centro.

L’Adda scorre qui da secoli e l’arte, quella vera, non ha bisogno di essere al centro della mappa per essere al centro di tutto.

Il Premio Alfio Paris, giunto alla sua terza edizione, è la dimostrazione vivente di questa verità.

Le critiche dedicate alle due artiste premiate saranno pubblicate prossimamente su questo spazio.

Classifica e Premiati

I Primi 5 Classificati

1° Classificato: Valentina Presti.

2° Classificato: Ada Nori.

3° Classificato: Fiorella Giulian.

4° Classificato: Sabrina Cerruti.

5° Classificato: Alice Proserpi.

Menzioni Speciali

  • Menzione del Comune di Calusco d’Adda: Ezio Arosio.
  • Menzioni del Critico (Pasquale Di Matteo): Cirius e Ada Noris.
  • Premio Giovani: Eirik Milesi e Aron Boffelli.

Menzioni d’Onore

  • Adelio Bonacina
  • Paola Riva
  • Ornella Ogliari
  • Eleonora Sgura
  • Annamaria Teresa Bonacina

L’evento si è concluso con una foto di gruppo di tutti gli artisti presenti e un invito per la prossima edizione, prevista per maggio 2027.

LA SCONFITTA PIÙ DRAMMATICA DEGLI STATI UNITI D’AMERICA

di Pasquale Di Matteo

Il 18 marzo è stato il giorno in cui il mondo ha scoperto che lo scudo americano, quello che per settant’anni ha garantito la libera navigazione e il sonno dei giusti, è fatto di cartone.

Quel giorno Israele ha colpito il più grande bacino di gas iraniano. Teheran, per tutta risposta, non ha convocato una conferenza stampa: ha colpito il Qatar, il polmone energetico del pianeta.

In quel preciso istante, la dottrina Trump si è sciolta come neve al sole di Doha.

Il Presidente, che poche ore prima parlava di “condizioni inaccettabili”, ha dovuto implorare un cessate il fuoco senza ottenere una sola concessione da parte degli ayatollah.

È la prima volta nella storia moderna che gli Stati Uniti dichiarano una tregua unilaterale dopo aver subito un ricatto energetico.

L’ILLUSIONE DEI 14 PUNTI E LO SCHIAFFO DI TEHERAN

Trump aspettava la risposta dell’Iran al suo piano di pace in quattordici punti con l’ansia di un adolescente che attende un “sì” su WhatsApp.

D’altronde, aveva promesso ai suoi elettori che Teheran sarebbe arrivata a Washington mendicando pietà, che era al tappeto, senza più armi né niente da mangiare. Invece, attraverso la mediazione del Pakistan, è arrivato un “papiro” di diverse pagine, un verbale di resa per gli americani.

Teheran ha chiesto riparazioni per i danni di guerra, il riconoscimento della sovranità totale sullo Stretto di Hormuz e la fine immediata del blocco navale.

La reazione del tycoon è stata un capolavoro di impotenza retorica. “Non mi piace la loro lettera”, ha biascicato davanti alle telecamere, definendo la risposta “inappropriata”.

Ma la diplomazia non è un concorso di bellezza e i sentimenti di Donald Trump pesano meno dei missili che non ha più.

I documenti visionati rivelano una verità che la Casa Bianca ha cercato di secretare fino all’ultimo: il team negoziale iraniano non ha scritto una sola riga per compiacere l’interlocutore, ma ha scritto per i diritti della nazione iraniana, consapevoli che ogni tweet di Trump era un segnale di debolezza, non di forza.

L’ERA DELL’APPARIRE CONTRO LA SOSTANZA DEL FARE

L’amministrazione Trump ha gestito la crisi nel Golfo come una campagna di marketing, cantando vittoria tre giorni dopo l’inizio dei bombardamenti, senza aver raggiunto nemmeno mezzo obiettivo strategico.

Il Generale che ha diretto le operazioni nel settore è stato chiaro nei verbali interni: l’obiettivo era il cambio di regime.

L’obiettivo, perciò, è fallito, poiché la leadership iraniana è più salda di prima e l’arsenale nemico, sebbene colpito, ha dimostrato di poter paralizzare l’economia mondiale con un solo lancio coordinato.

Washington ha cercato di salvare la faccia, ma ha perso il Golfo e la guerra.

I MAGAZZINI VUOTI DEL PENTAGONO

Mentre la retorica ufficiale parlava di una nazione “di nuovo grande”, il senatore Mark Kelly faceva esplodere la bomba termobarica al Congresso.

“Le scorte militari di munizioni e missili degli Stati Uniti sono gravemente esaurite”, ha denunciato, raggelando l’aula.

Gli USA hanno consumato miliardi di dollari in poche settimane di guerra senza un piano, senza un obiettivo strategico e, soprattutto, senza una tempistica.

Questa non è la sconfitta del Vietnam, dolorosa, ma lontana e ancora millantata come una mezza vittoria da tanti.

Questa è una sconfitta che strappa via il poster di superpotenza dal muro.

Se gli Stati Uniti non hanno più i missili Patriot per proteggere i propri alleati perché li hanno “bruciati” in un braccio di ferro inutile con Teheran, che valore ha la parola di Washington?

Gli europei, che per trent’anni hanno vissuto sotto l’ombrello americano ripetendosi che “tanto ci pensano loro”, ora ridono d’isteria perché sanno che l’alleato ha cambiato casacca tre volte in sei mesi e che ora sono soli.

L’ISOLAMENTO DI ISRAELE E IL NUOVO ORDINE DEL GOLFO

Israele ne esce con le ossa rotte.

Voleva un accordo con le ricche monarchie arabe per isolare l’Iran, ma ha ottenuto l’esatto opposto.

Lo Stato ebraico ha innescato una guerra che ha terrorizzato i partner commerciali di Washington. Ora gli Emirati Arabi Uniti e le altre nazioni del Golfo hanno capito che lo “scudo” americano non è così solido, quindi si stanno riorganizzando, cercando compromessi diretti con Teheran perché non possono permettersi di essere le vittime collaterali dei bluff della Casa Bianca.

Lo Stretto di Hormuz non sarà più libero, sicuro e gratuito. È un dato di fatto che peserà sulle bollette di ogni famiglia europea e asiatica per i prossimi anni.

Ed è tutta colpa degli Stati Uniti d’America e di Israele, poiché, prima dell’aggressione all’Iran, nessuno chiedeva alcunché alle navi che transitavano in zona.

La percezione degli Stati Uniti come garanti della navigazione è morta il 18 marzo, uccisa dall’incapacità di Trump di portare a termine ciò che aveva iniziato.

IL VIAGGIO A PECHINO CON LE CARTE TRUCCATE

Tra pochi giorni, Trump andrà in Cina per incontrare Xi Jinping, ma con quali carte in mano?

Pechino ha guardato lo spettacolo del Golfo con la pazienza millenaria di chi sa che il tempo è un alleato prezioso. Ha visto un’America confusa, senza guida, che implora tregue unilaterali, un’America con i magazzini di armi vuoti e i prezzi del petrolio alle stelle.

Robert Kagan, un pensatore che non è certo sospettabile di simpatie per gli ayatollah, ha definito l’impresa di Trump una “sconfitta totale”. Un’accelerazione verso un mondo meno americano.

Il dominio degli Stati Uniti nel Golfo è un ricordo del passato e, mentre il Regno Unito e la Francia tentano disperatamente di mettere insieme una coalizione di quaranta paesi per garantire la sicurezza del mare, ci si chiede chi darà ancora credito a Washington.

Trump pensava di vincere una guerra fidandosi delle sciocchezze consigliate dalle AI, o da chissà chi altri, sulla popolazione iraniana che sarebbe scesa nelle piazze a cacciare i tiranni.

Ma una AI non può salvare chi è ignorante in Geopolitica. I regimi esistono perché buona parte della popolazione ne trae vantaggi o lo tollera. L’errore è stato ragionare come gli esperti da salotto o da bar, pronti a giurare che gli iraniani volevano la libertà.

Inoltre, le navi non si muovono con i like e la pace non si firma con gli slogan.

Trump è ancora lì, a fissare gli ordini che gli Teheran gli ha messo nero su bianco se vuole che Hormuz riapra.

In compenso, il conto della benzina sta per arrivare. E sarà salatissimo.

Ma non è stato Putin. I colpevoli, gli unici colpevoli di questo disastro sono i governi di Benjamin Netanyahu e di Donald Trump.

Ma chi, se non Mosca, Teheran o Pechino, potranno chiedere loro i danni di quanto causato?

TRENTADUE MILIARDI DI UTILI SULLE FIAMME DEL GOLFO PERSICO

di Pasquale Di Matteo

Ventitré miglia nautiche a nord-est di Doha, una sagoma di ferro e fiamme interrompe l’orizzonte del Qatar. È una nave mercantile, una portarinfuse, dicono i dispacci del centro di controllo delle operazioni del Regno Unito.

Di chi sia, quale bandiera batta, quale carico trascini tra i flutti, nessuno lo sa o, più probabilmente, nessuno vuole dirlo. Ma è un’immagine che racconta la situazione come tante parole non riuscirebbero.

Perché, nel Golfo Persico, la verità è un optional che affonda insieme alle carcasse delle navi, mentre il petrolio torna a galleggiare in chiazze misteriose vicino all’isola di Khargh. Un giorno c’è, il giorno dopo scompare, come per un trucco di prestigio che serve a nascondere una guerra che non si può chiamare tale per non dimostrare al mondo che chi doveva vincere in due settimane è finito in scacco da due mesi.

IL MISTERO DELLA NAVE SENZA BANDIERA

Mentre le fiamme divorano il mercantile vicino a Doha, i radar registrano un dato che smentisce mesi di retorica della propaganda a stelle e strisce: la prima nave del Qatar carica di GNL è passata dallo stretto di Hormuz.

È la prima da quando è iniziato quello che l’amministrazione Trump definisce il “blocco totale”.

La notizia prova che il controllo iraniano sullo stretto è totale; Teheran decide chi passa e chi resta fuori.

Il portavoce dell’esercito iraniano lo ha messo a verbale con una freddezza che non ammette repliche: “D’ora in poi, i paesi che seguiranno l’esempio degli Stati Uniti e imporranno sanzioni incontreranno senza dubbio difficoltà nell’attraversare lo stretto di Hormuz”.

La superpotenza che giura di aver messo il nemico in ginocchio si ritrova, invce, a gestire un vicolo cieco dove i propri memorandum finiscono regolarmente nel cestino dei rifiuti.

Trump aveva promesso una risposta entro poche ore da venerdì scorso. Sabato niente. Domenica niente.

Per l’ennesima volta, Trump ha fatto la figura del fesso, di quello che, al più, può minacciare, fare la voce grossa, ma poi sa che non ha altri colpi in canna, se non vuole che l’Iran usi i suoi missili ben al di là dei confini convenzionali.

Il memorandum di Washington è lì, sul tavolo degli ayatollah, che lo esaminano “con i propri tempi”, mentre le navi continuano a bruciare a quaranta chilometri dalla costa. Perché ogni giorno di chiusura di Hormuz vede più vicina la morte delle economie occidentali.

L’IRAN NON È IN GINOCCHIO E HORMUZ RESTA CHIUSO

La narrazione ufficiale della Casa Bianca descrive un’economia iraniana agonizzante, un popolo pronto alla rivolta e un regime che supplica un accordo. I fatti, invece, mostrano un botta e risposta militare in cui gli Stati Uniti minimizzano ogni scontro per non dover ammettere che la tregua è ormai carta straccia.

Ogni attacco alle petroliere iraniane riceve una contromossa da parte dell’Iran, in una partita a scacchi giocata con le navi cariche di greggio, dove l’unico obiettivo reale sembra essere il mantenimento di una tensione costante.

Il punto non è se l’Iran abbia o meno finito i missili o l’acciaio per i tank, come amano raccontare certi editorialisti da salotto televisivo che confondono la realtà con i film di Hollywood, ma è che Teheran controlla la Hormuz.

E finché quel controllo resta saldo, ogni dichiarazione di vittoria da parte di Washington suona come una barzelletta raccontata durante un funerale.

Se non verranno tolte le sanzioni, le navi non passeranno. Punto. Il resto è propaganda per elettori distratti.

LA PAURA TRA PETROLIO E ARMI

Mentre le famiglie italiane si interrogano sull’ennesimo rincaro dei generi alimentari, qualcuno brinda sopra le fiamme di Doha.

La saudita Aramco ha chiuso il primo trimestre del 2026 con un utile netto di 32 miliardi di dollari, un incremento del 25,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Avete capito bene: un quarto di profitti in più mentre il mondo trema.

D’altronde, se la disponibilità di greggio diminuisce, ma la domanda resta costante o aumenta, i prezzi schizzano sopra i cento dollari al barile.

Anche le fabbriche di armi festeggiano ordini record, giustificati da una “necessità di difesa” che si traduce in una corsa agli armamenti che non risparmia nessuno.

E poi c’è la finanza. L’S&P 500 ha toccato i suoi massimi storici. Le 500 aziende più capitalizzate d’America non sono mai state così ricche.

C’è chi chiama tutto questo “instabilità internazionale”, ma un analista onesto lo chiama trasferimento di ricchezza: dalle tasche di chi lavora a quelle di chi specula sulla guerra.

E non sembra un effetto collaterale, ma un disegno. Trump non ha creato questo marasma per sbaglio, perché ha gettato esche ovunque, ha fatto casino e ora raccoglie i dividendi per i suoi grandi finanziatori.

IL CONTO DA DUEMILA EURO SUL TAVOLO DEGLI ITALIANI

In tale scenario, l’Europa, e l’Italia in particolare, recita la parte del convitato di pietra che paga il conto della cena a cui non è stato invitato.

Politicamente siamo il nulla cosmico: appoggiamo in toto ogni mossa di Washington, anche quando questa mossa ci sta portando dritti verso il precipizio economico.

Non abbiamo una posizione autonoma su Israele, che nel frattempo sta causando un disastro umanitario anche in Libano e Siria, sotto lo sguardo complice degli alleati, e non l’abbiamo sull’Iran.

Le conseguenze di questa sudditanza psicologica e politica si misurano in euro sonanti.

Le stime più prudenti parlano di un aggravio di 1.000 euro all’anno per ogni famiglia italiana, dovuto esclusivamente ai rincari energetici e all’inflazione importata. Ma se la tensione nel Golfo non dovesse calare, il conto salirà almeno a 2.000 euro e si dovrà valutare l’aumento generalizzato dei prezzi.

Le aziende subiscono; la Toyota piange utili a doppia cifra a causa dei costi di logistica ed energia. L’industria dell’auto, pilastro del vecchio continente, è in ginocchio.

E a pagare è il cittadino che va a fare la spesa e che vede i prezzi salire senza una spiegazione che non sia “la situazione internazionale”. Ma la situazione internazionale ha un nome e un cognome: speculazione e fallimento politico, a cominciare dal disastro di Hormuz, ma senza dimenticare le politiche folli dell’Europa e la diplomazia messa in soffitta almeno da quattro anni.

IL PARADOSSO DELL’OLEODOTTO EST OVEST

Per aggirare il problema di Hormuz, i sauditi hanno puntato tutto sull’oleodotto Est-Ovest, che porta il greggio direttamente al Mar Rosso. Una condotta che ora lavora a pieno regime, ma che oltre una certa quantità non può trasportare.

È lo stesso schema visto con la Russia: hanno sabotato il Nord Stream e bombardato gli snodi del TurkStream per impedire che il gas arrivasse a prezzi di favore.

Il trasporto via nave è il terreno preferito della speculazione perché è soggetto all’asta, al contratto variabile, all’incertezza del meteo e della guerra.

Quello via tubo è fisso, stabile, troppo onesto per un mercato che vive di picchi e panico.

In Italia abbiamo due stipendi da 1.500 euro (spesso molto meno) che devono mantenere una casa, due auto e dei figli.

Con bollette da 600 euro e la spesa raddoppiata, la matematica smette di essere un’opinione e diventa una condanna.

Così, mentre Aramco e altre società continueranno a incassare miliardi e l’S&P 500 a festeggiare record, a casa nostra si deciderà se pagare il mutuo o la bolletta della luce.

LA COMMISSIONE COVID SMONTA LE BUGIE SUI VACCINI E SUI DATI SCIENTIFICI A SUPPORTO DEI LOCKDOWN

di Pasquale Di Matteo

“I vaccini non bloccavano la trasmissione.”

Nicola Magrini, ex Direttore Generale dell’AIFA, lo ha detto davanti a un microfono il 5 maggio 2026, con un tono freddo, come se stesse leggendo un elenco telefonico.

Non è un’opinione scovata nei bassifondi del web, non è una teoria da novax, complottisti o altre etichette di chi spostava l’attenzione per non dover rispondere delle proprie malefatte, ma è la deposizione ufficiale di chi, per anni, ha tenuto in mano il timone della farmacovigilanza italiana.

In quel momento, nel silenzio attonito della Commissione parlamentare d’inchiesta, è definitivamente crollato il fondamento scientifico su cui è stato costruito il Green Pass: l’idea della “garanzia di non contagiosità” sbandierata per mesi dai palchi governativi.

Ricordate? “La certezze di trovarsi in un luogo sicuro”, “chi non si vaccina mette a rischio gli altri, si ammala e muore”, frasi ripetute come mantra da Draghi e i suoi fan.

Se il siero proteggeva l’individuo, – ma anche qui i dati non sono proprio così positivi – ma non sigillava il virus, tutta la narrazione sulla “patente di libertà” si rivela per ciò che molti sospettavano: una colossale operazione di ingegneria sociale priva di fondamenta scientifiche. Una scelta meramente politica.

I CONTI CHE NON TORNANO TRA ROMA E PECHINO

Mentre Magrini cerca di spiegare perché l’AIFA preferisse non enfatizzare alcuni effetti avversi per non “uccidere il vaccino”, come emerso dalle chat interne che puzzano di censura editoriale più che di rigore scientifico, un altro fronte si apre al piano di sotto.

È quello dei soldi. Giuseppe Di Salvo, magistrato del Tribunale di Roma, entra in aula con le carte di un contenzioso civile che è un insulto al contribuente.

In ballo ci sono 181 milioni di euro.

È l’ammontare dei danni e dei costi legati a contratti di fornitura di mascherine cinesi che, al momento del bisogno, si sono rivelate poco più che carta straccia o, peggio, oggetto di una rissa legale tra lo Stato e i fornitori.

Il meccanismo descritto nelle audizioni di Ciro Astarita (Chiros srl) è un catalogo di vizi capitali della Prima e della Seconda Repubblica messi insieme. Si parla di intermediazioni, di percentuali, di “consulenze” che sanno di dazio medievale.

Al centro del mirino c’è l’avvocato Luca Di Donna, socio di studio di quel Guido Alpa che del prof. Giuseppe Conte è stato il mentore. Il sospetto della Commissione è che per vendere mascherine alla struttura del Commissario Arcuri non servissero solo certificati di conformità, spesso assenti o taroccati, ma il numero di telefono giusto.

Gli imprenditori che si sono rifiutati di pagare le “commissioni” mascherate da pareri legali raccontano di essersi visti chiudere le porte in faccia, mentre milioni di dispositivi inidonei inondavano ospedali e scuole con il timbro di Inail e Cts.

LA SCIENZA DEL SILENZIO E IL CASO AIFA

Il metodo Magrini, però, resta il punto più alto di questa indagine.

Il giornalismo d’inchiesta non serve a fare il processo alle intenzioni, ma a mettere in fila le discrepanze. Da una parte c’erano le dirette Facebook a reti unificate che promettevano la salvezza collettiva grazie ai vaccini; dall’altra ci sono le mail interne all’AIFA dove si discuteva se pubblicare o meno i dati sulle paralisi facciali e sulle parestesie causate proprio da quei vaccini.

“Non enfatizzare”, era la parola d’ordine. Perché la comunicazione doveva essere “rassicurante”. Ma la scienza che rassicura invece di dubitare non è scienza: è propaganda. Infatti, tra 2000 e 2022, abbiamo vissuto in un regime retto da propaganda.

Magrini si difende parlando di “dati in evoluzione”, ma la Commissione guidata da Marco Lisei (FdI) lo incalza su un punto che non ammette sfumature: se sapevate che il vaccino non impediva il contagio, con quale onestà intellettuale avete avallato l’esclusione sociale di chi non si sottoponeva al trattamento?

La risposta, di fatto, è un paradosso che dimostra quanto a certi personaggi del popolo e del benessere dei cittadini importi una beata fava: “abbiamo obbligato milioni di cittadini a una profilassi per proteggere gli altri, sapendo che quella protezione era un colabrodo”.

IL DISASTRO EDUCATIVO: LA GENERAZIONE SACRIFICATA

Se la gestione delle forniture è una questione di portafoglio e quella dei vaccini una questione di menzogne, l’audizione di Roberto Ricci, presidente dell’INVALSI, apre il capitolo del delitto perfetto.

La Didattica a Distanza non è stata un’alternativa, ma un acceleratore di disuguaglianza. Il gap formativo in matematica e inglese non è solo un numero, ma una condanna a vita per migliaia di ragazzi delle periferie e del Sud che, durante il lockdown, sono semplicemente spariti dai radar.

Zero ore di lezioni, o poco più, nessuna competenza acquisita.

Mentre il Ministero della Salute nascondeva gli effetti avversi dei vaccini e la struttura commissariale firmava contratti con mediatori d’assalto, un’intera generazione perdeva i pezzi fondamentali della propria istruzione per volontà del governo e senza una sola base scientifica solida a sostegno del sequestro di un intero popolo chiuso in casa.

Ricci descrive un Paese spaccato, dove chi aveva i mezzi ha resistito e chi era già fragile è crollato.

È l’eredità più pesante di quegli anni: una crisi educativa senza precedenti che nessuno, né Conte né Draghi, ha saputo o voluto prevenire con la stessa foga usata per imporre le chiusure.

L’OMERTÀ DI SISTEMA E LA GUERRA DEI VERBALI

L’opposizione, con Alfonso Colucci (M5S) in testa, parla di “tribunale politico”.

Forse perché anche Giuseppe Conte ha più di qualche ruolo in questa pagina buia della Storia d’Italia.

Ma i tribunali politici non si basano su perizie da 181 milioni di euro o su ammissioni testuali del capo dell’agenzia del farmaco.

La difesa fragile, fragilissima, dei grillini e del PD, maggiori sponsor di quelle chiusure senza prove scientifiche, perciò chiusure per scelte politiche, si scontra con una montagna di documenti che mostrano un corto circuito costante tra le decisioni tecniche e le necessità comunicative di quella politica.

Il Comitato Tecnico Scientifico diceva X, ma il verbale veniva pubblicato solo quando il Governo aveva già deciso Y.

La Commissione sta scoperchiando il vaso di Pandora di una gestione che ha sospeso la costituzione, con il silenzio-assenso del Presidente della Repubblica, che avrebbe dovuto difenderla, sulla base di presupposti scientifici che oggi, per bocca degli stessi protagonisti e dei dati, si rivelano parziali, errati o del tutto inventati.

Non è solo questione di mascherine che non filtrano o di vaccini che non bloccano affatto il virus, ma è questione di un metodo di governo che ha eletto l’opacità, la censura e la propaganda a sistema, protetto da una classe giornalistica che, per due anni, ha scelto di non informare e di diventare leccapiedi del potere.

Perché?

Chi ha guadagnato sulla paura? Chi ha deciso che il diritto allo studio, al lavoro e alla libertà individuale, fosse sacrificabile sull’altare di una sicurezza che, alla prova dei fatti, non esisteva o non era garantita?

I verbali e le prove sono lì.

Le fatture delle società cinesi anche. Le mail di Magrini e le sue ammissioni pure.

Resta l’immagine di un Paese che, nel momento del massimo pericolo, è stato gestito come una dittatura sudamericana, tra mediatori vicini ai palazzi e scienziati costretti a fare gli uffici stampa, a mentire davanti alle telecamere o ad occultare dati scientifici.

Ok, ma adesso che è chiaro che i governi Conte e Draghi hanno mentito e che gli italiani hanno perso lavoro, studio e libertà sulla base di menzogne, se accadesse domani, ci racconterebbero le stesse bugie?

Gli italiani si farebbero ancora rinchiudere in casa e correrebbero a scattare selfie in fila per un vaccino?

FONTI DI QUESTO ARTICOLO

Per redigere questo articolo, sono stati incrociati i verbali parlamentari con le testimonianze dirette e le analisi della stampa d’approfondimento che chiunque può verificare sul Web.
1. ARCHIVIO ISTITUZIONALE E AUDIOVISIVO: RADIO RADICALE
Scheda 788608 – Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria causata dal virus SARS-CoV-2.
Audizione di Nicola Magrini (5 maggio 2026): Già Direttore Generale dell’AIFA. È la fonte primaria per le ammissioni sulla mancata capacità dei vaccini di bloccare la trasmissione e sulla gestione della comunicazione degli eventi avversi.
Audizione di Giuseppe Di Salvo (4 maggio 2026): Presidente della X Sezione Civile del Tribunale di Roma. Fonte dei dati tecnici sui contenziosi economici (i 181 milioni di euro di danni) e sulle perizie relative alle mascherine inidonee.
Audizione di Ciro Astarita (4 maggio 2026): Rappresentante di Chiros srl. Fonte diretta sulla rete di intermediazioni, le presunte consulenze dell’avvocato Luca Di Donna e le dinamiche degli appalti cinesi.
Audizione di Roberto Ricci (5 maggio 2026): Presidente dell’INVALSI. Fonte dei dati statistici sul tracollo degli apprendimenti e sul fallimento della DAD.
2. ANALISI E GIORNALISMO D’INCHIESTA: NICOLAPORRO.IT
Articolo: “Covid-Lex, capo dell’Aifa confessa: ‘I vaccini non bloccavano il contagio’” (maggio 2026).
3. DOCUMENTAZIONE INTERNA E ATTI PARLAMENTARI
Corrispondenza AIFA: E-mail e chat interne citate durante l’interrogatorio di Magrini (con particolare riferimento al materiale già parzialmente emerso nelle inchieste della trasmissione Fuori dal Coro), riguardanti le decisioni di “non enfatizzare” gli effetti collaterali come le paralisi facciali.
Verbali della Commissione (Resoconti stenografici): Interventi dei commissari Marco Lisei (FdI), Alice Buonguerrieri (FdI) e Alfonso Colucci (M5S), utilizzati per ricostruire il clima di contrapposizione politica e le linee di difesa degli esponenti dell’allora maggioranza Conte II/Draghi.
4. RIFERIMENTI GIURIDICI E CONTESTUALI
Dossier “Mascheropoli”: Atti relativi alle indagini della Procura di Roma e contenziosi civili riguardanti la struttura commissariale di Domenico Arcuri e i rapporti professionali tra l’avvocato Luca Di Donna e lo studio legale di Guido Alpa (mentore di Giuseppe Conte).

L’ENNESIMO SCHIAFFONE A TRUMP E IL BLUFF DI WALL STREET

di Pasquale Di Matteo

“È solo un colpetto”.

Ormai, Donald Trump entrerà negli annali come una caricatura, come l’uomo della svendita di ogni credibilità e deterrenza degli Stati Uniti d’America.

Perché il presidente che sorride davanti ai microfoni il 7 maggio 2026, mentre le impalcature del Lincoln Memorial in ristrutturazione fanno da sfondo a una dichiarazione che sfida ogni logica, è una sequenza da film comico per cui gli USA di un paio di anni fa avrebbero attuato quantomeno la stessa pressione censoria attuata nei confronti di “W”, di Oliver Stone.

Perché, mentre gli americani tentavano l’ennesima dimostrazione dei muscoli, bombardando barchini a Hormuz e varie località dell’Iran, i radar del Centcom registravano l’impatto di missili balistici e droni iraniani contro 228 strutture americane e alleate sparse tra Qatar, Bahrain e Kuwait.

Il Presidente degli Stati Uniti definisce “colpetto” un’escalation che ha portato il prezzo del greggio Brent a oscillare paurosamente verso i 125 dollari al barile, ma la verità è un’altra ed è scritta nei tracciati satellitari che il Pentagono preferirebbe secretare: la flotta iraniana non è stata “spazzata via” come twittato dalla Casa Bianca, ma sta istituzionalizzando il taglieggiamento dell’economia globale.

Ancora peggio, come ha appena certificato la CIA, la capacità missilistica dell’Iran è ancora almeno del 70%, nonostante miliardi di dollari di bombe americane sganciate in queste settimane.

L’intelligence americana dice anche l’Iran avrebbe la capacità di tenere chiuso Hormuz almeno per altri quattro mesi a queste condizioni, inoltre, Teheran si starebbe organizzando per trasportare petrolio all’estero via treno, in modo da rendere la chiusura di Hormuz permanente, fino alla resa incondizionata degli USA.

E se lo dice la CIA… ammesso che non arrivi qualche genio a dire che l’intelligence americana sia al soldo del regime iraniano, il fallimento di Trump è più tragico che è evidente.

IL DIVORZIO DI RIAD E IL FALLIMENTO DI PROJECT FREEDOM

Nel frattempo, l’Arabia Saudita, per decenni stazione di servizio e portaerei fissa di Washington nel Golfo, ha negato ufficialmente il proprio spazio aereo alle operazioni americane.

Un’altra vittoria iraniana.

Project Freedom, il piano pomposamente annunciato da Trump per scortare le navi commerciali fuori dallo Stretto di Hormuz, è naufragato.

Mohamed bin Salman non è impazzito e non ha improvvisamente abbracciato il pacifismo.

Semplicemente, i sauditi hanno imparato la lezione delle Primavere Arabe e non intendono bruciare i trilioni di dollari investiti in Vision 2030 per una guerra per procura che servirebbe solo a puntellare la campagna elettorale repubblicana e a ricevere qualche missile da Teheran.

La mediazione cinese del 2023 ha dato i suoi frutti: Riad e Teheran oggi si parlano, seduti a un tavolo dove il grande assente è l’ambasciatore americano.

Mentre Washington inviava il Segretario di Stato Marco Rubio a Roma per incassare le solite strette di mano fotogeniche da Giorgia Meloni, a favore dei social, e benedizioni “cordiali” (che nel linguaggio vaticano significa gelide) dal Papa, Riad chiudeva i corridoi di volo ai caccia a stelle e strisce.

Il risultato di questa guerra, oltre al fallimento sul territorio iraniano, è che l’alleato saudita giura fedeltà nei comunicati stampa, ma nei fatti toglie la terra sotto i piedi ai piloti dell’US Air Force.

L’IRAN E LA TASSA SUL MONDO

Nello Stretto di Hormuz non si combatte più solo con le motovedette dei Pasdaran.

Teheran ha creato un mostro burocratico-militare chiamato Persian Gulf State Authority, un’agenzia governativa che autorizza i transiti, riscuote pedaggi e controlla ogni singola goccia di petrolio che esce dal Golfo. Un quinto del greggio mondiale oggi passa sotto il timbro di un funzionario iraniano.

Riordiamo che, fino al 28 febbraio, lo Stretto era libero e l’Iran non si sognava nemmeno una cosa del genere.

Ismail Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, ha rispolverato il poeta Al-Mutanabbi per mandare un messaggio a Trump: “Se vedi i denti del leone, non pensare che ti stia sorridendo”.

I denti sono i missili Patriot distrutti tra Bahrain e Kuwait e le centrali elettriche colpite a Camp Overing.

Dopo la sconfitta degli USA, l’Iran sa di avere il coltello dalla parte del manico, come conferma la stessa CIA: a Teheran basta tenere chiuso Hormuz e aspettare che l’intero Occidente mostri i denti a Washington per non vedere le rispettive economie crollare a picco e tornare, quelle sì, all’Età della pietra.

Intanto, le raffinerie americane sono rimaste in “modalità diesel” per undici settimane consecutive, rifiutandosi di fare lo switch stagionale verso la benzina.

Quando l’americano medio vedrà il cartello dei 5 dollari al gallone alla pompa, il “colpetto” di Trump diventerà un boomerang elettorale.

L’ISTERIA DI WALL STREET E IL MIRACOLO DEI POCHI

Mentre il mondo brucia, la speculazione festeggia in modo osceno. S&P 500 e Nasdaq hanno toccato i massimi storici proprio venerdì 8 maggio.

Apple ha segnato un nuovo record assoluto.

Com’è possibile che, con Hormuz bloccato e il petrolio alle stelle, le borse salgano?

La risposta è un numero che ricorda sinistramente il cratere della bolla dot-com del 2000.

Il rialzo dei mercati non è il segnale di un’economia sana, ma il risultato del pompaggio frenetico di soli cinque titoli. Google (+44%), Broadcom (+43%), Amazon (+36%), Nvidia (+29%) e Apple (+17%) hanno guidato da soli oltre la metà del rimbalzo dai minimi di marzo.

Il resto del listino è fermo o in caduta libera. Siamo di fronte a una dissociazione psichiatrica tra finanza e realtà: gli investitori scommettono miliardi sull’intelligenza artificiale, con Anthropic che cerca finanziamenti per mille miliardi di dollari, sperando che gli algoritmi possano sostituire il petrolio che manca nelle stive delle navi.

Il rapporto tra aziende che toccano i minimi storici e quelle che toccano i massimi è ai livelli di gennaio 2000.

Allora, servirono pochi mesi perché il castello di carta venisse giù. Oggi, il backlog combinato di Amazon, Microsoft e Google è di mille miliardi di dollari, metà dei quali legati a OpenAI e Anthropic.

Se la narrativa dell’AI dovesse mostrare anche solo una crepa, chi sosterrà un mercato che oggi ignora deliberatamente i bombardamenti nel Golfo Persico?

IL DOPPIOPESISMO EUROPEO E IL FANTASMA DI GAZA

A Roma, la politica recita il suo copione abituale. Marco Rubio arriva senza cravatta, fa aspettare i suoi interlocutori e incassa l’ennesimo rifiuto dell’Unione Europea a sospendere l’accordo di associazione con Israele, nonostante la nuova offensiva in Libano abbia già prodotto 2.742 morti e 8.500 feriti dal 2 marzo.

D’altronde, l’Europa non ha battuto ciglio per i crimini di Israele commessi a Gaza…

Il contrasto con la gestione della crisi russa è violento.

Contro Mosca sono stati varati 20 pacchetti di sanzioni in tempi record. Contro Tel Aviv, l’Europa tace, mentre Benjamin Netanyahu approfitta del “colpetto” americano contro l’Iran per intensificare i bombardamenti a Beirut, colpendo persino i soccorritori della Protezione Civile e macchiandosi di nuovi brutali crimini di cui a von der Leyen, Kallas & C. non interessa una beata fava.

L’unica voce fuori dal coro è arrivata mercoledì dai David di Donatello, dove il premio al miglior cortometraggio è andato a “Everyday in Gaza” di Omar Rammal.

Un frammento di realtà che ha rotto per un attimo la patina di retorica di una serata dove si parlava di “pace” mentre a un’ora di volo si rifornivano le armerie di chi la guerra la fa sul serio.

LA TRAPPOLA DEI TASSI E LA STRATEGIA DEL SALVAGENTE

Per l’investitore italiano, la rassegna stampa di questi giorni è una doccia fredda. Lo spread tra Btp e Bund è risalito a 173 punti e il rendimento del decennale è tornato sopra il 3,75%. Isabel Schnabel, falco del board BCE, lo ha detto chiaramente: se lo shock energetico continua, i tagli dei tassi che tutti aspettavano verranno cancellati. Anzi, l’inflazione generata dal greggio a 120 dollari potrebbe costringere Francoforte a un nuovo rialzo.

In questo scenario, la propaganda di Trump sulla “vittoria imminente” è carta straccia.

Le guerre, una volta accese, non si spengono a comando. Il rischio non è solo una recessione globale, ma una stagflazione che brucerà i risparmi di chi ha creduto ciecamente nel miracolo dei titoli tech.

Cosa resta in mano al risparmiatore?

Non certo le previsioni dei guru che vedono l’S&P a 6.000 punti, ma la necessità urgente di un fondo di emergenza solido, capace di coprire almeno sei mesi di spese vive, per non essere costretti a vendere i propri asset proprio quando il mercato deciderà finalmente di guardare cosa sta succedendo nello Stretto di Hormuz.

La diversificazione geografica non è più un optional, ma un obbligo: restare troppo esposti sugli Stati Uniti oggi significa scommettere su un Paese che sta perdendo il controllo dei suoi alleati storici e della propria stabilità interna.

Bisogna riaprire le vie di comunicazione con Mosca. Non domani, ma ieri!

Trump, ormai sempre più insano di mente, continua a sorridere e a promettere accordi rapidi, mentre l’Iran lo prende a schiaffi e ride di gusto.

E se l’Iran non firmerà il protocollo in 14 punti entro luglio, il “bagliore enorme” promesso dal tycoon non sarà l’alba di una nuova era di pace, ma il lampo di un’esplosione che travolgerà i listini di tutto il mondo.

Wall Street finge che il petrolio non esista più, la Casa Bianca, chiama “normalità” una rotta commerciale presidiata dai missili nemici, Hormuz è chiusa, le scorte si esauriscono e le Big Tech hanno finito il fiato.

Il “colpetto” di Trump sta per diventare un colpo di grazia per l’intero Occidente.

Il Secolo della Cina è sempre più vicino.

L’ACCORDO CHE CI RENDE TUTTI OSTAGGI

di Pasquale di Matteo

Settanta minuti prima che l’agenzia Axios battesse la notizia di una bozza d’accordo tra Stati Uniti e Iran, qualcuno ha premuto il tasto “vendi”, com’è già accaduto nelle ultime settimane a ogni dichiarazione di Trump.

Non è stata una mossa cauta, ma una carneficina premeditata: scommesse al ribasso sul petrolio, tecnicamente chiamate “short”, per un valore di quasi un miliardo di dollari.

Quando i mercati hanno aperto e il prezzo del barile è crollato del 12%, quel “qualcuno” ha incassato 125 milioni di dollari puliti, in un battito di ciglia, così, mentre alcuni parlavano di pace, il cinismo del denaro aveva già divorato la speranza.

È questo il profumo del Medio Oriente oggi, è questo ciò che guida le stanze del potere, algoritmi che scommettono sul sangue degli altri.

LA VITTORIA DI PIRRO NELLO STRETTO DI HORMUZ

Donald Trump ha bisogno di un trofeo da esporre prima delle elezioni di metà mandato, visto che sta precipitando nei sondaggi.

Lo vuole ora, lo vuole subito, con la fame di chi sa che il tempo è un nemico che non fa sconti.

L’ennesimo piano in quattordici punti consegnato a Teheran è una resa mascherata da colpo di genio.

La proposta americana chiede la riapertura totale dello Stretto di Hormuz, la revoca delle sanzioni all’Iran e il rinvio dei negoziati sul nucleare. In cambio, Teheran dovrebbe smettere di agitare i barchini veloci che tormentano le petroliere.

Trump ammette, di fatto, che gli Stati Uniti stanno trattando freneticamente per risolvere un problema che hanno creato loro stessi il 28 febbraio scorso, violando il Diritto internazionale.

Hanno incendiato il Golfo, aggredendo illegalmente l’Iran, e ora chiedono al piromane di vendere loro l’estintore, chiamandola “vittoria diplomatica”.

Ma, come sostiene il Generale Marco Bertolini, uno che le mappe le sa leggere senza i filtri del Pentagono, l’Iran tiene l’America per il collo. Hormuz non è solo un braccio di mare, ma, in questo momento, è la gola degli USA e dell’intera NATO.

Teheran lo sa, Trump lo sa, e i mercati, quelli dei 125 milioni di dollari in settanta minuti, lo sanno meglio di tutti.

Nelle ultime ventiquattro ore, Israele ha scatenato più di trenta raid aerei sul Libano meridionale, trasformando la zona in un mattatoio a cielo aperto dove il cessate il fuoco è una parola buona per i talk show serali, ma non per chi vede il soffitto di casa crollargli addosso.

Le grida delle centosettanta studentesse uccise in uno degli attacchi non arrivano ai tavoli delle trattative, non fa notizia come se fossero state ucraine.

Il loro sangue è l’inchiostro invisibile con cui si firmano gli accordi sul prezzo del barile, perché l’esercito più morale del mondo può e perché il criminale Netanyahu gode della complicità dell’Occidente.

LA GUERRA DEI GENERALI E IL SILENZIO DEL PENTAGONO

Lucio Caracciolo, intervistato da Lilli Gruber, ha descritto uno scenario da “sciopero bianco” dei gradi alti. Il Pentagono e i vertici della Navy non si fidano più del loro Comandante in Capo, considerano le mosse di Trump avventate, figlie di un’ansia elettorale che calpesta la strategia militare.

La Marina americana ha ammesso di non poter garantire la sicurezza totale ad Hormuz, smentendo in maniera netta le affermazioni di Trump di queste ultimissime settimane, consigliando rotte alternative verso l’Oman per evitare le mine iraniane.

È l’ammissione del fallimento: la più grande potenza militare della storia che suggerisce di “fare il giro largo” perché il padrone di casa ha una potenza di fuoco superiore, pur senza disporre degli stessi mezzi militari.

In questo caos, la Francia di Macron ha inviato la portaerei Charles de Gaulle nel Golfo, inventandosi la solita danza di chi vuole contare qualcosa, ma arriva alla festa quando le luci si stanno già spegnendo, cercando di mettere in piedi una coalizione europea che puzza di disperazione lontano un miglio.

Perché mandare navi dove gli americani hanno già fallito? Per causare l’incidente? Per avere un morto europeo da usare come fiche sul tavolo verde del negoziato? Per avere il casus belli per scatenare una Terza e Ultima guerra mondiale?

IL GUAIO DELLE BASI E L’ILLUSIONE ITALIANA

In questo teatro dell’assurdo, l’Italia recita la parte del parente povero che spera di non essere cacciato di casa.

Trump minaccia di ritirare cinquemila soldati dalla Germania e di fare lo stesso con le basi in Italia.

Giorgia Meloni, dall’Armenia, giura fedeltà assoluta, rivendicando che noi “gli impegni li manteniamo” e quella maggioranza di italiani che amano la Costituzione e il suo Articolo 11 hanno conati di vomito e mancamenti.

Ma la realtà è un’amante crudele. Senza le basi di Vicenza, Aviano e Sigonella, la capacità americana di intervenire in Medio Oriente semplicemente sparisce, così come la capacità militare di contare qualcosa in Europa.

Trump minaccia di andarsene, ma sa che se lo facesse, perderebbe solo Washington – o forse non ha le competenze per capirlo? -, e la sua America diventerebbe un isolazionista rintanato in un fortino oltre l’oceano, mentre Cina e Russia banchettano sulle macerie della nostra sicurezza.

Caracciolo lo chiama “errore ottico”.

La stampa internazionale, dal Financial Times a Foreign Policy, ha smesso di coccolare la premier italiana, così, la leggenda della “Meloni statista” si è schiantata contro la mediocrità di una classe dirigente che non riesce a costruire un’egemonia culturale, ma solo a gestire piccoli centri di potere.

La polemica sulla Biennale di Venezia e sugli artisti russi è il simbolo di questa fragilità: si usa la cultura come una clava politica perché non si ha la forza di usare la politica come una visione del mondo.

SIAMO TUTTI IN TRAPPOLA

Il nuovo volume di Limes, che vi consiglio, ha un titolo che non lascia spazio alle sfumature: “In trappola”.

Non è solo l’Iran ad essere stretto dalle sanzioni, non è solo l’America ad essere ostaggio dei suoi debiti e delle sue elezioni, ma siamo noi ad essere in trappola, incastrati tra il prezzo della benzina alla pompa e la traiettoria di un missile che parte da una base nel deserto.

Siamo ostaggi di una guerra strana che non esplode mai del tutto, ma che ci consuma ogni giorno, erodendo i nostri risparmi e le nostre certezze.

L’alleato giura fedeltà, mentre, sottobanco, tratta con il nemico del tuo nemico.

Il mercato festeggia la pace, ma solo dopo aver incassato i proventi di una scommessa sulla guerra.

Forse arriverà, finalmente, una tregua vera, gli USA capiranno di aver fatto un disastro e Hormuz riaprirà. Forse arriverà persino la pace, ma quanto vale la vita di una studentessa libanese nel quattordicesimo punto di un accordo che serve a far scendere di qualche centesimo il costo di un pieno in un distributore del Michigan?

Quanto vale rispetto a una studentessa di Kiev o una di Mosca? O a una di Gaza?

Perché, se ci commuoviamo e proviamo rabbia se a morire sono gli ucraini, ma non proviamo altrettanto con altre vite, se proviamo commozione e rabbia solo per i colori che consideriamo amici, buoni a prescindere e titolati a commettere ogni crimine impunemente, allora, potrà anche esserci una pace militare, ma la sconfitta sarà totale.

La sconfitta della civiltà occidentale.