IL BLUFF DI WASHINGTON E IL RITORNO DELLA FIONDA DI DAVIDE

di Pasquale Di Matteo

L’appuntamento era fissato per lunedì a Islamabad, ma al terminal degli arrivi internazionali non si è presentato nessuno.

Mentre Donald Trump vendeva all’elettorato americano l’ennesimo “successo diplomatico senza precedenti”, la sedia riservata alla delegazione di Teheran restava vuota, gelida, a ricordare che in Medio Oriente la realtà ha l’abitudine di smentire i post su Truth Social nel giro di poche ore.

L’agenzia ufficiale iraniana IRNA lo ha messo nero su bianco come uno schiaffo: “Nessun colloquio finché continuerà l’assedio ai nostri porti”.

Il fallimento dell’incontro in Pakistan è il sintomo di un corto circuito.

Da una parte, c’è la narrazione della Casa Bianca, che descrive un’Iran in ginocchio e un accordo “migliore di quello di Obama” a portata di mano; dall’altra ci sono i fatti, che raccontano di un blocco navale che fa acqua da tutte le parti e di una potenza, quella statunitense, che comincia a grattare il fondo dei propri magazzini di munizioni.

IL FANTASMA DI J.D. VANCE E IL CAOS DI WASHINGTON

La cronaca delle ultime 72 ore è grottesca.

Trump annuncia che il suo vice, J.D. Vance, è in missione segreta a Islamabad per chiudere la partita, ma una manciata di ore più tardi, il New York Times rivela che la partenza, inizialmente prevista per lunedì, è misteriosamente slittata a data da destinarsi.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Baghaei, ha rincarato la dose, definendo le condizioni americane “inaccettabili”.

In questo teatrino delle ombre, l’unica cosa certa è l’assenza di una linea coerente.

Si diceva che Trump fosse il maestro dell’imprevedibilità, la celebre “teoria del matto” già cara a Richard Nixon, ma c’è una linea sottile che separa l’imprevedibilità strategica dal disordine amministrativo. E, forse, mentale.

Mentre Trump cerca di accreditarsi come il grande costruttore di pace, la sua ala militare e i Pasdaran a Teheran lavorano in direzione ostinata e contraria. I verbali interni rivelano una spaccatura profonda nell’establishment iraniano:

i diplomatici cercano lo spiraglio per allentare le sanzioni, ma i militari hanno capito che l’arma vera non è l’arricchimento dell’uranio, ma la geografia.

IL BLOCCO NAVALE: QUANDO I DATI UMILIANO LA RETORICA

Se ascoltate i briefing del Pentagono, lo Stretto di Hormuz è sigillato, ma se leggete i report di Lloyd’s List Intelligence, la realtà è opposta.

Negli ultimi sette giorni, almeno 26 navi della cosiddetta “flotta fantasma” iraniana hanno eluso sistematicamente il blocco statunitense. Undici petroliere cariche fino all’orlo sono passate sotto il naso della Quinta Flotta senza che un solo colpo venisse sparato.

Washington dichiara il controllo totale, ma i mercati vedono il greggio iraniano continuare a fluire verso i porti cinesi.

Il sequestro della nave cargo iraniana, sbandierato dai media vicini a Trump come l’inizio della fine per Teheran, appare oggi per quello che è: un episodio isolato, un’azione di propaganda necessaria a coprire l’inefficacia di un dispositivo navale che non può permettersi di ingaggiare ogni singolo bersaglio senza scatenare un incendio mondiale.

E qui arriviamo al punto dolente: le munizioni, perché, secondo un’inchiesta del quotidiano tedesco Der Spiegel, gli Stati Uniti starebbero esaurendo le scorte di missili terra-aria e missili da crociera.

Prova ne è che alcune ommesse di missili in consegna al Giappone, sarebbero state rinviate perché i missili scarseggiano, tanto che i giapponesi hanno rissposto chiedendo il rispetto dei tempi previsti.

Tra il sostegno massiccio all’Ucraina e la necessità di presidiare il Pacifico in chiave anti-Cinese, la “superpotenza” dei film di Hollywood si scopre vulnerabile. e molto meno potente, qui, nel mondo reale.

Non si può mantenere un assedio permanente se le fabbriche non riescono a stare dietro al consumo di missili intercettori. L’Iran lo sa. Per questo aspetta.

HORMUZ COME FIONDA DI DAVIDE: L’ITALIA NEL MIRINO

Paolo Magri, dell’ISPI, ha usato una metafora che toglie il sonno ai ministri dell’economia europei: Hormuz è la fionda di Davide contro il Golia americano.

Lo stretto è largo appena 33 chilometri nel suo punto più critico. Non serve un’arma nucleare per mettere in ginocchio l’Occidente; bastano pochi droni da poche migliaia di dollari per bloccare il 20% del commercio mondiale di idrocarburi.

E chi paga il conto più salato? Non certo gli Stati Uniti, che sono diventati esportatori netti di energia. Né la Russia, che sta facendo soldi a palate.

Il conto arriva a Roma e a Berlino. I numeri sono un pugno nello stomaco per la nostra sicurezza nazionale: il 12% del gas totale utilizzato in Italia passa per quel collo di bottiglia. Il 6% del nostro petrolio dipende dal beneplacito di chi controlla quelle acque.

Peggio ancora, il 20% del carburante per aerei che alimenta i nostri aeroporti arriva dal Golfo.

Venerdì scorso, a Parigi, Giorgia Meloni ha incontrato Emmanuel Macron e Keir Starmer. Hanno parlato di “missione dei volenterosi”, hanno ipotizzato l’invio dei cacciamine italiani della classe Lerici e Gaeta, eccellenze mondiali nella bonifica dei fondali.

Ma la condizione posta da Palazzo Chigi è chiara: “Interverremo solo dopo un reale cessate il fuoco”. Tradotto dal linguaggio diplomatico: non abbiamo nessuna intenzione di finire in mezzo a una guerra tra Trump e gli ayatollah per difendere gli interessi di Washington mentre noi paghiamo il gas a peso d’oro.

LA STRATEGIA DEL CAOS O IL CAOS DELLA STRATEGIA?

Vittorio Emanuele Parsi analizza il comportamento di Trump come un’applicazione della “Madman Theory”, quella per cui fai credere al tuo nemico di essere abbastanza pazzo da premere il bottone rosso, e lui arretrerà.

Il problema sorge quando il nemico sospetta che la tua “pazzia” sia solo una distrazione.

Le accuse che piovono su Trump in queste settimane non riguardano solo la geopolitica; c’è l’ombra del dossier Epstein, ci sono le elezioni di midterm a novembre, c’è il prezzo della benzina alle pompe americane che sta erodendo il suo consenso interno.

Il Brent è tornato sopra i 95 dollari al barile, in aumento del 5,8% in una sola mattinata.

Ogni dollaro in più alla pompa è un voto in meno per i repubblicani.

L’Iran, con una pazienza millenaria, gioca sulla vulnerabilità politica del Presidente. Teheran sa che Trump ha bisogno di un accordo, anche di facciata, per poter dire agli americani: “Ho portato la pace e abbassato i prezzi”.

Gli iraniani, al contrario, non hanno fretta. Hanno scoperto che possono tenere in ostaggio l’economia globale restando fermi sulla riva dello stretto.

L’OMBRA LUNGA DI NETANYAHU E IL SILENZIO DI PECHINO

C’è un terzo attore che osserva con soddisfazione il naufragio dei negoziati: Benjamin Netanyahu.

Trump ha cercato di difendersi su Truth, dichiarando che la politica verso l’Iran è una sua scelta autonoma e non è dettata da Israele, ma si tratta di una precisazione che, per chiunque conosca le dinamiche di potere a Washington, suona come una conferma del contrario.

Se un leader sente il bisogno di urlare la propria autonomia, è perché quest’ultima è già stata compromessa.

Mentre l’Occidente si avvita in discussioni su droni e cacciamine, la Cina osserva in silenzio.

Pechino ha fatto passare attraverso lo stretto acquisti per 110 miliardi di dollari, in media, negli ultimi due anni.

Perciò, se Hormuz si chiude davvero, la Cina è la prima a soffrire, ma è anche l’unica che può alzare il telefono e parlare con Teheran senza passare per intermediari pachistani.

Inoltre, si è messa al riparo quanto a petrolio, acquistandolo da Mosca.

Il rischio reale è che, mentre gli USA cercano di bonificare lo stretto con la retorica, i veri guardiani del traffico marittimo diventino altri.

IL BRENT NON MENTE MAI

L’immagine finale di questa crisi non è quella dei caccia F-18 che decollano dalle portaerei, ma quella di un monitor finanziario a Piazza Affari, che indica petrolio a +6%, gas a +4%, borsa in calo dell’1,25%.

Questi numeri non hanno bisogno di interpretazioni, non seguono la “teoria del matto” e non si curano dei post sui social media.

Siamo di fronte a una gestione caotica che ha scambiato la propaganda per strategia. Washington ha minacciato di distruggere ogni ponte e ogni centrale elettrica in Iran, ma non riesce a impedire a una nave cisterna di passare in un braccio di mare largo quanto la distanza tra Reggio Calabria e Messina.

Allora, chi sta davvero assediando chi?

Gli Stati Uniti gridano alla vittoria da un tavolo negoziale deserto, mentre l’Iran, senza nemmeno presentarsi, ha già ottenuto quello che voleva: il rialzo dei prezzi, la divisione degli alleati europei e la dimostrazione che il controllo dei mari, oggi, non si esercita più solo con la stazza delle navi, ma con la capacità di rendere insostenibile il costo della navigazione altrui.

Il documento dell’intelligence di Lloyd’s è ancora lì, sul tavolo di qualche analista che non ha il coraggio di smentire il proprio Presidente. Dice che le navi iraniane passano. Dice che il blocco è un fantasma.

Dice che, alla fine, il vero “matto” potrebbe non essere quello che siede nello Studio Ovale.

L’immagine che resta è quella di una petroliera che attraversa l’alba nel Golfo dell’Oman. Sul ponte non sventola la bandiera a stelle e strisce, e all’orizzonte non ci sono navi della Marina statunitense a fermarla.

C’è solo il silenzio di un mare che ha smesso di rispondere ai comandi di Washington.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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