IL PREZZO DELLA TREGUA E IL BLUFF DI TRUMP. CHI COMANDA DAVVERO A HORMUZ?

di Pasquale Di Matteo

Ora il regime iraniano è tornato credibile. Parola di Trump.

Perché il bollettino di guerra è diventato un esercizio di stile, una partita a scacchi giocata su Twitter che ignora, deliberatamente, il peso reale delle navi che solcano i mari.

Teheran annuncia la riapertura dello Stretto di Hormuz dopo che, finalmente, si è raggiunto un cessate il fuoco tra Israele e Libano. E lo annuncia per tutta la durata del cessate il fuoco, un accordo di dieci giorni siglato sotto la regia di Donald Trump.

Quando ieri, in Italia, era già sera inoltrata, Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, ha detto: “Lo stretto è aperto a tutte le navi commerciali fino alla fine del cessate il fuoco”.

Trump, dal suo profilo Truth, ha esultato con l’entusiasmo di un venditore che ha appena piazzato il colpo della vita: “Grazie, l’Iran ha accettato di non chiudere mai più lo Stretto di Hormuz. Non verrà più utilizzato come arma contro il mondo”.

Peccato che non sia affatto ciò che ha dichiarato l’Iran, ma per la propaganda americana e fare campagna elettorale, le balle funzionano.

Inoltre, c’è un dettaglio che i comunicati ufficiali dell’amministrazione Usa tentano di archiviare in fretta: il blocco navale. Trump ha aggiunto un inciso, quasi fosse una nota a piè di pagina: “Il blocco navale da e per i porti iraniani resta in vigore fino all’accordo con Teheran”.

E qui la narrazione si spacca: da un lato il Presidente annuncia la vittoria definitiva, dall’altro Teheran risponde con una smentita secca, che puzza di ultimatum: “Se il blocco marittimo dovesse continuare, sarà considerato una violazione del cessate il fuoco e il transito attraverso lo Stretto di Hormuz verrà interrotto di nuovo”.

Dunque, la pace che Trump annuncia su Truth è una pace che l’Iran subordina alla rimozione di quel blocco che, a sua volta, la Casa Bianca dichiara irremovibile, e al rispetto del cessate il fuoco in Libano.

Chi comanda, dunque, nello stretto di Hormuz e chi ci prende per i fondelli?

IL GIOCO DELLE PARTI E L’URANIO FANTASMA

La diplomazia si sposta a Islamabad, la nuova terra promessa per i negoziati, scelta personalmente da un Trump che non nasconde il suo disprezzo per i paesi che, a suo dire, “non hanno aiutato”.

Gli inviati del Tycoon, Steve Witkoff e Jared Kushner, sono pronti. L’obiettivo, dichiarato da Trump ad Axios, è raggiungere un accordo definitivo “entro un paio di giorni”.

Tra le promesse di questo accordo spicca la consegna dell’uranio arricchito iraniano agli Stati Uniti.

“Recupereremo l’uranio, lo porteremo in Usa”, giura il Presidente con il più alto tasso di ripensamenti, dalla sera alla mattina, del mondo.

Peccato che, a Teheran, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, abbia già liquidato l’ipotesi come “inaccettabile”.

Siamo di fronte a una narrazione parallela.

Trump parla a quel che resta del suo elettorato, sperando di salvare il salvabile in vista delle elezioni di medio termine, costruendo l’immagine di un uomo che ha risolto dieci guerre mondiali, tra cui questa, definita, appunto, come “la decima”.

Con buona pace delle centinaia di innocenti ammazzati dal fuoco americano e israeliano a Teheran e del Diritto internazionale fatto a pezzi.

Ma nel mondo reale, quello dei tavoli delle trattative, le posizioni sono bloccate.

La premier italiana, Giorgia Meloni, finisce nuovamente nel mirino di Trump: “L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per lei”, ringhia il leader americano, tirando in ballo un vecchio articolo del “Guardian” sul diniego di Roma all’uso delle basi in Sicilia per il trasporto di armi.

Non c’è riconoscenza nei giochi di potere, solo un cinico calcolo di convenienze.

Ma tranquilli, purtroppo, ahinoi, anche queste dichiarazioni di Trump sono balle che presto saranno smentite, perché l’Italia ha la sfortuna di essere troppo importante per ciò che resta dell’impero americano.

PARIGI E IL VERTICE DELLE OMBRE

Mentre Trump twitta la solita propaganda, a Parigi si è consumato un vertice che rivela le crepe profonde nell’alleanza occidentale.

Macron e Starmer hanno convocato la coalizione dei volenterosi – quella che non ha risolto neppure il raffreddore a Kiev – per discutere di Hormuz.

Il premier britannico ha confermato che saranno Londra e Parigi a guidare la missione internazionale di monitoraggio.

La Meloni, dal canto suo, ha offerto la disponibilità di unità navali, ma con la consueta clausola cautelativa: “Sulla base di un’autorizzazione parlamentare e in linea con le regole costituzionali”.

Tradotto: io continuerò a essere zerbino di USA e UE, ci mancherebbe. Ma la nostra Costituzione mi frena un pochetto.

Il vertice si è trasformato in una masterclass di equilibrio.

La Francia si oppone apertamente all’idea che la struttura di comando della missione sia sotto l’egida statunitense. Parigi vuole mantenere l’indipendenza tattica, temendo che la leadership americana possa trascinare l’Europa in una guerra che non appartiene, per natura e interesse, al Vecchio Continente.

Anche se le politiche russofobe degli ultimi anni direbbero altro.

Eppure, Berlino, attraverso il cancelliere Friedrich Merz, spinge per una maggiore integrazione: “La Germania potrebbe fornire capacità di sminamento e intelligence marittima”. Le divergenze sono tecniche, ma pesano quanto una dichiarazione di guerra.

Anche se non si capisce per sminare cosa, visto che Hormuz è sempre stato aperto alle navi cinesi e a tutte quelle che pagavano pedaggi all’Iran e, come si evince, da ieri sera è aperto a tutte.

IL RITORNO DELLE TURBOLENZE

Il cessate il fuoco, scattato ufficialmente alle 23 del 16 aprile, è nato sotto una cattiva stella.

Il Papa, da Yaoundé, in Camerun, non ha citato Trump per nome, ma il riferimento è inequivocabile: la pace non si ottiene con le minacce, serve una “mente lucida” e una “coscienza integra”.

Una stoccata che a Washington non è passata inosservata. Leone XIV sa bene che la tregua di dieci giorni non significa nulla se non c’è la volontà di scendere a patti sul blocco dei porti.

Dunque, tutto resta in piedi finché reggerà il cessate il fuoco tra Israele e Libano.

E perché Hamas non è presente al tavolo delle trattative, visto che è il braccio armato che, finora, ha dettato i tempi del conflitto, contro l’invasione israeliana?

Gli israeliani sostengono che questa tregua costringerà il gruppo a separarsi da Hamas, ma il legame è troppo solido. Le clausole dell’accordo, che prevedono la protezione dei confini e il monitoraggio delle rotte, rischiano di evaporare non appena il primo drone iraniano tornerà a solcare i cieli di Hormuz o il primo miliare israeliano ammazzerà l’ennesimo innocente.

Mentre il mondo applaude, la verità è che non ci troviamo davanti alla fine di una crisi, ma davanti a una messa in pausa di un sistema che scricchiola.

La “decima guerra” che Trump si vanta di aver risolto è ancora qui, pronta a riaccendersi non appena la prima petroliera, priva della scorta di una coalizione che ancora non ha una struttura di comando, verrà intercettata dai pasdaran.

Comunque andrà, ciò che resta della coalizione occidentale è un malato terminale.

E, non appena il cessate il fuoco fallisse e, inevitabilmente, si dovrà decidere se intervenire davvero o limitarsi, come sempre, a un comunicato stampa di condanna, sarà palese anche a un cieco.

Intanto, i veri vincitori di questo disastro compiuto in Medio Oriente da Washington e Tel Aviv, festeggiano a Pechino e già tracciano gli orizzonti del nuovo impero sul tetto del mondo.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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