ABBIAMO UN AGGREDITO E DUE AGGRESSORI

MENTRE IL MONDO BRUCIA, L’OCCIDENTE SI INCORONA PADRONE DEL NULLA

Teheran sotto le bombe israeliane e americane. Un’azione unilaterale, senza alcun mandato ONU. Un atto terroristico per il Diritto internazionale.

Per quattro anni ci hanno martellato i timpani con “C’è un aggredito e un aggressore”.

Lo hanno urlato nelle piazze, lo hanno cucito sulle bandiere, lo hanno trasformato in sanzioni che hanno messo in ginocchio l’economia globale in nome della morale.

Nelle ultime settimane, ci hanno perfino raccontato che Navalny sarebbe stato ucciso in carcere da Putin, dopo le indagini, quando sono vent’anni che parliamo di Garlasco e di altri casi senza un vero colpevole.

Tutto perché Putin è il nuovo Hitler, secondo la narrazione che ci vuole armati fino ai denti per rispondere all’imminente invasione russa, mentre la Russia è impantanata da quattro anni nel Donbas.

Ma oggi, abbiamo un aggredito, l’Iran, e ben due aggressori: gli Stati Uniti e Israele. Eppure, le rotative dello sdegno sono ferme.

Non ci sono bandiere iraniane sui profili social dei leader europei. Non ci sono pacchetti di sanzioni “devastanti” già in discussione per Washington o Tel Aviv. Non ci sono invii di armi difensive a Teheran.

L’Occidente ha gettato la maschera definitivamente, dopo il complice silenzio per i crimini di guerra di Israele nei confronti dei civili di Gaza; la sovranità nazionale è un valore sacro solo se serve a isolare Mosca, a contenere Pechino o chiunque si ponga davanti ai piani imperialisti di USA e Israele. Chiunque sia solo un fastidioso ostacolo al dominio dei “Padroni del Mondo”.

L’URLO DEI DRONI E IL SILENZIO DEI TELEFONI

Immaginate una metropoli di dodici milioni di abitanti, dove i genitori corrono verso scuole che non esistono più per recuperare figli che forse sono già cenere. Mentre il Pentagono parla di “obiettivi chirurgici”, le immagini che filtrano mostrano palazzi sventrati e scuole femminili ridotte a cumuli di macerie.

È questa la democrazia che stiamo esportando. Una democrazia che bombarda civili per distogliere l’attenzione dagli “Epstein Files” di un Trump che gioca a fare il “Presidente di guerra” per risalire nei sondaggi.

Stiamo assistendo alla privatizzazione della guerra. Gli Stati Uniti usano lo strumento militare come un istinto primordiale, un bullismo geopolitico volto a recidere i gangli vitali della Nuova Via della Seta.

Isolare l’Iran significa colpire i polmoni della Cina, asfissiare l’Eurasia e riaffermare un’egemonia unipolare che il resto del pianeta non è più disposto ad accettare. È un azzardo cinico. Un gioco d’azzardo sulla pelle di novantadue milioni di persone.

E oggi, si spiega anche il perché del rapimento illegale di Maduro, per controllare il petrolio venezuelano in previsione della chiusura dello stretto di Hormuz, che strangolerà imprese e famiglie europee.

IL PARADOSSO DI SPARTA E LA MAIONESE CHE NON IMPAZZISCE

Israele, dal canto suo, persegue il sogno di una “Grande Israele” che controlli militarmente ogni centimetro del Medio Oriente.

Netanyahu, stretto tra i crimini contro l’umanità a Gaza e le tensioni interne, ha bisogno di un incendio perpetuo per non finire i suoi giorni in prigione.

Eppure, c’è un paradosso sociologico che sfugge ai pianificatori di Tel Aviv: il regime di Khamenei era il “nemico perfetto”.

Un nemico utile a compattare l’opinione pubblica, a giustificare lo stato di assedio permanente. Eliminare quel nemico, o trasformare l’Iran in un nuovo Venezuela, significa privare Israele del suo collante identitario.

Inoltre, l’Iran non è l’Iraq. Non è la Libia.

Gli analisti di Limes parlano di “maionese iraniana”. Una stratificazione millenaria di cultura, orgoglio persiano e senso dello Stato che non si separerà con pochi missili Cruise.

Anche chi odia il regime teocratico, oggi si ritrova a odiare ancora di più fa piovere morte dal cielo sopra quartieri residenziali. L’aggressione esterna non produce libertà; produce una solidarietà disperata attorno al simbolo della nazione calpestata.

Perché anche quegli iraniani che volevano una rivoluzione non la vogliono fatta da altri e si compatteranno contro Israele e USA unendosi a chi già era contro.

Gli iraniani non vedranno la morte di Khamenei come una liberazione, ma come l’ennesima aggressione dall’esterno.

Adesso, forse ci sarà un triumvirato alla guida del Paese, ma è difficilissimo che gli iraniani si facciano imporre un “miliziano” dagli americani, men che meno dai nemici di sempre israeliani.

IL PREZZO DEL TRADIMENTO: EUROPA, SVEGLIATI

Mentre noi discutiamo di “diritti delle donne” iraniane, le bombe americane uccidono quelle stesse donne nelle classi dove stavano studiando.

Dove sono i guru del giornalismo che ci parlavano della voglia di libertà di quelle giovani donne, adesso?

È un’ironia tragica che solo un Occidente moralmente fallito può non vedere. Le conseguenze economiche ci travolgeranno: lo Stretto di Hormuz è chiuso, il petrolio schizzerà a cifre insostenibili, le assicurazioni marittime renderanno ogni merce un lusso.

Pagheremo noi, cittadini europei, il prezzo della follia imperiale di Trump e Netanyahu.

Gli Accordi di Abramo sono carta straccia. I Paesi del Golfo, aggrediti per il solo fatto di ospitare basi americane, hanno capito che l’abbraccio di Washington è un abbraccio mortale e abbandoneranno l’America.

La Turchia osserva, cinica e pronta a intervenire per evitare l’ondata migratoria, emergendo come l’unico attore razionale in un teatro di folli.

Non c’è onore in questa operazione, ma solo il riflesso condizionato di un impero in declino che morde perché ha paura del buio.

Quando si smette di distinguere tra giustizia e convenienza, la civiltà è già finita. L’Occidente è morto da quattro anni e USA e Israele stanno definitivamente staccando la spina.

Oggi l’aggressore ha due nomi, ma l’Occidente ha perso la voce. Nessuno riesce più ad articolare nemmeno una lettera dell’”abbiamo un aggredito e un aggressore”, una puttanata geopolitica, da ultimo della classe, trasformata in slogan geniale per chi vede studio, conoscenza e letture come perdite di tempo.

E nel silenzio della nostra complicità, nella ceca ignoranza di molti, USA e Israele legittimano ancora una volta le pretese russe sull’Ucraina, confermandosi gangster del pianeta a cui delle due una: paghi il pizzo o muori.

Ah, non ditelo a Calenda & Friends. Non vorrei rischiassero la vita per andare a protestare a Tel Aviv, poi a Washington, infine a Teheran, sempre dalla parte dei… giusti…?

E pensa che sfigati i pennivendoli della propaganda di casa nostra: non potranno nemmeno scrivere che a guadagnare dai rialzi dei prezzi di gas e petrolio, che ci saranno in seguito alla chiusura di Hormuz, sarà Putin. Perché non possiamo più acquistare dalla Russia, ma dall’America, che ha appena messo le mani sul petrolio venezuelano in un’altra operazione illegale, priva di alcun mandato internazionale.

Ok, ora tutti alle pompe a fare scorte di carburante. Ma con le bandierine di Israele e degli USA, perché la democrazia vale e perché abbiamo un aggredito e un aggr…

Ah, no. Gli aggressori sono due, ma Hollywod, Kallas, von der Leyen, Meloni… ci dicono che sono i buoni.

Quindi?

LA DANZA MACABRA DELLA NUOVA EUROPA

L’aria nei corridoi del Palazzo Berlaymont, sede della Commissione europea, è rarefatta, satura del profumo di caffè costoso e di una determinazione ai limiti della follia, che somiglia sempre più all’arroganza di hitleriana memoria.

Ursula von der Leyen siede dietro la sua scrivania, un perimetro di potere che la presidente ha da tempo allargato ben oltre i confini tracciati dai trattati di Roma. Ben al di là delle regole democratiche.

La sua voce, quando annuncia quel prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina, non ammette repliche. “In un modo o nell’altro”, dice.

Quattro parole dovrebbero far tremare le fondamenta di ogni parlamento nazionale e dovrebbero far nascere un brivido lungo la schiena di chiunque abbia un animo davvero democratico, perché portano in sé il germe di un assolutismo che la nostra memoria storica ha sepolto sotto strati di oblio volontario.

Un assolutismo che riporta l’Europa indietro ai tristi fasti della Germania nazista.

Il meccanismo è quasi geniale nella sua perversione giuridica: usare gli interessi dei beni russi congelati come garanzia. Ma non è l’illegalità del gioco sulla finanza, che darebbe a Mosca il pretesto per bloccare miliardi di dollari e di euro, a preoccupare, ma il metodo.

Di fronte al veto di Budapest, previsto dalle regole democratiche che l’Europa si è imposta per non essere come la Cina, la Russia o la Corea del Nord, la Commissione non cerca più la sintesi democratica, ma la via di fuga procedurale; in pratica, la Commissione vuole imporre la “volontà del capo” sulla “certezza della norma”.

Vuole comportarsi come Cina, Russia e Corea del Nord.

I padri fondatori, uomini che avevano visto le macerie ancora fumanti del 1945, avevano costruito l’Unione sull’unanimità e sui contrappesi democratici con lo scopo di evitare a prescindere ogni possibilità dispotica, perché sapevano che il potere tende all’espansione infinita se non incontra un muro.

Oggi, quel muro viene abbattuto in nome dell’emergenza e Ursula von der Leyen, – e i suoi sostenitori, – è un gravissimo pericolo per la tenuta democratica dell’Europa.

La storia ci insegna che le democrazie non muoiono quasi mai sotto i cingolati di un esercito invasore, ma sbiadiscono poco a poco, si dissolvono a piccole dosi, come un veleno somministrato nel tè della sera.

Ricordate la Repubblica Romana?

Augusto non abolì il Senato; lo rese semplicemente superfluo, svuotandolo di senso mentre ne manteneva i rituali. È esattamente ciò che sta accadendo oggi, perché, se una Commissione può decidere di bypassare le regole sovrane “in un modo o nell’altro” per una causa ritenuta nobile, chi le impedirà di farlo domani per una causa meno limpida?

E quale valore ha la democrazia, se si accende o si spegne a seconda degli umori di chi comanda? Se chi comanda può trasformarsi in dittatore quando gli fa comodo?

Nel frattempo, fuori dalle stanze climatizzate di Bruxelles, il continente respira a fatica.

Dall’avvento di von der Leyen, l’Europa ha perso il suo ruolo di faro della democrazia nel mondo; i costi energetici stanno strangolando le nostre industrie, la de-industrializzazione non è più uno spettro, ma una statistica, insomma, un fallimento dietro l’altro, eppure, la retorica bellicista non accenna a diminuire.

Siamo intrappolati nel paradosso sociologico per cui l’incapacità di negoziare è diventata una virtù morale.

C’è un’ombra lunga che paralizza il pensiero europeo, ed è l’ombra di Adolf Hitler. Ogni volta che si parla di pace con Mosca, il fantasma del 1938 viene evocato come un anatema. Ma si tratta di una sciocchezza, una retorica che trasforma la diplomazia in tradimento e la prudenza in vigliaccheria.

La realtà sul campo è più cinica dei nostri giudizi morali: l’Ucraina sta subendo un collasso demografico senza precedenti, tra migliaia di morti e di invalidi, oltre a un terzo della popolazione fuggita all’estero. Altro che patriottismo e voglia di resistere.

Gli ucraini non vogliono la guerra. Sono i loro capi a volerla, e chi sostiene il partito unico del capo. Visto che l’opposizione è stata, di fatto, bandita e le elezioni sono sospese da almeno un anno.

Stiamo finanziando la sopravvivenza di un fronte militare a spese della sopravvivenza di un popolo.

Una generazione di giovani ucraini viene mandata al macello mentre noi, a migliaia di chilometri di distanza, alziamo le spalle e votiamo risoluzioni scritte tra una pausa pranzo e una doccia calda, stando dietro alle follie di una presidente che non è ancora riuscita ad azzeccarne mezza.

La “Carta di Parigi” del 1990 prometteva una casa comune europea basata sulla sicurezza indivisibile. Quella promessa è stata stracciata. Abbiamo preferito la logica dei blocchi contrapposti alla complessità del dialogo.

E ora, la Commissione europea cerca di consolidare questo fallimento trasformandosi in un direttorio autocratico.

L’Ungheria di Orbán può essere un fastidio politico, ma il diritto di veto è l’ultima difesa contro la dittatura della maggioranza e contro la parola FINE alla democrazia, o peggio, contro la dittatura di una tecnocrazia che non risponde a nessuno. L’ultimo baluardo contro la vittoria del disegno hitleriano.

Guardate bene le immagini dei leader che si abbracciano a favore di camera, intorno a von der Leyen. Dietro quei sorrisi, c’è un vuoto di idee che stanno pagando tutti gli europei, a cominciare dalle aziende spazzate via dalle follie green, alle bollette assurde per le sanzioni “dagli effetti dirompenti” che dovevano piegare Mosca entro dicembre 2022.

Se il coraggio della pace è stato sostituito dalla testardaggine dell’imposizione a ogni costo, allora l’Europa ha smesso di essere un progetto di civiltà per diventare un’agenzia di sanzioni e di guerra.

Non svegliarsi oggi, di fronte al pericolo rappresentato da von der Leyen e da chi approva le sue politiche, significa accettare che la norma sia l’eccezione. Significa ammettere che il “in un modo o in un altro” di Ursula von der Leyen diventi il nuovo codice di condotta del nostro continente.

Significa che Hitler vince, non la guerra, ma imponendo il suo disegno ultimo.

Le dittature non arrivano con il fragore dei tuoni, ma con il fruscio della carta bollata che ignora i trattati.

Arrivano quando i cittadini smettono di chiedere “perché” e iniziano a chiedere “quanto”.

Arrivano quando persino i pennivendoli della propaganda preferiscono parlare di Olimpiadi e di Sanremo piuttosto di dare notizia sull’operato della Commissione, perché imbarazzati da cotanta dimostrazione di nazismo negli atti istituzionali.

La libertà è un muscolo che si atrofizza se non viene usato per dire “no!”.

E oggi, l’Europa ha un disperato bisogno di persone che abbiano il coraggio di dire no a questa deriva, prima che l’ultimo lume della diplomazia si spenga definitivamente, lasciandoci soli in un freddo inverno del diritto.

In un inverno che, se la follia di questa Commissione non troverà un argine democratico, ci porterà a un’era che si studierà il prossimo secolo tra i banchi di scuola, quando Hitler sarà relegato nella Storia moderna e chi ci sta portando al baratro oggi prenderà il suo posto in quella che sarà la nuova Storia contemporanea.

CODICE GIAPPONE. TRA GEOPOLITICA, ALGORITMI E MEMORIA

Cosa lega un appartamento vuoto a Nagoya, i server criptati di un colosso di Redmond e le rotte commerciali contese nel Mar Cinese Meridionale?

Un filo fatto di ostinazione, di regole riscritte e di quel senso del dovere tipicamente nipponico che non accetta la resa, nemmeno di fronte al passare dei decenni o alla prepotenza dei giganti.

IL DOVERE DI NON DIMENTICARE: 22 MILIONI DI YEN PER UNA VERITÀ

A volte la giustizia ha il suono di un bonifico mensile effettuato per ventisei anni consecutivi. Takaba Satoru ha perso la moglie nel 1999, ed è diventato il simbolo vivente di una resistenza psicologica, etica e morale che sfida la logica.

Pagare l’affitto di una scena del crimine per un quarto di secolo, spendendo una fortuna per mantenere intatto quello spazio di dolore, sembrava una follia, ma è stata una scommessa lucida sulla scienza, perché Satoru era convinto che il tempo avrebbe affinato le tecnologie.

La recente cattura della colpevole, un’ex compagna di scuola accecata da un’ossessione per la vittima, chiude un cerchio aperto sotto gli occhi di un bambino di due anni, che, nel frattempo, è diventato uomo.

Perché in Giappone, la perseveranza non è una cosa da poco, ma un pilastro dell’identità.

Satoru ha insegnato a suo figlio – e a tutti noi – che il risultato di un’azione è secondario rispetto alla dignità del tentativo. Un insegnamento, se vogliamo, sentimentale, ma vero, perché dice che non si abbandona il campo finché non è stata fatta luce, a qualunque costo.

LA SOVRANITÀ DIGITALE SOTTO ASSEDIO: IL RAID CONTRO MICROSOFT

Mentre Satoru difendeva la memoria di sua moglie in un appartamento, lo Stato giapponese scendeva in campo per difendere lo spazio virtuale.

Il raid della Fair Trade Commission negli uffici di Microsoft a Tokyo non è soltanto un atto burocratico, ma una dichiarazione di indipendenza tecnologica da parte di una nazione che non vuole più starsene zitta e buona.

L’accusa è aver utilizzato il dominio del software per blindare il mercato del cloud, penalizzando chi sceglie infrastrutture concorrenti attraverso tariffe di licenza discriminatorie.

Un’accusa pesante, in un’epoca in cui i dati sono il nuovo petrolio, perché il Giappone ha deciso di non essere una colonia digitale e l’autorità antitrust nipponica sta dimostrando una muscolarità senza precedenti, colpendo sistematicamente i giganti della Silicon Valley per garantire che il libero mercato non rimanga un concetto teorico sacrificato sull’altare degli algoritmi proprietari.

La strategia del Giappone afferma che la tecnologia deve servire il sistema Paese, non viceversa.

IL GELO DIPLOMATICO E LA GUERRA DEI “DUAL-USE”

Se ci spostiamo lungo l’asse Tokyo-Pechino, lo scenario si fa ancora più teso.

La decisione del Ministero del Commercio cinese di inserire quaranta pilastri dell’industria giapponese – da Subaru a Mitsubishi – in una lista di controllo per l’export è un colpo di fioretto che mira alla catena di approvvigionamento.

Pechino utilizza lo spauracchio della “sicurezza nazionale” e del “duplice uso” civile-militare, per rispondere al riarmo voluto dalla premier Sanae Takaichi.

Politichese, direbbe qualcuno, ma somiglia a delle spinte pericolose sul bordo dell’abisso.

Il Giappone punta a installare missili terra-aria a pochi chilometri da Taiwan entro il 2030 e la Cina risponde con la burocrazia doganale, sapendo di avere in mano la carta delle terre rare; in buona sostanza, non siamo ancora al blocco totale, ma queste “scaramucce” politiche sono i prodromi di una riconfigurazione geoeconomica che potrebbe cambiare il volto dell’Asia Orientale, poiché la Premier Takaichi sta portando il Paese verso una postura militare assertiva, rompendo tabù decennali e accettando il rischio di un isolamento commerciale parziale.

UNA VISIONE D’INSIEME: IL GIAPPONE CHE NON SI PIEGA

Cosa unisce, dunque, questi tre frammenti di attualità?

La risposta è Gaman (pazienza e perseveranza).

C’è il Gaman individuale di un padre che aspetta ventisei anni per un test del DNA, quello istituzionale di un’Authority che sfida i monopoli americani, e c’è il Gaman geopolitico di una nazione che accetta lo scontro con il suo principale partner commerciale pur di non arretrare sulla propria sicurezza strategica.

Il Giappone del 2026 è un laboratorio a cielo aperto, un Paese che sta imparando a dire “no” sia agli alleati ingombranti che ai vicini minacciosi, cercando una via d’uscita tra l’eredità del passato e le incognite di un futuro multipolare.

Non è un percorso privo di ombre o di costi economici altissimi, ma è l’unica strada possibile per una nazione che ha deciso di non lasciare che sia il tempo – o il mercato – a decidere il proprio destino.

IL QUARTO ANNO DI UNA GUERRA SENZA RITORNO. TRA FALLIMENTI E ALTRI FALLIMENTI

Il vento soffia ancora gelido tra le macerie di Mykolaiv, portando con sé l’odore metallico del tritolo e quello dolciastro del fumo stantio.

Ormai, la guerra in Ucraina è scivolata, quasi per inerzia, nel suo quinto anno di vita, trasformandosi in una creatura nuova, deforme e imprevedibile. Il 24 febbraio scorso, infatti, è stato il quarto anniversario di un conflitto che si poteva evitare, ma che interessi economici e geopolitici hanno voluto fortemente.

Una guerra che non è più solo una questione di trincee e fango, ma un mosaico asimmetrico dove la verità è la prima vittima di una propaganda che non cerca neanche più di convincere, ma solo di stordire.

Sotto la superficie dei comunicati ufficiali, si muovono correnti sotterranee di spionaggio, disperazione rassegnata e un riassetto geopolitico che sta riscrivendo le regole del mondo.

Quattro anni di guerra, dunque. Una guerra che la Russia aveva immaginato rapida come un lampo, perché non aveva considerato l’intervento delle armi NATO e anche di vari reparti militari e d’intelligence, indispensabili per utilizzarle al meglio.

Quattro anni di balle della propaganda occidentale, di notizie che davano Putin spacciato per quattro tipologie di cancro e Mosca al tappeto entro Natale 2022 per le sanzioni occidentali dagli effetti dirompenti. Poi la Russia era al tappeto nel 2023, in virtù della poderosa controffensiva ucraina.

Ancora, nel 2024, il rublo era carta straccia. I russi smontavano microchip dagli elettrodomestici ucraini perché non avevano più soldi per acquistarli. Gli stessi russi che cavalcavano muli perché i mezzi blindati erano stati tutti distrutti dagli ucraini.

I medesimi russi che morivano al ritmo di 1000 al giorno, cioè oltre 1,2 milioni di morti dall’inizio del conflitto, che significa l’intero esercito di Mosca ai dati del 2022.

Quattro anni di barzellette e sciocchezze megagalattiche spacciate per giornalismo. Perché non conta più informare, ma costruire narrazioni che siano marketing per chi comanda.

IL FRONTE DEL LOGORAMENTO E IL MIRAGGIO DELLA RICONQUISTA

Sulla carta, i numeri danzano come ombre cinesi. Il generale Syrskyi annuncia la riconquista di 400 chilometri quadrati nel sud, un dato che fluttua con una rapidità sospetta, passando dai 200 ai 300 in poche ore di intervallo comunicativo.

Ma la realtà del campo, quella analizzata dal generale italiano Maurizio Boni, parla una lingua meno entusiasta: «la Russia ha sistematicamente neutralizzato gran parte del potenziale bellico di Kiev.

L’Ucraina soffre di una penuria cronica di carne e acciaio. Non bastano i droni, non bastano le munizioni mandate con il contagocce dall’Occidente se manca l’ossigeno del personale pronto al fronte. La mobilitazione forzata, diventata ormai una caccia all’uomo nelle città, racconta la frattura interna di una società che, pur non volendo cedere, sente il peso insopportabile della realtà.»

ASIMMETRIA: QUANDO IL TERRORISMO DIVENTA STRATEGIA

Quando la forza bruta delle armate si arena, il conflitto muta pelle.

La guerra diventa anche attentati, come quelli alle stazioni di servizio a Mykolaiv e come le esplosioni a Leopoli, sintomi di una guerra asimmetrica dove l’obiettivo è ledere la stabilità emotiva del nemico.

Ma il gioco si fa ancora più sporco, perché aleggia il sospetto di operazioni “false flag” sull’esplosione alla stazione ferroviaria di Mosca. È un classico della sociologia della comunicazione in tempo di guerra: creare un martire interno per giustificare l’escalation esterna.

La Russia ha bisogno di dipingere l’Ucraina come un’entità terroristica agli occhi della propria opinione pubblica per alimentare la macchina del consenso. È una danza macabra di specchi e di inganni, dove ci sono più inganni che specchi da ambo le parti.

IL TAVOLO DELLA PACE E IL DECLINO DEL SOGNO LIBERALE

Mentre a Kiev si organizzano i “blackout parties”, una risposta sociologicamente affascinante, quasi di riscossa giovanile, dove si balla al buio per non morire di malinconia, nelle stanze del potere mondiale il paradigma sta cambiando.

Lo “Spirito di Anchorage” o il fantomatico “Board of Peace”, invocato da colossi come BlackRock ed Elon Musk, suggeriscono che l’idealismo democratico sta cedendo il passo al realismo.

Marco Rubio, a Davos, ha infranto l’illusione della “fine della storia”, l’idea che il mondo intero sarebbe diventato un’unica democrazia liberale regolata dal commercio. Un’idea morta sotto i colpi dei mortai.

L’Occidente, oggi, si riscopre vulnerabile e frammentato, con un’Europa che cerca disperatamente in Zelensky un’ancora di salvezza, mentre la NATO, guidata dai sussurri di Washington, inizia a guardare oltre, verso un equilibrio che potrebbe sacrificare territori sull’altare della stabilità energetica, per cui 27 è un numero di paesi che potrebbe essere minore prossimamente.

SPIONAGGIO E TRADIMENTO: LE RADICI NEL CUORE DELL’EUROPA

La guerra non è più confinata al Donbass, ma è arrivata a Stoccarda, dove tre cittadini ucraini siedono sul banco degli imputati con l’accusa di spionaggio per conto di Mosca.

È un paradosso sociologico: il nemico che recluta tra le fila dei figli della vittima, ammesso che non sia l’ennesima propaganda come le prime notizie sul danneggiamento del NordStream, attribuito alla Russia, mentre poi si è scoperto causato dall’Ucraina.

La Polonia arresta bielorussi pronti a sabotare le ferrovie, ma è la stessa Polonia che gridava ai droni e ai missili russi, che posi si sono rivelati ucraini o problemi elettromagnetici.

La Germania si scopre terreno di caccia per i servizi russi e questo “satanismo collettivo”, come lo definisce con toni millenaristici il ministro Lavrov, è la narrazione russa per deumanizzare l’avversario, ma dietro la retorica spirituale si nasconde una fredda strategia economica: colpire le infrastrutture di trasporto tedesche significa colpire il cuore del supporto logistico all’Ucraina.

Anche se non si fanno mai considerazioni sui popoli europei, che, ormai da diversi mesi, si esprimono sempre più veementemente contro l’ulteriore invio di armi in Ucraina e per un’attività diplomatica più intensa. Un aspetto glissato dalla propaganda, ma con cui dovranno fare i conti i paesi che si avvicinano alle campagne elettorali per i cambi di legislature.

UNA GUERRA SENZA USCITA DI SICUREZZA

La pace non è un’opzione sul tavolo, ma un termine abusato per guadagnare tempo, perché gli unici che davvero la vogliono sono gli ucraini, sia quelli che temono di essere strappati dai marciapiedi per andare a morire al fronte, sia quelli fuggiti all’estero per salvarsi.

L’Ucraina chiede garanzie legali di difesa agli Stati Uniti, ma Washington sa che un impegno “nero su bianco” significherebbe la Terza Guerra Mondiale, la prima nucleare, nonché l’ultima della “razza” umana. Specie mi sembra eccessivo per ciò che siamo diventati.

Così, si continua a navigare a vista, tra una raffineria russa che brucia sotto i colpi di un drone ucraino e un’architettura di sicurezza europea che scricchiola sotto il peso di interessi divergenti.

Il quarto anno di guerra, appena concluso, conferma che il mondo che conoscevamo prima di quel febbraio 2022 non tornerà.

Siamo figli di un’era anomica, dove il ruggito delle armi è solo il rumore di fondo di un riassetto globale di cui non conosciamo ancora il prezzo finale. Un’era in cui, come ci raccontano i file Epstein, viviamo in una bolla in cui non esistono santi, ma tantissimi demoni.

Intanto, nelle cantine di Kiev, si continua a ballare tra un allarme aereo e l’altro, aspettando un’alba che sembra non arrivare mai.

IL CREPUSCOLO DI BRUXELLES, TRA L’OFFENSIVA DEL DRAGONE E IL SOGNO BELLICO TEDESCO

Il silenzio è il suono più assordante che si possa ascoltare oggi lungo il Reno.

Non è il rumore dei progressi, ma quello di un’invasione senza spari. Sulle banchine dei porti europei, migliaia di automobili cinesi dalle scocche lucide, con loghi BYD che brillano sotto una pioggia grigia, attendono di essere sdoganate.

È un dato di fatto, non un’opinione: i produttori orientali hanno ufficialmente spezzato l’osso del collo al nucleo industriale più importante dell’Unione Europea; proprio mentre i nostri politici discutono di normative, la Cina costruisce i sogni dei nostri figli, vendendoceli con uno sconto del trenta per cento.

L’Europa è una vettura impantanata nel fango della sua follia decisionale, e, proprio ora che il mondo è diventato un groviglio di ricatti sulle necessità primarie, siamo diventati il teatro di un paradosso dove il transito energetico pesa più dei trattati firmati a Versailles.

In questo scenario, in cui la diplomazia è trattata come una bestemmia in una chiesa, la Germania ha deciso di smettere i panni della formica austera per indossare quelli del generale, con la proposta di un’Europa a due velocità.

Un club d’élite, una “Serie A” guidata da Berlino e Parigi, con l’Italia, la Spagna, i Paesi Bassi e una Polonia che però, nelle nebbie della diplomazia, viene spesso confusa o scambiata per partner meno solida.

Ed è qui che si avverte il cortocircuito analitico dei nostri tempi, per cui c’è chi elenca partner come se fossero pedine su una scacchiera stabile, ignorando che in luoghi come la Romania o la Bulgaria, la democrazia è un algoritmo instabile, capace di annullare elezioni e arrestare vincitori pur di compiacere le autocrazie burocratiche di Bruxelles.

Berlino non propone questa scissione per generosità, ma per sopravvivenza: con un debito pubblico sostenibile e i Bund che restano l’ultima ancora di salvezza per il risparmio continentale, la Germania sta mettendo sul piatto l’unica merce di scambio che le è rimasta, costituita dalla forza bruta.

La crisi industriale tedesca è così profonda che Berlino deve necessariamente puntare sul militare per riconvertire la sua economia. Il sogno di Friedrich Merz non è solo quello di un esercito comune, ma di una Germania che torna ad armarsi, che guarda al nucleare, che ringhia verso la Russia. È un’immagine che fa tremare i polsi a chi ancora ricorda il Novecento, eppure nessuno osa alzare la voce.

Al centro di questo uragano, c’è l’Italia di Giorgia Meloni. La Premier si muove come un’equilibrista su un filo sottile teso tra Washington e Berlino: è stata a rimorchio di Biden, ora attende di capire come posizionarsi rispetto a Trump, cercando di conservare quegli ultimi scampoli di sovranità che Bruxelles chiede quotidianamente in sacrificio.

Ma quale sovranità si può difendere se il tuo partner principale, la Germania, decide di centralizzare la gestione dei risparmi e degli investimenti per finanziare le proprie fabbriche d’armi?

Stiamo costruendo un’Europa federale sotto la leadership teutonica, accettando una Serie B per tutti i paesi che non sapranno adeguarsi al ritmo della militarizzazione. Il rischio è che, mentre noi ridisegniamo i trattati tra un veto e l’altro, il mondo si sia già spostato altrove.

L’India e la Cina non bussano più alla porta: l’hanno già sfondata. Siamo il continente della trasformazione che ha smesso di trasformare, il museo di un’epoca che non ha saputo proteggere i propri marchi né i propri confini ideali.

La sintesi finale è amara e ci racconta di un’Unione Europea, così come l’abbiamo conosciuta, che è finita nei fatti. Restano i nomi, restano le bandiere blu con le stelle gialle, ma il cuore dell’industria e della diplomazia autonoma ha smesso di battere. Al loro posto, sta nascendo un mostro freddo fatto di debito comune, arsenali atomici e geopolitica del sospetto.

Chi non corre alla velocità di Berlino è destinato a essere l’osservatore passivo di un tramonto che non abbiamo avuto il coraggio di evitare.

Con la speranza che l’alba del mondo non ci faccia fare un tuffo indietro di un secolo, a quel riarmo che un nel Novecento portò alla Prima e poi alla Seconda Guerra mondiale.

IL CARTONGESSO E I VELENI DEL POTERE. EPSTEIN, SERVIZI SEGRETI E PERSONAGGI NOTI

L’indice di Jeffrey Epstein picchiava contro il muro della sua villa sulla 71ª Strada, a Manhattan.

Un colpo secco, nocca contro lo strato superficiale della pittura. Il suono che ne scaturiva non era il sordo rimbombo della pietra o del legno massiccio che ci si aspetterebbe da una dimora da cento milioni di dollari, ma il lamento vuoto del cartongesso.

“È tutto finto”, sussurrava il finanziere ai suoi ospiti sbalorditi. “Tutto finto”.

In quella confessione sussurrata tra le mura della casa privata più grande di New York, si nascondeva l’intera follia del caso Epstein, una scenografia monumentale costruita per nascondere il vuoto morale e il ricatto come normalità del potere occidentale. E non solo occidentale.

IL PARASSITA E IL RE DEL RETAIL

Per decenni, il mondo ha guardato a Jeffrey Epstein come a un oracolo della finanza, un uomo capace di generare ricchezza dal nulla attraverso algoritmi segreti, ma la realtà emersa dai tre milioni di pagine dei documenti recentemente desecretati, è molto più banale e, per questo, più sinistra.

Epstein non era un genio dei mercati. Era un parassita d’alto bordo.

La sua intera fortuna era un’estensione del portafoglio di Leslie Wexner, il patron di Victoria’s Secret.

Epstein non gestiva fondi, ma gestiva l’uomo. Aveva compreso che Wexner era abitato da un’inquietudine perenne, uno spirito maligno che lui chiamava “The Book”.

Sfruttando questa vulnerabilità psicologica, Epstein ottenne un potere di firma assoluto sulle finanze del miliardario, autoproclamandosi compensi da capogiro e usando il nome di Wexner come un grimaldello per scardinare le porte delle banche d’affari e dei salotti della Silicon Valley.

Era la sociologia del “capitale sociale” trasformata in arma da assedio, perché, una volta entrato grazie a un nome credibile, Epstein apriva un sentiero sicuro da cui passavano gli altri. Tutti gli altri, senza distinzione di orientamento politico, di religione, di nazionalità.

Nel suo “club” esclusivo, si “giocava” con bambini e si sognava il futuro: acquisizioni, leggi, pandemie, guerre.

SPECCHI PARALLELI: IL DUELLO DI PALM BEACH

Donald Trump e Jeffrey Epstein erano due facce della stessa medaglia, coniata nell’oro di New York degli anni ’80. Condividevano tutto: la brama di visibilità, il disprezzo per le regole e una visione della donna come pura valuta di scambio. Per oltre dieci anni sono stati “migliori amici”.

La loro rottura, avvenuta nel 2004, non ebbe nulla di etico. Fu una questione di centimetri e mattoni. Epstein aveva offerto 36 milioni di dollari per una villa a Palm Beach; Trump, con un rilancio da 40 milioni, gli soffiò l’affare da sotto il naso.

Nulla ferisce un narcisista quanto essere battuto sul terreno del prestigio immobiliare. Da quel momento, le traiettorie si separarono, ma le radici rimasero intrecciate nel fango, come testimoniano i file odierni, che citano Trump oltre cinquemila volte.

Sebbene non vi siano prove di reati sessuali verificati a suo carico in questi documenti, l’ombra del “Lolita Express”, il jet su cui viaggiavano minorenni reclutate con la promessa di trecento dollari per un “massaggio”, rimane il convitato di pietra della sua carriera politica.

La differenza tra i due è il finale: uno è diventato presidente degli USA, l’altro è finito con un lenzuolo intorno al collo.

L’AMBASCIATORE DEL DISONORE

Mentre a New York si tessevano trame finanziarie, oltreoceano il potere assumeva le forme della decadenza reale.

L’arresto di Andrea Mountbatten-Windsor è un terremoto violentissimo che scuote Buckingham Palace. Non si parla solo di condotte esecrabili con minori, ma di qualcosa che scuote le fondamenta della sicurezza nazionale britannica: l’abuso d’ufficio.

Tra il 2010 e il 2011, Andrea avrebbe condiviso documenti riservati su viaggi d’affari e investimenti in Afghanistan con Epstein.

Il principe era diventato un asset, una fonte di informazioni privilegiate per un uomo che si muoveva con la disinvoltura di un agente sotto copertura tra il Mossad israeliano e l’élite del Cremlino.

Epstein non era necessariamente una spia nel senso cinematografico del termine, ma piuttosto un “collezionista di compromessi”. Sapeva che un segreto di stato o un video proibito valevano più di qualsiasi titolo di Wall Street.

La risposta di Re Carlo III, un comunicato gelido che spoglia il fratello di ogni titolo e lo cita con il nome civile, è l’ultimo tentativo di una monarchia millenaria di amputare un arto in cancrena per salvare il corpo della Corona.

LA TEMPESTA PERFETTA NELLA CELLA 9

Il 10 agosto 2019, Jeffrey Epstein muore nel Metropolitan Correctional Center di Manhattan. La versione ufficiale parla di suicidio per impiccagione.

Eppure, la storia ci insegna che il caso non esiste quando si intersecano così tanti interessi globali. Quella notte, le telecamere si guastarono. Le guardie, in preda a una narcolessia sospetta, dormirono per ore, falsificando poi i registri.

Epstein, un detenuto ad altissimo rischio che aveva già tentato il suicidio settimane prima, fu lasciato solo.

È stata definita dal Dipartimento di Giustizia come una “tempesta perfetta di fallimenti”.

Ma per chi conosce i meccanismi della comunicazione, quella tempesta sembra piuttosto una nebbia calata ad arte, un piano definito nei minimi dettagli. Un piano troppo perfetto per definirlo solo una serie infinita di circostanze sfortunate.

Ghislaine Maxwell, la figlia del tycoon Robert Maxwell e chiave d’accesso di Epstein all’aristocrazia europea, ha dichiarato dal carcere di non credere al suicidio, così come le vittime sono convinte: “Era troppo narcisista per uccidersi”, dicono.

Inoltre, sembra davvero strano il suo presunto suicidio, perché un uomo che aveva costruito un impero sul ricatto non avrebbe mai lasciato il tavolo da gioco senza calare tutti gli assi che aveva nella manica.

IL SISTEMA CHE SI PROTEGGE

Oggi, gli “Epstein Files” ci vengono consegnati dal Dipartimento di Giustizia come un pasto preconfezionato, pieno di omissis e barre nere.

Perché rilasciarli ora, in questo modo?

La gestione dei documenti appare come un esercizio di contenimento del danno. Nomi pesanti come Bill Clinton, Bill Gates e persino intellettuali del calibro di Noam Chomsky appaiono nelle liste, creando una cortina fumogena bipartisan che impedisce una reale indignazione politica, perché le persone coinvolte abbracciano ogni schieramento.

Ma se nomi già così importanti sono stati dati in pasto all’opinione pubblica, chi si nasconde dietro le migliaia di omissis? Cosa dirigono? Di quali nazionalità sono? Qual è è stato il loro ruolo in passato o qual è quello che rivestono oggi, tanto importante da temerne la divulgazione?

Il sistema non sta processando Epstein, ma la propria capacità di sopravvivenza. Jeffrey Epstein aveva capito che il potere non è fatto di cemento armato, ma di quel cartongesso su cui bussava ridendo.

È un’impalcatura cava, sostenuta da segreti condivisi e debolezze da sfruttare quando serve.

Finché non avremo il coraggio di abbattere quel muro e guardare cosa c’è dietro la finzione, continueremo a vivere nella scenografia che un predatore ha costruito per noi, ascoltando il suono vuoto di una giustizia che arriva sempre troppo tardi.

E sempre con troppi nomi cancellati.

Perché cancellarli?

L’unico motivo che viene in mente è che siano persone tra le più influenti e note, altrimenti non si spiegherebbe.

Voi che dite?

LE VIBRAZIONI DELL’ANIMA E IL RITO DELLA RINASCITA A CREMONA

di Redazione TZ

Le corde di un violino non vibrano mai solo per lo scorrere dell’archetto.

A Cremona, all’interno degli eleganti spazi di Gabetti Arte, il violino di Daniela Fusha ha squarciato il silenzio come un bisturi di seta. Un regalo inatteso, un dialogo potentissimo tra sorelle: Daniela, con l’archetto in mano, e Viola, con le sue opere alle pareti.

La violinista Daniela Fusha

Il vernissage di AMARE si è aperto così, con un momento di pura poesia che ha trasformato un evento mondano in un esperimento sociologico sulla connessione umana.

La Prof.ssa Daniela Belloni e il Dott. Pasquale Di Matteo non hanno semplicemente allestito una mostra, ma hanno convocato dodici testimoni di una trasformazione necessaria, capaci di sviscerare il nostro tempo per raccontarcelo attraverso i loro linguaggi espressivi.

Daniela Belloni e Pasquale Di Matteo

L’ARCHITETTURA DI UN’URGENZA: OLTRE IL SENTIMENTALISMO

Viviamo in un’epoca di rumore, dove la comunicazione è spesso un guscio vuoto.

Pasquale Di Matteo, però, ribalta il paradigma. In questo contesto, l’arte non è decorazione, ma “strumento geopolitico dell’anima”.

Il suo metodo di crescita personale e di comunicazione, il KINSAISEI (Rinascita d’oro), trasfigura il trauma in linea di forza, in quella che non è un’idea astratta, bensì la proiezione della sua stessa parabola umana: dalla catena di montaggio alla scoperta del Giappone, dalla malattia alla comprensione che le crepe non sono fallimenti, ma varchi per la conoscenza.

Dodici artisti, dodici stadi di una ricostruzione interiore che sfida la gravità dell’apatia contemporanea.

MATERIA E MEMORIA: IL CORPO DELLA TERRA

La mostra “Amare, l’essenza della vita”, dopo la sorpresa del violino di Daniela Fusha, si è aperta con un’introduzione della Prof.ssa Daniela Belloni, che ha sottolineato la presenza di artisti provenienti da diversi territori europei, persino dall’Irlanda.

Belloni ha ricordato le bellezze offerte dalla città di Cremona, le eccellenze storiche e architettoniche, e ha ringraziato Gabetti per l’attenzione all’arte in un momento in cui il settore artistico non gode di buona salute.

Poi il Dott. Di Matteo ha esordito con una provocazione. Con la schiettezza di chi ha barattato ventiquattr’anni di catena di montaggio con la libertà di pensare, ha liquidato il ruolo del critico tradizionale come un “pessimo mestiere” se ridotto a fredda analisi tecnica.

Per lui, un vernissage non è un’esposizione, ma una “scossa” necessaria contro l’apatia di un presente troppo spesso muto.

Di Matteo ha tenuto una vera e propria lezione del suo metodo Kinsaisei, quello che, in soli sette anni, lo ha portato dall’essere un anonimo operaio della bassa Pianura Padana a laureato e rappresentante di una società culturale giapponese.

Di Matteo ha sottolineato l’urgenza comunicativa dove l’arte funge da strumento geopolitico dell’anima, perché la comunicazione è un medicinale strategico, una prescrizione per l’esistenza capace di mappare la salute dello spirito proprio lì, dove la materia ha accettato di rompersi per smettere di essere oggetto e farsi, finalmente, testimonianza.

Per farsi comprendere, Di Matteo ha sottolineato la differenza tra Van Gogh e Warhol.

Quest’ultimo non era il più bravo pittore della sua generazione, eppure, ha dominato il mercato, la cultura pop, la storia dell’arte del Novecento, e i più pensano persino che abbia inventato la Pop Art, quando a inventarla fu Richard Hamilton, ma in quanti lo conoscono o ne hanno anche solo sentito parlare?

La differenza tra i due era in ciò che Warhol faceva intorno ai quadri e che Hamilton non fece.

La Factory, lo studio aperto a tutti, il teatro della produzione artistica come spettacolo pubblico. Ancora di più, le dichiarazioni provocatorie progettate per finire sui giornali.

Stessa verifica possiamo farla tra Georges Braque e Pablo Picasso, che avevano entrambi un livello tecnico elevato e una visione condivisa.

Tuttavia, oggi Picasso vale miliardi all’asta. Braque non fa notizia.

Perché Picasso costruì una narrazione. Era un personaggio della cultura europea del Novecento e ogni aspetto della sua vita privata diventava parte del brand.

“Chiunque costruisca valore senza costruire la narrazione di quel valore si trova nella posizione di Van Gogh: un genio che non riesce a pagare l’affitto” ha detto Di Matteo.

La narrativa è parte del lavoro, è la parte che permette al lavoro di arrivare alle persone giuste, al prezzo giusto, nel momento giusto.

Poi Di Matteo ha presentato i dodici protagonisti della mostra.

Franca Formis. Pasquale Di Matteo ha sottolineato la raffinata eleganza dei suoi colori e il tema ricorrente delle barche, che non parlano solo di solitudine, ma rappresentano sia un punto di arrivo che di partenza, un viaggio che può essere felice o tribolato. La sedia a sdraio di una sua opera sembra evocare una presenza invisibile, raccontando una storia d’amore o di una presenza passata.

Laura Suarez. La sua espressione artistica è caratterizzata da una figura femminile ricorrente, che rappresenta un’estroflessione delle emozioni della stessa artista. Il suo è un percorso di vita con un aspetto meditativo che ricorda la cultura orientale. Utilizza gessetti a olio che creano un effetto di vibrazione cromatica e movimento, mantenendo una coerenza nel discorso artistico.

Roberta Lodi Rizzini. La peculiarità della sua arte è l’uso del blu meditativo, colore dell’inconscio. Le sue opere, popolate da vortici, pianeti e sfere, sono un’esaltazione dell’universo e invitano l’osservatore a riflettere sulla propria vita, ricordandoci la nostra piccolezza rispetto all’immensità del cosmo.

Simona Sarao. La sua arte nasce dal bisogno viscerale di raccontarsi, andando oltre la superficie delle cose. Il suo linguaggio si sta evolvendo verso l’astratto, dove trova un’armonia cromatica per narrare un’ascesa spirituale, simboleggiata spesso dal colore oro, con cui cerca di ricondurre la materia allo spirito.

Viola Fusha. Di Matteo loda la sua ottima mano e il suo discorso sull’ascesi e l’evoluzione. Nelle sue opere si trovano simboli come la porta, l’albero della vita e la scala che sale, che rappresentano la memoria, i ricordi e il vissuto dell’artista o di persone a lei care. Utilizza colori vivaci che trasmettono una forte carica emotiva.

Chiara Menetti. Esponendo per la prima volta a Cremona, colpisce per il senso di movimento e l’armonia cromatica. Rappresenta animali, come le carpe che danzano per mostrare che la vita e l’amore non sono esclusive umane. Lo sfondo nelle sue opere appare come un’estensione dei soggetti stessi, in un linguaggio fresco, capace di svolazzi poetici che strizzano l’occhio all’Urban Art.

Teresa Tonelli. La sua arte è caratterizzata da una potenza materica grezza e dalla sperimentazione con diversi supporti. Nelle sue opere, corpi che si abbracciano emergono da colori che richiamano la terra (valori familiari e morali). L’attenzione non è sul realismo del tratto, ma sulla forza dell’abbraccio e del desiderio, integrando anche elementi affettivi come i pizzi della nonna.

Laura Mancarella. Condivide con la Tonelli l’attenzione per la materia e il graffio nel colore alla ricerca della luce. La luce è fondamentale perché coinvolge direttamente l’osservatore. I suoi astratti sono dimensioni parallele dove i colori rappresentano sentimenti: marrone per la terra, oro per l’ascesa, bianco per il cambiamento e blu per la meditazione. Opere che sono dimensioni da vivere, sentire ed esplorare.

Attilio Zanangeli. Possiede un linguaggio molto riconoscibile che congiunge terra e cielo. Le sue figure umane sono stilizzate, simili a punti esclamativi con arti in movimento, e rappresentano l’intero percorso della vita umana, dalla nascita al radicamento nella famiglia fino alla tensione verso l’infinito, con le farfalle dorate che rappresentano la parte spirituale.

Giovanni Cataldi. Pittore e scultore dal linguaggio peculiare. Nei quadri utilizza un movimento “a nastro” che simboleggia lo srotolarsi dei sentimenti e la coreografia della vita. Usa neri profondi per dare impatto e far risaltare gli altri colori. Ha realizzato anche una scultura simbolica (con delle scarpette rosse in omaggio all’installazione di Elina Chauvet) contro la violenza sulle donne, di grande potenza concettuale.

Danielle Dorrington. Si dedica alla raffigurazione di icone, come Sinead O’Connor o Bono, dimostrando una grande manualità realista e una capacità di usare il colore per creare immagini che sembrano fermi immagine di film del passato. Il suo obiettivo è catturare la passione e l’espressione del soggetto in quel preciso momento.

Maria Grazia Nolli. Integra la sua passione per la poesia nelle opere visive. Utilizza guizzi cromatici scuri su sfondi blu meditativi, creando l’effetto di una “pioggia dell’anima” o dei sentimenti. Le figure geometriche concentriche cercano di dare un ordine al caos interiore, in altre opere dagli sfondi marroni, trasformando la sua arte in un racconto poetico e ordinato di una situazione vitale.

UNA MAPPA DELLA SALUTE SPIRITUALE

Non si esce uguali da ciò che si attraversa.

Questo è il monito che rimane sospeso tra le pareti di Gabetti Arte, durante il vernissage di AMARE, che non è una mostra di opere d’arte, ma una prescrizione medica per lo spirito, per il benessere dell’anima.

In un sistema economico e sociale che mercifica perfino l’ingegno, l’operazione di Belloni e Di Matteo restituisce all’artista il ruolo di sciamano moderno, di filosofo e narratore del nostro tempo, in quella che sembra una sfida lanciata al pubblico, chiara e potente: non cercate risposte immediate, ma cercate la vostra “crepa dorata”, quell’imperfezione sulla superficie delle cose per cogliere la verità e l’essenza.

Perché la rinascita necessita di amore, di coraggio e di verità.

La mostra sarà visitabile fino al 7 marzo, negli orari e nei giorni indicati sulla locandina sottostante.

La pagina sulla mostra, che, durante i prossimi giorni, sarà aggiornata con foto dal vernissage, degli artisti e altro ancora: Pagina Mostra Amare.

IL RICATTO DI KIEV E IL PARADOSSO DI UN’EUROPA OSTAGGIO

Mentre ci riempiono gli occhi con le immagini dalle Olimpiadi invernali, il fumo acre delle trincee del Donbass distilla una nuova forma di diplomazia.

Volodymyr Zelensky non chiede più. Esige.

Lo fa con la postura di chi sa che il collasso del suo fronte sarebbe il collasso di un intero castello di carte continentale.

A Bruxelles, il termine “adesione” non è più un processo burocratico, ma un’arma impropria brandita dal leader ucraino per ottenere una data certa, un timbro di legittimità che funga da scudo umano contro le incertezze del domani.

DRUZHBA, L’OLEODOTTO DELLA DISCORDIA

Mentre i droni russi solcano i cieli, un’altra guerra, più silenziosa e fredda, corre lungo i tubi d’acciaio dell’oleodotto Druzhba. L’Ucraina ha stretto i rubinetti.

Ufficialmente sono “danni da bombardamento”, ma tra le nebbie di Budapest e Bratislava il sospetto è un acido che corrode ogni residuo di solidarietà.

Viktor Orbán e Robert Fico osservano le riparazioni fantasma. Fico, forte delle conferme dei suoi servizi segreti, punta l’indice contro Kiev: i lavori sono finiti, ma il greggio non scorre. È un ricatto politico, puro e semplice. È la punizione per chi osa sussurrare la parola “dialogo” in un coro che ammette solo il fragore dei cannoni.

La risposta slovacca è un ultimatum elettrico, perché, se il petrolio non fluisce verso ovest, l’elettricità smetterà di illuminare Kiev.

In questo gioco di specchi, la sicurezza energetica di due nazioni sovrane viene sacrificata sull’altare di una fedeltà bellica che non ammette sfumature, in quella che possiamo definire la sociologia del terrore.

IL PARADOSSO DELLE ARMI: FINANZIARE IL PROPRIO FORNITORE

L’economia di guerra ucraina sta riscrivendo i manuali del capitalismo geopolitico. L’Europa riversa miliardi per costruire l’industria bellica di Kiev, trasformando il paese in una gigantesca officina di droni e alta tecnologia. Ma stiamo pagando per sviluppare armi che l’Ucraina, una volta raggiunta l’autosufficienza, ci rivenderà a prezzo di mercato.

Finanziamo oggi i nostri futuri fornitori, pagando due volte lo stesso proiettile. È un cortocircuito economico che vede le potenze europee, Polonia e Paesi Baltici in testa, correre verso un riarmo frenetico, spronate da una Varsavia che bacchetta l’indolenza di Roma, Parigi e Madrid.

“Spende troppo poco chi vuole essere rispettato dagli Stati Uniti”, dicono, con la voce del vassallaggio che si traveste da virtù militare.

LE OMBRE DI KIEV: MICROSPIE E DISERZIONI

Dietro l’iconografia del leader indomito, l’Ucraina ribolle di contraddizioni interne. Le agenzie anti-corruzione, NABU e SAPO, nate sotto l’egida europea, si trovano nel mirino: microspie negli appartamenti degli investigatori, droni che ronzano sopra le procure, insomma, minacce su minacce.

Il potere esecutivo tenta di addomesticare chi dovrebbe sorvegliare l’uso dei miliardi occidentali, in quella nazione in cui la democrazia è sospesa perché Zelensky nega le elezioni, bollandole come un complotto del Cremlino per sostituirlo.

Ma il dissenso non è solo politico; è fisico.

Fonti tedesche parlano di diserzioni continue nelle fila dell’esercito ucraino. Migliaia di uomini si sono volatilizzati, stanchi di essere ingranaggi in una macchina che promette ancora anni e anni di guerra.

Ad aggiungere pepe al disastro dell’Ucraina di Zelensky si aggiungono le voci rotte dei mercenari colombiani, attirati dal miraggio del denaro, ma ritrovatisi gettati in “missioni suicide”, senza paga, e senza gloria.

È l’umanità che urla sotto la superficie della propaganda occidentale, sotto la superficie degli articoli dei pennivendoli da quattro soldi che ci hanno raccontato di pale, muli, sanzioni dirompenti, e che hanno l’ardire di definirsi giornalisti.

LA REALTÀ DELLE MAPPE CONTRO LA RETORICA DEL FRONTE

Zelensky dichiara ai media francesi di aver liberato 300 chilometri quadrati. Una cifra tonda, eroica, ma che si scontra con il silenzio imbarazzato degli analisti indipendenti che lo osservano attoniti, perché pensavano di ascoltare Churchill e, invece, si sono trovati a un comizio di Fantozzi.

Perché la verità è ben diversa.

Le mappe dell’ISW e di DeepState raccontano un’avanzata russa lenta, metodica, inesorabile, specialmente verso i nodi nevralgici come Pokrovsk. La controffensiva ucraina è un fantasma di cui molti parlano, ma di cui non c’è traccia. Come non ce ne sono mai state per quella del 2023 che doveva cambiare le sorti del conflitto. Come non ce ne sono più da un pezzo dei famosi F16 né del battaglione entrato in territorio russo, quello che parlava l’inglese perfetto.

Il presidente ucraino ora punta al bersaglio grosso, in un’ultima disperata mossa: truppe europee e della NATO in prima linea.

Non più solo istruttori, ma soldati pronti a morire al fianco di quegli ucraini che non disertano. È il passo finale verso l’abisso, la trasformazione di un conflitto regionale in un’apocalisse mondiale.

Mentre l’FMI prepara l’ennesimo prestito da otto miliardi, ci si chiede quanto ancora l’Europa potrà permettersi di finanziare una guerra che ha orizzonti decennali e un costo umano che non conosce più valuta.

Un costo umano che rischia di rendere cadaveri anche me, te che stai leggendo, i tuoi figli, fratelli e nipoti.

Siamo seduti su una polveriera di debiti, ricatti energetici e menzogne dei vari buffoni della politica che si agitano nei talk show a favore di un comico travestito da Churchill per convenienza americana, di von der Leyen e di qualche leader europeo che, se la guerra in Ucraina finisse, dovrebbe scappare dall’ira dei propri elettori.

Zelensky lo sa. Ed è per questo che continua a scommettere, convinto che l’Europa non avrà mai il coraggio di passare la mano.

Almeno fino a quando avranno voce von der Leyen, Macron, la pletora dei pennivendoli della propaganda e quei politucoli da strapazzo, anche di casa nostra, quelli intorno al 4%, che si atteggiano da grandi conoscitori della storia, ma che dopo due frasi, chiunque abbia studiato geopolitica e relazioni internazionali capisce ce di storia sono più ignoranti di una capra menomata mentale.

Con tutto il rispetto per le capre, naturalmente.

L’ANATOMIA DEL CROLLO AMERICANO E IL NUOVO CAOS MONDIALE

Il silenzio che precede il crollo è sempre disturbato dai crepitii delle strutture che cedono, come graffi sulla parete rocciosa di uno scalatore che si arrampica.

Per capire il mondo e la geopolitica, un mio insegnante all’università diceva che bisogna guardare le mappe come fossero referti medici.

E le mappe di oggi presentano un mondo in stato di shock. Gli ultimi venticinque anni, dal 2000 a oggi, non sono stati una lenta discesa, ma un precipizio. Quello a cui stiamo assistendo non è il declino di un impero, ma il suo crollo fragoroso.

Esiste una legge fisica, quasi brutale nella sua semplicità: più un impero è vasto, più la sua implosione è accelerata. E oggi, il muro portante del sistema mondo sta venendo giù, trascinando con sé ogni nostra residua certezza.

L’AMERICA CONTRO SE STESSA: QUANDO IL SOGNO DIVENTA AUTOPSIA

Nelle case del Midwest o nei caffè di Washington, si respira un’aria pesante, la stessa che si respira nelle stanze di una famiglia che non si parla più.

L’America è una chiesa che ha smarrito il suo catechismo. Per un secolo, la sua missione è stata “redimere il mondo”, un’ispirazione quasi religiosa che univa lo Stato e il popolo. Oggi, quella missione è cenere.

Quando il 70% di una popolazione smette di credere nel proprio “sogno”, la nazione cessa di esistere come entità collettiva e restano solo individui, tribù feroci che si guardano con sospetto.

Oggi, per la classe dirigente che sta scalando il potere – pensate alla dottrina di Trump o alla prosa cruda di JD Vance – il pericolo non viene da Mosca o da Pechino, ma è “l’altro” americano.

È una frattura sociologica che rende impossibile gestire un impero globale, perché non puoi governare il mondo se non sai più chi sei quando ti guardi allo specchio. Quella che sta nascendo è una sorta di monarchia plutocratica non costituzionale, dove il comando si concentra in un solo uomo, non per diritto divino, ma per disperazione collettiva.

LA TALASSOCRAZIA INCRINATA: IL MARE NON È PIÙ UN’AUTOSTRADA AMERICANA

L’impero americano è nato sul mare. Chi controlla le rotte, controlla la borsa della spesa del pianeta.

Ma guardate gli stretti, i gangli vitali del commercio: Malacca, Suez, Panama, Bab el-Mandeb. Sono febbricitanti. Il controllo americano è contestato, eroso, in alcuni punti evaporato ai danni della Cina.

È un paradosso che grida vendetta: la superpotenza che si pensava invincibile, oggi deve comprare fregate dall’Italia perché non è più in grado di produrre tecnologia bellica marittima al ritmo necessario.

Mentre l’Atlantico e il Pacifico diventano spazi d’incertezza, gli occhi del potere si spostano verso il Grande Nord. L’Artico è la nuova terra promessa, non per i suoi ghiacci, ma per ciò che nasconde e per le rotte che accorcia.

Dieci giorni in meno di navigazione tra Cina ed Europa significano miliardi di dollari. L’intelligenza artificiale, che divora energia e ha bisogno di acqua gelida per i suoi data center, trova lassù il suo habitat ideale. La geopolitica del futuro non profuma di spezie, ma ha il sapore metallico dei server e il gelo delle rotte polari.

IL MASSACRO DELLA RAGIONE IN UCRAINA E GAZA

I conflitti attuali sono le metastasi di questo crollo. In Ucraina, la Russia sta giocando una partita contro il tempo, non contro i chilometri quadrati. L’obiettivo di Putin è polverizzare il morale di una nazione che sta scomparendo demograficamente. È un suicidio assistito di un popolo: da 52 milioni a meno di 20. La terra resta, ma chi la abiterà?

E poi c’è il Levante. Il “7 ottobre” ha squarciato il velo sull’illusione di Israele. Netanyahu insegue una “vittoria totale” che è un miraggio teologico, non un obiettivo militare. Israele sta combattendo su sette fronti, ma il fronte più pericoloso è quello interno, dove tribù incompatibili di laici, ultraortodossi, arabi, si contendono l’anima dello Stato.

L’idea di “tagliare l’erba”, ovvero contenere il terrore con operazioni periodiche, è fallita tragicamente. Ora resta solo la terra bruciata, mentre l’ipotesi di uno Stato palestinese annega in una geografia di insediamenti e odio che non si può spegnere. Non con le politiche folli e criminali di Netanyahu.

IL TENTATIVO DISPERATO DI TRUMP

Sarà per tutto questo che Trump sta tentando il possibile per salvare l’impero americano e sta partendo proprio dal dollaro.

La Cina ha dichiarato tempo fa la sua battaglia al dollaro. Ecco perché, nelle ultime ore, è trapelata la notizia di un gruppo di lavoro tra USA e Russia per il ritorno della Russia al dollaro.

Un colpo da maestro per Trump, che metterebbe la Cina in una posizione di stallo.

La Russia ha bisogno di uscire dalla morsa delle sanzioni, ma soprattutto ha bisogno di non diventare una succursale della Cina, perché Mosca vuole tornare a recitare un ruolo di primo piano nel mondo e non può farlo se dipende da Pechino.

Per approfondire questa notizia, ti lascio il link in calce a questo articolo.

IL MONITO ALL’ITALIA: SVEGLIARSI IN UN MARE CHIUSO

In tutto questo, dove siamo noi?

L’Italia è un molo proteso nel Mediterraneo che si comporta come se fosse un’isola sicura nel centro del Pacifico. Siamo una nazione marittima che ha dimenticato il mare.

Se Suez chiude, se il Mar Rosso diventa una zona proibita, l’Italia soffoca. Eppure, la nostra politica preferisce perdersi in minuscole polemiche da cortile, trasformando la tragedia della storia in una farsa da talk-show, con politici che parlano di guerra e di paci giuste come un bimbominchia il sabato sera dopo troppi Jack Daniel’s.

Dobbiamo recuperare il senso della realtà. – Anche studiare storia e geopolitica non guasterebbe, ma accontentiamoci del senso della realtà.

La rivoluzione geopolitica mondiale non aspetta i nostri comodi e se ne frega di cosa pensino Calenda, Meloni, Renzi, Tajani… sì quello del Diritto che conta, ma solo fino a un certo punto.

Non è un dibattito accademico. Non è più tempo per il politichese e altre cazzate.

È un uragano che sta cambiando la temperatura del mondo e, delle due, una: o impariamo a navigare in questo mare instabile, riconoscendo i pericoli per quello che sono, senza isterie e tifo da stadio, ma con lucida fermezza e voglia di compromessi, o finiremo travolti dalle macerie di un impero che, cadendo, non farà sconti a nessuno.

La storia è tornata, ed è ferocemente affamata.

Il problema è che, con la politica italiana in perenne campagna elettorale e con quella europea dietro alle follie belliciste, noi siamo una pietanza succulenta.

Punti d’intesa tra USA e Russia, con Putin che offre a Trump il ritorno al dollaro.

In cambio di cosa?

Leggilo qui: IL VALZER DEL DIAVOLO

L’ANNO DELLO SCOSCENDIMENTO

Il Giappone dopo l’8 febbraio: il potere totale e la solitudine della scelta

La luce al neon dell’insegna del combini sfarfalla per un istante, poi si spegne.

Sono le undici di sera a Osaka, e la città sembra trattenere il respiro.

Dentro il piccolo supermercato aperto ventiquattr’ore, un uomo sulla settantina conta meticolosamente le monete prima di acquistare una confezione di onigiri.

Fuori, due ragazzi sui vent’anni fumano appoggiati a un parcheggio per biciclette, gli smartphone che illuminano i loro volti come maschere.

L’uomo paga, esce, e i ragazzi non lo guardano. Lui non guarda loro. Tre generazioni, stessa città, stesso tempo che scorre. Eppure vivono in Giapponi diversi.

Anche se il Giappone è lo stesso. E, dopo il voto dell’8 febbraio, è cambiato per sempre.

A Nagatacho, nel cuore politico di Tokyo, Sanae Takaichi ha appena chiuso gli ultimi colloqui. I numeri sono definitivi. Il Partito Liberal Democratico ha conquistato 317 seggi alla Camera bassa. I due terzi dell’assemblea. La maggioranza qualificata. Il potere assoluto.

Quella stessa maggioranza che fino a tre mesi fa sembrava un miraggio oggi racconta il suo successo.

IL NUMERO CHE CAMBIA TUTTO

Riavvolgiamo il nastro. Ottobre 2024: elezioni anticipate, coalizione PLD-Ishin ferma a 199 seggi, opposizione frammentata ma combattiva, primo governo donna costretto a negoziare ogni provvedimento come un equilibrista su un filo troppo sottile.

Luglio 2025: Camera dei consiglieri, venti seggi sotto la maggioranza. Trattative estenuanti, accordi notturni, veti incrociati. Per la prima volta dal 1955, il PLD scopre cosa significa governare senza la rete di sicurezza dell’egemonia.

Poi l’8 febbraio 2026. Il colpo di scena che gli analisti non avevano previsto, i sondaggisti non avevano misurato, gli oppositori non avevano immaginato.

O, forse, sì. Ma non con queste proporzioni.

Trecentodiciassette seggi.

Non è una vittoria. È un’onda. Uno tsunami silenzioso che travolge tutto ciò che trova sul suo cammino: l’opposizione, i dubbi interni, le voci critiche, le residue incertezze sulla tenuta del governo.

Abbiamo assistito a qualcosa che non accadeva da tempo. L’elettorato giapponese ha preso tutto il malcontento, tutta l’ansia, tutta la paura accumulata in questi anni, e l’ha trasformata in un mandato.

Non so se sia stato un gesto di fiducia o un grido di disperazione.

Forse entrambi.

LA GEOGRAFIA DEL CONSENSO

I numeri, come sempre, mentono se li guardi solo in superficie. La vittoria di Takaichi è schiacciante nei seggi, ma la distribuzione del voto racconta una storia più complessa.

Nelle prefetture rurali del Tohoku, dove l’età media sfiora i sessantacinque anni e i giovani se ne sono andati da tempo, il PLD ha superato il sessanta per cento. In alcune circoscrizioni dell’Hokkaido, ha sfiorato il settanta. Territori che invecchiano, che si spopolano, che guardano al passato come unico orizzonte possibile.

A Tokyo, Osaka, Nagoya, Fukuoka, il consenso si ferma al trentotto, quaranta per cento. Nelle grandi aree metropolitane, nei quartieri dove vivono i giovani, i lavoratori precari, gli stranieri, i creativi, i ribelli, il partito di governo arranca.

Yuki Tanaka è seduto in un piccolo ristorante di ramen a Kameido, quartiere operaio di Tokyo. Trentadue anni, due lavori part-time, un sogno di stabilità che si allontana ogni anno di più.

Di fronte, ha un giornalista a caccia degli umori della gente.

“Io non ho votato PLD”, gli dice Tanaka, mentre mescola distrattamente i noodles. “Ma capisco chi l’ha fatto. Quando hai paura, cerchi qualcuno che sembri non averne.”

L’affluenza nella fascia 18-34 anni è stata del trentotto per cento. Nelle aree rurali ha superato il sessanta. I giovani non si sono mobilitati. Gli anziani sì.

La democrazia giapponese ha parlato con la voce di chi ha più tempo, più paura, più memoria.

LA DONNA CHE NON PUÒ PIÙ SBAGLIARE

Sanae Takaichi compirà 65 anni il prossimo 7 marzo, ha una carriera politica costruita con la determinazione di chi ha dovuto dimostrare il doppio per essere considerata la metà.

È la prima donna a guidare il Giappone. Ora è anche la prima leader dagli anni di Shinzo Abe ad avere il potere di fare quasi tutto ciò che vuole.

Quasi tutto.

Il paradosso del potere assoluto è che toglie ogni alibi. Fino a ieri, Takaichi poteva dire: “La maggioranza è risicata, devo mediare, non posso imporre le riforme necessarie.” Oggi non può più.

Oggi il Giappone la guarda e aspetta.

Ha vinto, ma forse ha vinto in un Paese che non sa cosa vuole diventare.

Può scrivere le leggi che vuole. Può modificare la costituzione se riesce a trovare i numeri per il referendum. Può riarmare il paese.

Può aprire all’immigrazione o chiudere le frontiere. Può tutto.

Ma qualunque cosa scelga, qualcuno urlerà. E quel qualcuno, questa volta, non potrà dare la colpa alla frammentazione del parlamento, ma a lei.

E questo non è un dettaglio da poco.

IL PESO DELLO YEN SULLA PELLE DELLA GENTE

La signora Tanaka prepara il ramen al giornalista a caccia degli umori della gente.

Trent’anni di lavoro, lo stesso bancone, le stesse ricette. Ma i prezzi no, quelli non sono più gli stessi.

“L’anno scorso ho aumentato i prezzi per la prima volta”, gli aveva detto in una visita precedente del giornalista, all’indomani delle turbolenze del 2025. “Mio marito piangeva. Diceva che era un fallimento. Invece era solo sopravvivenza.”

Oggi lo yen è ancora più debole. Il maiale costa di più. La farina costa di più. L’olio costa di più.

I clienti vengono meno. I giovani ordinano il piatto più economico e lo dividono in due.

“Takaichi-san ha vinto”, dice senza alzare lo sguardo dalla pentola. “Bene. Ora faccia qualcosa. Qualunque cosa. Ma la faccia in fretta. Io non so quanto ancora posso resistere.”

Al di là dei proclami della Premier, che avrà modo per trasformarli in realtà, la Banca del Giappone ha rallentato la politica monetaria espansiva, ma il miglioramento promesso non è arrivato o è arrivato troppo lentamente.

I salari reali crescono a singhiozzo, irregolari come il battito cardiaco di un malato di cuore. L’inflazione importata divora i risparmi di una vita.

Il problema non è più tecnico, ma politico. Ciò che andrebbe fatto lo hanno capito in molti, ma l’elettorato che ha premiato Takaichi è davvero pronto ad accettare il costo delle soluzioni?

LA GENERAZIONE CHE NON TORNERÀ

Tsukudajima conserva ancora l’odore del vecchio Tokyo, quello dei pescatori e dei piccoli commercianti. Oggi le case sono abitate da fantasmi. Uomini e donne che esistono, respirano, camminano, ma che il resto del Paese ha già dimenticato.

La scuola elementare ha chiuso dodici anni fa. L’edificio è stato riconvertito in centro diurno per anziani. I bambini che giocavano in quel cortile oggi hanno figli che non giocano in nessun cortile, perché vivono in appartamenti troppo piccoli a Tokyo, o non ne hanno affatto.

Centoventidue milioni di giapponesi. Il diciassette per cento ha almeno settantacinque anni. Questo segmento cresce, si allarga, occupa sempre più spazio, mentre la popolazione in età lavorativa si restringe come una maglia di lana lavata in acqua calda.

Vent’anni fa, quando un paziente anziano veniva dimesso, c’era sempre qualcuno ad aspettarlo: la moglie, il figlio, la nuora, anche un nipote. Oggi, sempre più spesso nessuno.

Escono dall’ospedale e tornano nel nulla delle loro esistenze.

La carenza di manodopera non è più un’allerta, ma un dato strutturale. I lavoratori stranieri aumentano anno dopo anno, silenziosamente, quasi clandestinamente nella loro visibilità pubblica. Sono nei campi, nelle fabbriche, nei magazzini, nelle consegne a domicilio. Sono il motore invisibile che tiene acceso il Paese.

Ma nessuno vuole parlare di loro. Sono come l’aria: indispensabili, ma invisibili finché non mancano.

IL SALE DELLO STRETTO

La dichiarazione era arrivata nel novembre 2025, tre mesi prima del voto. Un attacco cinese a Taiwan, aveva detto Takaichi, rappresenterebbe una minaccia alla sopravvivenza stessa del Giappone. E richiederebbe una risposta militare.

Pechino aveva reagito con la durezza prevedibile. I titoli dei giornali cinesi avevano parlato di “deriva pericolosa”, di “lezione storica da ricordare”. Ma dentro i confini giapponesi, la reazione era stata più interessante.

Il sondaggio di quei giorni diceva che il 48,8 per cento degli intervistati concordava con Takaichi. Il 44,2 per cento era contrario. Un paese spaccato a metà su ciò che forse è la domanda più importante: il Giappone è disposto a combattere?

Oggi, con 317 seggi in tasca, quella domanda torna più forte che mai.

Il Giappone è disposto a morire? Perché è questo che significa, alla fine. Non sparare. Essere sparati.

La Cina è il principale partner commerciale del Giappone, ma anche la sua principale preoccupazione in materia di sicurezza. L’interdipendenza economica e la competizione strategica convivono nello stesso letto, respirando la stessa aria, sapendo che se uno si muove troppo, l’altro potrebbe non svegliarsi.

L’OMBRA AMERICANA CHE SI ALLUNGA

A Yokosuka, la base navale americana continua le operazioni con la stessa routine di sempre. Le navi entrano ed escono dal porto, i marinai camminano per le strade con quella camminata particolare di chi è lontano da casa, i bar e i ristoranti intorno alla base prosperano grazie ai dollari americani.

Ma sotto la superficie dell’alleanza, qualcosa si muove.

Crescono i dubbi sull’affidabilità a lungo termine di Washington. Non sulla volontà, ma sulla coerenza. Sulla capacità di mantenere gli impegni attraverso i cambi di amministrazione. Sulla volatilità dell’interesse americano verso una regione che per gli Stati Uniti è cruciale, ma lontana, vitale, ma non familiare.

È probabile che sia il Giappone sia gli USA non possano più fare a meno l’uno dell’altro, perché, se è vero che l’alleanza non basta, senza l’alleanza non c’è niente.

La spesa per la difesa si avvicina al due per cento del PIL, lo yen debole gonfia i costi di approvvigionamento, i missili costano più delle pensioni, gli F-35 più degli asili nido.

I trade-off diventano ogni giorno più evidenti, e la pazienza dell’opinione pubblica è ogni giorno più sottile.

LA TRAPPOLA DEL POTERE TOTALE

Takaichi ora ha tutto ciò che un leader può desiderare: la maggioranza, il mandato e il tempo.

Ha anche tutto ciò che un leader dovrebbe temere, cioè nessuno a cui dare la colpa, nessuno dietro cui nascondersi. Nessun alibi.

Il problema del potere assoluto, in democrazia, è che non esiste. Anche con i due terzi dei seggi, Takaichi deve fare i conti con l’opinione pubblica, con i media, con i mercati, con la comunità internazionale, con il suo stesso partito.

Ha vinto, certo. Ma ha vinto in un Paese che è stanco, spaventato, diviso. La domanda non è cosa può fare. La domanda è cosa oserà fare.

I media internazionali cercano il nazionalismo; i media cinesi cercano la provocazione; i media giapponesi cercano le fratture.

Ma forse stanno cercando tutti nel posto sbagliato, perché, nella vera sostanza dei fatti, non importa a nessuno se Takaichi visiterà il santuario Yasukuni, ma se riuscirà a far nascere più bambini, se riuscirà a far crescere i salari e se riuscirà a gestire il declino senza che il declino gestisca lei.

L’UOMO DEL COMBINI

Al combini di Osaka, quello con l’insegna che sfarfalla, il settantenne è uscito, i ragazzi con gli smartphone se ne sono andati da un pezzo e dentro, la commessa ventenne sistema gli scaffali con movimenti lenti, automatici, come se il corpo lavorasse mentre la mente è altrove.

Lei non ha seguito le elezioni. “Troppo impegnata.”

Quando ha sentito della vittoria schiacciante di Takaichi, ha sollevato di spalle. “A me cosa cambia?” si è chiesta.

Fuori, la luce al neon sfarfalla ancora un paio di volte, poi si riaccende stabile. Per quanto, nessuno lo sa.

Questo è anche il problema di Sanae Takaichi. Non l’opposizione in parlamento, che è ridotta ai minimi termini, e nemmeno la Cina, che pure preme, o l’America, che tentenna.

Il problema della Premier è quella commessa. Sono quei ragazzi. È quell’uomo anziano.

Sono i milioni di giapponesi che hanno smesso di credere che la politica possa cambiare qualcosa, quelli che hanno votato per abitudine, o per paura, o non hanno votato affatto. Quelli che aspettano qualcosa, ma non sanno cosa. Che sperano in qualcosa, ma non ci credono davvero.

Takaichi ha il potere. Ora deve dimostrare che il potere serve a qualcosa.

IL 2026 COMINCIA ADESSO

L’8 febbraio 2026 resterà negli libri di storia. La data in cui il Giappone ha deciso di concentrare il potere in un paio di mani, la data in cui Sanae Takaichi è passata da prima ministra fragile a leader potentissima.

Ma la storia non si ferma alle date. Si ferma nelle vite delle persone.

Takaichi ha 317 seggi, il potere di cambiare le leggi e il Paese, ma il tempo stringe, la pazienza si assottiglia e lo scoscendimento continua.

La pioggia di febbraio lava le strade di Tokyo. Le persone camminano sotto gli ombrelli, curve, veloci. In lontananza, il Tokyo Skytree perfora il cielo grigio come un ago che cerca di cucire qualcosa che si è strappato.

Il Giappone ha smesso di trattenere il respiro. Ora deve decidere se e come respirare.