Nel 1994, con 960.000 lire al mese, un apprendista pagava la patente con poco più della metà del suo stipendio. Oggi, con mille euro al mese, o poco più, un apprendista raramente riesce a coprire l’intero costo per ottenere il permesso di guida.
E poi c’è l’assicurazione, che, soprattutto in certe zone d’Italia, per un neopatentato significa dare via un rene.
Il risultato è che, mentre nel 2011 quasi il 95% degli under 20 aveva la patente, nel 2021, la percentuale era la metà e la discesa prosegue: sono sempre meno i minorenni che sognano la patente, così le scuole guida si svuotano.
Intanto, nel primo trimestre 2026, le auto cinesi in Italia hanno toccato il 13,2% di quota mercato, spingendo le immatricolazioni “Made in China” oltre 78.000 vetture nel primo quadrimestre.
Un’avanzata che, ormai, somiglia a uno tsunami, che sta travolgendo il settore auto.
Al contempo, il mondo dell’usato va a gonfie vele, con prezzi in continuo rialzo, segno che la domanda supera l’offerta.
Ma perché chi cerca un’auto in Italia affolla le concessionarie dell’usato o delle case cinesi?
L’APPRENDISTA DEL 1994 PAGAVA LA PATENTE CON ¾ DI STIPENSIO. A QUELLO DEL 2026, SPESSO NON BASTA UN MENSILE
La matematica non è un’opinione e, se non hai le possibilità, non puoi. Punto.
Nel 1994, anche se appartenevi alla fascia con reddito più basso, l’auto era ancora un orizzonte raggiungibile. Oggi, per un ragazzo che fa l’apprendista o lo stagionale, la patente è diventata un bene di lusso.
Dal 2025, complice il nuovo Codice della Strada e un decreto interministeriale che ha introdotto un compenso forfettario per gli esaminatori di 275 euro a seduta, 175 euro dei quali come “straordinario”, ottenere la patente B costa, mediamente, più di 1.000 euro.
Poi ci sono auto, bollo, assicurazione e carburante, che sono diventati un vero e proprio salto nell’abisso.
Sull’assicurazione, la follia è speculare. Per un neopatentato che non può attecchire alla polizza del papà, il premio medio sfiora i 2.020 euro annui, circa due stipendi di un apprendista.
Per una generazione che ha introiti bassi e precari, pagare più di duemila euro l’anno per una scatola di latta è un suicidio economico. Meglio un monopattino o la bici elettrica.
Ma non è solo il costo per conseguire la patente a frenare i giovani, così come non è solo l’assicurazione. Il vero dramma è l’impossibilità di acquistare un’auto.
I ragazzi hanno smesso di comprare auto non perché non amino la libertà e non abbiano voglia di girovagare e fare esperienze, ma perché il prezzo d’ingresso al mondo dei motori è diventato insostenibile per chi non è almeno benestante.
INTANTO, I CINESI GALOPPANO
Le case automobilistiche europee hanno alzato i prezzi di listino fino a sfiorare una media di 36.421 euro a febbraio 2026, una cifra che nemmeno un adulto con contratto stabile digerisce.
Basti pensare che, vent’anni fa, le auto di fascia alta partivano da un listino di 30000 euro, come, per esempio, la Volvo S40. Oggi, bisogna sborsare almeno 10000 euro in più per un’auto di pari livello, cioè il 30% di aumento in vent’anni.
Un neopatentato che volesse una Golf pagherebbe 30.516 euro, accontentandosi del modello base, cioè circa 30 mensilità di un apprendista. Nel 1994, la Golf partiva da 22 milioni di lire, cioè circa 23 mensilità.
Cosa può acquistare, oggi, con circa ventidue mensilità, che nel ’94 gli consentivano di portare a casa la mitica Golf?
Può comprare una MG ZS a circa 21.000 euro, una DR 3 a 17.900 euro, una DR 5 a circa 20000 o una Evo 5 benzina e Gpl a meno di 19000.
Marche che fino a ieri erano sconosciute, ma oggi guidano la classifica delle immatricolazioni nei canali noleggio e privati.
Nel primo trimestre 2026, le auto cinesi hanno raddoppiato la loro quota sul mercato italiano rispetto al 2025, passando dal 6,7% al 12,4%, superando quota 64.000 unità nel solo trimestre.
L’avanzata è definita “inarrestabile” da Panorama: stabilimenti cinesi sottoutilizzati, concorrenza spietata, capacità di produrre elettriche e ibride a prezzi che i costruttori europei non riescono più a eguagliare.
E non parliamo solo di utilitarie: BYD cresce sopra il 2% di mercato, MG è l’undicesimo marchio in Italia nel primo quadrimestre 2026. Il fenomeno non è più una nicchia, ma la risposta concreta degli italiani al caro-vita.
IL GOVERNO HA FATTO UNA SCELTA: PIÙ ESAMI A PAGAMENTO, MENO RAGAZZI ALLA GUIDA
Vale la pena di soffermarsi sulla cifra che ha rotto l’equilibrio: il compenso da 275 euro per ogni sessione d’esame pratico, di cui 175 euro come “straordinario” per gli esaminatori della Motorizzazione Civile.
Una cifra che il deputato Barbagallo (PD) ha definito un “aumento dei costi di oltre il 300% in un solo anno”. A gennaio 2026, il meccanismo si è aggravato, con i diritti di Motorizzazione aumentati di altri 20 euro a candidato.
Le dichiarazioni sono da manuale: il ministro dei Trasporti parla di “efficienza” e di “remunerazione del lavoro straordinario”, ma il risultato è che oggi, per un giovane che parte da zero, la patente costa quanto un corso di specializzazione.
E l’esame pratico diventa un esame di Stato a pagamento. Non c’è da stupirsi, allora, se ben il 60% delle patenti rilasciate nel 2024 siano finite a under 21 che hanno potuto contare sull’aiuto della famiglia. Fuori da questo perimetro, la patente è un miraggio.
LE ALTERNATIVE? UN MIX DI SHARING, MONOPATTINI E SCONFITTA CULTURALE
La mobilità degli under 35 oggi è liquida. Il noleggio di monopattini e bici sharing è cresciuto del 20% nel 2025, toccando 60 milioni di noleggi complessivi tra auto, scooter e micromobilità.
Il car sharing tradizionale, invece, è crollato: 4 milioni di noleggi nel 2025 contro i 12 milioni del 2019, un segno che la proprietà dell’auto non viene sostituita da formule deboli, ma semplicemente abbandonata.
Se l’auto costa troppo, gli italiani la lasciano in vetrina.
La fascia 18-25 anni è quella che mostra l’adesione più bassa all’idea di dover prendere la patente per guidare un monopattino o una bici elettrica (appena il 37%).
Il meccanismo è chiaro: se non posso permettermi l’auto vera, evito anche lo scoglio della patente.
A ciò si aggiunge un dato culturale che i giornali perbenisti non colgono: per i giovani, l’auto ha perso il valore simbolico che aveva trent’anni fa. Non è più il primo passo verso l’autonomia, ma una spesa improba, un’ansia in più a fine mese.
E la risposta del mercato, a sua volta, è spietata: le case automobilistiche tradizionali perdono colpi, mentre la Cina avanza con modelli che a parità di prezzo offrono più tecnologia e meno pregiudizi.
Inoltre, offrono anche auto di tutto rispetto a prezzi accessibili.
LE COLPE E LA MIOPIA DELL’EUROPA
Le norme europee degli ultimi anni, su ambiente e sicurezza, hanno obbligato le case a postarsi sull’elettrico e/o a montare ulteriori dispositivi tecnologici sulle loro auto.
Di conseguenza, i prezzi di ogni veicolo in concessionaria sono aumentati a dismisura, ampliando la forbice tra il costo delle auto europee e quelle cinesi, perché anche i componenti aggiuntivi costruiti in Cina costano meno di quelli prodotti in Europa.
Oggi, per prendere una Dr 5 con alimentazione benzina e Gpl servono circa 20000 euro, chiavi in mano. Un’auto europea di pari livello, come la Pegeout 2008, parte da 28000 chiavi in mano, più di un terzo della spesa.
Ma è la cifra con cui si portava a casa una Volvo nel 2006.
Significa che chi ha legiferato non ha tenuto conto della globalizzazione, della produzione e della tecnologia cinese, del costo del lavoro in Europa e altrove.
Insomma, anche in questo caso, l’Europa non ha saputo difendere gli interessi degli europei e a farne le spese sono i lavoratoti dell’automotive, mentre la Cina brinda al futuro, visto che il mercato è pronto ad accogliere auto che funzionano dignitosamente bene, sono gradevoli e, soprattutto, ancora accessibili.
Perché, alla fine, al di là delle ideologie, bisogna sempre fare i conti con la realtà delle disponibilità nel portafogli.
Il resto è aria fritta.
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