CORAGGIO, MESSAGGIO, PROVOCAZIONE, SENSO CRITICO. L’ARTE DI CIRIUS

di Pasquale Di Matteo

Viviamo una stagione in cui le propagande sono la nuova moda e rendono forti pensieri unici e ideologie che pensavamo sepolte nei cassetti della storia.

Un contesto sociologico per cui molti artisti faticano a svolgere il ruolo che hanno sempre svolto nella storia, cioè quello di sviscerare il proprio tempo, per raccontarlo al meglio alle persone comuni.

Vuoi per paura, vuoi per essere al passo con i tempi o per piacere alle masse, la maggior parte degli artisti non veicola più messaggi e si rifugia nella tecnica e nel “bello da vedere”, per non rischiare emarginazione o anche peggio.

Tuttavia, girando per mostre meno note, capita di imbattersi in artisti che hanno ancora coraggio e una capacità critica con cui vanno oltre la superficialità del politicamente corretto e dei pensieri unici.

È questo il caso di Cirius, la cui arte non cerca il consenso, ma l’urto, la provocazione, lo sguardo attonito dell’osservatore; soprattutto, cerca che chiunque si fermi davanti a una sua opera accenda lo spirito critico e si sforzi di pensare.

Attività diventata quasi rivoluzionaria in quest’era di immagini che si consumano in pochi attimi, di compagnie sedute intorno a un tavolo, ma distanti, ciascuno immerso nel proprio smartphone; di nemici confezionati dai tg, che sono sporchi e cattivi, e di alleati che sono buoni a prescindere, anche quando commettono crimini più efferati di chi consideriamo nemico.

L’arte di Cirius è un’operazione intellettuale rara, ma capace di trasformare il pennello in un bisturi che seziona le nevrosi collettive del nostro secolo.

Attraverso il recupero colto di una genealogia surrealista che tradisce deliberatamente la lezione di Dalí, l’artista approda a una critica feroce della contemporaneità digitale e politica.

Cirius non rappresenta il reale: ne documenta il collasso sotto il peso del simulacro, utilizzando un’icona del nostro tempo, una persona potente le cui scelte, unitamente a quelle dell’alleato israeliano, hanno causato un disastro non solo a Hormuz, ma in tutto il mondo.

L’artista mette in scena una specie di ode alla semiotica della distrazione, rappresentando il tempo molle, quel tempo metafisico che fluiva come materia organica nelle tele del secolo scorso, che qui viene sostituito dalla liquidità delle interfacce, che ci fanno perdere tempo prezioso, strappandolo soprattutto alle relazioni personali e alle letture delle notizie.

Liquidità che richiama il decadimento sociale di cui trattava il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman.

Le applicazioni sugli schermi che si sciolgono sulla tela sono i nuovi feticci di un’umanità che ha smarrito la consistenza dell’essere per perdersi nel riflesso di uno schermo e nella filosofia che annichilisce il pensiero, perché, “se lo hanno detto alla tv, sarà vero”.

In quella che è la massima esaltazione dell’idiota, sotto il profilo e l’accezione che ne davano gli Antichi Greci, ovvero di persone che non si informano e non si occupano delle cose che interessano la società.

C’è una tensione intellettuale fortissima nel mostrare come la nostra memoria non sia più depositata nell’anima, ma mediata da icone colorate che colano via, lasciandoci nudi davanti al vuoto di un orizzonte deserto. È il funerale della presenza fisica a favore della reperibilità virtuale.

E che dire di quel volto negato sotto la bandiera a stelle e strisce?

Che paradosso straordinario!

Cirius toglie la maschera all’uomo più potente del mondo, o al burattino più famoso, solo per rivelarne una ancora più inquietante: una membrana verde acido, un ingranaggio tossico, un residuo di morte che abita il simulacro del comando.

È la fine della ritrattistica fisiognomica e l’inizio della ritrattistica etica, in cui non conta più l’uomo, ma il virus ideologico che ne abita le fattezze o l’ideologia di chi ne muove i fili come un burattino.

Un gesto irriverente che colloca l’artista in quella schiera di osservatori che non temono di sporcarsi le mani con l’attualità più bruciante, trasformandola in un reperto archeologico del presente.

Un’artista che, un secolo fa, sarebbe stata accolta a braccia aperte nel Novembergruppe e tra i dadaisti, attenti osservatori della deriva sociale dell’epoca e impegnati a denunciare la deriva che avrebbe portato all’affermazione del nazismo e dei fascismi.

Tecnicamente, il lavoro di Cirius alterna la fluidità materica, e quasi “sporca”, delle figure che si dissolvono al rigore brutale delle geometrie architettoniche, con quell’edificio rosso sangue che sfida la verticalità di un cactus, opera in cui la linea è netta, il colore è piatto, arrogante nella sua saturazione.

È la rivincita dello spazio fisico sulla distorsione virtuale, in una sintassi del volume che ci ricorda l’ingombro della realtà quando finalmente spegniamo i nostri dispositivi.

La materia qui non mente: è solida, pesante, definitiva e rappresenta la solidità.

Cirius ci invita a svegliarci dal sonno ipnotico degli algoritmi, restituendoci un mondo spettinato e ferito, ma vero nella sua nuda follia.

Se, osservare le sue opere vi provoca imbarazzo, portatevi via questo disagio, perché è l’unico antidoto rimasto contro l’indifferenza e, ancora di più, contro l’assuefazione alle propagande.

Un’artista le cui opere sono punti esclamativi che non ammettono repliche, ma applausi per il coraggio di chi sa ancora guardare nell’abisso senza chiudere gli occhi.

Quella di Cirius è arte, sì, ma è soprattutto la maturità di una donna che non ha paura di stare al mondo.

Un’artista da tenere in considerazione.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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