IL DOPPIO GIOCO DI WASHINGTON E LA FINE DELL’EUROPA

di Pasquale Di Matteo

Centodieci dollari e quaranta centesimi al barile.

È questo il prezzo della coerenza europea, o meglio, della sua assenza. Mentre i governi dell’Unione Europea continuano a recitare il copione della fermezza contro Mosca, i fatti raccontano una storia di sanzioni “à la carte”, dove chi comanda le toglie e chi ubbidisce le paga.

I DOPPI PESI DELLE SANZIONI ANGLOAMERICANE

Mentre il Vecchio Continente si è inflitto un’economia di guerra, rinunciando al gas russo a basso costo per ricomperare lo stesso gas, liquefatto e fino a quattro volte più costoso, dagli intermediari o direttamente dagli Stati Uniti, il governo britannico e l’amministrazione americana hanno scelto la via del pragmatismo.

Il ministero del Commercio di Londra ha concesso “in sordina” licenze per l’importazione di gasolio e cherosene di origine russa, a patto che siano stati “lavorati” fuori dai confini della Federazione. Vere e proprie gare di semantica che permettono di tenere in piedi le catene di approvvigionamento vitali ed evitare il collasso del mercato interno.

Washington non è stata da meno.

Gli Stati Uniti hanno rinnovato la sospensione delle sanzioni su una parte del petrolio russo stoccato in mare per “mantenere la stabilità del mercato”.

Cioè, le sanzioni servono a indebolire Putin, ma non devono far salire il prezzo della benzina alla pompa in Pennsylvania durante l’anno elettorale.

L’Europa, invece, resta l’unica a osservare il digiuno energetico, con un PIL che ristagna e una crisi che morde i cittadini, convinta che il sacrificio sia uguale per tutti.

Ma non lo è.

IL REGIME CHANGE INTERNO A ISRAELE

Mentre l’Occidente guarda a Est, in Medio Oriente sta avvenendo qualcosa che i nostri media faticano a decodificare. Non è solo una questione di confini o di Hamas, perché in Israele è in corso un vero e proprio “cambio di regime” interno agli apparati di sicurezza.

Si sta smantellando la vecchia guardia laica e realista dello Shin Bet e del Mossad, quella cresciuta con l’idea che i conflitti vadano “gestiti” e non necessariamente risolti con l’apocalisse.

Ido Norden, oggi uomo chiave di Benjamin Netanyahu, ha messo nero su bianco la nuova dottrina: lo “Stato Profondo” israeliano va azzerato.

I documenti visionati mostrano il passaggio dalla “Linea Gialla” del Piano Trump alla “Linea Arancione”: un progetto di vittoria totale che non prevede compromessi.

I nuovi capi dei servizi segreti, come Roman Gofman, a differenza dei loro predecessori, non parlano l’arabo, non parlano il farsi e spesso masticano a stento l’inglese.

Insomma, sono decisamente più ignoranti di chi li ha preceduti. Sono ufficiali ombelicali, messianici, che guardano alla Bibbia come a un manuale di geopolitica, e vedono gli accordi di Oslo del 1993 come l’origine di ogni male.

La nuova parola d’ordine è “Vittoria Permanente”, un concetto che rende vana ogni missione diplomatica dei funzionari ONU.

Intanto, l’Europa, fedele al suo ruolo di comparsa, osserva muta mentre Washington sanziona persino i funzionari delle Nazioni Unite che osano sollevare il problema.

L’Europa crea il nemico a Mosca, ma non riesce a vedere che i veri nemici per la vita degli europei, per la pace e per l’economia, sono Israele e USA.

IL LISTINO AZIONARIO DELLA POLITICA ESTERA DI TRUMP

Nel frattempo, c’è chi ha capito come trasformare il caos in dividendi. Donald Trump sta giocando una partita su due tavoli: quello elettorale e quello del portafoglio di famiglia.

Le inchieste giornalistiche più recenti rivelano che il portafoglio azionario legato al Presidente ha effettuato oltre 3.600 operazioni finanziarie solo nei primi mesi del 2026.

Il meccanismo è di una semplicità disarmante: Trump elogia pubblicamente Oracle o Dell e il titolo vola del 12% in ventiquattro ore. Acquista azioni Nvidia poco prima di autorizzare esportazioni di chip avanzati verso la Cina, o Boeing un istante prima di annunciare contratti commerciali miliardari con Pechino. Non è “insider trading” nel senso classico, ma l’uso della politica estera come driver di mercato.

E mentre promette di “ripulire Washington”, Trump starebbe stringendo accordi preventivi con l’IRS, l’agenzia delle entrate americana, per chiudere cause miliardarie ed evitare verifiche fiscali future su di lui e sui suoi familiari.

Insomma, starebbe usando la sua posizione per garantirsi un’immunità fiscale per legge in cambio della chiusura di contenziosi che potrebbero prosciugare il suo impero.

Il bene pubblico e l’interesse privato non sono mai stati così sovrapposti, con la benedizione di un sistema che permette alla politica di farsi business sulla pelle degli alleati e, soprattutto, dei cittadini.

L’ASSE RUSSIA CINA E IL FALLIMENTO DIPLOMATICO OCCIDENTALE

A Pechino, Vladimir Putin e Xi Jinping firmano il certificato di morte dell’egemonia occidentale. La Cina non è più solo un “partner”, ma è diventata il polmone vitale per la Russia.

Mentre Bruxelles festeggiava il taglio dei legami con Mosca come il pesciolino Nemo festeggiava la libertà chiuso in un sacchetto di plastica alla deriva da qualche parte dell’oceano, i russi raddoppiavano i gasdotti verso est.

La “Siberia 2” è il simbolo di un mondo che ha smesso di considerare l’Europa il centro del mercato e ha capito che è destinata a diventare il nuovo Terzo Mondo.

D’altronde, i dati sono impietosi.

La Cina è oggi il primo acquirente di idrocarburi russi e ha rimpiazzato integralmente il vuoto lasciato dagli europei. Putin si reca a Pechino non da paria internazionale, ma da fornitore di una superpotenza che non ha alcun interesse a vederlo cadere.

E la Cina è la nuova leader mondiale.

In questo quadro, le dichiarazioni di Volodymyr Zelensky sulla “crisi devastante” dell’industria petrolifera russa, con la presunta chiusura di 400 pozzi, è propaganda priva di ogni fondamento.

La Russia lancia bombe plananti FAB-250 su Odessa e Chernihiv, intercetta droni e continua a guadagnare terreno, mentre l’Occidente si balocca da più di quattro anni con la favola di un collasso imminente che i numeri della bilancia commerciale cinese smentiscono ogni giorno.

IL DIALOGO IMPOSSIBILE

Il capolavoro finale di questa commedia tragicomica è l’approccio diplomatico.

I leader occidentali, da Giorgia Meloni a Emmanuel Macron, volano in ogni angolo del globo per discutere del conflitto ucraino. Parlano con Al-Sisi in Egitto, con Lula in Brasile, persino con l’Argentina di Milei.

Dialogano con tutti, tranne che con l’unico attore con cui sarebbe necessario trattare per fermare il massacro, Vladimir Putin, dimostrando perché non sono all’altezza dei ruoli che ricoprono.

Si continua a inviare miliardi in armamenti, sottraendoli al welfare, alla sanità e al sostegno contro il caro energia, con la scusa che “la Russia non vuole negoziare”.

Ma come si fa a negoziare se non ci si siede al tavolo? Se l’unica opzione offerta è la resa incondizionata di una potenza nucleare che ha appena stretto un patto di ferro con la fabbrica del mondo? Significa non aver mai aperto un libro di economia e di storia. E significa non capire nulla di geopolitica.

Mentre l’amministrazione Trump si blinda fiscalmente e fa i propri comodi alle spalle degli americani e di noi europei, e le élite americane si arricchiscono con le fluttuazioni dei titoli tecnologici e bellici, l’Europa continua a fare la parte della vittima sacrificale.

Abbiamo rinunciato alla nostra sovranità energetica, abbiamo accettato che i nostri servizi segreti diventassero succursali di quelli d’oltreoceano e ora osserviamo il nostro settore industriale spegnersi sotto il peso di costi energetici insostenibili.

Siamo certi che questa “fedeltà” ci stia proteggendo, o siamo solo il bancomat di una partita geopolitica che si gioca sopra le nostre teste e alle nostre spalle?

Beh, brindiamo ai rapporti chiusi con Mosca e andiamo a comprare auto cinesi per pagare le bollette e le rate del mutuo. E, in quest’ultima frase, c’è tutto il fallimento dell’Europa.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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