TRIONFO DELL’ARTE A VILLA TEODOLINDA. EMOZIONI E TALENTO AL PRIMO ART CONTEST 2025 CURATO DA MURIEL VILLA E PHAOS

di Redazione TZ.

VILLA D’ADDA (BG) – Ci sono luoghi che sembrano attendere l’arte per rivelare la loro vera essenza, e Villa Teodolinda è indubbiamente uno di questi.

In un pomeriggio di dicembre, sospeso tra l’emozione della competizione e la cultura offerta dai diversi linguaggi stilistici in esposizione, si è svolta la premiazione del concorso artistico organizzato dall’Associazione PHAOS in stretta sinergia con l’artista e curatrice Muriel Villa.

SINERGIE E TERRITORIO: UNA SCOMMESSA VINTA

L’atmosfera nella sala era elettrica, carica di quella tensione positiva che precede i grandi eventi. Soprattutto quando si attende un verdetto.

A fare gli onori di casa è stato Danilo Merelli, presidente dell’Associazione PHAOS, che ha voluto sottolineare l’importanza della collaborazione tra enti privati e istituzioni pubbliche.

Un ringraziamento sentito è andato alla proprietà della villa per l’ospitalità e, in particolare, al Comune di Villa D’Adda, rappresentato dall’assessore Edoardo Siniscalchi.

Siniscalchi, figura chiave non solo come rappresentante istituzionale, ma anche come membro della giuria tecnica in virtù del suo dottorato in conservazione dei beni culturali, ha incarnato in maniera perfetta il legame tra amministrazione e valorizzazione estetica.

L’evento, reso possibile anche grazie al supporto di partner locali come Mia Lab, Paolo Rossi, Stefano Ferrari, Fabio Durani di Stil Posa e Forniture Edili di Villa D’Adda, ha dimostrato come la provincia possa trasformarsi in un palcoscenico d’eccellenza.

LA LEZIONE DI PASQUALE DI MATTEO: L’ARTE OLTRE L’INVIDIA

Il momento più intenso, quello della premiazione, è stato preceduto dalle parole del critico d’arte Pasquale Di Matteo.

Il suo intervento non si è limitato ai convenevoli di rito, ma è stato un vero e proprio manifesto filosofico, un pugno nello stomaco al conformismo e una carezza all’orgoglio degli artisti presenti, spronati a essere Artisti con la A maiuscola, cioè capaci di sviscerare il presente.

Di Matteo ha tracciato un parallelo potente e doloroso tra l’Italia e il Giappone, Paese con cui collabora da anni. Se nel Sol Levante l’artista è venerato come una figura quasi sacra, custode di un sapere superiore indipendentemente dal successo commerciale, in Italia si combatte ancora contro lo svilimento del mestiere creativo.

«L’artista ci mette l’ingegno, le ore di studio, le notti insonni», ha ricordato il critico, ammonendo contro la domanda più volgare che si possa porre a un pittore: quanto tempo ci hai messo?»

Il discorso ha toccato vette di profonda introspezione quando il critico ha affrontato il tema della «bestia dell’invidia», vero cancro del sistema artistico nostrano.

L’invito rivolto alla platea è stato chiaro, quasi rivoluzionario nella sua semplicità: essere funzionali alla società, cercare l’armonia (“Wa” nella cultura giapponese) e smettere di guardare il collega come un nemico da abbattere per sopraffarlo.

Citando geni incompresi come Van Gogh, Di Matteo ha esortato i creativi a cercare di essere “importanti” per la storia e per il messaggio che portano, piuttosto che ossessionati dall’essere ricchi o famosi.

Un monito a lasciare un segno, un’eredità visiva che vada oltre la propria vita.

I VINCITORI E LE MENZIONI: IL PODIO DEL TALENTO

La giuria, composta tra gli altri anche da Marco Locatelli (Presidente dell’Associazione Ponte San Pietro – Fiume d’Arte) e dalla stessa Muriel Villa, l’anima propulsiva dell’evento per la sua instancabile dedizione, ha avuto l’arduo compito di selezionare i vincitori tra opere di stili e linguaggi eterogenei.

Il momento della premiazione è stato un susseguirsi di applausi scroscianti e qualche momento di genuina confusione gioiosa per le foto di rito, che ha reso tutto estremamente umano e vero.

Ecco la classifica finale che ha decretato i vincitori di questa prima edizione del concorso:

PIER GIORGIO NORIS – Primo Classificato.

ADRIANO CANTON – Secondo Classificato.

ADELIO BONACINA – Terzo Classificato.

FRANCESCO AVVISATI – Quarto Classificato.

DAVIDE FERRARI – Quinto Classificato.

Non sono mancate le menzioni d’onore, assegnate ad artisti che si sono distinti per la qualità della loro ricerca: Luca Bonadeo, Elio Roberti e Katia Villa.

Un riconoscimento speciale, la Menzione Comune di Villa D’Adda “Premio Teodolinda” per l’Art Contest 2025, è stato conferito a Danielle Dorrington, a suggellare un legame ancora più stretto con il territorio ospitante.

UN BRINDISI AL FUTURO

Tra scatti fotografici rubati, strette di mano vigorose e sorrisi che tradivano la tensione sciolta, la serata si è conclusa con un aperitivo conviviale e lo scambio degli auguri natalizi.

Quello che resta, a luci spente, non è solo la lista dei vincitori, ma la sensazione che a Villa Teodolinda sia stato piantato un seme importante.

Muriel Villa e l’associazione PHAOS non hanno solo organizzato un concorso, ma sono riusciti a dare vita a una comunità. E, come ha ricordato Di Matteo nel suo intervento, l’essere artista è proprio questo: avere la forza di dire cose importanti attraverso un’opera, creando connessioni che l’invidia non potrà mai spezzare.

L’appuntamento è già fissato, idealmente, al prossimo anno. Perché l’arte, quella vera, non si ferma mai.

Redazione TZ

IL GRANDE RISVEGLIO

Il mondo guarda alla Silicon Valley per l’innovazione e a Wall Street per la direzione del vento, eppure, se volgiamo lo sguardo a Oriente, lo puntiamo verso il tragitto che faranno ingenti capitali nel prossimo futuro.

Verso un Paese che, per trent’anni, ha vissuto un lungo periodo di deflazione e stagnazione. Quel Giappone che si è svegliato. E non è un risveglio gentile, ma un cambio di paradigma.

Perché quanto che sta accadendo a Tokyo non è una semplice “correzione tecnica”, bensì la fine di un’era finanziaria.

LA MORTE DELLA DEFLAZIONE E LA PSICOLOGIA DEL MERCATO

Per quindici anni, dal 1998 al 2013, il Giappone è stato prigioniero della certezza che domani i prezzi sarebbero stati più bassi di oggi, condizione che blocca i consumi e uccide l’innovazione.

Oggi il quadro si è capovolto.

L’inflazione “sottostante” viaggia al 3%. Le aziende, storicamente riluttanti, aumentano i salari. Non è un caso.

La Banca del Giappone (BoJ) ha orchestrato un capolavoro di ingegneria finanziaria: ha lasciato correre l’inflazione post-Covid invece di soffocarla subito come hanno fatto Fed e BCE, perché aveva bisogno di questo shock termico per bruciare le vecchie aspettative deflazionistiche.

Ora, il governatore Kazuo Ueda si prepara a normalizzare la situazione. Il tasso di interesse, inchiodato a zero o sottozero per un’eternità, si sta muovendo verso lo 0,75% e oltre. L’obiettivo è un tasso “neutrale” dell’1% entro l’estate del 2026.

Sembra poco, in un mondo abituato ai tassi statunitensi. Ma per il Giappone, passare da tassi negativi all’1% è come passare dalla bicicletta a un Frecciarossa.

Significa che il denaro ha di nuovo un costo. E quindi, un valore.

IL PARADOSSO DEL DEBITO: PERCHÉ IL 250% È UN NUMERO BUGIARDO

La narrativa mainstream vi dirà di scappare dal Giappone perché ha il debito pubblico più alto del mondo industrializzato: il 250% del PIL e oltre.

È una lettura superficiale. Perché quel debito è quasi interamente interno. Inoltre, il debito “netto”, ovvero quello che rimane dopo aver sottratto la liquidità e gli asset finanziari detenuti dal governo e dai fondi pensione, crolla intorno al 130%. Siamo ai livelli dell’Italia, non lontani dagli Stati Uniti.

E, a differenza dell’Italia, il Giappone non ha sprecato il suo debito, ma lo ha usato per comprare asset che rendono più di quanto costi il debito stesso. È una leva finanziaria su scala nazionale. E con quasi metà dei titoli di stato in pancia alla stessa BoJ, e gran parte del debito detenuto dagli stessi giapponesi, il rischio di un default tecnico è, in termini pratici, inesistente.

Il mercato obbligazionario si sta adeguando al successo della reflazione, non al panico del debito.

LO YEN: L’ASSET PIÙ SOTTOVALUTATO DEL PIANETA

Goldman Sachs stima che lo yen sia sottovalutato del 30% circa.

Dall’era Abe, lo yen ha perso oltre il 40% del suo valore. È stato il carburante dell’export, certo. Ma ora è diventato un problema politico e sociale a causa dell’inflazione importata. Con il differenziale dei tassi che si restringe, la Fed taglia, la BoJ alza e la gravità farà il suo corso.

Lo yen è una molla compressa pronta a scattare, ma un apprezzamento della valuta non ucciderà l’economia giapponese; cambierà solo i nomi dei vincitori in borsa. Le multinazionali esportatrici soffriranno nel breve termine, ma il potere d’acquisto interno esploderà.

LA PARTITA A SCACCHI DI SANAE TAKAICHI E KAZUO UEDA

Siamo di fronte a una dinamica affascinante tra politica fiscale e monetaria. Da un lato, abbiamo la prospettiva di una politica fiscale espansiva sotto la leadership del Primo Ministro Sanae Takaichi, pronta a iniettare liquidità, aumentando il deficit “temporaneamente” per sostenere la crescita. Dall’altro, la BoJ che toglie il piede dall’acceleratore monetario.

Sembra una contraddizione, ma non lo è.

La politica monetaria si ritira per evitare bolle speculative, mentre la politica fiscale interviene per garantire che la transizione non faccia deragliare l’economia reale. È un equilibrio precario, certo. Ma se eseguito correttamente, porterebbe il Giappone a una “normalità” che non vede dagli anni ‘80.

COSA SIGNIFICA PER LE IMPRESE OCCIDENTALI

Banche e assicurazioni giapponesi sono i veri beneficiari del rialzo dei tassi.

Per anni, hanno prestato a margine zero. Ora, i loro margini di interesse netti sono destinati a espandersi drasticamente. Ed è lì che si trova il valore.

In secondo luogo, il rialzo dei rendimenti a lungo termine, in particolare sui 30 anni, creerà scosse. Non è il momento di essere lunghi su bond giapponesi a lunga scadenza, senza copertura.

Infine, c’è un rischio per le economie occidentali che pochi calcolano. I fondi pensione giapponesi detengono trilioni in asset esteri (USA, Europa).

Se i rendimenti in patria diventeranno attraenti e lo yen si rafforzerà, potremmo assistere a un rimpatrio massiccio di capitali, una situazione che drenerebbe liquidità dai mercati occidentali proprio mentre ne hanno più bisogno. Situazione tutt’altro che rosea per Europa e USA.

IL CODICE GIAPPONE

Mentre l’Occidente – in particolare l’Europa – combatte con mancanza di soldi e incertezze politiche, il Giappone applica al Paese una ristrutturazione aziendale, vedendo la fine della deflazione e valutazioni ancora ragionevoli.

Il Giappone non dorme più. Si sta stiracchiando. E quando un’economia da trilioni di dollari cambia direzione, la terra trama in tutto il mondo.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’ECLISSI DELLA RAGIONE E LA SCONFITTA DELLA DEMOCRAZIA

Bruxelles non è più la luce di un sogno, ma è diventata la sala operatoria dove si sta praticando una lobotomia di massa su mezzo miliardo di persone.

Forse l’immagine è un po’ forte, ma rende bene l’idea di cosa stia accadendo.

Mentre camminiamo sonnambuli verso il baratro, convinti di marciare verso la vittoria contro una superpotenza atomica, l’architettura democratica che abbiamo impiegato settant’anni a costruire viene smantellata. Pezzo dopo pezzo. Silenziosamente.

LA NUOVA INQUISIZIONE E LA MORTE CIVILE

Non servono più i gulag e il filo spinato è obsoleto, nell’era digitale.

Oggi la dissidenza si spegne con un click bancario.

Già avevamo avuto un’avvisaglia con i casi Baldan e Nunziati. Al primo avevano chiuso tutti i conti per un libro sulle magagne di Ursula von der Leyen; il secondo è stato licenziato perché, da giornalista, ha posto una domanda scomoda. (Trovate l’articolo su questi casi in calce).

Perciò, il caso di Jacques Baud non è affatto un incidente di percorso, ma è il prototipo della nuova giustizia amministrativa europea. Un ex colonnello, un uomo dei servizi, un tecnico che ha servito la NATO e l’ONU, si trova improvvisamente trasformato in un fantasma.

Non per aver venduto segreti. Non per aver tradito. Ma per aver osato articolare un pensiero complesso in un mondo che accetta solo slogan binari.

Kaja Kallas, sacerdotessa di questa nuova religione della follia contro il dissenso, ha firmato una condanna che non prevede appello, né tribunale, né difesa.

Senza nessun potere giuridico, come una qualunque dittatura che l’Europa dice di voler combattere, la stessa Europa ha congelato la vita di un uomo sulla base di un “reato d’opinione” retroattivo.

L’accusa di essere “portavoce di teorie complottiste”, come quella, ormai documentata storicamente, delle responsabilità occidentali nell’escalation ucraina, è la versione postmoderna dell’eresia.

Baud è stato cancellato finanziariamente e socialmente non perché le sue analisi fossero false, ma perché erano intollerabili. Perché la verità, quando diverge dalla narrazione di guerra, diventa un atto di sabotaggio per il pensiero dominante. Proprio come accade in qualsiasi dittatura.

E il sabotatore va annientato. Questa è la morte del Diritto ed è la morte civile: l’esilio stando fermi, la cancellazione dell’identità giuridica ed economica del cittadino colpevole di non applaudire al momento giusto. O, peggio, di andare contro al pensiero di chi comanda.

IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI E LA RESA DELL’INTELLETTO

Ma il virus del pensiero unico non colpisce solo i singoli, ma infetta le istituzioni culturali.

Quello che sta accadendo intorno a Limes e alla figura di Lucio Caracciolo è, se possibile, ancora più inquietante. Non siamo di fronte a una semplice divergenza editoriale, ma ad una “serrata dei ranghi” di stampo militare. Quasi di stampo fascista.

Le dimissioni coordinate di generali e accademici dalla rivista non sono un atto di protesta, ma un chiaro segnale di allineamento. È il sistema che espelle il corpo estraneo.

Caracciolo, colpevole di esercitare il dubbio metodico e l’analisi geopolitica invece della propaganda, è diventato un bersaglio. In un tempo di guerra, la sfumatura è tradimento.

Chiunque osi dire “il Re è nudo”, o anche solo “il Re è vestito male”, viene automaticamente etichettato come agente del nemico.

Addirittura, si arriva a sostenere che sia il momento per scegliere da che parte stare, incuranti del fatto che chi fa analisi serie e oneste non può che stare dalla parte della Storia e dei fatti.

Invece, oggi prevale il tifo sulla professionalità e chi è professionale è un difetto sociale perché non crede ciecamente alla religione del pensiero dominante.

Hanno trasformato la complessità del reale in una favola infantile di Buoni contro Cattivi, per cui il dubbio è un peccato mortale. La società aperta si sta chiudendo a riccio, soffocando nella propria camera dell’eco, terrorizzata dall’idea che la realtà possa essere diversa dai comunicati stampa di Kiev o di Bruxelles.

IL FURTO DEL FUTURO: L’ECONOMIA DI GUERRA NELLE TASCHE DEGLI ITALIANI

Mentre l’intelletto viene anestetizzato, le tasche vengono svuotate. La narrazione eroica del riarmo europeo, il fantomatico piano “Readiness 2030”, non è un’astrazione, ma una mano che entra nel vostro portafoglio. Ora.

La Legge di Bilancio italiana è lo specchio di questa follia. Un governo che si dichiara solido, forte di un mandato popolare, si muove come un ladro nella notte, approvando manovre cruciali a colpi di fiducia, bypassando quel Parlamento che dovrebbe essere il tempio della sovranità.

E tra le pieghe di questi decreti troviamo il saccheggio del risparmio privato per finanziare il debito pubblico e, di riflesso, l’industria bellica.

Il meccanismo del silenzio-assenso sul TFR è una forma di coscrizione finanziaria. Se non urli “no” entro sessanta giorni, i soldi della tua liquidazione, il sudore di una vita di lavoro, verranno spostati dalle casse aziendali ai fondi d’investimento, per iniettare liquidità in un sistema che brucia risorse in armamenti.

Ci promettono tagli del cuneo fiscale, sventolano bandiere di vittoria per tre euro netti al mese in più in busta paga, mentre dall’altra parte ci spostano l’età pensionabile di anni, tradendo ogni promessa elettorale sulla Legge Fornero.

LO STATO DI DIRITTO COME ARMA GEOPOLITICA

L’aberrazione finale si consuma sul piano giuridico internazionale. La bramosia di mettere le mani sugli asset russi congelati, quei famosi 200 e passa miliardi, segna la fine della credibilità finanziaria dell’Occidente.

La Kallas e i tecnocrati di Bruxelles stanno cercando di riscrivere il concetto di proprietà privata e di immunità sovrana. Vogliono trasformare la “culla del diritto” nel suo sepolcro.

Non importa che il Belgio tremi per le conseguenze sul sistema Euroclear; non importa che sia illegale secondo ogni norma vigente. Non importa nemmeno che nessuno sano di mente investirà più in Europa, temendo espropri a ogni alito di vento.

La legge non è più un limite per i vertici del potere europeo, ma uno strumento per esercitare quel potere.

Se non c’è una norma per rubare quei soldi, ne scriveranno una nuova domani mattina. È la legalizzazione del saccheggio. E il messaggio che mandiamo al resto del mondo, al Sud Globale, alla Cina, all’India, è devastante: i vostri soldi sono sicuri da noi solo finché obbedite alla nostra politica estera.

Il che significa che quei paesi scapperanno a gambe levate e non investiranno più.

L’ULTIMO RESPIRO DELLA RAGIONE

Siamo in guerra. Non ce lo dicono apertamente, ma lo siamo.

Siamo in guerra contro la Russia, certo, ma soprattutto siamo in guerra contro noi stessi, contro la nostra storia, contro la logica.

L’Europa dei popoli è in guerra contro l’Europa dei tecnocrati.

La Russia non accetterà mai un “cessate il fuoco” farsa che serva solo a riarmare l’Ucraina, proprio come scrivevamo nel 2022; Mosca vuole trattati, garanzie, realtà.

L’Europa, invece, vive nell’allucinazione.

L’unica, tragica speranza che ci rimane è il fallimento. Il paradosso supremo è che potremmo essere salvati solo dalla nostra stessa inettitudine. Forse, solo il collasso economico, l’incapacità fisica di trovare i miliardi necessari per alimentare questa follia bellica, potrà fermare la locomotiva europea prima che deragli definitivamente e mandi milioni di giovani europei a morire al fronte.

Siamo arrivati a questo: sperare nella bancarotta per evitare l’apocalisse, per colpa della follia di omuncoli che qualcuno ha l’ardire di definire leaders.

Ci stanno vendendo la povertà come virtù civica e la censura come protezione. Hanno creato un mostro burocratico che, nel tentativo di uccidere Putin, sta divorando il futuro dei giovani europei.

E mentre il sipario cala sulla ragione, l’unica cosa che si sente è il silenzio assordante di chi avrebbe dovuto gridare, invece ha creduto alle quattro tipologie di cancro di Putin, ai microchip smontati dalle lavastoviglie, ai muli, alle pale ottocentesche, alle sanzioni dirompenti di cui parlava Draghi a settembre 2022, quelle che nei mesi successivi avrebbero messo la Russia al tappeto.

Insomma, follia di chi comanda e ignoranza di chi ha fagocitato ogni panzana, pensando di respirare il profumo di grandi statisti.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’IGNORANZA È IL PEGGIOR NEMICO DELL’UCRAINA E DEGLI UCRAINI

Ovviamente, non è un’offesa per nessuno. Si tratta di Ignoro, as, avi, atum, are, verbo latino che significa ignorare, non conoscere, “essere all’oscuro di…”.

Non è l’ignoranza dell’Ucraina, ma di quella pletora di eroi “di guerra”, dal divano e dalle tastiere dei loro pc, pronti a gridare ancora “fino all’ultimo ucraino”. Sono ancora tanti. E sono il nemico più criminale, sanguinario e pericoloso degli ucraini.

Sono convinto che se un essere umano degli anni Sessanta riuscisse a viaggiare nel futuro, arrivando fino a noi, si domanderebbe cosa sia accaduto in pochi decenni per sovvertire l’ordine della normalità.

Un tempo, infatti, i dibattiti erano animati da luminari del pensiero, tra cui Habermas, Marcuse, Foucault, Eco, Pasolini, solo per citarne alcuni.

Oggi, invece, vediamo storici e filosofi sbeffeggiati da politici di professione e giornalisti che ci hanno raccontato di pale ottocentesche, di sanzioni dirompenti, di muli, di microchip smontati dalle lavastoviglie, e tutta una serie di sciocchezze antistoriche, come fantomatiche “paci giuste” e guerre a oltranza, fino all’ultimo ucraino.

Così, da un lato abbiamo tali fenomeni, pronti a spiegarci che Putin è un dittatore che, una mattina di febbraio del 2022, non sapendo come tirare a sera, ha deciso di aggredire l’Ucraina, perciò dobbiamo fermarlo fino all’ultimo ucraino e, se non bastasse, fino all’ultimo europeo.

Gli stessi che, fino al 2021, se ricordavi che lo stesso Putin ha sulla coscienza la morte di diversi giornalisti a lui ostili, ti andavano contro, sostenendo che l’inquilino del Cremlino fosse quanto di meglio fosse capitato all’Europa, mentre c’era la fila di giornalisti e politici di ogni schieramento per scattare un selfie con lui.

Dall’altro lato, abbiamo luminari del pensiero, tra cui: Alessandro Barbero, Luciano Canfora, Angelo D’Orsi, Massimo Cacciari, Piergiorgio Odifreddi, cioè filosofi, storici e matematici di fama, docenti universitari, che vanno oltre la superficialità del primo gruppo, perché la storia la conoscono e con loro le sciocchezze in stile pale e microchip non funzionano.

Eppure, l’umano giunto dal passato si domanderebbe come sia possibile credere alle scemenze di chi propone di resistere a oltranza “al dittatore Putin”, senza una sola alternativa a “morire fino all’ultimo uomo”.

Si domanderebbe come sia possibile che la società possa ancora dare credito a chi dava Mosca per spacciata entro Natale 2022 in virtù delle nostre sanzioni dagli effetti dirompenti.

Così, vediamo esperti della trappola del fuorigioco che si sono rivalutati grandi statisti, che poi scrivono che la guerra in Ucraina è scoppiata nel 2022, fornendo più di qualche dubbio sulle competenze acquisite con la loro laurea, visto che non conoscono neppure l’ABC della Storia Contemporanea.

Perché che in Ucraina ci siano un aggressore e un aggredito e che la guerra sia scoppiata nel 2022 è una panzana che puoi “accettare” da chi non apre un libro di storia dai tempi delle superiori, ma è imbarazzante se espressa da chi ha un titolo più elevato. Figuriamoci da chi ha l’ardire di definirsi giornalista.

E c’è un dato di fondo che distingue il gruppo della cultura dalla pletora di ignoranti: gli ucraini. I primi cercano di salvarli; per i secondi, invece, sono solo numeri e fiches da puntare.

Poi scavi nel passato di questo gruppo di eroi pronti a mandare ancora gli ucraini al fronte (non certo i propri figli, ovviamente) e li vedi dare dell’antisemita a chi voleva fermare Netanyahu. Gli stessi che cercano di farci la morale contro Putin e i suoi crimini, hanno il poster in camera del sanguinario di Tel Aviv.

Due pesi e due misure, perché, per l’ignorante, il mondo è come la PlayStation e tutto cambia in funzione del personaggio che si interpreta. Non si muore alla prima vita e, quand’anche le vite finissero, puoi sempre riavviare il gioco perché è tutto una finzione.

E l’unica cosa che resta uguale è il valore di chi muore, che, per loro, è pari a zero.

Perché degli ucraini e del loro volere non interessa a nessuno. Non interessa a nessuno dei milioni di ucraini che sono scappati perché la guerra non la vogliono. Non interessa a nessuno delle madri e delle mogli che lottano contro i reclutatori, perché non portino via figli e mariti. Non interessa a nessuno degli ucraini che vengono mandati a morire al fronte per combattere una guerra già persa.

In fondo, siamo tutt’altro che evoluti rispetto alla società della metà del secolo scorso. Il tempo ci ha catapultato in una società che deride gli uomini di cultura come Barbero, Orifreddi e Candora, e glorifica gli eroi del “fino all’ultimo ucraino”. Una società meschina, una società che tifa perché pensare costa fatica, coraggio, e, soprattutto, una cultura che non ha.

LA PACE È SOLO IL PRETESTO PER LA GUERRA PERENNE?

Stiamo assistendo alla più grande operazione di dissonanza cognitiva di massa dal secondo dopoguerra a oggi. E questo i più lo hanno capito.

Se osserviamo il palcoscenico della diplomazia internazionale lontani dalla retorica mainstream, notiamo una discrepanza terrificante, quasi psichiatrica, tra ciò che viene detto davanti alle telecamere sorridenti di Berlino e ciò che viene pianificato nei corridoi di Bruxelles e Washington.

È un teatro dell’assurdo dove la parola “pace” viene utilizzata come lubrificante semantico per introdurre il meccanismo irreversibile della guerra totale.

LA SEMANTICA DELLA DISSIMULAZIONE

Da un lato abbiamo i titoli rassicuranti, l’ottimismo di facciata che dipinge accordi imminenti e strette di mano risolutive. Dall’altro, c’è la cruda realtà dei documenti tecnici e delle dichiarazioni militari, per cui sembra che non si stia negoziando la fine del conflitto, ma intervenendo per la sua cronicizzazione.

Le proposte sul tavolo, quei famosi punti sottoscritti dalle cancellerie europee, non sono rami d’ulivo, ma micce già accese. Perché pretendere il dispiegamento di una forza multinazionale a guida europea dentro i confini ucraini e richiedere il mantenimento di un esercito di 800.000 uomini in tempo di pace – finanziato, si badi bene, dai contribuenti europei – non è certo diplomazia, ma un ultimatum travestito.

La Russia, piaccia o meno, ha tracciato delle linee rosse indelebili sulla neutralità di Kiev, e ignorarle, proponendo garanzie di sicurezza che equivalgono a un Articolo 5 di fatto, significa sapere perfettamente che Mosca non potrà mai accettare. E allora perché proporlo?

Semplice. Perché il rifiuto russo servirà a legittimare l’escalation successiva. È una trappola logica: ti chiedo l’impossibile per poterti accusare di non volere il possibile.

L’ECONOMIA DI GUERRA COME NUOVO WELFARE

La narrazione secondo cui la ricostruzione e il riarmo saranno pagati con i beni russi congelati è una favola per l’elettorato distratto; la realtà giuridica e finanziaria è ben diversa e molto più complessa e il conto, salatissimo, verrà servito sulle tavole degli europei. Altro che asset russi!

Stiamo parlando di una pressione fiscale destinata a esplodere per finanziare un complesso militare-industriale che, attraverso voci come quelle di Leonardo, ci vende la paura per farci acquistare missili.

Quando si sente dire che “da Mosca a Roma un missile arriva in tre minuti”, non stiamo ascoltando un’analisi strategica imparziale, ma una strategia basata sul terrore.

La sicurezza diventa un prodotto di lusso, e la valuta con cui si paga è il welfare state, smantellato pezzo per pezzo per “adottare una mentalità di guerra”, come suggeriscono con agghiacciante serenità i vertici olandesi e tedeschi.

LA SOCIOLOGIA DELLA PAURA: PREPARARE LE MENTI AL SACRIFICIO

Ma come si convince una popolazione che ha vissuto ottant’anni di pace e prosperità relativa ad accettare che i propri figli debbano “tornare a farsi male”, come auspicano le alte cariche militari francesi?

Si lavora sull’immaginario collettivo e si normalizza l’impensabile.

Il Ponte sullo Stretto che diventa infrastruttura di evacuazione militare non è solo una sceneggiata, ma anche un segnale preciso che punta a militarizzare lo spazio civile, rendere la guerra una possibilità tangibile nella quotidianità del cittadino. Si dice alla gente: “preparatevi a soffrire come i vostri nonni”.

È una regressione antropologica imposta dall’alto, dove la stupidità e la follia sono i nuovi valori, mentre lo spirito critico è roba da ingenui.

La fretta, questa isteria collettiva che ha contagiato le leadership occidentali, ha un nome e un cognome: Donald Trump.

La sola possibilità che dall’altra parte dell’oceano qualcuno decida di “far scoppiare la pace”, chiudendo i rubinetti del supporto incondizionato, ha gettato nel panico l’establishment europeo.

Devono rendere il conflitto strutturale, irreversibile, blindato da accordi giuridici vincolanti. Devono cementare la guerra nelle fondamenta dell’Europa prima che l’opinione pubblica si svegli dal torpore.

IL FALLIMENTO DELLA NARRAZIONE E LA SVOLTA AUTORITARIA

C’è però un problema in questo ingranaggio perfetto: la credibilità.

La gente inizia a notare le crepe. Se Putin afferma, con un pragmatismo che gela il sangue, di non avere alcun interesse a invadere l’Europa, ma anche di essere pronto a una risposta non chirurgica in caso di attacco, (perciò, potenzialmente atomica), e dall’altra parte i nostri leader evocano scenari apocalittici per giustificare censure e leggi liberticide, il cittadino medio – dotato di buon senso – inizia a farsi delle domande.

Il crollo del consenso verso i governi europei non è frutto della propaganda russa o di fantomatici hacker che manipolano le menti deboli, ma il risultato diretto della schizofrenia dei nostri rappresentanti.

Non puoi predicare i valori democratici mentre prepari scudi informatici per silenziare il dissenso. Non puoi erigerti a difensore della libertà mentre costruisci un apparato di censura per impedire che la “campana russa” venga anche solo ascoltata per comparazione.

Se il tuo prodotto, la tua visione del mondo, la tua politica, è valido, non hai bisogno di eliminare la concorrenza narrativa con la forza. Se hai bisogno di bavagli, retate digitali e filtri social per mantenere il consenso, significa che hai già perso la battaglia delle idee.

L’Occidente non ha bisogno di più armi o di più guerra ibrida. Ha bisogno di guardarsi allo specchio e chiedersi se la democrazia che pretende di esportare a colpi di cannone esista ancora dentro i propri confini.

Al momento, la risposta sembra essere un inquietante no.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

LA GRANDE LIQUIDAZIONE DI KIEV E IL SILENZIO DELLE CASSE EUROPEE

C’è un’ironia crudele, quasi teatrale, nel fatto che l’ultimo atto della tragedia ucraina vada in scena tra i velluti dell’Hotel Adlon di Berlino.

Mentre, fuori, la Polonia scava trincee al confine ucraino e l’Europa conta gli spiccioli rimasti in cassa, dentro, sotto i lampadari di cristallo che hanno visto passare imperatori e dittatori, Volodymyr Zelensky sta cercando di vendere fumo a chi ha fatto fortuna nel mercato immobiliare di New York.

La diplomazia, si sa, è l’arte di dire “è simpatico” a qualcuno che vorresti asfaltare. Ma qui è finito persino il carburante per accendere il rullo compressore.

Siamo onesti. Quello che sta accadendo a Berlino non è un negoziato di pace tra pari, ma una procedura fallimentare gestita da curatori internazionali sempre più impazienti e con la testa già proiettata su altri fronti.

L’ECONOMIA DELLA DISPERAZIONE E LA SOLIDARIETÀ IN BANCAROTTA

Per capire la vera natura di questo vertice, bisogna guardare lontano dai riflettori della Porta di Brandeburgo. Bisogna guardare ai bilanci statali.

L’Europa, che per due anni ha recitato la parte del benefattore inesauribile, ha scoperto improvvisamente che la virtù ha un prezzo che non può più permettersi. Le casse sono vuote. E no, non è una metafora.

La Repubblica Ceca, con il pragmatismo brutale del premier Babis, ha chiuso i rubinetti: ogni corona serve ai cittadini cechi, non alle guerre altrui. La Danimarca dimezza gli aiuti futuri. La Svezia, per mantenere le promesse a Kiev, deve tagliare fondi ad altri disperati del globo.

È il gioco delle tre carte applicato alla geopolitica: spostiamo la miseria da un conto all’altro sperando che nessuno noti il dramma.

La retorica della “vittoria finale” è sempre più grottesca a chi non vive di illusioni.

LA MAPPA NON È IL TERRITORIO: IL BLUFF DI KUPYANSK

Si sa, quando non hai soldi e perdi terreno, devi fabbricare una realtà alternativa. L’annuncio della “riconquista” o “liberazione” di Kupyansk da parte di Kiev, smentita nei fatti e confusa nelle dichiarazioni tra Zelensky e il suo stesso generale Syrskyi, è un classico esempio di framing disperato.

Si annuncia una vittoria inesistente per avere una fiche da puntare sul tavolo verde dell’Adlon.

Ma Steve Witkoff e Jared Kushner, gli inviati di Trump, non sono burocrati di Bruxelles che si commuovono per un PowerPoint ben fatto. Loro guardano le mappe reali sul campo di battaglia. E le mappe reali dicono che il Donbass sta scivolando via, villaggio dopo villaggio, con roccaforti come Pokrovsk e Myrnohrad che attendono il loro turno nel tritacarne.

IL PARADOSSO TEDESCO: NEGOZIARE LA PACE, SCAVARE TRINCEE

C’è un dettaglio che smaschera l’intera narrazione occidentale, un dettaglio che vale più di mille comunicati stampa. Mentre Friedrich Merz fa gli onori di casa parlando di “pace duratura”, l’Europa invia truppe al confine orientale della Polonia per erigere barriere anticarro e stendere filo spinato.

Fermatevi a riflettere.

Se la Russia fosse davvero al collasso e il suo esercito prossimo a crollare per le controffensive ucraine, prossimo al collasso economico e militare che ci hanno raccontato per mesi, perché la NATO sta costruendo una Linea Maginot e continua a pianificare miliardi per il riarmo, mentre Rutte dice che dobbiamo prepararci a una guerra come quelle vissute dai nostri nonni?

La verità è che l’Occidente teme un crollo totale del fronte ucraino.

Le trincee in Polonia non servono a fermare una Russia sconfitta, ma a contenere una Russia che avanza.

Nessuno ha paura di un pugile all’angolo che non muove più le braccia, ma tutti temono l’avversario che continua a colpirlo.

IL NEGOZIATO DELL’ASSURDO: VENDERE CIÒ CHE NON SI POSSIEDE

All’Adlon, Zelensky ha calato le sue due carte migliori.

La prima: «Restiamo dove siamo». Un congelamento del fronte che cristallizzi la situazione attuale, rifiutando l’idea americana di una zona cuscinetto che richiederebbe un ulteriore arretramento ucraino, ma che garantirebbe più stabilità e concretezza.

«Se noi indietreggiamo, devono farlo anche i russi», dice. Logica ineccepibile in un dibattito accademico e in una situazione in cui non vi fosse qualcuno che sta vincendo e l’altro che sta vincendo, ma irrilevante quando l’artiglieria e la capacità industriale avversaria hanno una superiorità schiacciante.

La seconda carta è ancora più debole: la rinuncia alla NATO.

Kiev offre di non entrare nell’Alleanza in cambio di garanzie di sicurezza bilaterali blindate (modello Articolo 5). Ma si tratta di un capolavoro di illusionismo. Zelensky sta offrendo di rinunciare a qualcosa che né Trump né Putin – come emerso nei colloqui in Alaska – avevano mai seriamente considerato di concedergli.

È come cercare di pagare il conto del ristorante promettendo di non comprare la Fontana di Trevi.

L’ULTIMA SPIAGGIA

Yuri Ushakov, l’uomo del Cremlino, osserva da lontano con il distacco di chi sa che il tempo lavora per lui. Mosca considera le proposte di elezioni o tregue temporanee come semplici stratagemmi per riarmarsi. Non abboccheranno.

Siamo alla fine della fiera.

L’Europa ”volenterosa” oggi manderà i suoi leader, inclusa Giorgia Meloni, a fare presenza, ma la realtà è che il destino dell’Ucraina si sta decidendo altrove, tra l’impazienza di Mar-a-Lago e il cinismo di Mosca.

Le casse vuote dell’Europa e le trincee piene di fango del Donbass hanno già emesso la sentenza. A Berlino si sta solo discutendo come scrivere il necrologio di un’illusione geopolitica, cercando di spacciarlo per un successo diplomatico.

Intanto, ogni ora che passa senza chiudere la guerra, decine di ucraini muoiono, perché, per tanti eroi da tastiera e da divano in cerca di paci giuste, sono solo numeri senza anima e tessere del Risiko.

IL RUGGITO DEI MOTORI E IL PROFUMO DELLA STORIA. L’ITALIA VINCE QUANDO RIMANE SE STESSA

C’è un filo d’oro che lega due notizie apparentemente distanti arrivate sulla mia scrivania in queste ultime ore.

Da un lato, il rombo di un’industria che si rifiuta di morire; dall’altro, il silenzioso ribollire di un patrimonio culturale che il mondo ha finalmente deciso di consacrare.

Parlo della clamorosa retromarcia dell’Europa sullo stop ai motori termici nel “035 e del riconoscimento della Cucina Italiana come Patrimonio Immateriale dell’UNESCO.

A un occhio distratto, sembrano due vittorie separate.

Una politica, l’altra culturale.

Ma per chi si occupa di strategia, di geopolitica e di quel delicato tessuto connettivo che tiene insieme le aziende, il messaggio è uno solo ed è potentissimo: il ritorno alla realtà. Il trionfo della sostanza sull’ideologia.

È il Kintsugi del Sistema Italia.

Abbiamo preso i cocci di narrative che sembravano condannarci all’irrilevanza o all’obsolescenza e li abbiamo saldati con l’oro della nostra identità industriale e culturale.

Beh, non è accaduto solo per merito nostro, ma la cucina è nostra, della creatività dei nostri chef e della forza della nostra filiera agroalimentare, fiore all’occhiello a livello mondiale.

Vediamo cosa cambia, ora, per le nostre imprese.

IL REALISMO INDUSTRIALE: L’AUTO NON SI FERMA

L’Europa ci ha ripensato. Non è un dettaglio, ma un cambio di paradigma.

Il dogma del “tutto elettrico” entro il “035 si è infranto contro il muro del realismo economico e della pressione geopolitica dell’asse Roma-Berlino-Varsavia.

L’obiettivo scende al 90% di riduzione delle emissioni. Il “ban” tecnologico cade.

Cosa significa questo per la nostra Motor Valley e per le migliaia di PMI della componentistica?

Significa ossigeno. Significa non essere condannati a sparire.

Significa che la condanna a morte per il motore a scoppio è stata commutata in una sfida di efficienza.

Per anni ho visto imprenditori paralizzati dall’incertezza, incapaci di pianificare investimenti su tecnologie che Bruxelles aveva bollato come “morte”. Oggi, quella tecnologia è viva.

La neutralità tecnologica non è uno slogan: è la garanzia che l’ingegno italiano – maestro nell’ottimizzazione della meccanica di precisione – può continuare a competere.

Non dovremo più smantellare intere linee produttive per inseguire un unico vettore energetico imposto dall’alto. Possiamo innovare sull’ibrido, sui biocarburanti, sull’efficientamento estremo del termico.

Per le figure HR e i CEO, questo si traduce in una gestione del cambiamento meno traumatica. Non dobbiamo più gestire la dismissione di competenze secolari, ma la loro evoluzione. È una vittoria della competenza sulla burocrazia e sulla tecnocrazia europea.

NON SOLO CHEF: IL CIBO COME ASSET GEOPOLITICO

Parallelamente, a New Delhi, l’UNESCO non ha premiato un ricettario. Ha blindato una filiera.

Attenzione a non cadere nella trappola folcloristica. Il riconoscimento della Cucina Italiana come “miscela culturale e sociale” e pratica di “sostenibilità e diversità bioculturale” è uno scudo economico formidabile.

Fino a ieri, difendevamo il Made in Italy agroalimentare con le unghie; oggi abbiamo un timbro globale che certifica che quel prodotto non è replicabile altrove.

Perché l’UNESCO ha sancito che l’ingrediente segreto non è nel piatto, ma nella relazione.

Questo cambia tutto per l’export.

Le nostre aziende agroalimentari non vendono più solo pasta, olio o conserve. Vendono un rito di inclusione sociale. Vendono benessere. Vendono un modello di vita che ora è patrimonio dell’umanità.

Questo è il colpo definitivo all’Italian Sounding. Il parmesan del Wisconsin può copiare il nome, ma non può copiare il “patrimonio immateriale”, la pratica sociale, la ritualità antispreco che l’UNESCO ha riconosciuto solo a noi.

Per gli imprenditori del settore, dal contadino che coltiva il grano al manager della grande distribuzione, la narrazione deve cambiare radicalmente.

Non vendete cibo e calorie, vendete cultura!

Il valore aggiunto del vostro prodotto è schizzato alle stelle perché è diventato un veicolo di diplomazia culturale.

SINTESI STRATEGICA: IL FUTURO È NELLE RADICI

Queste due notizie ci dicono che la globalizzazione sta cambiando pelle. Si sta passando da una standardizzazione forzata (tutti con l’auto elettrica, tutti con cibo sintetico od omologato) a una valorizzazione delle specificità locali ad alto contenuto tecnologico e culturale.

Per l’Italia, è l’assist perfetto.

Siamo l’unica nazione capace di produrre le auto sportive più desiderate al mondo e, contemporaneamente, di trasformare un pranzo in un atto culturale solenne. Hard power e Soft power.

Il consiglio che do oggi ai capitani d’industria che leggono questa newsletter è di non avere paura del passato. L’innovazione non è cancellare ciò che siamo stati, ma renderlo attuale.

Il motore termico evoluto e la dieta mediterranea certificata sono le due facce della stessa medaglia: la qualità della vita.

Il futuro non appartiene a chi dimentica chi è. Il futuro appartiene a chi sa portare le proprie radici nel domani.

Certo, poi bisognerebbe chiedere conto all’Europa della sua politica miope, che ci ha fatto perdere anni di vantaggio sulla Cina e tanti posti di lavoro, ma è un’altra storia.

Oggi, nonostante una politica sempre più distante dai reali bisogni della gente e del Paese, e un’Europa orientata a spazzare via i valori fondanti della sua stessa motivazione d’esistere, l’Italia è più forte.

Non sprechiamo questa occasione.

Avanti tutta.

SCACCO ALLA REGINA. A RISCHIARE ORA SONO I FONDI PENSIONE E I CONTI DELLE AZIENDE OCCIDENTALI

Preparatevi a una grande guerra come quella che hanno vissuto i nostri nonni.

No, non solo perché è una frase folle detta dal Segretario della NATO, Rutte, ma perché a Bruxelles alzano la voce come chi ha paura. E c’è motivo di averne, perché, al di là della sicurezza con cui Kaja Kallas avverte Putin che «l’Europa resisterà alla Russia», Mosca può bloccare 300 miliardi di dollari delle aziende e dei fondi pensione occidentali.

E sarebbe il caso di chiedere ai cittadini europei se abbiano voglia di rinunciare a quei soldi – ammesso che sappiano che la Russia può bloccarli, – prima di mostrarsi spavaldi.

Dopo tante tarantelle sui 200 miliardi russi bloccati in Belgio, la Banca Centrale Russa ha sbottato e ha dato mandato ai suoi legali. Ma non si è limitata a un esposto; ha trascinato Euroclear davanti al Tribunale Arbitrale di Mosca. Per ora.

Il tempismo è perfetto, quasi diabolico. Siamo alla vigilia di quel 18 dicembre che dovrebbe sancire il destino di Kiev e il Cremlino ha appena fatto capire che l’Europa sta giocando col fuoco e il rischio di bruciarsi è elevatissimo.

L’ARTE DELLA GUERRA LEGALE E PSICOLOGICA

La vera guerra, quella che decide chi mangia e chi fa la fame, si combatte nei tribunali e sui bilanci.

Elvira Nabiullina, la governatrice della Banca Centrale russa, è una tecnocrate di altissimo livello e sa benissimo che non può fermare politicamente l’Europa, ma può spaventarla a morte. E in mano ha carte molto buone.

Intentando causa contro Euroclear, la cassaforte belga che custodisce la maggior parte dei quasi 200 miliardi di euro russi congelati, Mosca non cerca solo un risarcimento, ma il caos e la paura degli europei.

L’obiettivo è quello di frammentare il fronte europeo. La Russia sta dicendo a ogni singolo Stato membro, e in particolare ai banchieri terrorizzati del Belgio: «Se toccate quei soldi, vi trascineremo in un inferno legale che durerà decenni e vi costerà tanti, tantissimi soldi».

È una guerra di logoramento psicologico. Euroclear si trova ora con una pistola puntata alla tempia: da una parte la Commissione europea, con l’acqua alla gola e senza più soldi, che cerca disperatamente di finanziare la resistenza ucraina, dall’altra la certezza matematica di vedere i propri bilanci aggrediti da cause risarcitorie miliardarie. E non è un bluff. È il Diritto internazionale usato contro i suoi stessi creatori.

IL TREMORE DEL BELGIO E IL “CAVEAU” DI EUROCLEAR

Il Belgio è l’anello debole della catena e Mosca lo ha individuato con la precisione di un cecchino.

Immaginate, per un istante, di essere a capo del governo belga: ospitate un’istituzione come Euroclear, che detiene 185 miliardi di asset russi. Bruxelles vi chiede di usare quei soldi come garanzia per un prestito all’Ucraina.

Sembra facile, sulla carta. Ma nella realtà, sapete che il rischio di trovarvi costretti a pagare una montagna di soldi di risarcimenti è elevatissimo. E lo sa anche il premier Bart De Wever, che vive un incubo.

Se l’Europa forza la mano, Euroclear rischia di implodere sotto il peso di contenziosi infiniti, destabilizzando l’intero sistema finanziario europeo e non occidentale.

A quel punto, l’Europa si troverebbe nelle stesse condizioni di Hitler quando le cambiali Meifo, che servirono per finanziare il riarmo e la ripresa industriale, divennero insostenibili nel 1939.

Guarda caso, proprio l’anno in cui la Germania invase la Polonia e scatenò la più grande guerra mai vissuta sul pianeta, a oggi. Perché nessuna guerra è mai stata provocata da un pazzo, ma solo e sempre per denaro.

Per usare una metafora, la richiesta di von der Leyen di usare i fondi russi congelati è come entrare in un’ambasciata straniera e rubare mobili, computer, cancelleria, soldi.

Ed è una metafora azzeccata, così come è facile ipotizzare che il derubato non se ne stia con le mani in mano.

Se il Belgio cede senza garanzie blindate che Bruxelles fatica a dare, perché significa che tutti i paesi europei pagherebbero il conto, – e tutti i cittadini, anche tu – si espone a ritorsioni devastanti.

La causa avviata a Mosca è solo l’antipasto. La minaccia russa è quella di inseguire gli asset di Euroclear in ogni giurisdizione del pianeta, trasformando la clearing house belga in una giungla di cause in tutto il mondo. Ecco perché il Belgio frena.

Non per amore di Putin, come potrebbe ipotizzare il classico analista da trattoria in stile “Gigi il troione”, ma per paura della bancarotta.

Inoltre, Avvocati russi hanno riferito all’agenzia Reuters che migliaia di altre azioni legali potrebbero essere intentate da parte di privati contro Stati ed entità europee, e non solo in Russia, ma in tutto il mondo.

L’AZZARDO DI BRUXELLES: L’ARTICOLO 122 E LA FUGA IN AVANTI

Dall’altra parte della barricata, Ursula von der Leyen e la Commissione giocano d’azzardo. Hanno capito che l’unanimità è una trappola mortale, con l’Ungheria di Viktor Orban pronta a sabotare ogni mossa.

Dunque, la soluzione partorita dalla Presidente della Commissione sarebbe tirare fuori dal cilindro l’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, una mossa audace, al limite della disperazione.

Permettere il voto a maggioranza qualificata aggirerebbe il veto di Budapest e Bratislava, trasformando il congelamento degli asset da una decisione semestrale precaria a una misura sine die, a tempo indeterminato.

È tecnicamente brillante, ma politicamente esplosiva e potenzialmente il peggior disastro della storia dell’euro.

Stanno cercando di blindare un prestito da 90 miliardi per Kiev usando come garazie beni che, legalmente, appartengono ancora a uno Stato sovrano. È come se pretendeste un prestito astronomico da una banca dando in garanzia azioni e case che non sono vostre, ma del vostro vicino.

In pratica, l’Europa vuole commettere un furto che potrebbe pagare carissimo, trovandosi costretta a restituire il bottino con gli interessi e a renderne conto alla giustizia internazionale e dei singoli stati.

In tale contesto, i mercati rischiano di allontanarsi dal Vecchio Continente, per diversi motivi, a cominciare da due in particolare: in primo luogo perché nessuno investe da chi ruba denaro degli altri. Oggi tocca ai soldi dei russi, domani chissà a chi altro.

Secondo, se l’Europa viene condannata e sarà costretta a pagare multe insostenibili, a rischiare sarebbero anche i capitali investiti o, comunque, il loro valore.

Il Commissario europeo per l’Economia, Valdis Dombrovskis, cerca di rassicurare i mercati, dicendo che «Euroclear potrà rivalersi sui beni russi», ma è la semantica priva di fondamento giuridico di chi non ha capito nemmeno il nocciolo del problema, e la verità è che stiamo navigando in acque inesplorate.

Nessuno ha mai tentato un’operazione di ingegneria finanziaria di questa portata. Un furto che l’Europa vorrebbe legalizzare.

LA RAPPRESAGLIA SIMMETRICA: I CONTI DI “TIPO C”

Ma attenzione, perché in questa partita a scacchi, ogni azione genera una reazione uguale e contraria.

La Russia non è inerme. Mentre l’Europa guarda ai 200 miliardi a Bruxelles, Mosca tiene in ostaggio circa 300 miliardi di dollari di investimenti occidentali nei cosiddetti conti di “Tipo C”.

Sono i soldi delle nostre aziende, dei nostri fondi pensione, – sì anche dei guerrafondai da divano – bloccati nella Federazione Russa dall’inizio del conflitto.

Se l’UE tocca gli asset della Banca Centrale, il Cremlino ha già pronto il decreto per espropriare tutto. E non si fermeranno alle aziende.

Il rischio concreto è che la ritorsione colpisca i privati cittadini europei, anche quelli che con la guerra non c’entrano nulla, innescando una catena di confische incrociate che riporterebbe il Diritto commerciale al Medioevo.

E i ricorsi dell’Europa sarebbero ridicoli, perché avrebbe innescato lei la cosa. Sarebbe il colpevole che querela se stesso.

La banca Sberbank ha già fatto i conti: ci sono miliardi di dividendi pronti per essere sequestrati. È la dottrina della “distruzione economica mutua assicurata”. E sono molti più soldi di quelli russi in mano all’Europa

IL CREPUSCOLO DEL DIRITTO O L’ALBA DI UN NUOVO ORDINE?

Guardando al Consiglio del 18 dicembre, la situazione è critica. L’Ucraina ha un bisogno disperato di liquidità entro marzo; senza quei fondi, il collasso economico e militare è una certezza matematica, al di là delle frasi da film hollywoodiano di Kallas e Rutte.

L’Europa deve scegliere tra due mali: tradire i principi dell’immunità sovrana e rischiare una crisi finanziaria e di sistema con il Belgio come vittima sacrificale, oppure lasciare Kiev al suo destino.

La causa intentata dalla Russia contro Euroclear non è un semplice atto giudiziario, ma un primo stiletto piantato nel petto dell’Europa.

Mosca scommette sulla nostra divisione, sulla nostra paura dei tribunali, sulla nostra incapacità di accettare che le vecchie regole del gioco sono finite.

Il 18 dicembre non decideremo solo un prestito. Decideremo se l’Europa è pronta a svendere la sua esistenza, i cittadini europei e le nostre imprese.

Il tempo è scaduto. E il denaro, come sempre, è l’unica arma che serve davvero.

E l’Europa di soldi non ne ha più, perciò la disperazione potrebbe prendere il sopravvento.

Ma si sa: chi è disperato non sceglie mai la via migliore.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’IGNORANZA È LA MALATTIA CHE STA UCCIDENDO L’EUROPA

In uno scambio di battute in Tv, in un fuori onda, qualcuno dei presenti parlava ancora di aggressore e aggredito e di guerra cominciata nel 2022, ignorando otto lunghi anni di guerra civile in Ucraina, di morti nel Donbas e persino il monito del Presidente Mattarella, nell’aprile 2017, quando chiedeva a Putin di intervenire per porre fine alla guerra.

Perché viviamo in una società profondamente ignorante, che non sa nulla di Storia Contemporanea, niente del tentativo di invasione russa di Napoleone, della guerra di Crimea combattuta dai piemontesi, dell’Operazione Barbarossa.

Viviamo nell’era della tecnologia all’ennesima potenza, eppure, se gettiamo via schermi digitali e accesso a Internet, scopriamo una società in caduta libera verso un medioevo cognitivo.

Stiamo assistendo a un’involuzione antropologica che ci riporta indietro di un secolo, non per mancanza di mezzi, ma per un’atroce inversione delle priorità valoriali. Abbiamo scambiato la saggezza per i dati, la cultura per l’intrattenimento, e la cittadinanza per la forza lavoro.

LA GRANDE TRUFFA EDUCATIVA: FABBRICARE INGRANAGGI, NON MENTI

Il peccato originale di questa decadenza va rintracciato negli anni Novanta. È lì che abbiamo deciso di suicidare il nostro futuro.

I nostri nonni, che avevano visto l’abisso del totalitarismo guardandolo dritto negli occhi, sapevano che lo studio era l’unico vaccino contro la manipolazione della propaganda.

Si sono spezzati la schiena affinché i loro figli potessero studiare Kant, Hegel, Focault, la giurisprudenza. Non per “trovare un posto”, ma per trovare sé stessi, per comprendere come va il mondo, per distinguere la propaganda dall’informazione e difendere la libertà.

Oggi, però, quel patto sacro è stato stracciato.

L’Europa, e l’Italia in particolare, si è prostrata all’altare del pragmatismo spicciolo. Abbiamo trasformato scuole e università in centri di addestramento professionale, catene di montaggio per “manodopera qualificata”.

Abbiamo convinto intere generazioni che la filosofia è un orpello inutile perché “non fattura”.

Il risultato è devastante: abbiamo creato tecnici eccellenti incapaci di comprendere il contesto in cui operano, senza gli strumenti filosofici e culturali indispensabili per comprendere come funzionino l’economia, la politica, l’informazione e la comunicazione, tasselli fondamentali che muovono il mondo.

Senza gli strumenti della logica filosofica – e non tecnica, – della storia e della sociologia, la complessità del mondo diventa un rumore di fondo indecifrabile. E quando non capisci il mondo, quando non riesci a sviscerare ciò che ascolti e che leggi, ne diventi vittima.

L’ANALFABETISMO FUNZIONALE E IL TEATRINO GEOPOLITICO

Questa mutilazione culturale ha generato un mostro: l’analfabeta funzionale iper-connesso. È il cittadino che legge, ma non sa distinguere la domanda aggregata dalla domanda, non conosce le basi del Diritto internazionale, non conosce la Storia dal Mercantilismo e degli imperi, fondamentale per comprendere ciò che accade in Ucraina oggi, perciò vede, sente, a volte legge, ma non decodifica.

La gestione della narrazione sul conflitto in Ucraina ne è la prova, un monumento alla cecità collettiva.

Per quasi quattro anni, l’opinione pubblica è stata nutrita con un pastone indigesto di propaganda a basso costo. Ci hanno raccontato che la Russia era devastata dagli effetti dirompenti delle nostre sanzioni, che i loro soldati combattevano scalzi, armati solo di pale, e che smontavano le lavatrici per rubare i microchip, che Putin fosse moribondo per quattro tipologie di cancro.

E noi ci abbiamo creduto. Abbiamo bevuto questa narrazione infantile perché ci mancavano gli anticorpi della cultura, della critica storica e dell’analisi geopolitica.

Perché molti sono come medici fai da te che cercano di combattere il cancro.

Abbiamo ridotto una guerra complessa, radicata nelle tensioni del Donbass e nelle strategie del Progetto per un Nuovo Secolo Americano, a una rissa da bar o, peggio, a un film della Marvel: i Buoni contro i Cattivi.

Senza sfumature. Senza storia.

Una semplificazione grottesca che ci ha impedito di vedere la realtà: le sanzioni, vendute come l’arma finale che avrebbe piegato Mosca, hanno avuto l’effetto di una pistola ad acqua contro un carro armato.

L’economia russa non solo ha retto, ma si è riorganizzata, mentre l’Europa, nella sua arroganza miope, si è sparata su entrambi i piedi. E, forse, un po’ più su.

IL CROLLO DELL’ILLUSIONE E IL CONTO SALATO DELL’INDUSTRIA

Mentre ci raccontavamo favole sulla “vittoria finale”, la realtà ha bussato alla porta con la delicatezza di un ufficiale giudiziario.

I dati ISTAT sull’industria, sui costi energetici e sulla situazione economica dei vari paesi dell’Europa sono una sentenza inappellabile: un crollo verticale, un disastro economico figlio di scelte suicide e di una subalternità imbarazzante agli interessi d’Oltreoceano.

Abbiamo sacrificato il nostro tessuto produttivo sull’altare di una “guerra di civiltà” che nascondeva solo interessi sui gasdotti, materie prime e vecchi rancori da Guerra Fredda.

La classe dirigente europea, composta da tecnocrati – ai cui vertici ci sono personaggi che il popolo non può votare e non può scegliere, – e manager prestati alla politica, ha gestito la crisi come si gestisce un consiglio di amministrazione fallimentare: tagliando i costi sociali e ignorando le conseguenze a lungo termine.

Ursula von der Leyen e i suoi omologhi, distanti anni luce dal sentire comune dei popoli europei (come dimostrano le recenti tornate elettorali), hanno giocato alla guerra con la vita degli ucraini, vilipesi, offesi e trattati come fiches sul tavolo da gioco.

E ora che Washington e Mosca tornano a parlarsi, l’Europa resta nel corridoio, non invitata, umiliata, con in mano un pugno di mosche e un’economia da ricostruire.

In castigo, a sbraitare contro Trump e Musk, perché, quando sei perdente e in torto, meglio dire che il professore è cattivo e non capisce, piuttosto di parlare delle accuse mosse dal professore.

DALL’INTELLETTUALE ALL’INFLUENCER: L’APOTEOSI DEL NULLA

Ma come siamo arrivati a questo livello di insipienza?

Abbiamo sostituito i pensatori con i giullari. C’è stato un tempo in cui i modelli erano Sartre, Pasolini, o persino campioni dello sport con uno spessore umano e culturale, capaci di discutere di democrazia e diritti.

Ricordate Socrates, Senna e Prost, solo per citarne alcuni?

Oggi, il massimo veicolato dagli sportivi è un mix di tatuaggi e cuffie alla moda e il modello è l’influencer che si vanta della propria ignoranza, che dichiara con orgoglio di non aver bisogno dell’università perché il suo conto in banca è florido.

È il trionfo dell’apparire sull’essere, dell’ignoranza sulla cultura, della banalità e del superfluo sui valori e sull’essenza.

Un materialismo volgare che copre il vuoto interiore di chi non ha nulla senza soldi e senza maschere.

Le nuove “star” sono simulacri di ribellione, viziati e omologati, che vestono come adolescenti e pensano come bambini viziati.

Questo culto della superficialità è funzionale al potere, perché una massa che aspira solo all’ultimo modello di scarpe o allo smartphone alla moda è una massa che non protesta, non analizza, non si ribella.

L’AUTOMAZIONE E LA TRAPPOLA DEL TECNICISMO

La tragedia finale si consumerà a breve, e sarà economica oltre che sociale.

L’ossessione per la formazione tecnica si rivelerà una trappola mortale. Mentre spingiamo i giovani verso professioni pratiche e ripetitive, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno già scaldando i motori per cancellare quei posti di lavoro.

Chi avrà studiato solo “come fare” una cosa, si troverà obsoleto nel giro di una settimana. Anche meno.

Chi, invece, avrà studiato il “perché”, chi avrà coltivato il pensiero laterale, la creatività umanistica, la capacità di visione d’insieme, avrà una speranza di sopravvivere allo tsunami dell’automazione. Senza cultura umanistica, stiamo allevando i futuri disoccupati cronici, privi persino del vocabolario necessario per comprendere la propria emarginazione e per rigenerarsi.

L’EUROPA: UNA COMPARSA IN CERCA D’AUTORE

Il risveglio è brutale.

L’Europa credeva di essere la protagonista della Storia, la culla dei diritti e della civiltà, della diplomazia.

Si è scoperta una comparsa irrilevante, belligerante e ottusa.

Zelensky, l’eroe costruito a tavolino da un marketing politico spregiudicato, si ritrova ora come un attore a cui hanno spento le luci del set prima della fine dello spettacolo perché il produttore ha deciso di staccare la spina. Credeva di essere Churchill, si è scoperto portaborse di leader perdenti.

E noi europei siamo quelli che pagano il conto. Abbiamo accettato che i diritti costituzionali venissero sospesi per “emergenze” a rotazione – sanitarie, climatiche, belliche – abituandoci all’idea che la democrazia sia un lusso sospendibile e che dobbiamo anche ringraziare la magnanimità dei vari Draghi, Monti e compagni di merenda.

Abbiamo permesso che il dissenso venisse criminalizzato e che il dubbio fosse bollato come eresia. Abbiamo puntato il dito contro la censura in Russia, Cina e Corea del Nord, ma chiudiamo i conti correnti di chi scrive libri che inchiodano le malefatte di von der Leyen e licenziamo giornalisti come Gabriele Nunziati perché ha posto una domanda che ai leader europei non piaceva.

Insomma, abbiamo tutti i sintomi delle dittature moderne, ma continuiamo a sostenere che malati siano gli altri.

RIPRENDERSI LA BUSSOLA O AFFONDARE

Non c’è molto tempo per invertire la rotta. O torniamo a considerare la cultura – quella vera, profonda, critica – come il fondamento della società, o il nostro destino è segnato. Dobbiamo smettere di formare lavoratori e ricominciare a formare cittadini.

Dobbiamo avere il coraggio di dire che il Re è nudo, che la narrazione mainstream è stata una truffa colossale e che la realtà è molto più complessa di un post su un social network o delle panzane profuse in televisione da star che possono parlare senza un contraddittorio.

Il treno della Storia sta correndo veloce.

Per ora, l’Occidente sembra deciso a restare seduto nel vagone ristorante, a litigare su questioni futili mentre la locomotiva si dirige verso il precipizio.

La scelta è tra un risveglio doloroso, ma necessario, fatto di studio, fatica, cultura e verità, o un dolce sonno indotto dalla propaganda e dall’ignoranza, dal quale non ci sveglieremo mai più.

A noi l’ardua, e forse ultima, sentenza.

ALCUNE FONTI

La Sconfitta dell’Occidente, di Emmanuel Todd.

Ucraina. Critica della Politica Internazionale, di Alessandro Orsini.

L’Impero della Periferia, di Boris Kagarlickij.

Ucraina, Russia e Nato in Poche Parole, Marco Travaglio.

La Russia di Putin, di Mara Morini.

L’INGANNO DELLA LEVA, PERCHÉ SENZA PATRIA NON ESISTE DIFESA

Viviamo in un’epoca di straordinaria dissonanza cognitiva, dove i più non analizzano, ma tifano e chiacchierano come al bar.

Mentre il mondo attorno a noi brucia, ridisegnando confini con il sangue di tanti giovani mandati a morire al fronte, in Italia ci perdiamo in dibattiti semantici surreali su ossimori come la “leva volontaria”.

È il sintomo di una patologia sociale profonda, una cecità selettiva che ci impedisce di vedere la nostra irrilevanza strategica sullo scacchiere mondiale.

Come ho avuto modo di spiegare ieri sera, intervenendo senza filtri alla trasmissione di Milano Pavia TV “Senza Peli sulla Lingua”, l’anacronismo del nostro pensiero è il vero nemico.

Pensare di restare isolati in un mondo di imperi in collisione è un suicidio assistito. Ma la soluzione non è un tratto di penna su un foglio di bilancio.

Bisognerebbe creare un esercito europeo, certo. Così, almeno, suggerisce la logica dei numeri. Eppure, e qui sta l’incongruenza che la politica finge di non vedere, prima di un esercito serve fare un’Europa che le persone possano definire “Patria”.

L’errore originale, il peccato mortale dell’Unione, è stato credere che creando un’unione commerciale e monetaria, la politica sarebbe seguita per osmosi. Non è successo.

La moneta non crea il sangue, non alimenta passione e legame profondo, non mette radici, il mercato non crea il destino comune.

IL TEATRO DELL’ASSURDO: LEVA O RISERVA?

Quando il Ministro Crosetto evoca lo spettro della leva, o meglio, di una riserva, sta implicitamente ammettendo il fallimento di vent’anni di pianificazione militare.

Parlare di “leva volontaria” è come parlare di “ghiaccio bollente”: la leva, per definizione, è obbligo. È coercizione legale per la sopravvivenza dello Stato.

Inoltre, la Storia ci ricorda che, ogniqualvolta le nazioni hanno attuato corse al riarmo, a distanza di pochi anni la guerra è arrivata.

Quello di cui abbiamo disperatamente bisogno non è una massa di ragazzini costretti a marciare per tre mesi, ma una Riserva Ausiliaria seria.

Tuttavia, una riserva è come una tanica di benzina nel bagagliaio: serve solo se hai un serbatoio principale e un motore funzionante, invece, oggi, l’Esercito Italiano è un serbatoio bucato. Abbiamo ridotto le forze a circa 94.000 unità sulla carta, di cui solo 61.000 sono truppa operativa. E il dato più agghiacciante è anagrafico: oltre la metà di questi soldati ha superato i 40 anni.

Non si scalano le montagne e non si regge l’attrito di una guerra convenzionale ad alta intensità con una fanteria geriatrica.

Abbiamo smantellato le infrastrutture, venduto le caserme perché ce lo chiedeva l’Europa, in nome dell’Austerity, abbiamo chiuso gli ospedali militari.

Se anche domani richiamassimo 10.000 riservisti, non sapremmo dove metterli a dormire, né avremmo gli anfibi, le divise e le armi. Questa è la realtà, al di là delle opinioni e dei buoni propositi.

L’ECONOMIA DI GUERRA E IL “DIVIDENDO DELLA PACE” SVANITO

Dal punto di vista economico, la situazione è altrettanto grottesca. I cosiddetti “dividendi della pace” post-1990 non sono stati usati per abbattere il debito o investire in futuro, ma sono stati fagocitati dalla spesa corrente e dal welfare per comprare consenso elettorale a breve termine.

Oggi l’Europa spende, in aggregato, cifre enormi per la difesa, ma le spende con l’efficienza di un ubriaco al casinò.

Senza un’unità politica, ogni nazione difende il suo piccolo orticello industriale. Abbiamo decine di modelli di carri armati diversi, sistemi logistici incompatibili, linee di produzione frammentate.

Negli USA, l’antitrust è debole e i prezzi sono alti, ma l’industria è un colosso unificato. In Europa, l’antitrust funziona sui prezzi civili, ma impedisce la nascita di quei campioni continentali necessari per competere.

Il modello dovrebbe essere quello della Corea del Sud: un’industria Dual-Use dove la tecnologia civile e militare si alimentano a vicenda, con colossi industriali come Samsung, che fabbricano smartphone e condizionatori, come sistemi per carri armati e altre armi avanzate.

Invece, noi continuiamo a vedere la spesa militare come un costo a fondo perduto e non come un volano tecnologico.

LA MENZOGNA GEOPOLITICA E IL FATTORE UMANO

Sul fronte geopolitico, la verità è ostaggio della convenienza e dell’ipocrisia di una classe dirigente che prepara strumenti bellici nascondendosi dietro un linguaggio ovattato per non turbare un elettorato culturalmente pacifista.

D’altro canto, la Russia non invaderà l’Italia domani. E neppure l’anno prossimo, visto che è impantanata nel Donbass da anni. E nemmeno ha necessità di raderci al suolo con un paio di missili ipersonici caricati con testate atomiche.

Ma questo non ci assolve.

Il mondo è cambiato. L’ombrello americano si sta chiudendo.

La deterrenza non si fa con le intenzioni, si fa con la capacità credibile di infliggere danno. Ed è il motivo per cui Russia e USA, al limite, arrivano a fare la voce grossa, ma poi trovano sempre modo di andare a braccetto, anche quando fingono di litigare, poiché sanno che l’esistenza dell’uno dipende dall’altro e viceversa.

E qui torniamo al punto che ho sollevato ieri in TV.

La deterrenza richiede coesione.

Oggi, sarebbe impensabile che un battaglione francese accettasse di farsi mandare al macello agli ordini di un generale bulgaro o rumeno e, alle prime divergenze, il minimo sarebbe la diserzione.

È ancora peggio immaginare che un cittadino greco accetti di morire per difendere Berlino o Helsinki. E siamo onesti: quanti italiani morirebbero per la Danimarca e viceversa?

L’Europa è un condominio litigioso, non una nazione. E gli italiani, quando pensano all’Europa, pensano alle arance mandate al macero, alle quote latte, alle limitazioni, alle norme sulla piegatura delle banane, ai tappi di plastica, non a una patria.

E pensano a un luogo in cui giornalisti vengono licenziati per aver fatto informazione, come accaduto a Gabriele Nunziati, in barba a quell’area democratica e liberale che era un tempo l’Europa.

IL PREZZO DELLA VERITÀ

L’errore fatale è stato credere che l’economia potesse surrogare l’identità. Abbiamo costruito il tetto (l’Euro) senza avere le mura (lo Stato) e senza avere le fondamenta (il Popolo).

Un esercito europeo, in queste condizioni, è solo una chimera pericolosa, un corpo senza testa o, peggio, una testa con ventisette cavalli che tirano in direzioni opposte.

Per sopravvivere al XXI secolo, dobbiamo smettere di mentire. Dobbiamo dire agli italiani che la sicurezza ha un costo esorbitante, che la pace non è la condizione naturale delle cose, ma una conquista armata, e che l’isolamento è una condanna a morte.

Ma soprattutto, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che senza una Patria comune, non ci sarà mai una difesa comune. E senza difesa, saremo solo preda della storia, non più suoi artefici.

Ovviamente, una Difesa serve per non diventare facili prede di qualcuno domani, mentre oggi in tanti stanno alimentando la paura di nemico alle porte che esiste solo nelle fantasie di chi a settembre del 2022 diceva che la Russia era sconfitta dal peso delle nostre sanzioni dagli effetti dirompenti.

Gli stessi che vivono il cortocircuito cognitivo per cui, nei giorni dispari, bisogna armarsi per affrontare lo strapotere russo, pronto a correre verso Lisbona, nei giorni pari, Mosca è al collasso finanziario e sta per capitolare in Ucraina.