DRONI UCRAINI SULL’EUROPA, MA LA COLPA È DELLA RUSSIA

di Pasquale Di Matteo

Ursula von der Leyen accusa Mosca di destabilizzare le democrazie europee.

Tra un messaggino nascosto alla magistratura e una legge dannosa per i cittadini europei, la presidente della Commissione non perde occasione per esprimere il proprio odio nei confronti di Mosca.

E non se ne capisce il motivo; certamente non può trattarsi di violazioni del Diritto internazionale, altrimenti dovrebbe parlare h24 di Washington e di Tel Aviv, quindi, deve trattarsi di qualcosa di personale, proprio come i contratti per i vaccini che hanno fatto spendere miliardi di euro agli europei, gestiti su WhatsApp.

Ma, mentre von der Leyen emetteva i suoi editti, uno sciame di droni militari con la bandiera ucraina attraversava lo spazio aereo di quattro nazioni della Nato per andare a bombardare i terminal petroliferi russi sul Baltico.

Eccola, la fotografia esatta di un continente che scivola verso il punto di non ritorno, protetto solo dal sottile velo delle proprie balle e della stampa al servizio della propaganda.

A Bruxelles e a Washington la linea ufficiale recita che l’Ucraina sta vincendo, che la Russia è a un passo dal collasso economico e che la diplomazia è pronta a intervenire non appena Vladimir Putin mostrerà segnali di cedimento.

Lo dicevano a settembre del 2022, poi a dicembre, poi per tutti questi quattro anni e qualche mese. Un tempo lunghissimo per chi combatte solo armato di pale dell’800, a dorso di muli, senza divise e raccattando senzatetto e ubriaconi per strada, visto che sono morti oltre 1,2 milioni di soldati, cioè l’intero esercito russo al 2021.

Ma se si incrociano i tracciati radar del Mar Baltico, i verbali del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e le direttive interne di Mosca, questa narrazione si disintegra.

L’Europa è già parte attiva di una pericolosa roulette russa, i negoziati di pace non esistono e il Cremlino non sta affatto crollando. Al contrario, si sta blindando dall’interno.

IL SEGRETO DI PULCINELLA NEI CIELI BALTICI

Tra marzo e maggio del 2026, i cieli del Nord Europa si sono riempiti di macchine da guerra.

Estonia, Lettonia, Lituania, persino la Finlandia. Droni esplosivi di fabbricazione ucraina sono entrati nello spazio aereo della Nato per colpire i porti russi situati nell’area di San Pietroburgo.

In Finlandia, l’allarme ha costretto un milione e ottocentomila persone nella regione di Helsinki a barricarsi in casa per ore, con voli civili sospesi e il terrore di un attacco imminente.

La versione fornita dai governi baltici e scandinavi è un insulto alla logica militare: i droni di Kiev sarebbero finiti per sbaglio nei cieli europei, “deviati” dalla guerra elettronica russa.

Dunque, dovremmo credere che le difese elettroniche di Mosca siano così cortesi da intercettare i droni ucraini, guidarli dolcemente per migliaia di chilometri attraverso lo spazio aereo della Nato, per poi farli rientrare in Russia facendoli precipitare esattamente sopra le proprie raffinerie. Una balistica suicida.

E il bello è che qualcuno, anche in Italia, crede a queste panzane.

La realtà, ovviamente, è un’altra.

L’Ucraina ha deliberatamente iniziato a usare lo spazio aereo dell’Alleanza Atlantica come uno scudo.

Se un drone ucraino vola sopra l’Estonia o la Polonia, la contraerea russa non può abbatterlo senza sconfinare nello spazio aereo Nato e innescare l’Articolo 5. I droni viaggiano al sicuro, i governi europei fingono di credere all’errore di rotta per non accusare l’alleato ucraino, e Mosca subisce il colpo.

Si tratta di un gioco d’azzardo avallato silenziosamente dall’Occidente. Fino a quando un drone non precipiterà su un condominio di Riga o di Helsinki. O fino a quando Mosca non ne avrà gli zebedei colmi e invierà un paio di confetti nucleari nei punti giusti e game over.

LA PACE CHE NESSUNO CERCA

Mentre si gioca con il fuoco, Paola Pinho, portavoce della Commissione Europea, ha chiarito che l’Unione nominerà un inviato speciale per i negoziati di pace solo quando Putin sarà “pronto a sedersi al tavolo”.

Tradotto: l’Europa rinuncia a qualsiasi ruolo di mediazione preventiva, demandando l’iniziativa al nemico.

Che l’iniziativa non arriverà, lo ha chiarito senza filtri l’ambasciatore russo all’Onu a fine maggio. Incalzato dalla corrispondente dell’Associated Press, sulle prospettive di fine conflitto, il diplomatico ha distrutto la retorica occidentale.

Non c’è alcuna trattativa segreta in corso. Non c’è alcuna intenzione russa di accettare un banale “congelamento” lungo la linea del fronte. Le richieste di Mosca sono le stesse del 2022: fine dell’espansione Nato, de-nazificazione del regime ucraino e tutela dei russofoni.

L’ambasciatore ha fatto un nome e un cognome per spiegare l’impasse: Boris Johnson. Fu l’allora premier britannico, nella primavera del 2022, a piombare a Kiev per impedire a Volodymyr Zelensky di firmare un accordo già sul tavolo, garantendo un sostegno occidentale illimitato che oggi, quattro anni dopo, si scontra con la realtà dei fatti.

E il tanto atteso intervento pacificatore dell’amministrazione Trump?

Washington guarda altrove. L’Iran brucia, il Medio Oriente assorbe risorse, e i presunti inviati di Trump, da Jared Kushner a Steve Witkoff, non hanno alcun biglietto aereo prenotato per Mosca.

L’Ucraina è semplicemente scivolata giù nella lista delle priorità americane.

L’OPA DELL FSB SULLO STATO RUSSO

L’Occidente aspetta il collasso di Putin. Ma a Mosca, il potere non sta implodendo: sta mutando pelle.

Con una guerra di logoramento che dura da oltre quattro anni, l’intero apparato statale russo è stato silenziosamente espropriato dall’Fsb. L’erede del Kgb sta vivendo una fase di espansione che non ha precedenti dalla caduta dell’Unione Sovietica.

Non servono indiscrezioni segrete per capirlo, bastano le targhe di marmo. Ad aprile, con decreto presidenziale, l’Accademia dell’Fsb ha ripreso il nome di Feliks Dzerzhinskij.

L’aristocratico polacco, fondatore della spietata Čeka bolscevica, è tornato. Quando nell’agosto del 1991 la folla abbatté la statua di “Feliks di Ferro” in piazza Lubjanka, l’Occidente brindò alla fine del totalitarismo sovietico.

Oggi, quella riabilitazione ufficiale segna la definitiva cancellazione della parentesi democratica russa.

L’Fsb non si limita a spiare. Dirige e ha preso il controllo dell’infrastruttura internet nazionale.

Stritola le imprese private. Gestisce la purga dei vertici militari iniziata con la rimozione di Sergej Shoigu dal Ministero della Difesa, eliminando chiunque possa fare ombra agli apparati di intelligence.

Sta persino sottraendo fette di potere all’amministrazione penitenziaria statale, costruendo propri centri di detenzione. È uno Stato nello Stato, che risponde solo a se stesso.

IL PASSATO COME ARMA

L’operazione più preoccupante, però, avviene sul terreno della memoria. Non potendo cancellare le associazioni per i diritti civili in un colpo solo, l’Fsb le infiltra e le converte.

L’esempio di Tomsk, in Siberia, è da manuale. Memorial, la storica ong nata durante la Perestrojka di Gorbaciov per denunciare i crimini dello stalinismo e mappare le fosse comuni, è stata svuotata dall’interno.

Un colonnello in pensione dei servizi segreti ha preso il controllo della sezione locale di Memorial. Da quel momento, le targhe in memoria delle vittime dei gulag sono state affiancate, o sostituite, da monumenti celebrativi in onore dei “patrioti” cekisti. Gli aguzzini riabilitati come servitori dello Stato. È la normalizzazione del terrore, orchestrata da chi quel terrore lo ha ereditato.

L’ipertrofia dell’Fsb non serve a vincere la guerra in Ucraina, ma a vincere la pace a Mosca. Gli apparati di sicurezza sanno che il conflitto finirà, prima o poi, ma sanno anche che Putin non è immortale.

Concentrando oggi nelle proprie mani il controllo militare, economico e storico del Paese, l’intelligence si sta blindando per gestire in totale autonomia la futura transizione di potere.

Mentre l’Unione Europea aspetta di nominare un inviato fantasma per una pace inesistente, almeno finché Mosca non deciderà se e quando avrà ottenuto i propri obiettivi, e la Nato finge di non vedere i droni di Kiev incrociare nei cieli baltici, l’Fsb ha già pianificato la Russia del prossimo decennio.

Un Paese chiuso, militarizzato, fiero dei propri carnefici.

Grazie alla mancata trattativa del 2022, quando la guerra finirà, per stanchezza o per un incidente balistico che non potremo più insabbiare, in Europa ci sveglieremo davanti a un apparato totalitario perfetto.

E i colpevoli avranno nomi e cognomi, a cominciare da Boris Johnson, fino all’ultimo leccapiedi di Bruxelles.

A quel punto, con chi, esattamente, penseremo di negoziare?

PER L’EUROPA E PER L’ITALIA IL DIRITTO VALE SOLO PER MOSCA. ALTRI POSSONO VIOLARLO IMPUNEMENTE

di Pasquale Di Matteo

Settantacinquemila tra morti e feriti, di cui la metà donne e bambini.

È il numero della pulizia etnica che Israele porta avanti da tre anni, nel silenzio complice di noi occidentali.

Un crimine contro l’umanità che, se fosse stato causato da Mosca, avremmo già inviato i soldati in Ucraina. Mancano solo quelli, d’altronde e per molto meno.

Abbiamo imposto alla Russia ben venti pacchetti di sanzioni economiche.  A Israele, invece, niente. Zero.

Uel numero enorme di innocenti trucidati non sumuove neanche le coscienze di Salvini, La Russa, Meloni e il resto del governo italiano.

L’Europa, quella dei venti pacchetti alla Russia, in difesa del Diritto internazionale, di quello stesso Diritto se ne fotte mentre osserva la mattanza di Gaza e le torture sistematiche in rigoroso silenzio.

Il doppio standard è l’unica vera dottrina europea, stando ai fatti.

Le immagini filtrate in questi giorni non lasciano spazio a interpretazioni, se non quelle di Tajani, che hanno dato materiale a comici come Crozza.

Prigionieri palestinesi ammanettati, bendati, piegati a terra e picchiati dai soldati israeliani.

Pratiche di umiliazione e violenza che riportano le lancette del calendario europeo agli anni Trenta, all’epoca nazista.

Eppure, a Roma, c’è chi preferisce guardare altrove. Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato e co-fondatore del partito della presidente del Consiglio, visiona quelle immagini e le liquida in diretta televisiva con una parola: “Propaganda”.

Per La Russa, attuare metodi nazisti è propaganda.

Matteo Salvini, invece, ha semplicemente perso l’uso della parola. Un anno e mezzo fa il leader leghista e vicepremier invitava il criminale Benjamin Netanyahu nella Capitale, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità.

In quell’occasione si sbracciava per rassicurare il premier israeliano: l’Italia non avrebbe mai dato seguito al mandato di cattura internazionale. Oggi, di fronte alle macerie e alle fosse comuni, Salvini tace.

E perde l’occasione di smarcarsi da un nazista.

IL RICATTO DEGLI ESTREMISTI E L’INAZIONE EUROPEA

Netanyahu ha trasformato Israele in uno Stato canaglia per un elementare calcolo di sopravvivenza giudiziaria e politica.

Il suo esecutivo si regge sul nazista Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale, leader dell’estrema destra.

Il partito di Ben Gvir vale appena il 4% dei consensi, ma detiene il potere di vita o di morte sul governo. Se stacca la spina, Netanyahu cade, si va a elezioni anticipate e il premier finisce a processo.

Quindi la guerra continua. Si procede per inerzia e per ricatto per salvare il deretano a Netanyahu e a molti dei suoi che, senza guerra e morti innocenti, come minimo finirebbero in prigione.

L’Europa, di fronte a questa pulizia etnica conclamata, sceglie la complicità istituzionale.

Pedro Sanchez, da Madrid, ha proposto il minimo sindacale previsto dal diritto internazionale: sospendere l’accordo commerciale Ue-Israele di fronte a palesi violazioni dei diritti umani. Ma l’iniziativa spagnola si è schiantata contro il muro di gomma di Roma e Berlino, i due governi europei più complici di Tel Aviv.

Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, si è limitato a balbettare di affibbiare sanzioni a Ben Gvir, perché il problema sarebbe solo lui, come se fosse lui a capo del governo israeliano e fosse un dittatore, rifiutandosi di colpire diplomaticamente l’esecutivo di Netanyahu nel suo complesso.

Si tutelano gli affari, si coprono gli alleati, si seppellisce il diritto.

E, agli occhi del mondo, l’Europa ha perso il ruolo di faro del Diritto e della diplomazia perché non è più credibile.

IL TAVOLO ROVESCIATO NEL GOLFO PERSICO

Spostando la lente dal Mediterraneo al Golfo Persico, il cortocircuito occidentale diventa ancora più evidente. Gli Stati Uniti, storici garanti dell’ordine globale, si stanno comportando come un giocatore d’azzardo frustrato che rovescia il tavolo quando finisce le fiches.

Dietro le quinte, Washington e Teheran trattano una tregua. L’Iran si siede al tavolo forte di un vantaggio negoziale innegabile, dopo lo scacco matto di Hormuz.

Le richieste degli ayatollah sono chiare, messe nero su bianco: risarcimenti economici per i danni subiti nei precedenti blitz israelo-americani, difese blindate per il proprio programma nucleare, controllo totale e gestione dei traffici nello Stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti incassano, perché si rendono conto che la minaccia militare non funziona più e che l’Iran sta vincendo la partita.

Poi, l’atto irrazionale. Invece di far convergere le bozze verso una firma, gli americani violano il cessate il fuoco.

I report dal campo confermano attacchi improvvisi a navi mercantili nella regione iraniana di Hormozgan e azioni di pirateria marittima. L’Iran denuncia formalmente Washington. Perché far saltare con la forza un negoziato che gli stessi diplomatici americani inseguivano da settimane, senza peraltro ottenere il benché minimo vantaggio strategico?

LE TRE IPOTESI SUL CORTOCIRCUITO AMERICANO

Chi legge i dispacci interni e conosce le dinamiche di Washington divide le ragioni di questo attacco insensato in tre scuole di pensiero.

Prima ipotesi: il panico da sconfitta.

La presidenza e il Dipartimento di Stato non riescono a metabolizzare l’idea di firmare una resa diplomatica con Teheran. Non avendo la forza per strappare condizioni migliori, e temendo il contraccolpo elettorale di un accordo che l’opinione pubblica americana bollerebbe come una capitolazione, preferiscono buttare tutto in caciara. Un sabotaggio autoinflitto per mascherare l’impotenza.

Seconda ipotesi: il ricatto geopolitico.

Un’amministrazione americana ostaggio di interessi terzi, costretta a incendiare il quadrante mediorientale compiendo azioni palesemente contrarie ai propri interessi nazionali e a quelli dei partner europei.

L’obiettivo è costringere l’Europa ad allinearsi a una guerra perenne. Una dinamica che ricorda da vicino le traiettorie dei droni ucraini finiti, teoricamente per errore, nei cieli della Finlandia o dei Paesi Baltici.

Non sono incidenti balistici, ma messaggi trasversali: la segnaletica di un impero che strattona i suoi vassalli per ricordare loro chi comanda.

Terza ipotesi: il collasso psichico.

La più banale e forse la più tragica. Dal Presidente fino all’ultimo burocrate della sicurezza nazionale, l’intera catena di comando americana ha perso la lucidità.

Un distacco totale dalla realtà che genera decisioni schizofreniche, prese in barba a ogni dottrina strategica accumulata in ottant’anni di egemonia.

LA GIUSTIFICAZIONE RETROATTIVA DEI MEDIA

In tutto questo, il sistema mediatico occidentale svolge la funzione di passacarte e lavanderia, in stile propaganda da quattro soldi.

I quotidiani e i telegiornali nostrani copiano e incollano i dispacci del Pentagono o dell’IDF senza avanzare mezza verifica incrociata.

Israele decide di allargare il conflitto. Bombarda il sud del Libano, sfonda le linee di sicurezza preesistenti.

Il bilancio a terra fissa a 31 i morti e a 40 i feriti, inclusi civili sfollati e infrastrutture distrutte.

L’indignazione dura lo spazio di un’agenzia di stampa. Dodici ore dopo, Tel Aviv annuncia di aver eliminato, in quello stesso raid, un esponente di spicco dell’ala militare di Hamas.

È il meccanismo perfetto della giustificazione retroattiva.

Funziona così: si spara nel mucchio, si rade al suolo un quartiere o un campo profughi, e poi si appalta alla stampa amica il compito di allegare al massacro il nome di un terrorista.

Nel mezzo, milioni di imbecilli che credono alle farneticazioni del governo nazista di Tel Aviv o della sua estroflessione, in salsa comica, alla Casa Bianca.

Improvvisamente, la strage viene mondata dai suoi connotati illegali e si trasforma in un “danno collaterale” all’interno di una brillante operazione di intelligence e di Comunicazione.

Se un missile russo cade su un condominio a Kiev è un crimine di guerra. Se un missile israeliano incenerisce decine di libanesi o palestinesi, è un atto di legittima difesa con esiti sfortunati. Il vocabolario della morte è severamente segregato in base a chi preme il grilletto.

L’arroganza di questo potere non ammette repliche. Pretende che si applaudano i massacri e che si creda alle ricostruzioni farlocche dei negoziati interrotti o dell’“esercito più morale al mondo”.

Ma a furia di tollerare le atrocità degli alleati in Medio Oriente, finanziare eserciti che torturano prigionieri e coprire i fallimenti diplomatici americani con il silenzio, l’Occidente ha speso tutto il suo capitale politico e ha perso la faccia.

I diplomatici continueranno a stringersi la mano nei vertici bilaterali. I comunicati stampa dei ministeri europei continueranno a celebrare la difesa dei diritti umani e l’indissolubilità dell’alleanza atlantica.

Nel frattempo, i rapporti con i nomi dei civili uccisi e i verbali dei prigionieri torturati resteranno impilati sulle scrivanie di Roma, Bruxelles e Washington.

Nessuno ha voglia di leggerli.

C’è una guerra contro la Russia da inventare, da finanziare, da eseguire.

Come un compito.

LA GRANDE BALLA DELLE BOMBE PREVENTIVE

di Pasquale Di Matteo

Donald Trump controlla la Casa Bianca, il Congresso e la Corte Suprema. Ha in mano tutte le leve del potere esecutivo, legislativo e giudiziario di quella che era la più grande superpotenza del pianeta.

Eppure, il suo indice di gradimento è inchiodato al 37 per cento.

Per un politico normale, questa paralisi del consenso si tradurrebbe in un rimpasto di governo o in una legge mancia da dare in pasto agli elettori.

Per l’attuale amministrazione americana, invece, si traduce in un ordine di bombardamento a diecimila chilometri di distanza.

Martedì 26 maggio, i lanci di agenzia hanno battuto la notizia di un attacco militare statunitense nel sud dell’Iran. Gli obiettivi dichiarati, siti per il lancio di missili e navi militari di Teheran.

Ma non erano state tutte distrutte?!

La giustificazione fornita alla CNN dal portavoce del Comando Centrale degli Stati Uniti, Timothy Hawkins, è legittima difesa.

Legittima difesa?!

I cattivi stavano minando lo Stretto di Hormuz e i buoni sono intervenuti per disinnescare la minaccia. Peccato che l’esercito americano non abbia fornito mezza prova sui presunti campi minati marittimi, limitandosi a passeggiare militarmente su un’area che non riesce a controllare.

E, in assenza di prove, si tratta dell’ennesima aggressione contraria al Diritto internazionale.

La realtà è che l’attacco americano arriva nel momento in cui i negoziati di pace tra Washington e Teheran, seppur lenti, stavano producendo i primi documenti scritti.

Fonti diplomatiche iraniane confermavano l’imminenza di un accordo sui punti cardine.

Ma l’Iran si è presentato al tavolo con il coltello dalla parte del manico: nessuna rinuncia al programma nucleare, nessuna consegna delle scorte di uranio arricchito, ritiro totale delle sanzioni occidentali e risarcimento per i danni subiti.

Condizioni inaccettabili per un presidente americano che ha bisogno di vendere una vittoria totale al suo elettorato interno.

Quando la diplomazia non produce il trionfo televisivo sperato, si cambia il tavolo. Anzi, lo si ribalta.

Perciò, Washington colpisce, Teheran risponde azzerando le finzioni: droni statunitensi e israeliani abbattuti, produzione di missili balistici ripresa a ritmo accelerato. Il programma missilistico che gli americani si vantavano di aver azzerato due giorni dopo l’inizio delle ostilità, è intatto per più del settanta per cento e le fabbriche iraniane lavorano a pieno regime.

LA DIPLOMAZIA DEL RICATTO

Il fallimento militare in Iran si porta dietro quello politico.

Incapaci di piegare l’Iran con le bombe, gli Stati Uniti tentano la carta dell’isolamento diplomatico forzato.

Lunedì scorso, Trump alza il telefono e chiama a raccolta i paesi a maggioranza musulmana.

Chiede ad Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania di aderire in blocco agli Accordi di Abramo. La richiesta non è un invito al dialogo, ma un diktat: firmate la normalizzazione dei rapporti con Israele per strangolare definitivamente l’asse sciita.

Islamabad respinge la proposta al mittente. Gli altri paesi prendono tempo o ignorano la chiamata. L’opinione pubblica araba e musulmana, infiammata dai mesi di distruzione a Gaza e dalle recenti operazioni in Cisgiordania, è una polveriera.

Nessun leader mediorientale sano di mente, a prescindere dai miliardi di dollari promessi o minacciati da Washington, firmerebbe oggi un patto di amicizia con Tel Aviv senza prima aver risolto la questione palestinese, perciò, solo un ignorante patentato può ipotizzare una simile condizione.

E mentre Washington tenta di imporre la pace per decreto, l’alleato israeliano fa esattamente ciò che Washington finge di combattere in Iran.

L’Agenzia di Stampa Nazionale libanese documenta pesanti bombardamenti di artiglieria nel sud del Libano. Le forze di difesa israeliane colpiscono Arnoun, Yahmar, Nabatiyeh, arrivando a sfiorare il castello di Beaufort.

Anche qui, la parola d’ordine è “difesa preventiva”, perciò converrà cambiare i codici penali: omicidio diventa legittima difesa a prescindere.

Non esiste alcun accordo violato dal Libano, non esiste alcuna provocazione diretta che giustifichi un attacco su larga scala contro infrastrutture civili, ma è semplicemente la dottrina della guerra di hitleriana memoria: colpire oggi per non dover negoziare domani.

L’ESPORTAZIONE DELLA DISPERAZIONE

Per capire i missili e le bombe di Israele e USA in Libano e nel sud dell’Iran bisogna guardare la linea politica del governo di Tel Aviv e i sondaggi in Ohio, in Pennsylvania, in Michigan.

L’amministrazione Trump è terrorizzata dalle elezioni di metà mandato, perché, con i disastri causati in questi quasi due anni, la sconfitta è l’unica cosa certa.

Ma una sconfitta al Congresso significherebbe perdere lo scudo politico che finora ha protetto il presidente dall’apertura di fascicoli d’indagine pesantissimi, a partire dalle ramificazioni mai del tutto chiarite del caso Epstein.

La politica estera americana odierna non è il frutto di una visione imperiale, ma di una disperazione giudiziaria ed elettorale.

Quando il fronte interno cede, si apre un fronte esterno. È una tattica logora, ma funziona sempre per distrarre l’elettorato, compattare l’opinione pubblica dietro la bandiera e giustificare l’impennata dei prezzi del carburante.

Questa bulimia bellica non si ferma al Golfo Persico, infatti è già pronto il nuovo mirino, puntato a novanta miglia dalle coste della Florida. Cuba.

I falchi repubblicani stanno cercando di importare sull’isola caraibica lo stesso schema operativo tentato in Venezuela. Nella narrazione distorta di Washington, il modello Caracas è un successo: Nicolás Maduro neutralizzato in carcere e la sua vice, Delcy Rodríguez, costretta a operare per conto dell’amministrazione americana.

Poco importa che la realtà venezuelana sia un vespaio di contraddizioni e che il controllo statunitense sia una finzione ad uso e consumo delle telecamere di Fox News. L’idea di Trump è replicare l’operazione a L’Avana.

Prendere Cuba non è prendere il Venezuela. L’isola ha una struttura militare, un radicamento ideologico e una rete di controllo sociale che non ammette colpi di mano teleguidati da Miami. Applicare la dottrina del cambio di regime forzato a Cuba, in questo momento storico, garantisce un solo risultato: un bagno di sangue a due passi dalle coste americane, con il rischio di una nuova Baia dei Porci.

Ma a un presidente fermo al 37 per cento di consensi, un nemico storico da esibire in catene fa gola molto più della stabilità regionale e della logica.

IL RUOLO DELL’ITALIA E LE DOMANDE SENZA RISPOSTA

In questo teatro dell’assurdo, l’Europa osserva balbettando. E l’Italia fa di peggio: esegue.

Mentre i prezzi dell’energia schizzano alle stelle e il mercato globale incassa il colpo delle tensioni nello Stretto di Hormuz, il nostro governo si prepara in silenzio. I piani militari prevedono l’invio di navi e personale specializzato italiano per sminare lo stretto.

Ufficialmente, una missione per garantire la libertà di navigazione e proteggere gli interessi commerciali dell’Occidente, ma, nei fatti, andiamo a pulire il disastro causato dalle bombe preventive americane.

Andiamo a mettere i nostri soldati in una zona di guerra non dichiarata, per proteggere il fianco a un’amministrazione americana che usa il Medio Oriente come un enorme spot elettorale in vista delle elezioni di Midterm.

Le delegazioni diplomatiche continuano a incontrarsi a porte chiuse. I portavoce militari continuano a diramare bollettini di vittorie inesistenti, ma i conti non tornano.

Se il programma missilistico iraniano era stato azzerato, chi ha costruito i missili che oggi puntano sulle navi americane? Se gli Accordi di Abramo sono il trionfo della pace, perché i telefoni a Riad e Islamabad squillano a vuoto? E soprattutto: quanti morti civili servono in Medio Oriente per far risalire di un punto percentuale i sondaggi di un presidente a Washington, che non sa più che pesci pigliare di fronte alla figuraccia subita dall’Iran?

ADA NORI, LA CROMIA DELLA GRAZIA

di Pasquale Di Matteo

Ada Nori è stata una delle due artiste da me premiate a Calusco d’Adda, al Premio Alfio Paris, organizzato da Muriel Villa e dall’Associazione Phaos.

Dopo l’articolo dedicato a Cirius, ecco quello in cui protagonista è Ada Nori, artista che indaga le dimensioni del mondo femminile e delle relazioni umane.

In un’epoca affollata di immagini sature e chiassose, le sue opere sono un paradosso visivo in cui le cromie vibrano di emozioni in una sintassi cromatica in cui regna l’armonia dei colori.

Non c’è pacificazione in queste tele, ma un dramma teatrale silenzioso. Nori attinge a un bacino antropologico profondissimo, quello della caducità umana, rileggendo la lezione dell’Informale europeo con un linguaggio proprio, come una necessità per esprimere quanto sente implodere dentro sé.

Se l’arte e la filosofia orientale ci hanno insegnato il rispetto per il vuoto come respiro cosmico e meditativo, qui quel vuoto viene tradito, ribaltato e occidentalizzato, non tanto in una pausa di riflessione, bensì in una voragine che divora l’identità, un palcoscenico bianco su cui l’umano combatte la sua ultima, disperata battaglia contro l’oblio.

Il colore, nella grammatica della Nori, non è mai inerte, ma elemento primordiale che diventa mappa geologica delle sensazioni e della memoria in perenne divenire, fatta di spazi e di avviluppamenti cromatici.

La sua espressione artistica è un connubio affilatissimo tra le trasparenze lievi dell’inconscio e la grumosa ostinazione del colore steso e graffiato.

Le dominanti fredde, come i lilla, i violacei lividi, le scaglie di blu cobalto polveroso, vengono improvvisamente squarciate da grumi di rosso carminio o da verdi marcescenti, accostamenti che appaiono come ferite non rimarginate sulla tela.

In un’opera, il paesaggio interiore collassa in una colata di macchie e sgocciolature, quasi a citare la disgregazione materica di un Nicolas de Staël, ma con un’ansia che appartiene unicamente al nostro tempo.

Nella seconda, invece, la figurazione emerge per pura negazione, così la donna ritratta non possiede contorni definiti, ma è sfilacciata, violentata dal suo stesso movimento centrifugo e mossa dal gesto pittorico esatto, definitivo.

Nori non corregge con la mano, ma incide, come un punto esclamativo posto alla fine di un pensiero, di quella presenza che pretende ascolto.

Da un punto di vista strettamente semiotico, ci troviamo di fronte a un alfabeto dell’incompiuto, a una fenomenologia della sparizione. Quel bianco invadente che assedia le figure non è assenza di colore, ma una luce quasi assordante, in un’esplosione di voglia di cambiamento, di voltare pagina, di ricominciare.

È il simbolo di un’alienazione contemporanea, il fondo neutro in cui l’individuo perde i propri connotati per farsi archetipo. La frammentazione dinamica del corpo femminile diventa così la suprema metafora di un’anima scissa, che cerca febbrilmente di riassemblarsi attraverso l’energia del colore.

L’opera agisce sullo spettatore come uno specchio che costringe chi guarda a completare l’immagine, a colmare quel silenzio cromatico con le proprie intime angosce, con il proprio vissuto, le emozioni. Con la propria anima.

Il segno trascende la realtà di quanto è ambito del senso visivo per dare spazio alla sintassi dell’anima, del sentire, dei sentimenti.

Ada Nori, dunque, non è una semplice interprete del presente, ma una poetessa visuale che rifiuta le comode scorciatoie del concettualismo sterile per parlare di vita, di situazioni, di esseri umani, con una poesia, una raffinatezza e una grazia non comuni di questi tempi.

L’IRAN UMILIA ANCORA L’IMPERO SOMMERSO DAI DEBITI

di Pasquale Di Matteo

Quasi quarantamila miliardi di dollari è il debito pubblico degli Stati Uniti d’America, una cifra per cui non c’è spazio sul display di una calcolatrice standard, ma che rappresenta l’unica vera arma di distruzione di massa rimasta a Washington.

Da giorni, il Dipartimento di Stato fa filtrare ai media occidentali la balla da disco rotto delle ultime settimane sull’accordo sul nucleare iraniano imminente, questione di ore, perché la diplomazia americana avrebbe piegato gli ayatollah.

I mercati finanziari, obbedienti, abbozzano un sorriso e il prezzo del barile di petrolio Brent scende sotto i cento dollari.

Teheran, invece, risponde con uno sbadiglio e fa sapere che la firma arriverà a due condizioni non trattabili: lo scongelamento immediato di quindici miliardi di dollari bloccati all’estero e la cancellazione totale delle sanzioni.

L’Iran incassa i bombardamenti, mantiene intatto il suo programma atomico, continua a stringere le mani sui rubinetti dello Stretto di Hormuz e si permette il lusso di dettare le regole a chi ha la pretesa di governare il mondo, ma ha appena perso l’ennesima guerra dal 1945 a oggi.

LA DIPLOMAZIA DELLO SCOPERTO BANCARIO

La verità è che non c’è uno straccio di strategia dietro le esitazioni di Washington. C’è la matematica.

L’economia americana spende sistematicamente più di quanto incassi con le tasse e le esportazioni.

Per mantenere in piedi la macchina militare e l’apparato federale, il Tesoro emette a getto continuo nuovi titoli di Stato per raccogliere contanti e per pagare gli interessi sui titoli vecchi, in un gigantesco schema piramidale che si regge esclusivamente sul dogma della fiducia incrollabile dei mercati e degli Stati stranieri verso il dollaro.

Fino a quando il mondo continuerà a comprare il debito americano, l’America potrà permettersi di armare alleati, imporre sanzioni e finanziare campagne militari. Ma l’Iran ha capito il trucco.

Sa perfettamente che un’azione di forza spropositata, o un’esplosione dei prezzi energetici, manderebbe in tilt questo meccanismo fiduciario.

Se un giorno la Cina, i fondi sovrani arabi o i grandi investitori dovessero smettere di comprare il debito Usa, il crollo non assomiglierebbe alla crisi dei subprime del 2008, ma sarebbe un Armageddon finanziario che si tirerebbe dietro l’Europa intera. E la Cina ha già svenduto gran parte del debito americano che deteneva in pancia.

Gli iraniani non si fidano degli americani, ma conoscono il loro estratto conto. Per questo alzano il prezzo. Sanno che Washington minaccia a voce alta perché non ha più i mezzi per farlo sottovoce.

L’ALLUCINAZIONE CARIBICA E I NUOVI PADRONI

La perdita di presa della Casa Bianca non si ferma al Golfo Persico, infatti, a novanta miglia dalle coste della Florida, va in scena l’ennesima farsa a stelle e strisce.

Donald Trump va davanti alle telecamere per definire Cuba un “Paese fallito”, promettendo di intervenire per ragioni umanitarie e per rimettere in piedi l’isola. L’Avana è effettivamente al collasso, senza energia elettrica, senza cibo, svuotata di liquidità.

Ma il calcolo politico americano si ferma alle categorie della Guerra Fredda.

L’amministrazione guarda a Cuba convinta di poterla riannettere alla propria sfera di influenza, approfittando del vuoto lasciato da un regime castrista ormai esangue. Un piano perfetto, se fossimo nel 1958.

Oggi, in quel vuoto di potere, si sono già infilati gli scarponi di Mosca e i portafogli di Pechino.

Riprendersi l’isola non è una passeggiata umanitaria, ma un potenziale innesco per un confronto militare diretto con potenze che non hanno alcuna intenzione di lasciare il cortile di casa degli Stati Uniti alla mercé dei vecchi padroni.

E Washington, vincolata dalla sua stessa debolezza strutturale, non premerà mai quel grilletto. Abbaia, per non dover mordere. O sarebbe un disastro ancora peggiore della campagna iraniana.

IL TEPPISTA CHE TIENE IN OSTAGGIO ISRAELE

Mentre l’America perde il controllo dei suoi nemici storici, i suoi alleati di ferro le sfuggono letteralmente di mano.

In Medio Oriente, il governo israeliano opera in totale autonomia dalle direttive americane. Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, si fa riprendere mentre irride attivisti legati a terra con le manette e brinda a favor di telecamera invocando la pena di morte.

La Francia reagisce vietandogli l’ingresso nel Paese e definendolo “persona non grata”. Roma balbetta frasi di rito per non scontentare nessuno, con il ministro Tajani diventato una macchietta pur di non dire una sola parola contro il criminale Netanyahu.

Il problema non è l’indignazione a scoppio ritardato dei leader europei, rapidi a condannare i video, ma lentissimi a trarne conseguenze politiche.

Il problema è che Ben-Gvir non è un dissidente isolato né una scheggia impazzita, ma il perno che tiene in vita l’esecutivo di Benjamin Netanyahu. È il megafono della lobby dei coloni, i padroni della Cisgiordania, la fazione che impedisce qualsiasi compromesso. È parte integrante di un governo criminale, che ha sterminato deliberatamente decine di migliaia di donne e bambini innocenti.

Netanyahu non può rinunciare a lui, perché cadrebbe tre minuti dopo. Così si adegua, interiorizza l’estremismo e lo trasforma in dottrina di Stato.

Sotto questo governo, la parola “terrorista” ha perso i suoi contorni giuridici per diventare un contenitore semantico universale in cui infilare qualsiasi cittadino palestinese. E gli Stati Uniti finanziano questa radicalizzazione senza poterla più arginare.

LO SCISMA EUROPEO E IL PIANO DI BERLINO

Il conto di questa gigantesca disfunzione globale viene presentato puntualmente in Europa. E l’Unione Europea, neanche a dirlo, paga.

Bruxelles si fa dettare la linea economica e militare da decenni, assorbendo passivamente i danni collaterali commessi dagli americani e dai loro padroni in Medio Oriente.

Accettiamo dazi doganali penalizzanti sulle nostre merci per agevolare l’industria americana. Nazioni europee arrivano a spendere il 5% del proprio Pil per acquistare armi prodotte negli Stati Uniti, sottratte al welfare e allo sviluppo interno, per alimentare un complesso militare-industriale estero.

Ursula von der Leyen continua a timbrare il cartellino a Washington, confermando una subalternità che rasenta la devozione, mentre continua a imporre linee politiche alle imprese europee che annientano l’automotive e l’agricoltura.

Ma la faglia si sta aprendo. Lo scisma d’Occidente, come lo definisce Lucio Caracciolo, è già iniziato e parla tedesco.

Friedrich Merz ha detto che la Germania è pronta a guidare la Nato in Europa. Cosa che fa venire i brividi anche solo all’idea.

I documenti strategici militari di Berlino fissano una data precisa: il 2039. Entro quell’anno, la Germania intende diventare la prima potenza convenzionale e tecnologica del continente, emancipandosi dalla tutela americana.

Per l’Italia e per il Sud Europa, questa è una notizia atroce. Come ricorda lo stesso Caracciolo, l’ombrello protettivo di un alleato lontano, per quanto arrogante, è sempre preferibile a quello di un egemone confinato oltre le Alpi.

Gli Stati europei tendono a usare la protezione militare non per difendere i vicini, ma per subordinarli.

L’America a credito continua a impartire lezioni a un mondo che non l’ascolta più.

L’Iran detta le tariffe, Israele procede in autonomia totale, ignorando i richiami di Washington, Berlino prepara silenziosamente il riarmo per rimpiazzare il generale americano in Europa. Nel mezzo, le nostre istituzioni continuano a pagare la polizza a un’assicurazione che, al momento del bisogno, avrà il telefono staccato.

Nel frattempo, gli ospedali arrancano, le fabbriche chiudono e il costo della vita diventa sempre più cara.

Perché ci sono le armi da acquistare, baby. Per l’Ucraina, per l’America, per Israele.

Armi che uccidono. Ma dei morti non importa una beata fava a nessuno, se non quando possono essere utilizzati per fare un po’ di propaganda per l’acquisto di nuove armi.

LAURA MANCARELLA, L’EREDE DELLA GRANDE TRADIZIONE MATERICA LOMBARDA

di Pasquale Di Matteo

C’è un filo invisibile, ma granuloso e resistente, nel caso di questa artista, che lega i riflessi d’acciaio dei grattacieli di Milano alle rive silenziose e poetiche del Lago d’Endine, un filo fatto di cromie dense, di stratificazioni millimetriche e di quella sapienza artigiana che ha reso la Lombardia il cuore dell’Informale italiano negli scorsi decenni.

Al centro di questa geografia estetica oggi brilla un nome: Laura Mancarella.

Cercare di entrare nell’essenza della sua arte significa immergersi in una ricerca che non è solo visiva, ma di senso, di significato… filosofico.

Mancarella non si limita a dipingere, ma usa il colore per interrogare la materia, che scava, ossida, copre e ricopre, costringendola a rivelare segreti che la semplice figurazione non potrebbe mai contenere.

In un panorama artistico sempre più dominato dall’effimero digitale e da tele senza storia né messaggi, la sua pittura materica è un baluardo di autenticità, che la pone di diritto come la figura di riferimento della pittura contemporanea lombarda.

DAL CAOS DI MILANO ALLA QUIETE DI ENDINE

Il percorso creativo di Laura Mancarella riflette perfettamente la dicotomia dell’identità lombarda.

Da un lato c’è la Milano colta, frenetica, fatta di stratificazioni storiche e architettoniche, dove il cemento e la luce dialogano in un contrasto perenne; dall’altro c’è la quiete e la poesia di un luogo sospeso dal tempo, dove il lago diventa uno specchio introspettivo e la roccia si fa maestra per le visioni artistiche di Mancarella.

È proprio in questa tensione tra l’urbe e la natura che nasce la sua cifra stilistica.

Così, le sue opere diventano “mappe emozionali”: guardandole, sembra di scorgere l’erosione delle sponde lacustri o la patina nobile di un antico muro milanese, o paesaggi rivisitati dalle emozioni.

Non è un caso che i collezionisti più attenti cerchino in lei quel connubio raro tra rigore formale e abbandono lirico, perché la sua tecnica è una ricerca archeologica del presente, come si può notare da tante sue opere che sembrano mappe, porzioni di mondo visto dall’alto.

La critica ha più volte accostato il lavoro della Mancarella alla grande stagione del materismo europeo, citando nomi importanti come Alberto Burri o Antoni Tàpies.

Tuttavia, l’artista milanese declina questa eredità con una sensibilità squisitamente attuale. Il suo uso del “cretto”, quella fessurazione della superficie che diventa segno narrativo, non è mai casuale; ogni crepa è una ferita che emana luce, spesso sottolineata da bagliori di foglia oro e rame che nobilitano il detrito, trasformando la tela in un reperto archeologico del futuro.

Dipingere in Lombardia significa confrontarsi con un passato ingombrante, ma Laura Mancarella ha trovato la chiave per superarlo: non imitare la natura, ma agire come lei.

Il calore, il tempo e l’umidità sembrano essere i suoi veri strumenti di lavoro, capaci di generare opere che appaiono “nate” più che “fatte” e visioni che sembrano provenire da un mondo parallelo, ovattato, sensoriale.

PERCHÉ LAURA MANCARELLA È UN NOME DA SEGUIRE

Se oggi si parla di un ritorno alla pittura “vera”, Laura Mancarella ne è la protagonista assoluta nel territorio tra Bergamo e Milano, grazie alla sua capacità di trasformare un’intuizione, un paesaggio, una visione, in una presenza fisica e tangibile che rende le sue tele oggetti di un magnetismo ipnotico.

Per chi cerca di comprendere dove stia andando l’arte in Lombardia, la risposta è racchiusa nelle stratificazioni di questa artista.

Per Mancarella, la bellezza è un sedimento, un accumulo di esperienze e silenzi che solo una mano sapiente può riportare alla luce.

Che sia nel fermento di una galleria milanese o nel ritiro meditativo del Lago d’Endine, la sua voce rimane la stessa, potente, ruvida e luminosa.

Ancor di più, profondamente vera. Cosa che, in un’era di immagini virtuali e di artisti “copia e incolla” eleva Laura Mancarella a maestra d’arte e icona da seguire.

LA TRAPPOLA UCRAINA E LE BUGIE DELLA NATO

di Pasquale Di Matteo

Settecento droni e novanta missili in una sola notte.
Mentre i salotti televisivi europei parlano da più di quattro anni di collasso imminente dell’esercito di Vladimir Putin e i giornali descrivono truppe russe costrette a combattere con pale ottocentesche, i cieli di Kiev, Odessa e Kharkiv vengono sistematicamente smantellati.

La strategia dell’Alleanza Atlantica ha un problema con la matematica e con la realtà dei fatti.

L’Occidente continua a firmare fatture per armamenti sempre più pesanti, giustificando la spesa con l’urgenza di piegare Mosca, prossima a soccombere da più di cinquanta mesi; i governi europei faticano a trovare i decimali per tagliare le accise sui carburanti, lasciando la benzina ben oltre la soglia dei due euro al litro, ma reperiscono in poche ore centinaia di miliardi per foraggiare il fronte orientale.

Così, se non ce la fai ad arrivare alla fine del mese, fottiti: ci sono le armi da mandare a Kiev.

Eppure, i risultati sul terreno descrivono un fallimento totale, mascherato da narrazione eroica.

LA MATEMATICA DELLA RAPPRESAGLIA

La teoria alla base dell’escalation occidentale è semplice: colpire duramente il territorio russo spingerà il Cremlino a negoziare o provocherà il crollo del regime, ma i fatti dimostrano l’esatto contrario.

Quando le forze armate di Kiev hanno centrato un dormitorio nel territorio occupato del Luhansk, provocando diciotto morti, i bollettini ufficiali hanno cantato vittoria, ma la risposta è arrivata poche ore dopo, puntuale e sproporzionata.

Non c’è stato alcun segnale di cedimento. Mosca ha reagito sganciando sciami di droni guidati da fibra ottica, immuni alle interferenze elettroniche fornite dalla guerra cibernetica NATO.

Ha schierato missili balistici di nuova generazione, compreso il famigerato Oreshnik, progettato specificamente per superare gli scudi occidentali, dimostrando come ogni attacco ucraino in profondità, ogni colpo inferto a infrastrutture o condomini a Mosca, generi una reazione russa che distrugge interi blocchi della rete energetica e logistica ucraina.

Perché la logica militare di Putin è quella fin da primo mese di guerra: più l’Ucraina alza il volume di fuoco grazie ai miliardi dei contribuenti europei e americani, più la Russia moltiplica il calibro della distruzione.

L’idea che alimentare questo cortocircuito difenda la democrazia a Kiev è una frode intellettuale di una stupidità imbarazzante, nonché criminale, viste le migliaia di giovani vite ucraine spazzate vie in questi anni.

Chi invia quelle armi sa di prolungare un lento suicidio assistito e di mandare a morte altri giovani.

LA FABBRICA DELLE ILLUSIONI

Per giustificare questa spesa a oltranza, la propaganda atlantica ha dovuto inventare una Russia al collasso, incapace di sostenere lo sforzo bellico, ma le analisi industriali smontano questa favola rassicurante.

L’intera alleanza NATO impiega dodici mesi per produrre il munizionamento e i vettori che le fabbriche degli Urali sfornano in novanta giorni, inoltre l’industria russa lavora su tre turni, mentre da noi si arranca.

Le intelligence occidentali, nei loro report secretati, lo scrivono chiaramente. Poi i politici si siedono davanti alle telecamere e recitano a pappagallo la sceneggiatura del regime putiniano ormai alle corde, costretto a elemosinare aiuto col cappello in mano.

Eppure, le truppe d’invasione, che all’inizio delle ostilità contavano circa 180 mila uomini, oggi superano le 600 mila unità, nonostante la propaganda parli di 1,2 milioni di soldati russi uccisi.

Un Paese sull’orlo del baratro economico e militare non triplica gli effettivi sul campo. Un Paese che si sente minacciato nella sua esistenza, sì.

IL MALINTESO LOGISTICO DI KHERSON

Per capire come siamo arrivati a questo stallo sanguinoso bisogna riavvolgere il nastro fino all’autunno del 2022. La diplomazia è morta in quei mesi. Ancora oggi, la stampa mainstream vende la ritirata russa dalla città di Kherson come il capolavoro tattico della resistenza ucraina, la prova definitiva che le forze di Mosca scappano di fronte all’artiglieria fornita dalla NATO.

Tuttavia, i documenti strategici e la morfologia del territorio dicono altro. Le forze russe non sono fuggite per inferiorità militare, ma hanno abbandonato la sponda destra del Dnepr perché i bombardamenti mirati avevano danneggiato irreparabilmente il ponte Antonivskyi, rendendo impossibile garantire i rifornimenti logistici alle truppe.

È stato un riposizionamento freddo, calcolato. Ma a Mosca quell’episodio ha fatto scattare l’allarme definitivo.

Fino a quel momento, Putin credeva ancora di poter condurre un’operazione limitata per forzare un cambio di regime o strappare concessioni territoriali a basso costo. La vicenda di Kherson, unita al livello di coinvolgimento occidentale, gli ha chiarito le reali intenzioni di Washington e di Bruxelles: la NATO non cercava un compromesso per salvare Kiev, ma la distruzione militare e politica della Federazione Russa.

Da quel momento, Mosca ha formalizzato l’annessione di Zaporizhzhia, Kherson, Donetsk e Luhansk, ha stracciato ogni ipotesi di dialogo e ha impostato lo Stato su un’economia di guerra totale.

LA RESA TRAVESTITA DA PACE

Oggi, i leader europei continuano a ripetere che bisogna sedersi al tavolo delle trattative, ma pongono una precondizione ferrea: il ritiro incondizionato di tutte le truppe russe dai confini internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina.

In gergo militare, questo significa esigere la resa totale del nemico. Chiederla a una superpotenza nucleare che gode di superiorità tecnologica, militare, nucleare, numerica e industriale non è una strategia negoziale, ma analfabetismo geopolitico al limite della demenza.

I vertici NATO sanno perfettamente che la guerra si è incancrenita perché l’hanno voluta incancrenire. La narrazione ufficiale è che bisogna armare l’Ucraina per permetterle di negoziare da una posizione di forza, ma la verità è che l’Ucraina è molto meno forse di quattro anni, perché ha perso il 20 per cento del suo territorio, la sua economia non esiste più se non come voce di costo nei bilanci occidentali, e un’intera generazione è stata spazzata via.

Tutto grazie, o per colpa, dell’Europa.

I leader occidentali annunciano sanzioni e promettono vittorie, ma a Kiev restano le macerie e si le famiglie contano altri figli mandati a morire al fronte.

L’UCRAINA HA VINTO LA GUERRA. MA SOLO IN UN MONDO PARALLELO

di Pasquale Di Matteo

Cento morti russi e un quartier generale saltato in aria.

Nel maggio del 2026, dopo mesi di silenzi imbarazzati e mezze ammissioni sui fallimenti militari, la stampa europea ha ricevuto la nuova velina e ha ricominciato a suonare la grancassa delle balle, in stile muli, microchip, controffensive eroiche e microchip.

L’Ucraina ha quasi vinto. L’esercito di Mosca è in rotta, annegato nel sangue delle trincee del Donbass.

D’altronde, sempre secondo la propaganda, dal 2022 a oggi, sarebbero morti oltre 1,2 milioni di soldati di Mosca, cioè l’intero esercito russo al dicembre 2021. Ora combatteranno… i morti?!

I droni di Kiev colpiscono in profondità, con precisione micidiale, portando il terrore a duecentocinquanta chilometri da Mosca. Il miracolo tecnologico ucraino, interamente finanziato dai contribuenti europei, sta piegando il Cremlino.

Tutto bellissimo.

Poi, se si spengono gli schermi dei tablet, si posano i quotidiani delle supercazzole e si guardano i numeri veri, quelli che la propaganda, per sua natura, omette di pubblicare, sis copre che è tutto un bel film che c’entra poco con la realtà.

Dopo quattro anni e mezzo ininterrotti di mattatoio, il bilancio sul campo è la negazione di ogni trionfalismo.

L’Ucraina ha perso circa il venti per cento del proprio territorio sovrano, la popolazione è fuggita in massa, altro che eroi, sparpagliandosi per il continente.

L’economia nazionale semplicemente non esiste più ed è tenuta in vita artificialmente dai prestiti europei e americani, gli stessi fondi che pagano gli stipendi dei dipendenti pubblici di Kiev e le forniture di armi.

E sì, anche il recente aumento delle pensioni, forse per impedire che fuggano dal Paese anche gli anziani.

Kiev non ha più uomini da mandare a morire al fronte, tant’è che si moltiplicano i rastrellamenti per le strade, in cerca di chiunque sia facile preda da caricare su un camioncino.

Le infrastrutture energetiche sono un cumulo di macerie.

Eppure, secondo i grandi megafoni della propaganda di casa nostra, il vento è cambiato. Le prove di questa rimonta inarrestabile si basano su una riconquista territoriale che, a seconda della testata che si consulta, oscilla tra i centotredici e i quattrocento chilometri quadrati.

E basta questa forbice per sentire il tanfo della balla spaziale.

Una porzione di terra strappata ai russi nel Kursk, ma risalente all’agosto del 2024 e le agenzie rilanciano la liberazione di Kupiansk.

Perché è una balla?

Perché è la quarta volta dall’inizio del conflitto che Kupiansk viene dichiarata liberata. Un disco rotto che si ripete ogni volta che c’è bisogno di una buona notizia da dare in pasto ai finanziatori della guerra occidentali.

Nel frattempo, la fanteria russa continua ad avanzare, a passo di lumaca, triturando uomini e mezzi, ma avanzare.

LA MATEMATICA DELLA PROPAGANDA E I DRONI SUI CIVILI

Il vantaggio tattico di Kiev si basa interamente sulla guerra asimmetrica dei droni. Piccoli velivoli senza pilota che eludono le difese e si schiantano sulle raffinerie russe, come quella di Yaroslavl.

L’obiettivo dichiarato è paralizzare l’economia del nemico. Il risultato pratico è un lieve rallentamento logistico russo e un’impennata di titoli trionfalistici in Occidente. Ma la guerra tecnologica ha un lato oscuro che le redazioni preferiscono ignorare.

L’altro giorno, un drone ucraino ha centrato in pieno un edificio nella regione del Luhansk, territorio ucraino sotto controllo russo. Il bersaglio non era una base militare, né un deposito di munizioni. Era un dormitorio studentesco.

Il bilancio è di dieci morti e decine di feriti, con numerosi dispersi sotto le macerie.

L’imbarazzo internazionale è stato tale da costringere il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, a prendere il microfono a New York.

Ha definito l’attacco “un atto di terrorismo”, condannando senza appello l’azione contro civili e infrastrutture non militari. La reazione di Kiev è stata da manuale: negare l’evidenza.

Come con il NordStream, per intenderci.

Nelle ore immediatamente precedenti alla strage, i portavoce ucraini si erano vantati di aver raso al suolo il quartier generale dell’intelligence militare russa, l’FSB, proprio in quell’area. Scoperti i cadaveri dei civili, la narrazione si è inabissata.

Noi siamo i buoni.

I nostri alleati non bombardano le scuole, al massimo compiono errori di traiettoria.

È il doppio standard che sorregge l’intera architettura morale del conflitto. Quando i russi colpiscono un condominio a Kiev, Putin è un crimine contro l’umanità da deferire alla Corte Penale Internazionale, ma quando un drone ucraino macella dieci studenti nel Luhansk, la notizia sparisce nelle pagine interne, derubricata a incidente collaterale.

L’ALIBI DEI TROLL E IL SUICIDIO ECONOMICO TEDESCO

Se la narrazione militare è distorta, quella politica rasenta il ridicolo. L’Europa ha speso miliardi per riarmare Kiev e per riarmare se stessa, indebitandosi fino al collo. Ha varato pacchetti di sanzioni a medio e lungo termine che dovevano strangolare l’economia russa, ma il risultato lo vediamo nelle piazze di Berlino.

L’economia tedesca, l’ex locomotiva d’Europa, è in affanno strutturale. La disoccupazione morde, le industrie chiudono o delocalizzano. Friedrich Merz vede il proprio consenso sgretolarsi rapidamente.

In compenso, vola l’AfD, l’estrema destra tedesca.

E come spiegano questo collasso i grandi analisti politici?

Semplice: è colpa dei troll di Putin. Che poi, per costoro, anche chi racconta solo la verità da quattro anni e mezzo, come noi di Tamago, rientra nei troll, naturalmente. Perché per loro, informazione sono i microchip, i muli, le pale e altre panzane.

Le campagne di influenza ibrida del Cremlino starebbero condizionando le menti degli elettori europei, spingendoli tra le braccia della destra filorussa.

Mica è colpa dell’aumento del costo della vita, delle bollette, e del lavoro polverizzato, eh!

La disonestà intellettuale di questa tesi è clamorosa. Nessuno nei palazzi del potere ammette che se i cittadini tedeschi voltano le spalle ai partiti tradizionali non è per un meme su Telegram confezionato a San Pietroburgo, ma perché le bollette dell’energia sono fuori controllo.

La Germania e l’Europa hanno rinunciato al gas russo a basso costo per ragioni geostrategiche, decidendo di pagare l’energia a prezzi decuplicati. Hanno distrutto il proprio vantaggio competitivo globale e i cittadini si impoveriscono, le fabbriche si fermano, ma la colpa è della “guerra ibrida”.

Ammettere che l’avanzata dell’estrema destra è il risultato diretto del suicidio economico europeo deciso a tavolino a Bruxelles sarebbe troppo doloroso. Molto più facile evocare lo spettro dei pirati informatici russi e aggiungere un’altra balla alla lunga lista di panzane.

I TRIBUNALI SPECIALI E IL GASDOTTO SALTATO IN ARIA

Il cortocircuito logico si allarga alla diplomazia. Nazioni come la Bulgaria, attraverso i loro leader, dichiarano pubblicamente di non voler istituire tribunali speciali per i crimini russi in Ucraina.

La motivazione formale è il rispetto del diritto internazionale: i tribunali dei vincitori si fanno solo quando ci sono dei vincitori effettivi, e Mosca è tutt’altro che sconfitta, semmai in evidente vantaggio, senza aver ancora usato nemmeno il suo potenziale nucleare.

La motivazione reale è che l’est Europa sta perdendo la pazienza.

Il primo ministro ungherese Magyar, subentrato a Viktor Orban, non ha cambiato di una virgola la linea di Budapest e a Bruxelles non sono più tanto felici di aver fatto di tutto per sostenerlo.

Ha blindato i confini nazionali vietando l’importazione di prodotti agricoli ucraini, perché Kiev riversa il suo grano a prezzi stracciati sui mercati europei, devastando l’agricoltura locale.

Gli alleati europei giurano fedeltà eterna all’Ucraina nei vertici NATO, ma il giorno dopo le chiudono i mercati in faccia per non far fallire i propri contadini.

La farsa si completa nei cieli dei Paesi Baltici.

Questa settimana, l’aeronautica rumena ha dovuto abbattere un drone sopra l’Estonia.

Era un drone ucraino, andato fuori rotta.

La Lituania ha chiuso lo spazio aereo e ha spedito i parlamentari nei rifugi sotterranei per l’allarme causato da un altro velivolo fuori controllo. I cieli dell’est sono solcati dai droni di Kiev che perdono l’orientamento, ma la colpa, secondo la Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen, è delle interferenze elettroniche russe.

Il problema è che ci sono ancora idioti che credono a queste panzane.

L’Ucraina lancia droni nello spazio aereo NATO e l’Europa condanna Mosca per averli confusi; sono i più idioti i leader europei che diffondono tesi prive di fondamento o quelli che ci credono?

Sullo sfondo, resta il NordStream. L’infrastruttura strategica che garantiva l’energia alla Germania, fatta saltare in aria dagli ucraini con la probabile copertura di settori dell’intelligence occidentale.

L’Ucraina ha distrutto un’infrastruttura vitale di un Paese alleato che la finanziava. Un atto di guerra contro l’Europa. Eppure, nelle capitali del continente, nessuno chiede un tribunale speciale per il NordStream.

La parola d’ordine è silenzio.

I droni ucraini fanno a pezzi un dormitorio nel Luhansk, e i governi occidentali balbettano. I russi avanzano nel fango del Donbass, e i nostri giornali pubblicano mappe con la riconquista di quattro campi agricoli nel Kursk, definendola la svolta decisiva del decennio. L’ennesima.

Le industrie europee chiudono, e i leader incolpano gli hacker russi per non dover ammettere di aver sbagliato ogni previsione economica e geopolitica dal 2022 a oggi.

La narrazione della vittoria imminente non serve a Kiev, che conosce benissimo la disperazione delle proprie trincee. Serve a Bruxelles, a Berlino, a Roma.

Serve a giustificarsi davanti a opinioni pubbliche sempre più impoverite e stanche del prelievo continuo di risorse pubbliche per finanziare una guerra che Kiev potrà solo continuare a perdere.

Serve a nascondere il fatto che stiamo pagando il conto per un conflitto che non sappiamo come vincere e che non abbiamo il coraggio di chiudere perché significherebbe ammettere il disastro dei nostri leader.

La vittoria esiste, ed è schiacciante.

Ma è stampata solo sulle prime pagine dei nostri giornali campioni di supercazzole.

LA MODA E LE ETICHETTE 

di Danilo Preto

Sembra che nel 2027 tutto cambi. l’Unione Europea infatti ha deciso di emettere un Digital product passport che informerà molto di più i consumatori sui prodotti che stanno acquistando.

L’etichetta insomma parlerà molto di più e ci farà conoscere ad esempio cosa sta al di là del “cotone 100%”. Questo almeno nelle intenzioni. Poi sappiamo come funziona tutto. Quindi aspettiamoci che anche le lobby in ambito europeo facciano la loro parte. E non sempre succede che siano dalla parte dei consumatori.  

COME COSTRUIRE IL PROPRIO GUARDAROBA  

Ormai sembra chiara, visto anche quello che abbiamo scritto su questo argomento in precedenza, la dinamica delle tendenze all’acquisto.

Non basta più il brand a garantire la qualità dei prodotti messi in vendita. Le maison che sono alle prese con una globale ridefinizione dei propri posizionamenti, sembrano essere sospese fra coccole Green e budget da rispettare.

Se ci facciamo distrarre da quello che tocchiamo quando facciamo acquisti, sia sui brand importanti, sia che siamo immersi in un negozio di fast fashion, forse siamo troppo distanti dal farci trascinare realmente in un mondo che abbiamo qualche difficoltà a riconoscere come fortemente onesto.  

MEGLIO UN MAGLIONE DA €250 O 5 MAGLIONI DA €50? 

Non ragioniamo certo entrando nella disponibilità di chi acquista ma nella logica di di quello che stiamo acquistando. Noi siamo sempre convinti che quello che costa di più sia anche migliore.

Ma le recenti indagini che hanno portato a dei sequestri conservativi della produzione di alcune grandi Marche, ci hanno anche insegnato ad essere più prudenti. La lettura della qualità dell’azienda i cui prodotti stiamo portando a casa deve tener conto di una marea di indicatori. 

È vero Non tutti hanno la pazienza di informarsi, di abbeverarsi a più fonti, di aprire la mente a nuove letture. 

È TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA? 

Avremmo potuto iniziare anche così. Abbiamo parafrasato il mondo del lusso chiamando in causa l’oro. Ma non siamo molto distanti da quel metallo prezioso che molte signore amano indossare o, per chi può, collezionare. Lì al massimo l’imbroglio è sulla caratura e se ci mettiamo di mezzo anche le pietre preziose, il valore aumenta notevolmente. 

E dobbiamo affidarci all’abilità di venditori chiamati gioiellieri. Credo che nessuno di chi produce gioielli di marca abbia la buona idea di contrabbandare 24 carati contro 18 carati reali. Il valore del gioiello oltre che dalla caratura dell’oro è da ascrivere alla manifattura. Credo che sia cosa nota. 

Nei capi che indossiamo non è così. Lì spesso siamo inermi, in balia di quello che abbiamo visto e che pensiamo, data  la complessità della filiera, che vi sia una garanzia del produttore. Poi magari scopriamo che il nostro sogno non è stato realizzato dall’artigiano con la sua maestria ma è stato prodotto da operatori sottopagati, a volte anche sfruttati.       

Adeguiamoci al pensiero dominante perché potrebbe anche capitare che i nostri capi possono essere prodotti anche in aziende dove l’AI ha preso il posto degli addetti ai lavori di una volta.

In fin dei conti, se i robot sono in grado di assemblare auto, montare  microchip e persino servire il caffè, perché non dovrebbe capitare che i nostri ultrasensibili polpastrelli nell’accarezzare l’ultimo capo comperato nella boutique che ci è solita illustrare le bellezze estetiche e le qualità dei materiali con i quali è stato realizzato quello che sta vendendo, non possa scaturire da un complesso di meccanismi meccanici a cui è stato insegnato il vecchio mestiere del sarto.

Fantascienza? Speriamo.

Forse non lo accetteremo nemmeno se avessimo l’ardire di approvvigionarci nei negozi del fast fashion per rivoluzionare un’altra volta il nostro guardaroba. 

LUCA BONADEO, L’ARTISTA DELL’EQUILIBRIO CHE DENUNCIA LO SMARRIMENTO IDENTITARIO

di Pasquale Di Matteo

L’espressione artistica di Luca Bonadeo non ritrae l’uomo in quanto tale, ma il suo ingombro esistenziale, in quella che è una pittura del vuoto che si maschera da eccesso cromatico, una vertigine dove l’identità annega in un puzzle psichedelico in cui l’identità e il non detto diventano protagonisti.

Bonadeo ci sbatte in faccia l’uomo contemporaneo, fragile, solo, incompreso, smascherato dal suo linguaggio che strizza l’occhio alla Pop Art e alla grafica urbana.

Il volto scompare, si fa tabula rasa, superficie bianca o specchio, mentre il corpo esplode in una frammentazione di soluzioni cromatiche sature, che ricordano il mimetismo di una natura che non ha più nulla di naturale.

Luca Bonadeo costruisce scenografie che sono “scatole di senso”, quali interni borghesi dove il “Glamour” e la “Home” diventano etichette di una prigione dorata, o strade grigie dove l’indifferenza è un’ombra nera che cammina curva su uno smartphone.

È la cronaca visiva di un’umanità che ha barattato l’anima con i pixel e la tecnologia, il carattere e l’identità con l’immagine e l’apparenza.

Quelle figure sedute in spiaggia o in salotto sono i sopravvissuti di un’esplosione cromatica che li ha investiti, trasformandoli in tasselli di un mosaico che non si ricompone mai del tutto.

Il segno è netto, spietato, privo di sbavature sentimentali, espressione di una tecnica dell’incisività grafica che si fa manifesto sociologico che indaga la psiche umana.

Sotto il profilo semiotico, Luca Bonadeo fa uso del linguaggio verbale per rafforzare la comunicazione delle sue opere, attraverso termini iconici come “Prejudice”, “Future”, “Respect”, utilizzati come stimoli, come suggerimenti di rebus per decodificare il messaggio.

Non c’è nulla di casuale in questo scontro tra il bianco e nero degli sfondi, spesso cupi e materici, e la vivacità sintetica delle figure; il mondo è un teatro di cenere, ma noi ci ostiniamo a vestirci di colori per non ammettere la nostra trasparenza.

La serie mitologica, da Cassandra a Chronos, è una potente accusa al presente manifestata attingendo alla cultura antica per mostrare come la nostra “Revolution” sia spesso solo un cambio di costume su un manichino immobile.

Il ventre della figura incinta è una gabbia che protegge una sfera di colori primari, l’unica promessa di vita in un corpo che sta perdendo consistenza, un’immagine icastica, quasi un aforisma visivo sulla speranza assediata dalla superficialità e dalle contraddizioni del nostro tempo.

La pittura di Luca Bonadeo agisce sullo spettatore per sottrazione: toglie il particolare per rivelare l’universale, così come toglie lo sguardo per costringerci a vedere il contesto.

In un panorama artistico come quello attuale, saturato da inutili narcisismi, da pittori improvvisati, da egocentrici in cerca di fama, ma incapaci di veicolare messaggi che abbiano senso, il percorso di Luca Bonadeo è una doccia fredda, un lampo nel buio che fa gridare al miracolo.

Un artista che merita palcoscenici importanti.

Un artista a cui non interessa dipingere persone, ma intende rappresentare al meglio la loro assenza, in particolar modo, le mancanze, la solitudine, i vuoti esistenziali che chiudono la comunicazione, impedendo le relazioni.

Non dipinge la realtà sotto il profilo del senso visivo, ma la sua messa in scena post-moderna, più simile a una radiografia dell’anima.

L’arte di Bonadeo non è una risposta, non è un’affermazione con cui l’artista intende imporre il proprio pensiero; al contrario, la sua è una denuncia, un affermare “guardate che cosa vedo, quale situazione si sta determinando”, in modo da stimolare il ragionamento e lo spirito critico di chi osserva, per interrogarsi su dove stia andando la società contemporanea.