ALTRO CHE SCIENZA! I DIARI SEGRETI DI FAUCI, LA FARSA DELLA NARRATIVA UFFICIALE E LO SPECCHIO DEL MODELLO ITALIANO

di Pasquale Di Matteo

Per tre anni ci hanno spiegato che la scienza era un dogma indiscutibile, una pietra monolitica scolpita da virologi promossi a divinità televisive.

Chiunque osasse sollevare un dubbio, chiedere un dato o anche solo esibire un dubbio metodologico veniva marchiato a fuoco come complottista, analfabeta funzionale, nemico del popolo.

Solo che oggi abbiamo dati, documenti e testimonianze.

E abbiamo i diari privati e le annotazioni riservate di Anthony Fauci, resi pubblici dalle commissioni del Senato americano guidate da senatori come Rand Paul, che hanno aperto uno squarcio devastante nel muro d’omertà che proteggeva la gestione globale della pandemia.

La scoperta, clamorosa quanto sconcertante, è che la distanza tra quello che i condottieri dell’emergenza pensavano al chiuso dei loro uffici e quello che predicavano alle folle spaventate è abissale.

LA DOPPIA VERITÀ DI FAUCI

Nel febbraio del 2020, mentre nei talk show mondiali si iniziava a orchestrare la sinfonia del terrore, nei suoi appunti personali Fauci annotava lucidamente che la letalità del COVID-19 era attorno allo 0,2%-0,3%.

In sostanza, un valore del tutto paragonabile a quello di una severa influenza stagionale.

Un mese dopo, l’11 marzo, lo stesso idolo delle folle parlava pubblicamente al Congresso americano di una mortalità del 3%. Una differenza da niente: dieci volte tanto. Un moltiplicatore di panico indispensabile per preparare il terreno alle serrate generali.

Per tre anni, la favola ufficiale ha raccontato la storiella del pangolino infetto venduto al mercato di Wuhan, e si derideva come delirio cospirazionista l’ipotesi della fuga dal laboratorio.

Peccato che i diari svelino che, durante una celebre teleconferenza organizzata all’inizio del 2020 tra Fauci e undici illustri scienziati, ben nove di essi concordavano sul fatto che la struttura genetica del virus suggerisse un’origine artificiale, frutto con ogni probabilità di una fuoriuscita accidentale dall’Istituto di Virologia di Wuhan.

Ma la verità venne seppellita sotto una valanga di smentite pubbliche, utili a tutelare i finanziamenti americani alla ricerca sul Gain-of-Function distribuiti generosamente all’ente EcoHealth Alliance.

Poi c’è il silenzio delle aule parlamentari. Messo di fronte alle proprie responsabilità nell’audizione al Senato USA, l’ex zar della sanità americana si è avvalso per ben 111 volte del Quinto Emendamento per non rispondere e non incriminarsi.

Un record olimpico di mutismo per chi si proclamava enciclopedia vivente della trasparenza scientifica.

L’EFFETTO AVVERSO TACIUTO E L’IMPERO DEI PREMI

Nelle sue memorie riservate, datate 19 giugno 2021, Anthony Fauci racconta una giornata vissuta come un incubo: dolori al petto, sospetto di tumore, poi la diagnosi definitiva di infarto polmonare causato da un’embolia, un quadro clinico insorto esattamente cinque mesi dopo la somministrazione della dose del vaccino a mRNA.

Sia chiaro che Fauci nei suoi appunti non mette mai nero su bianco una correlazione di causa-effetto tra il siero e la sua embolia e nessuno intende speculare sulla salute altrui, ma resta da capire come mai un evento medico così rilevante, capitato al più fervente promotore della vaccinazione di massa nel mondo, sia stato tenuto rigorosamente nascosto all’opinione pubblica.

Perché alla popolazione veniva venduto il mantra dell’assoluta e totale assenza di rischi, mentre persino i generali dell’emergenza affrontavano complicazioni vascolari sotto stretto controllo medico?

Mentre la gente perdeva il lavoro, le aziende fallivano e i ragazzi venivano murati in casa con la didattica a distanza, la burocrazia sanitaria incassava milioni di dollaro.

Durante le udienze, i senatori americani hanno mostrato i cartelli con la lista dei premi in denaro ottenuti da Fauci; un fiume di centinaia di migliaia di dollari sollecitati e incassati sfruttando personale e risorse federali, in un conflitto di interessi imponente che sfugge a ogni logica di servizio pubblico.

LO SPECCHIO ITALIANO DI FAUCI

Chi pensa che l’affare Fauci sia solo uno scandalo americano a uso e consumo della politica di Washington commette un errore imperdonabile, poiché l’Italia è stata il laboratorio di questo meccanismo, applicando con zelo maniacale ogni singolo dogma importato dagli USA, trasformandosi nel paese dei decreti a rete unificata e dei lasciapassari sanitari.

Ricordate le parole scandite con piglio solenne dall’allora Presidente del Consiglio Mario Draghi in conferenza stampa? “Il green pass è una garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose… non ti vaccini, ti ammali, muori, oppure fai morire”.

Un’asserzione apodittica che con la scienza non aveva nulla a che fare, priva di qualsiasi studio e dato scientifico a supporto.

I verbali e le testimonianze raccolte oggi dalla Commissione d’inchiesta parlamentare italiana, come quella dell’ex direttore dell’INMI Spallanzani, Giuseppe Ippolito, dipingono un quadro identico a quello americano.

Le raccomandazioni dei comitati tecnico-scientifici venivano regolarmente ignorate o piegate quando non coincidevano con i desiderata della politica e a gestire la sanità di una nazione in ginocchio c’era un ministro, Roberto Speranza, laureato in Scienze Politiche, che decideva sulle libertà personali, sulle mascherine all’aperto e sulle chiusure degli esercizi commerciali sulla base di criteri ampiamente discrezionali, senza competenze mediche e senza un solo dato scientifico a supporto che non fosse messo in discussione, non dalla sciura Maria dell’appartamento di fianco, ma da diversi medici.

Ed ecco l’ulteriore cortocircuito: il 18 maggio 2021, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella insigniva Anthony Fauci del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, massima onorificenza dello Stato.

Oggi quell’onorificenza pesa come un macigno indelebile.

Come si può mantenere un titolo di tale caratura a un funzionario straniero che oggi tace davanti al Congresso del suo Paese, dimostrando di non avere né dati né argomentazioni credibili a difesa delle sue scelte e dei suoi comportamenti? Un uomo che nei suoi diari smentiva ciò che affermava in TV e che ha partecipato a una narrazione opaca che ha sacrificato la trasparenza in nome dell’opportunismo istituzionale?

In una democrazia matura e indipendente, la revoca di quell’onorificenza sarebbe il minimo sindacale per dignità nazionale.

Non si tratta di vendetta retroattiva. Nessuno cerca lo scalpo per il gusto di esibirlo, ovviamente, ma si tratta, casomai, di una questione di sopravvivenza civile e di un monito per chi volesse riprovarci.

Se non pretendiamo risposte chiare oggi sui contratti secretati con le multinazionali farmaceutiche, sulle decisioni prese al di fuori dei dati scientifici veri, sui conflitti di interesse occultati e sulle carriere personali ed economiche edificate sulla pelle dei cittadini, cosa accadrà alla prossima emergenza?

Quale margine di fiducia potrà mai riporre la popolazione in istituzioni internazionali, a partire dall’OMS, che hanno dimostrato di rispondere a logiche di potere e di profitto invece che alla tutela della salute pubblica?

I diari segreti di Fauci sono prove solide e deflagranti.

Continuare a far finta di niente, far finta che sia stato tutto un “incidente di percorso” guidato dalla buona fede, significa essere complici di un inganno.

È il momento di restituire alla scienza il suo vero significato: il dubbio, la verifica, il contraddittorio e l’onestà intellettuale.

Tutto il resto è solo pessima politica travestita da scienza.

E questa storia potrà concludersi solo quando, finalmente, tutti i protagonisti della pagina più oscura della storia repubblicana ne risponderanno alla giustizia.

FONTI CONSULTATE E RIFERIMENTI INFORMATIVI

Resoconti dell’Audizione del Senato degli Stati Uniti d’America – Sottocommissione sulle crisi pandemiche

Estratti dai diari interni e appunti riservati di Dr. Anthony S. Fauci (2020-2021) pubblicati su atti del Congresso USA.

Verbali e testimonianze dirette presso la Commissione Parlamentare d’Inchiesta della Repubblica Italiana sulla gestione dell’emergenza sanitaria COVID-19.

Atti ufficiali della Presidenza della Repubblica Italiana (Onorificenze del 18 maggio 2021).

Estratti dalle conferenze stampa ufficiali del governo italiano (Presidenza del Consiglio dei Ministri.)

MENTRE ZELENSKY BATTE CASSA, L’EUROPA RESTA A SECCO

di Pasquale Di Matteo

Ma la Russia non oveva essere al tappeto nel 2022 grazie alle nostre sanzioni dagli effetti dirompenti?

Il rublo non era carta straccia? Putin non era in fin vita?

Ci avevano detto che le armi occidentali inviate a pioggia avrebbero ribaltato le sorti del conflitto nel volgere di qualche settimana e che la vittoria di Kiev fosse soltanto una questione di tempo e di pazienza.

Solo che le balle hanno fondamenta fragili.

IL COLLASSO ECONOMICO DI KIEV E I PORTI DEL MAR NERO

Partiamo dai fatti.

I continui e devastanti bombardamenti russi sulle infrastrutture portuali di Odesa e del Mar Nero hanno assestato un colpo fatale all’economia ucraina. L’accesso al mare, vitale per l’esportazione di grano, mais e materie prime minerarie, è di fatto azzerato.

Le navi mercantili non transitano più, paralizzate dai danni strutturali ai moli e da costi assicurativi diventati insostenibili per qualsiasi armatore sano di mente.

L’impatto finanziario è catastrofico. Si parla di perdite dirette per il solo settore agricolo comprese tra 1,5 e 3 miliardi di dollari all’anno, con picchi mensili di mancati introiti che gli analisti stimano attorno ai 2 miliardi.

E le famose “rotte alternative”, il tentativo di far viaggiare la merce via terra verso il continente europeo si è scontrato con la rivolta dei contadini polacchi ed europei, esasperati dalla concorrenza sleale del grano ucraino che ha prosciugato i mercati locali.

Il risultato è un’Ucraina finanziariamente fallita, tenuta in vita artificialmente soltanto dai miliardi dei contribuenti europei, soldi sottratti ad altre voci di spesa, tra cui scuola, ricerca, sanità, pensioni e servizi essenziali.

ARMI SENZA SCORTE E LA FAVOLA DEI PATRIOT

Nelle ultime settimane, durante i massicci attacchi balistici russi verso le infrastrutture strategiche, la contraerea ucraina ha registrato un tasso di intercettazione drammaticamente vicino allo zero, segno inequivocabile che i missili intercettori sono finiti.

Nel 2026, gli alleati occidentali hanno consegnato a Kiev appena un terzo – o la metà, a seconda delle versioni di un Volodymyr Zelensky sempre più contrariato – dei sistemi di difesa aerea promessi. Ma la spiegazione ufficiale fornita dalle diplomazie rasenta il ridicolo.

Fonti del Pentagono e report della CNN rivelano che gli Stati Uniti hanno consumato fino all’80% delle proprie scorte di missili di precisione e intercettori per proteggere sé stessi e le proprie basi nel Golfo durante la crisi con l’Iran, così l’America ha finito le munizioni e l’Europa non ha fabbriche in grado di produrne a breve termine.

Costruire una nuova batteria di missili Patriot richiede dai tre ai sette anni, dalla firma dei contratti e pretendere, oggi, che l’Occidente prosciughi le sue ultime riserve difensive equivale a chiedere ai paesi europei di rimanere disarmati di fronte a qualsiasi potenziale minaccia futura. Sarebbe follia pura.

SPIONAGGIO IN GERMANIA E LA SINDROME DEL “CAPRO ESPIATORIO”

In Turingia, Germania, un cittadino ucraino di 33 anni è stato arrestato dalle autorità tedesche con l’accusa di spionaggio e tentato sabotaggio all’interno di uno stabilimento bavarese che produce droni e sistemi d’arma per Kiev.

L’uomo è stato sorpreso a fotografare i locali e le linee di produzione per conto di un mandato esterno.

L’episodio è stato subito inquadrato nell’ormai celebre calderone dell’“attacco ibrido russo”. Perché, se lo spione è ucraino, la colpa è comunque di Mosca.

Neanche a pensare che si tratti dell’opposizione a Zelensky che cerca un modo per salvare il popolo ucraino dalla follia del suo leader, che nega le elezioni e sta portando il Paese alla distruzione.

Il cortocircuito è quello a cui il mainstream ci ha abituati in questi anni: quando un drone colpisce un edificio civile in territorio russo, la colpa è della contraerea di Mosca che lo ha deviato, ma quando i missili russi colpiscono bersagli militari in Ucraina senza essere intercettati, la colpa è dei missili balistici “imperfetti” forniti dalla Corea del Nord.

In pratica, la realtà viene sistematicamente ribaltata pur di proteggere un dogma politico sempre più insostenibile.

Intanto, le forze russe avanzano e stringono d’assedio la cintura fortificata nel Donetsk e costringono all’evacuazione di snodi come Kramatorsk, e la leadership di Kiev reagisce aumentando le pretese.

Zelensky non esita a criticare apertamente i partner europei, accusandoli di codardia e pretendendo di fissare lui stesso la soglia minima di scorte militari che i paesi NATO dovrebbero trattenere per sé, esigendo che tutto il resto venga spedito al fronte.

Un uomo disperato. E, come tutti gli uomini disperati, dice e commette follie.

Dall’altro lato, la Commissione Europea di Ursula von der Leyen continua a promettere nuovi pacchetti di aiuti da 1,4 miliardi di dollari attinti dai proventi dei beni russi congelati, cercando di tamponare con una pioggia di denaro una falla strategica e militare che ormai non è più chiudibile.

Il risultato di quattro anni e mezzo di balle e di cecità strategica e diplomatica di chi comanda in Europa e in America, oggi l’Occidente si trova intrappolato nella trappola che aveva preparato per altri, senza soldi, senza armi, con un’industria bellica incapace di reggere i ritmi di una guerra d’attrito e con un’opinione pubblica sempre più disillusa di fronte alle bugie di una propaganda arrivata al capolinea.

Perché alle sanzioni dagli effetti dirompenti, al rublo carta straccia, a Mosca senza missili e ad altre panzane non crede più nessuno, se non uno sparuto gruppetto di gente che vale quanto la sintassi dei loro commenti strampalati.

STEPHEN KING SCRIVE CON L’AI: L’IMBROGLIO PERFETTO PER SPILLARE SOLDI A CHI SCRIVE

di Pasquale Di Matteo

Per i rilevatori di testi generati da Ai, io pubblico solo testi generati da Intelligenza Artificiale.

Persino i miei romanzi, anche quelli pubblicati prima del 2023, sono generati da AI.

Ma, udite, udite, anche i romanzi di Stepehn King e di Joel Dicker sarebbero scritti da intelligenze artificiali.

Ovviamente, non è vero nulla di tutto ciò, e, proprio per questo, quei famosi software che millantano di scoprire testi generati da AI sono una bufala di proporzioni bibliche.

Eppure, sembra diventata una nuova religione, che vive di dogmi tanto indiscutibili quanto ridicoli, come la caccia al testo scritto dall’AI.

È un’inquisizione moderna orchestrata da chi guadagna dai software di rilevamento, cresciuti come funghi dopo l’avvento dell’AI.

Sono sommi sacerdoti della genuinità della scrittura. Peccato solo che, messi alla prova dei fatti, questi sofisticatissimi strumenti di controllo valgano esattamente quanto le promesse di Wanna Marchi.

Per dimotrarlo, di recente, ho voluto fare un esperimento empirico.

Niente pregiudizi, solo numeri, argomenti ed evidenze.

Ho preso alcuni articoli firmati dal sottoscritto, farina del mio sacco, frutto di ore di ricerca e sudore sulla tastiera, e li ho sottoposti all’occhio super, iper, mega clinico, e chi più ne ha, più ne metta, di due tra i software di rilevamento AI più famosi e celebrati del mercato.

(Non faccio i nomi per evitare querele. Perché sono sicuro che, in quel caso, la querela non sarebbe nei confronti di una AI, ma nei miei. Questo testo risulterebbe miracolosamente umano.)

Il verdetto di questi rilevatori?

Testi generati da AI al 74%, per un software; testi probabilmente scritti da AI per l’altro.

Rimanendo tra l’incredulo e il divertito, ho deciso di approfondire il test, così, ho preso un intero paragrafo del romanzo a cui sto lavorando in questo periodo, un testo inedito, mai passato per alcun server, nato direttamente dai miei polpastrelli sulla tastiera.

Ebbene, per il primo software, era generato da un’AI al 78%, mentre il secondo si sbilanciava con un perentorio “probabilmente generato da AI”.

A quel punto, la curiosità si è trasformata in una vera e propria messa in prova.

Ho rispolverato un capitolo del mio primo romanzo, Il Segreto di Lukas Kofler. Un libro pubblicato nel 2021, un’era geologica fa, quando ChatGPT non era neppure nei pensieri di chi oggi spende decine di euro per l’abbonamento e l’Intelligenza Artificiale applicata alla prosa sembrava pura fantascienza.

Ebbene, secondo questo nuovo tribunale, anche il mio testo del 2021 era un prodotto artificiale al 76%.

Ohibò.

Ma la vera prova del nove è stata prendere un estratto da “IT”, il capolavoro assoluto di Stephen King, e uno da “Il caso Alaska Sanders” bestseller di Joël Dicker. Ho passato entrambi al vaglio dei nostri inappuntabili censori digitali e… il verdetto finale è da incorniciare: 78% di testo generato da AI per King, 77% per Dicker.

Ebbene sì, signori: siamo di fronte alla follia pura. Secondo questi strumenti, due tra i più grandi narratori contemporanei spenderebbero le loro giornate a dare prompt a un software per farsi scrivere i romanzi. E lo farebbero da almeno tre decenni.

Vedi tu… chissà quale intelligenza artificiale usava Kink negli anni Ottanta…

Ma qual è la vera natura di questa colossale panzana spacciata per innovazione? Perché esistono questi programmi se non riescono a riconoscere una beata fava e sparano verdetti a caso?

La risposta è elementare e riguarda la più antica delle leve commerciali: la paura abbinata all’esca. È il modello di business della protezione mafiosa trasferito nell’era del silicio.

Il software ti crea il problema, ti spaventa dicendoti che il tuo testo è “contaminato” da AI, e subito dopo ti offre la cura miracolosa. “Tranquillo, se vuoi te lo umanizziamo noi”.

Basta cacciare la grana, insomma. Sottoscrivere un bell’abbonamento mensile.

L’utente medio, terrorizzato all’idea di essere giudicato negativamente da Google, dal proprio editore o dal docente universitario di turno, versa l’obolo.

Subito dopo, riceve in cambio un testo “umanizzato” che, dalle simulazioni fatte, è un insulto alla lingua italiana: una brodaglia sintattica sconnessa, piatta, priva di ritmo, stilisticamente orribile sotto ogni punto di vista e mortificante per chiunque faccia della scrittura il proprio mestiere da anni.

Eppure, il cliente paga, tira un sospiro di sollievo ed è pure contento. Ha comprato la patente di “umanità” da una macchina che ha distrutto la sua prosa per vendergli la propria incompetenza.

Bisogna dirlo con forza e senza mezze misure: questi controllori sono pura fuffa, scatole vuote progettate per mungere i vostri conti correnti sfruttando la credulità popolare e il panico da innovazione.

Funzionano analizzando la prevedibilità delle parole e la variazione nella lunghezza delle frasi. Ma c’è un MA grande quanto una casa, perché, sapete chi scrive con frasi ritmiche, pulite, grammaticalmente impeccabili e strutturate? CHI SA SCRIVERE.

Di conseguenza, per un algoritmo, la buona scrittura umana equivale a un modello matematico. La mediocrità viene premiata come “umana”, l’eccellenza e/o la precisione stilistica vengono bollate come “testo generato da AI”.

Lasciate perdere le panzane di questi sedicenti tutori della purezza digitale e il mercato d’assalto nato attorno a questa emerita stronzata. Scusate la brutalità, ma non trovo un sinonimo pertinente.

Se sapete scrivere, scrivete.

Metteteci il vostro sangue, la vostra grammatica, il vostro stile, le vostre imperfezioni e la vostra anima. Infischiatevene categoricamente dei software che pretendono di scrivere al posto vostro, ma soprattutto di quelli che pretendono di giudicarvi.

La vera scrittura non si misura in percentuali di un algoritmo, ma nelle emozioni di chi legge. Tutto il resto è solo una montagna di escrementi spruzzata di deodorante per far girare le carte di credito.

Ah, per la cronaca, anche questo articolo risulta generato da AI al 73%.

Che dite, stappo la bottiglia perché sono più umano di King e di Dicker? Faccio l’abbonamento a uno di questi software farlocchi o li mandiamo a… dove meritano?

ZERO MISSILI ABBATTUTI E CASSE VUOTE. ANATOMIA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO

di Pasquale Di Matteo

A febbraio 2022, la guerra in Ucraina subì una svolta.

Quella guerra scoppiata nel 2014, di cui non parlava nessuno, catturò le attenzioni del mondo quando Putin decise di sfondare il confine.

Da allora, per quattro anni e mezzo, il mainstream ci ha raccontato la fiaba un po’ stucchevole, secondo cui l’Ucraina avrebbe sconfitto la Russia.

Negli ultimi tre mesi, questa fiaba aveva assunto i risvolti di un dramma esistenziale per Mosca, perché Kiev stava inesorabilmente “ribaltando la situazione al fronte”, mentre la Russia, isolata dal resto del mondo e con le pezze al sedere, era sull’orlo del fallimento.

Ma basta guardare i numeri del bombardamento dell’altra notte su Kiev per scoprire quale sia la realtà.

Ventotto missili balistici russi piovuti sulle infrastrutture strategiche del Paese e sapete quanti ne ha intercettati la tanto decantata difesa aerea ucraina?

Zero. 0. Nessuno.

Questa è la tragica fotografia di un arsenale difensivo del tutto prosciugato. I mitici sistemi Patriot, sventolati per mesi come la bacchetta magica in grado di cambiare le sorti del conflitto, sono finiti.

E il problema è che neanche gli Stati Uniti ne hanno più nei propri depositi, come persino le agenzie di stampa americane sono costrette ad ammettere da diversi giorni. La disastrosa campagna mediorientale americana li ha prosciugati.

Eppure, il copione del mainstream non cambia.

Da una parte abbiamo Volodymyr Zelensky che canta il disco rotto delle lamentele: “Se avessimo avuto i Patriot, avremmo salvato vite civili”.

Il solito e collaudato scaricabarile morale per addossare agli alleati la responsabilità di un vicolo cieco in cui si è cacciato da solo, credendo a chi lo ha convinto che Mosca potesse essere sconfitta senza una guerra atomica.

Dall’altra parte c’è Ursula von der Leyen, che, puntuale come un orologio svizzero, condanna le “atrocità russe” e stacca l’ennesimo assegno da 1,4 miliardi di euro per finanziare una guerra che è un pozzo senza fondo e un cimitero sempre più ampio per le giovani generazioni di ucraini.

Soldi nostri, naturalmente. Quattrini pubblici drenati dalle tasche dei cittadini europei per alimentare una guerra di logoramento che nel 2022 ci assicuravano sarebbe finita in tempi brevi perché le nostre sanzioni dagli effetti dirompenti avevano reso il rublo carta straccia e Mosca era al tappeto.

A proposito di economia: ricordate le solenni profezie dei nostri leader politici sul fatto che le sanzioni avrebbero “distrutto la Russia in poche settimane?

Oggi scopriamo che la Russia non solo non è affatto isolata, grazie ai mercati smisurati di Cina, India e paesi BRICS, ma per vendere il suo gas liquida persino le nuove restrizioni dell’Unione Europea, mettendo in campo una “flotta ombra” di navi cisterne battenti bandiera del Camerun.

Chi sta affondando davvero sotto i colpi delle sanzioni è l’Europa. Infatti, l’industria tedesca è in piena deindustrializzazione, l’Eurozona è strozzata dai costi energetici e noi abbiamo rinunciato al gas russo a basso costo per comprare dagli americani lo stesso gas, ma rigassificato e fatturato a prezzi d’oro.

Un affare perle casse di Washington, un suicidio economico da folli e incompetenti per noi.

La verità è che l’intera architettura geopolitica dell’Occidente si reggeva su una balla colossale.

Come ha ricordato il professor Michele Prospero, ordinario di Filosofia Politica alla Sapienza, l’idea dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO è sempre stata una trappola ideologica.

Nel 1996 la Costituzione di Kiev sanciva il principio fondante della neutralità e del non allineamento. Fu il pressing occidentale a spingere per stravolgere la Carta fondamentale nel 2019, trasformando il Paese in un pedone, in una partita a scacchi tra superpotenze.

E non raccontiamoci la panzana dello scontro tra la “Democrazia” e l’“Autocrazia”.

A Kiev, Zelensky continua a fare il vuoto attorno a sé: caccia ministri della Difesa, licenzia capi dell’intelligence, silura ambasciatori negli Stati Uniti e rimuove vertici militari. Non per incompetenza, ma per pura paranoia politica; chiunque mostri un briciolo di popolarità o accenni a fare una minima ombra al presidente viene immediatamente neutralizzato.

La libertà di stampa è sospesa, le opposizioni sono fuorilegge ormai da anni, di elezioni non se ne parla e lo Stato di diritto è ai minimi storici. Chiamarla “roccaforte della democrazia occidentale” richiede un tasso di ipocrisia che sfora il ridicolo, visto che somiglia molto di più a una dittatura.

Ogni volta che l’esercito ucraino rivendica un attacco spettacolare in profondità nel territorio russo, come il drone lanciato a 1600 chilometri a colpire il centro logistico di Wildberries a Tula, i nostri media esultano come se fosse stato conquistato il Cremlino.

Solo che nessuno vi spiega l’altra metà della medaglia. A ogni attacco dimostrativo a lungo raggio, la Russia risponde con una violenza devastante, spianando centinaia di chilometri di rete ferroviaria, depositi energetici e centri logistici tra Kiev e Odessa.

L’escalation continua voluta dall’Occidente non sta salvando l’Ucraina, ma ne sta solo accelerando la totale distruzione. Proprio come prevedevamo quattro anni fa.

Ora si alza il polverone sui missili balistici, sugli aiuti dalla Cina e sulle truppe inviate dalla Corea del Nord in aiuto a Putin. Ci si indigna, si stracciano le vesti, si grida allo scandalo internazionale.

Ma cosa vi aspettavate?

Avete fornito a Kiev missili ATACMS, intelligence satellitare in tempo reale e licenze per colpire nel cuore del territorio russo, e vi stupite se Mosca stringe alleanze militari con Pechino e Pyongyang? Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Il dramma vero è che la leadership ucraina, messa alle strette da una situazione sul campo insostenibile, ha tutto l’interesse ad allargare e generalizzare il conflitto per evitare che i riflettori e i finanziamenti si spengano.

È una roulette russa giocata da chi comanda in Ucraina sulla pelle degli stessi ucraini. E mentre a Bruxelles ci si ostina a fare le verginelle offese e a promettere miliardi che non abbiamo, la realtà del fronte è drammatica. Siamo ormai ai livelli di Hitler, che impartiva ordini d’attacco mentre l’Armata Rossa entrava a Berlino.

Questo disastro si poteva evitare con un accordo nel 2022. L’Ucraina avrebbe perso territori che perderà comunque, ma senza fallire economicamente, senza essere costretta a dipendere dai soldi degli europei, senza mandare al fronte centinaia di migliaia di giovani morti o resi invalidi, e senza che un terzo della popolazione fuggisse all’estero.

Inoltre, si tratta di una guerra che ha costi ormai insostenibili.

Ma di certo non pagheranno i signori della guerra al calduccio nei loro uffici, ma i cittadini europei impoveriti e un popolo ucraino sacrificato sull’altare delle illusioni altrui.

ADDIO NATO, ADDIO PATRIOT: LA RESA DEI CONTI CHE IL REGIME MEDIATICO NON VUOLE FARVI VEDERE

di Pasquale Di Matteo

C’era il “percorso irreversibile” dell’Ucraina nella NATO. C’erano le rassicurazioni dei soliti noti, gli elogi ai sistemi missilistici miracolosi che avrebbero sigillato i cieli e la narrazione edulcorata di un fronte compatto.

Ma non è andata così.

LA DOCCIA FREDDA DI ZALUZHNYI E LA FIABA DELL’OMBRELLO ATLANTICO

A smontare anni di retorica bellicista non è stato un presunto “pacifinto” o un infiltrato del Cremlino, ma Valerii Zaluzhnyi, l’ex comandante generale delle forze armate ucraine, accantonato da Zelensky dopo il disastro della controffensiva del 2023 e spedito a fare l’ambasciatore a Londra.

“L’Ucraina nella NATO? Una favola.”

L’ex generale ha confessato senza troppi orpelli di aver lavorato dodici anni per conformare l’esercito agli standard atlantici, solo per sentirsi raccontare favole. Non c’è nessun ingresso all’orizzonte. Nessun ombrello protettivo.

Secondo l’ex comandante generale delle forze armate ucraine, la verità è che l’Occidente ha usato Kiev come un ariete per indebolire Mosca, sventolandole davanti alla testa la carota dell’integrazione europea e atlantica. Ora che l’ariete si sta esaurendo, la carota viene riposta nel cassetto.

E i miracolosi missili Patriot? Altra illusione.

L’ambasciatore statunitense presso la NATO, Matthew Whitaker, lo ha detto chiaramente in TV: nessun accordo per la produzione congiunta o forniture imminenti all’orizzonte.

La tecnologia avanzata resta ben chiusa nei forzieri americani, tutelata da rigidi controlli sull’export. Alla leadership ucraina restano le preghiere; alla popolazione, i blackout e i missili russi che piovono sulla testa.

UCRAINA E RUSSIA: VITTIME DI SERIE A DI SERIE B

Ormai, sembra esistere una gerarchia del dolore che fa inorridire.

Quando un missile russo si abbatte sui civili ucraini, i titoli parlano di “nessun obiettivo militare”, “strage abominevole, con bambini tra le vittime”, e parte l’indignazione a reti unificate. Giusto, doveroso e ci mancherebbe.

Ma quando un drone ucraino si schianta su una spiaggia affollata di bagnanti nel Mar Nero, massacrando undici persone, tra cui tre bambini, o quando droni marittimi prendono di mira pescherecci e navi civili turche?

In quel caso scatta il rigido protocollo della minimizzazione. Si parla di “esplosioni improvvise”, di attacchi “dal movente incerto” o, peggio, ci si lancia in un balbettio giustificazionista. “Se la sono cercata, cosa ci facevano al mare?”

Un doppio standard orwelliano che mette i brividi.

Le vite umane non hanno il medesimo valore: ci sono i morti utili alla narrazione della guerra a oltranza e i morti “scomodi”, la cui unica colpa è trovarsi dalla parte sbagliata della barricata ideologica.

MESI DI RITIRATA CHIAMATI “INFILTRAZIONI”

Sul campo di battaglia, intanto, la realtà operativa spazza via i comunicati stampa della propaganda, perché l’esercito russo avanza a Pokrovsk, Kupiansk, Kostiantynivka e Huliaipole.

Ma per lo Stato Maggiore di Kiev e per i canali di informazione allineati non si tratta di avanzate: sono semplici “infiltrazioni”.

Un grottesco gioco semantico, per cui, se una città fortificata viene accerchiata e cade, per i bollettini ufficiali è solo un gruppetto di soldati nemici passato tra le maglie della difesa.

Come ha spiegato l’economista Stefano Fassina, l’Ucraina è ormai un Paese al collasso economico.

Sopravvive esclusivamente grazie alle trasfusioni finanziarie dell’Unione Europea e degli Stati Uniti. La forza lavoro è prostrata e la caccia all’uomo per il reclutamento forzato ha spinto centinaia di migliaia di giovani alla fuga o alla clandestinità, prosciugando le fabbriche e i servizi.

Dall’altro lato della frontiera, la Russia subisce sì enormi perdite umane e attacchi alle raffinerie, ma la sua economia non è crollata come cantavano Draghi, von der Lleyen e tutti i protagonisti del circo delle sanzioni dirompenti.

Il rublo, definito carta straccia nel 2022, si è stabilizzato, le entrate petrolifere, anziché azzerarsi, sono addirittura cresciute grazie al disastro di Hormuz causato dagli USA e ai conseguenti picchi del greggio in Medio Oriente, così come le sanzioni europee si sono trasformate in un clamoroso boomerang per le tasche dei cittadini occidentali, che oggi non possono neppure rinnovare parchi auto con più di quindici anni d’età, strozzati dal caro vita.

Di fronte allo stallo e alla perdita progressiva di terreno, Kiev ha virato verso la guerra totale.

Non più solo obiettivi militari o raffinerie, ma attacchi mirati ai poli logistici dell’e-commerce russo, come i magazzini di Wildberries, l’Amazon locale, e incursioni di droni fino a Mosca e San Pietroburgo.

L’obiettivo è colpire il portafoglio e la tranquillità della borghesia moscovita, portando il conflitto dentro le case di chi finora si è sentito al sicuro. Una mossa che genera inevitabile nervosismo al Cremlino, testimoniato dalle strette repressive su piattaforme come Telegram e dall’attenzione spasmodica a evitare la leva nelle grandi metropoli.

Ma che non cambia l’inerzia brutale del fronte e ha l’effetto contrario tra i cittadini russi, che chiedono al governo azioni più devastanti in Ucraina, per finire la partita il prima possibile.

Chi vince, dunque, tra Ucraina e Russia?

Vince Washington, che ha venduto a caro prezzo il suo gas liquefatto a un’Europa docile e sottomessa. Vincono i colossi delle armi, le cui azioni schizzano alle stelle mentre i magazzini si svuotano di vecchi stock da rimpiazzare.

Perde l’Ucraina, svuotata dei suoi giovani e sventrata nelle sue infrastrutture vitali. Perde l’Europa, impoverita e ormai geopoliticamente irrilevante. Perdono i civili di ogni nazionalità, le cui vite vengono sistematicamente barattate sull’altare dei profitti e dei giochi di potere.

E vince la Russia, che ha stretto l’abbraccio con la Cina e reso i BRICS più numerosi e più potenti economicamente e geopoliticamente.

Sarebbe tempo di spegnere la grancassa della propaganda e fermare la carneficina prima che non ci siano più ucraini per alimentare quel film horror che continuano a venderci come una commedia.

DATI FRONTEX ALLA MANO, IL GOLPE PROPAGANDISTICO SU CEUTA SI RIVOLTA CONTRO L’ITALIA

di Pasquale Di Matteo

In una cittadina arrampicata sul lembo nordafricano, con lo stesso numero di abitanti di Lucca o di Busto Arsizio, in quarantotto ore si sono riversati contro sessantamila persone che l’hanno raggiunta a nuoto.

Per dare un’idea della proporzione, è come se in Italia entrassero trentaquattro milioni di individui in un giorno solo.

È quanto accaduto a Ceuta. Ma la vera follia è il racconto surreale che ne è stato fatto dalla politica continentale e sui media della propaganda mainstream, dove l’analfabetismo geopolitico fa a gara con la propaganda da sbarco.

La narrazione ufficiale parla dell’ennesima emergenza migratoria incontrollata. Vi raccontano che la Spagna ha “spalancato le porte” e che la sicurezza europea è a rischio. Insomma, la solita favola per analfabeti funzionali.

La realtà invece, è drammaticamente diversa.

A Ceuta non si è verificato un fenomeno spontaneo, ma una partita a scacchi truccata, dove gli esseri umani sono pedine usa e getta e i governi occidentali fanno la figura dei passanti che perdono con i professionisti in tre mosse.

IL CAVILLO LEGALE E L’IDRANTE A RABAT

Per capire come si costruisce una crisi a tavolino, bisogna partire da un foglio di carta.

Il primo luglio 2026, la Corte Suprema spagnola deposita la sentenza numero 814/2026.

Il principio giuridico stabilisce un punto chiarissimo: i respingimenti immediati alla frontiera sono legali soltanto se chi tenta l’ingresso supera barriere fisiche di contenimento. Il mare, spiegano i giudici, non è una recinzione, perciò, chi arriva a nuoto senza scavallare reti o muri non può essere respinto immediatamente.

Sui social network marocchini la notizia viene rilanciata in un baleno. “La Spagna ha aperto le porte, basta nuotare.”

Ad ampliare l’effetto di questa bomba, ci pensa il Re del Marocco, Mohammed VI.

La gendarmeria reale di Rabat, solitamente inflessibile quando si tratta di manganellare chi si avvicina ai reticolati, incrocia improvvisamente le braccia, così, milioni di camion carichi di ragazzi sfrecciano sulle autostrade verso Fnideq nell’inerzia totale delle forze dell’ordine locali.

Perché Rabat ha aperto i rubinetti proprio adesso?

Dieci giorni prima del caos a Ceuta, il 20 luglio 2026, Pedro Sánchez vola ad Algeri per la prima volta dopo anni di gelo. L’obiettivo del premier spagnolo è blindare le forniture di gas naturale tramite il gasdotto Medgaz, quello che collega direttamente i giacimenti algerini ad Almería, aggirando completamente il territorio marocchino.

A questo si aggiunge una proposta di legge presentata a Madrid per concedere la cittadinanza spagnola ai cittadini saharawi nati sotto l’amministrazione coloniale.

Per il Marocco, che considera il Sahara Occidentale roba propria e l’Algeria il nemico giurato, si tratta di due schiaffi intollerabili.

Ed ecco scattare la ritorsione con il ricatto migratorio. Rabat punisce Madrid, smettendo di fare il poliziotto di frontiera per conto dell’Europa.

Aprire i cancelli costa zero e fa malissimo.

L’ASSE WASHINGTON – TELAVIV E IL SOGNO DI CANCELLARE LA SPAGNA DA GIBILTERRA

Ma a muovere i fili sono attori ben più ingombranti della leadership marocchina.

Fin dal 2020, con gli Accordi di Abramo fortemente voluti da Donald Trump e dal suo fidato genero Jared Kushner, gli Stati Uniti hanno riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione dei rapporti tra Rabat e Israele.

Da allora il Marocco è diventato il referente privilegiato di Washington e Tel Aviv nell’area: droni israeliani, armi americane, memorandum sui minerali critici.

Nel frattempo, la Spagna di Sánchez si è guadagnata l’ostilità sia della Casa Bianca che del governo Netanyahu.

Madrid si è opposta all’uso offensivo delle basi americane di Rota e Morón per gli attacchi contro l’Iran, ha chiuso lo spazio aereo ai caccia statunitensi e ha persino richiamato l’ambasciatore da Tel Aviv a causa del genocidio di Gaza che Israele definisce semplici “operazioni militari”.

La punizione americana non s’è fatta attendere.

Il 12 marzo 2026 Michael Rubin, ex funzionario del Pentagono e falco dell’American Enterprise Institute, scrive senza mezzi termini che gli Stati Uniti dovrebbero spingere il Marocco a lanciare “una nuova Marcia Verde su Ceuta e Melilla”, sostenendo persino che l’Articolo 5 della NATO non coprirebbe le enclavi spagnole in Africa.

Poche settimane dopo, nel rapporto ufficiale della Commissione Stanziamenti della Camera USA, a firma del repubblicano Mario Diaz-Balart, Ceuta e Melilla vengono incredibilmente definite come “città amministrate dalla Spagna ma situate in territorio marocchino”.

Capito il disegno?

Se la Spagna perdesse Ceuta a favore del Marocco, lo Stretto di Gibilterra, la porta occidentale del Mediterraneo, finirebbe sotto il controllo indiretto del blocco USA – Israele – UK. Ricordando che la sponda nord, Gibilterra, è già britannica ed extra-UE dopo la Brexit.

Una tessera fondamentale nella strategia dei “colli di bottiglia” marittimi che da Malacca a Hormuz, fino a Bab el-Mandeb, serve a contenere la Cina e a blindare le rotte internazionali.

L’ITALIA E LA PROPAGANDA CONTRO LA MATEMATICA

In tutto questo scenario da romanzo thriller geopolitico, il governo italiano cade nella trappola con tutte le scarpe, oppure ci sguazza per racimolare un manipolo di voti da campagna elettorale permanente.

Il 31 luglio, il Ministero dell’Interno italiano annuncia in pompa magna la sospensione temporanea del Trattato di Schengen con la Spagna, ripristinando i controlli ai valichi aerei e marittimi.

Giorgia Meloni parla di “misura straordinaria a tutela della sicurezza nazionale”, mentre Antonio Tajani cinguetta sdegnato sui social contro la scelta di Madrid di dare accoglienza e diritti ai migranti, definendola una minaccia per l’Italia.

Peccato che l’Italia faccia molto peggio di Madrid.

Da Bruxelles la Commissione Europea fa sapere di non aver mai ricevuto la notifica formale da parte di Roma, obbligatoria per legge, chiedendo sarcastica come farebbero due città africane a minacciare la sicurezza interna della penisola italiana.

A Roma conoscono la geografia?

In seguito alle parole di Giorgia Meloni, il premier spagnolo non s’arrabbia e preferisce rispondere con i dati ufficiali e la matematica.

Pubblica sui propri canali ufficiali i dati rilevati dall’agenzia europea Frontex sugli ingressi irregolari registrati tra il 2021 e il 2026. E quei numeri, per chi ha l’onestà intellettuale di leggerli, sono una pietra tombale sulla propaganda di Palazzo Chigi.

Ingressi irregolari attraverso l’Italia: 478.600

Rotta dei Balcani Occidentali: 340.600

Grecia: 259.800

Spagna: 234.760

L’Italia ha visto entrare sul proprio territorio più del doppio dei migranti irregolari rispetto alla Spagna nello stesso periodo.

Perciò, presentarsi al pubblico come i rigidi custodi delle frontiere, sgridando il vicino che registra la metà dei tuoi flussi, non è solo ridicolo, ma è un autogol diplomatico di proporzioni cosmiche, perché qualunque italiano con due neuroni funzionanti si rende conto della differenza abnorme tra la sicurezza garantita dal governo di Madrid agli spagnoli e quella colabrodo di Roma.

Sánchez ha poi mandato a dire a Roma  che “La solidarietà e l’empatia sono opzionali, il rispetto dei trattati europei e dei dati, no.” E anche qui, è inopinabile.

La vicenda di Ceuta ci dimostra che, da un lato, c’è la spietata lucidità dei regimi autocratici e delle superpotenze, pronti a usare la disperazione umana come arma di pressione geopolitica per spostare i confini della sovranità e del controllo economico; dall’altro c’è l’esibizionismo di casa nostra, dove i ministri scambiano le dinamiche dello Stretto di Gibilterra per una contesa da talk show.

Continuare a raccontare la favola dell’emergenza improvvisa serve soltanto a nascondere la propria incapacità di leggere lo scacchiere internazionale.

E mentre a Roma si festeggia per aver messo un timbro in più ai passaporti in arrivo da Madrid, i veri manovratori continuano a muovere i fili.

E a fare le spese di questo cieco teatrino restano sempre loro: le migliaia di ragazzi ammassati sulle spiagge nordafricane, convinti di nuotare verso la libertà e ritrovatisi, a loro insaputa, nel mezzo di una guerra sporca combattuta sulle loro spalle.

Ma anche i cittadini italiani non scherzano, dopo aver visto, numeri Frontex alla mano, le differenze da brividi tra Madrid e Roma.

VOLKSWAGEN IN MACERIE, LA BEFFA DEI DAZI E LA FINE DEI MARCHI EUROPEI

di Pasquale Di Matteo

Un disastro annunciato.

Di quelli che a Bruxelles e nei consigli d’amministrazione di Wolfsburg fingono di non aver mai previsto, ma che da almeno un decennio era più che prevedibile.

L’automotive europeo è con l’acqua alla gola. E la reazione dei nostri soloni dell’industria e della politica è un grottesco piangere miseria, invocando dazi protettivi e scaricano le colpe sul dragone cinese.

Per trent’anni, i costruttori del Vecchio Continente hanno delocalizzato all’ombra della Grande Muraglia per macinare profitti a colpi di manodopera a basso costo, convinti in una sorta di superba illusione neocoloniale che i cinesi si sarebbero accontentati in eterno di montare bulloni e copiare il nostro know-how.

Invece, Pechino studiava, imparava e si preparava a produrre auto belle ed efficieti come i maestri, ma ai loro costi.

Oggi che Pechino ha imparato la lezione e ci ha polverizzati sul terreno della tecnologia e dell’innovazione sull’auto elettrica, a Bruxelles si scoprono improvvisamente protezionisti.

Volano stracci. E crollano i conti correnti.

Il caso Volkswagen è l’emblema di questa catastrofe ideologica e gestionale.

Il gruppo che per decenni ha rappresentato l’orgoglio manifatturiero tedesco oggi valuta la chiusura di stabilimenti storici in patria, con centomila licenziamenti nei prossimi due, tre anni.

Ma anche altri marchi storici sono alla frutta, come Mercedes, che ha appena annunciato rischio di esuberi.

Un fatto mai accaduto prima.

D’altronde, le auto europee non vendono più in Europa, perché costano troppo, e non vendono più nemmeno in Cina, dove acquistano i loro marchi, più evoluti e a costi minori.

I modelli cinesi in Europa non sono soltanto a buon mercato, ma hanno linee europee e una meccanica semplice, che garantisce una buona affidabilità, nel caso del motore termico, mentre sono addirittura più evolute con le proposte elettriche.

Nel frattempo, c’è chi prova ad arrampicarsi sugli specchi salvandosi la pelle a spese dell’identità industriale.

È il caso di Stellantis che, con una mossa che puzza di resa incondizionata mascherata da operazione di mercato, ha stretto una joint-venture con la cinese Leapmotor, trasformando la propria capillare rete di concessionarie europee nel tappeto rosso su cui far sfilare i veicoli prodotti a Pechino.

Invece di combattere l’invasione, le si apre il portone di casa fornendo persino il servizio post-vendita.

Ma il vero punto di svolta che la politica europea finge di non capire è di natura tecnologica, perché la Cina non produce più soltanto auto, ma smartphone su ruote.

L’Europa ha continuato per anni a pensare all’automobile come a un prodigio di meccanica avanzata, fatta di pistoni, bielle e ingegneria di precisione.

Un bel giorno, la Commissione europea ha detto che bisognava acquistare auto elettriche, distruggendo il mercato europeo dell’auto a motore termico su cui eravamo leader mondiali e avevamo quasi un secolo di vantaggio industriale sulla Cina.

Pechino, forte di una visione industriale a lungo termine e di un controllo quasi monopolistico sulle materie prime, ha capito prima di tutti che il futuro apparteneva ai cosiddetti Software Defined Vehicles, cioè a quei veicoli elettrici guidati da algoritmi, batterie all’avanguardia e sistemi operativi digitali.

Per una questione di transizione ecologica e perché era un terreno dove l’Europa non aveva alcun vantaggio.

L’auto moderna non è più un mezzo di trasporto tradizionale, ma è un tablet gigante su quattro ruote.

E, in questo campo, la Cina gioca in casa perché ha investito in sviluppo e ricerca per almeno vent’anni, raggiungendo una tecnologia inimitabile, mentre noi compriamo la tecnologia digitale dagli Stati Uniti e le batterie da Pechino.

Così, per colpa della pigrizia dei grandi marchi e degli errori tragici della politica, siamo finiti in una morsa mortale: dipendenti dagli americani per il software e dai cinesi per la transizione ecologica.

IL BLUFF DEI DAZI E LA TRAPPOLA DELLE TERRE RARE

La risposta della Commissione Europea, in gran parte colpevole di questo disastro industriale ed economica, è la solita scorciatoia burocratica: imporre dazi doganali sulle auto elettriche e plug-in importate dalla Cina. Ma si tratta di una misura che rischia di rivelarsi una clamorosa zappa sui piedi per tre ragioni chiarissime.

La prima è che la delocalizzazione cinese è già realtà.

I colossi dell’ex Impero Celeste non si sono fatti trovare impreparati. BYD sta già completando la sua maxi-fabbrica in Ungheria, mentre Geely stringe accordi strategici per produrre in Spagna, quindi, una volta assemblate entro i confini comunitari, quelle vetture saranno a tutti gli effetti “made in EU”, rendendo i dazi meno utili della carta igienica.

In secondo luogo, c’è il pericolo di ritorsioni sulle materie prime.

Davvero Bruxelles pensa di poter fare la voce grossa con chi detiene il monopolio della raffinazione del litio e l’estrazione delle terre rare? È come sparare a zero sull’unica banca che possa darti il mutuo per comprare la casa.

Se Pechino chiudesse i rubinetti degli approvvigionamenti, l’intera industria ecologica europea rimarrebbe al buio nel giro di una settimana.

Infine, il pericolo dei costi sui consumatori finali, perché i dazi non faranno altro che alzare i prezzi finali delle auto per i cittadini europei, rendendo la tanto strombazzata “transizione verde” un lusso accessibile solo a pochi facoltosi.

Già oggi, l’Italia è il Paese con il parco auto più vecchio d’Europa perché gli stipendi hanno perso parecchio potere d’acquisto, le famiglie non arrivano alla terza settimana del mese, perciò, l’idea di acquistare un’auto nuova resta sul livello di sognare la villa con piscina o la casa a Capri.

L’INDUSTRIA EUROPEA STA MORENDO PER MANCANZA DI VISIONE POLITICA

Siamo di fronte al funerale dell’ipocrisia comunitaria. Il fallimento dell’Europa è tanto evidente quanto drammatico.

Per anni i burocrati europei hanno dettato scadenze ideologiche, come il bando dei motori termici entro il 2035, senza mai preoccuparsi di costruire una filiera industriale autonoma e solida a supporto di questo ribaltamento epocale.

E, ancora peggio, senza domandarsi con quali risorse e a quale ritmo i cittadini europei avrebbero potuto sostituire le loro auto, dimostrando un totale scollegamento con il mondo reale e la quotidianità della maggioranza degli europei, che non sono certo tutti soci del club del golf.

Per colpa di tale incompetenza politica, abbiamo consegnato le chiavi del nostro futuro industriale a potenze straniere e ora cerchiamo di fermare un uragano alzando un ombrello.

D’altra parte, quelli che cercano di porre rimedio al disastro sono gli stessi che l’hanno causato.

L’Europa non si salva erigendo muri commerciali tardivi e ridicoli per proteggere l’incompetenza dei propri vertici industriali e politici.

L’unica via d’uscita sarebbe stata un piano d’investimenti imponente sulla sovranità tecnologica ed energetica, ma gli anni d’oro sono stati sprecati a inseguire dividendi finanziari a breve termine e ora sono sprecati a inseguire riarmi, guerre per la pace e altre aberranti fesserie che credevamo possibili solo nei mondi distopici di romanzi come 1984 di Orwell.

Purtroppo, in quel mondo ci siamo finiti per davvero.

Altra via d’uscita sarebbe posticipare di almeno vent’anni la fine del motore termico e l’introduzione di tutta quella serie di componenti elettronici che aumentano sia costi dei prodotti sia la forbice tra prodotto europeo e cinese.

Infatti, se la manodopera cinese costa meno e la Cina può contare su materie prime e componentistica a costi enormemente minori rispetto ai competitor europei, è impensabile combattere le industrie cinesi richiedendo alle auto in commercio di essere sempre più tecnologiche, in tempi troppo brevi.

Perché, se è vero che parte della colpa è delle industrie, la politica dovrebbe capire che i cittadini comprano e pagano le imposte solo se hanno un lavoro. Se saranno costretti a emigrare in America o in Asia per vivere, accusare i vertici industriali sarà la consolazione degli stolti.

Sembra quasi che la Commissione europea lavori per favorire le industrie cinesi e lo sviluppo economico di Pechino.

Comunque sia, benvenuti nel nuovo ordine mondiale, dove siamo passati da essere produttori delle migliori auto al mondo a semplici clienti di chi, fino a ieri, guardavamo dall’alto in basso e che oggi ci mostra l’espressione divertita di chi ha appena dato scacco matto a un ragazzino ingenuo.

111 VOLTE QUINTO EMENDAMENTO, IL CROLLO DEL DOGMA SCIENTIFICO E LA VERGOGNA DELLE ÉLITE

Dal piedistallo al Quinto Emendamento: il crollo del dogma Fauci e la grande ipocrisia della “Scienza”

di Pasquale Di Matteo

Anthony Fauci è l’uomo che per oltre quattro anni è stato incensato come il verbo, come il portatore ufficiale dell’unica verità scientifica, il santino da esibire nei salotti tv, l’oracolo a cui prostrarsi senza fare domande.

Eppure, quando avrebbe potuto spiegare, seduto di fronte al Senato degli Stati Uniti d’America, ha preferito trincerarsi con lo sguardo fisso e la voce rotta da una formula ripetuta come un mantra ossessivo per ben 111 volte: «Su consiglio del mio legale, mi avvalgo del Quinto Emendamento».

Il Quinto Emendamento.

Quello strumento costituzionale pensato per evitare che un cittadino si incrimini da solo di fronte alla legge. Centoundici no.

Centoundici porte sbarrate alle domande sulle origini del COVID-19, sui finanziamenti americani ai laboratori cinesi di Wuhan e sui conflitti d’interesse che hanno segnato la gestione della più grande crisi sanitaria globale dal dopoguerra a oggi.

111 occasioni in cui Fauci ha dimostrato di avere scheletri nell’armadio e qualcosa da perdere, altrimenti perché non sfruttare l’occasione per impartire un’altra lezione, per diffondere ancora una volta il verbo?

La scena ha dell’incredibile, quasi del grottesco, una vera e propria fuga di fatto.

A far tremare il palazzo non sono state solo le omissioni di Fauci, ma la logica stessa su cui si regge questo scontro.

Il senatore Rand Paul glielo ha chiesto a bruciapelo, senza tanti fronzoli: se hai già incassato una grazia presidenziale preventiva firmata da Joe Biden prima di lasciare la Casa Bianca, da cosa ti stai proteggendo invocando il diritto al silenzio?

La risposta di Fauci è stata un capolavoro di arrampicata sugli specchi legali: la grazia, dice lui, potrebbe non coprire eventuali nuove dichiarazioni rese oggi in aula.

Quindi la melma sull’affare Covid è ancora più scura di quanto si pensi?

Tradotto dal burocratese strettissimo: il terrore di finire incriminato per spergiuro o per rivelazioni compromettenti supera di gran lunga il dovere morale di spiegare al mondo cosa sia successo davvero nei laboratori dove si manipolavano i virus.

Ma la scienza, quella con la ‘S’ maiuscola che non ha bisogno di scorte di principi del foro o di minacciare querele, non funziona così.

La medicina si fonda da secoli su tre pilastri incrollabili: la trasparenza, la verificabilità dei dati e il beneficio del dubbio.

Quando un medico sostituisce la trasparenza con la facoltà di non rispondere e sbarra la porta di fronte a una commissione d’inchiesta, di qualunque natura essa sia, la scienza ha già perso in partenza. Non è più ricerca: è diventata burocrazia del potere. È autodifesa giudiziaria, perciò è azione politica, non scienza.

WUHAN, IL “GAIN OF FUNCTION” E IL GRANDE INSABBIAMENTO

Ma di cosa stiamo parlando esattamente?

Per capirlo bisogna tornare indietro al 2014, quando la National Institutes of Health (NIH) sotto la guida informata di Fauci, approvò i finanziamenti alla EcoHealth Alliance di Peter Daszak.

Soldi pubblici americani destinati proprio al Wuhan Institute of Virology per i famigerati esperimenti di Gain of Function (guadagno di funzione), ricerche pericolosissime volte a potenziare artificialmente i coronavirus dei pipistrelli per renderli capaci di infettare le cellule umane.

Ricordate la narrativa dominante? Quella scattata a reti unificate nei primi mesi del 2020?

“È stato il mercato del pesce”, “è stato lo spillover naturale dal pipistrello al pangolino”.

Chiunque osasse solo ipotizzare una fuga dal laboratorio di Wuhan veniva istantaneamente marchiato come complottista, cospirazionista di destra, nemico del popolo e della scienza.

Peter Daszak firmò persino una celebre lettera su The Lancet per affondare sul nascere la tesi del laboratorio, mentre e-mail emerse negli anni successivi hanno dimostrato come vi fossero fortissime pressioni interne per blindare la pista naturale.

Oggi quella narrazione monolitica è crollata come un castello di carte. Persino sul fronte politico avverso iniziano a creparsi le mura dell’omertà.

IL MEA CULPA DI FETTERMAN E IL RISVEGLIO TARDIVO

Durante l’audizione è accaduto qualcosa di politicamente dirompente.

Il senatore democratico John Fetterman, un uomo che ha vissuto sulla propria pelle e in famiglia il dramma del COVID e dei lockdown, ha preso la parola per fare un’ammissione drammatica: «È stato un errore liquidare fin dall’inizio l’ipotesi della fuga da laboratorio come una cospirazione di destra. La ricerca della verità non deve avere un colore politico».

In un mondo normale, queste frasi sarebbero un’ovvietà, invece, ci sono voluti anni, milioni di vite spezzate, economie messe in ginocchio e piccole attività commerciali fallite per sentir pronunciare da un democratico una frase di banale buonsenso.

Perché?

E mentre la Procura della Florida annuncia nuove indagini sul comportamento di Fauci di fronte al Congresso, il contrasto tra la realtà della strada e la finzione dei palazzi appare drammatico.

Mentre le persone normali venivano chiuse in casa, sanzionate, private del lavoro o costrette a perdere i propri cari senza nemmeno poter garantire loro un funerale, cosa faceva il circo mediatico?

Celebrava il mito.

Rivedere oggi i filmati del 2020 e del 2021 fa venire i brividi per l’imbarazzo.

James Corden e Ariana Grande che ballavano nelle trasmissioni americane cantando gli inni a “Anthony Fauci”, Julia Roberts che arrossiva in diretta zoom definendo lo scienziato “il mio eroe personale” e “l’uomo più fantastico del pianeta”.

E l’Italia non è stata da meno, conferendo a Fauci l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce.

Un’élite ricca, disconnessa dalla realtà, che viveva il lockdown nelle proprie ville con piscina e parchi grandi interi quartieri, ordinando il cibo a domicilio, e intanto erigeva altari a un burocrate che nei suoi diari personali, oggi rivelati, appariva quasi ossessionato dalla propria celebrità improvvisa e dagli incontri con i VIP, anziché dal rigore scientifico.

Cosa resta oggi?

Resta un segnale devastante per la credibilità della medicina mondiale.

Se hai agito in buona fede, se hai applicato il rigore scientifico, se non hai nulla da nascondere, ti difendi con i dati e segui con rigore la via della trasparenza. Rispondi a ogni singola domanda. Spieghi al mondo cosa è successo in quei laboratori. Non ti trinceri dietro i cavilli legali degli avvocati.

Anzi, davanti a una commissione, con dati alla mano e argomentazioni schiaccianti, smonti ogni complotto, ogni panzana dei novax, chiudendo la storia una volta per tutte.

Ma quando la scienza smette di rispondere alle domande e si fa scortare dai penalisti in un’aula di tribunale, cessa di essere scienza e dimostra di non avere argomentazioni né dati per poter smontare tesi opposte. Perciò non è scienza.

Diventa dogma. Diventa potere. E il potere che rifiuta la trasparenza può essere politica, dittatura, ipocrisia, ma mai scienza.

Continuare a farsi e a fare tutte le domande non è solo un diritto, ma è l’unico antidoto che ci rimane per non affogare nel silenzio di chi doveva proteggerci e ha preferito proteggere se stesso, le proprie idee, le proprie politiche e i propri conti correnti.

Se c’è una cosa che ha ottenuto Fauci con quei 111 silenzi è, senza dubbio, aver dimostrato che la sua non è scienza e che complottisti e novax hanno argomentazioni che non si possono battere con dati scientifici e argomentazioni credibili.

Altrimenti, quale migliore occasioni per usarli e diventare un eroe mondiale?

IL CASO DJ GODZI. QUANDO LA CRONACA NERA DIVENTA ISTITUZIONALE

di Antonio Reccia

Spesso, quando si parla di geopolitica e relazioni internazionali, a farla da padrone sono i grandi temi quali l’economia, la guerra, il controllo di risorse e del territorio.

Tuttavia, anche un caso di omicidio può generare uno scontro, un dibattito, un attrito istituzionale tra due paesi con diversi punti di vista, come sta accadendo per le indagini in corso per la morte del trentacinquenne Michele Noschese, alias DJ Godzi.

L’ANTEFATTO: CHI ERA DJ GODZI?

Noschese era un ragazzo di 35 anni, noto nel mondo della musica col nome d’arte DJ Godzi, nato a Napoli e trasferitosi circa dieci anni fa a Roca Llisa, Ibiza; si è fatto un nome come DJ sulla scena musicale dell’isola, nota universalmente per la sua movida e le sue discoteche, venendo apprezzato per le sue capacità.

La sua morte è avvenuta nella notte tra il 18 e il 19 luglio 2025, proprio a Roca Llisa, nel suo alloggio. La Guardia Civil sarebbe intervenuta in quanto avrebbe ricevuto segnalazione di schiamazzi e rumori molesti nel complesso residenziale, e Noschese sarebbe morto proprio nel contesto del loro intervento sul posto.

LA VERSIONE DELLA GUARDIA CIVIL

Secondo la versione delle forze di polizia spagnole, queste avrebbero trovato DJ Godzi in forte stato di alterazione psico-fisica, causato dall’assunzione di sostanze stupefacenti, e sarebbe arrivato a minacciare ed aggredire un vicino con un coltello, tesi riportata da alcuni testimoni spagnoli ai media locali, portando quindi alla segnalazione. Con un intervento sul posto, la Guardia Civil avrebbe tentato di immobilizzare il giovane.

Secondo la tesi attualmente avvalorata dalle forze di polizia spagnole, il giovane avrebbe avuto un arresto cardiaco durante la colluttazione, portando ad un decesso e dunque escludendo l’uso di violenza diretta. Il motivo dell’arresto cardiaco accusato dal ragazzo sarebbe, secondo alcune fonti, da riconoscere all’assunzione di stupefacenti di cui è stato più volte accusato da parte della Guardia Civil.

LA VERSIONE DELLA PROCURA DI ROMA

La Procura di Roma, competente per reati commessi ai danni dei cittadini italiani all’estero, ha effettuato indipendentemente dalla Guardia Civil le sue indagini sulla vicenda, richiedendo il sequestro della salma ed effettuando le dovute verifiche e autopsie per confermare le effettive cause del decesso.

Ed è durante l’autopsia svolta in Italia che vengono riscontrati degli elementi che evidenziano ulteriormente l’ambiguità della Guardia Civil spagnola, la cui tesi era già poco avvalorata.

Secondo le perizie svolte e richieste dalla famiglia, Noschese avrebbe riportato fratture a sette costole e alla clavicola, oltre ad aver evidenziato un politraumatismo diffuso, facendo pensare ad una colluttazione ben più violenta rispetto a quella descritta dalla polizia spagnola.

Inoltre, sono da considerare le testimonianze degli amici di DJ Godzi, presenti sulla scena nel momento in cui è accaduto il fatto. Secondo le loro testimonianze, infatti, non ci sarebbe stata alcuna minaccia, sia essa fisica o mentale, nei confronti dei vicini, e inoltre Noschese sarebbe stato ammanettato a pancia in giù sul pavimento con una forte pressione fisica attuata su di lui dagli agenti.

LE CONSEGUENZE DIPLOMATICHE DI UN CASO DI OMICIDIO

Nonostante le lacune evidenti della tesi della Guardia Civil, e i riscontri invece pervenuti in Italia, non è scopo della presente analisi definire quale delle due interpretazioni dei fatti sia la più realistica, o addirittura se c’è stato un effettivo omicidio volontario perpetrato nei confronti di DJ Godzi.

Tuttavia, è imperativo evidenziare come non siano solo i grandi temi della geopolitica a causare possibili attriti tra stati e attori del sistema internazionale, ma anche vicende che agli occhi dei molti potrebbero risultare “irrilevanti” ai fini degli equilibri del mondo presente.

Nel contesto della vicenda, infatti, c’è un vero e proprio scontro istituzionale aperto tra Italia e Spagna, in quanto entrambe avrebbero interpretato i fatti in maniera contradditoria rispetto all’altro.

I media spagnoli avrebbero amplificato una narrativa più “scandalistica”, evidenziato una possibile alterazione psico-fisica causata da droghe pesanti e minacce nei confronti di altre persone del complesso residenziale; in Italia, invece, quella ad essere stata amplificata è la narrativa dell’indignazione, a causa dell’ambiguità delle dichiarazioni della Guardia Civil, delle evidenze emerse in fase di perizia sul cadavere e delle dichiarazioni dei testimoni.

Inconsapevolmente, quello che all’inizio era un caso di cronaca nera isolato, è divenuto un catalizzatore di tensione politica tra spagnoli e italiani.

Oltre al contrasto tra le due inchieste, che sembrano andare in due direzioni totalmente differenti, c’è in gioco l’immagine stessa delle forze dell’ordine spagnole, le quali vengono tutelate e difese dalle amministrazioni locali di Ibiza evidenziando il contesto di forte stress in cui queste operano.

Infine, c’è un netto contrasto tra l’opinione pubblica italiana, indignata per i fatti accaduti e fortemente contro l’operato della Guardia Civil, e il tentativo del Ministero degli Esteri italiano di mantenere aperto il dialogo con il governo spagnolo, richiedendo collaborazione durante le indagini nel contesto della cooperazione giudiziaria europea riconosciuta dall’agenzia Eurojust, ricevendo tuttavia una forte rigidità come risposta da Madrid, incentrata sulla tutela dell’operato delle sue forze di polizia.

È evidente che questo caso ha portato a galla un evidente attrito, una dissonanza tra le intenzioni di due stati che cercano di tutelare interessi differenti, seppur facenti parte tra l’altro entrambi dell’Unione Europea e di un sistema di giustizia internazionale finalizzato alla cooperazione tra stati.

Gli attriti evidenziati non influenzano solamente il rapporto tra stati, ma anche la percezione dell’opinione pubblica, delle persone che vivono la loro quotidianità, andando a toccare tematiche di soft power, portando uno stato, una proiezione dello stesso (come le forze dell’ordine spagnole, in questo caso) o un territorio specifico (come Ibiza) a perdere di credibilità e affidabilità.

Questi fattori non sono certamente sufficienti a generare un tale conflitto diplomatico da spezzare una partnership pluridecennale, ma dopotutto, nella storia è la somma a fare il totale, e bisogna fare attenzione anche agli elementi che nelle grandi dinamiche geopolitiche possono passare inosservati. Anche la morte di un DJ potrebbe, in futuro, divenire causa di attrito e di conflitto.

LA SUPERCAZZOLA DELLA DIFESA PREVENTIVA. KIEV COLPISCE L’IRAN CON LE NOSTRE ARMI E RISCHIA IL DANNO AMBIENTALE CON LA COMPLICITÀ DELL’EUROPA

di Pasquale Di Matteo

Ci risiamo.

Nel magico mondo del catechismo atlantista, dove la realtà viene costantemente corretta e riscritta come in 1984 di Orwell, per non disturbare i dogmi dei vari ministeri della Verità, abbiamo assistito all’ennesimo miracolo della semantica dei guerrafondai.

L’ultima trovata di Kiev è di quelle che lasciano il segno, letteralmente: attaccare con armi occidentali le navi iraniane nel Mar Caspio.

Geniale.

E come se avessimo prestato dei soldi al vicino per acquistare un sistema d’allarme, ma lui li usasse per pianificare una rapina a casa del dirimpettaio.

Ma non chiamatela aggressione. Per carità.

Se lo fa l’Ucraina, si tratta di “attacco difensivo”. Un po’ come quando si bombarda un territorio straniero per esportare la democrazia, o si rade al suolo una striscia di terra in nome del diritto a esistere.

La logica è lineare, quasi da bambini dell’asilo: siccome Teheran fornisce droni alla Russia, allora Kiev è autorizzata a colpire Teheran. Con le nostre armi, ovviamente. E con i nostri soldi, naturalmente.

Quindi, secondo la stessa logica, Mosca dovrebbe essere autorizzata a sparare missili su Parigi, Roma e Berlino. Ma dubito che i nostri guerrafondai abbiano compreso questa prospettiva aperta dalla loro “logica” infantile.

Nel frattempo, a Bruxelles e tra i leader europei, regna il silenzio dei complici. O, peggio, l’entusiasmo dei fessi.

IL DOGMA DELL’AGGREDITO E DELL’AGGRESSORE

Abbiamo diviso il mondo in due categorie immutabili, quasi fumettistiche: da una parte l’Aggressore, cattivo per definizione, le cui azioni sono sempre e comunque espressione del male assoluto; dall’altra l’Aggredito, buono a prescindere, a cui è concessa qualsiasi deroga al diritto internazionale, alla prudenza e persino al buon senso. Finanche al genocidio.

È la teologia del conflitto.

Se l’aggredito decide di colpire paesi sovrani terzi, non ufficialmente in guerra, l’Europa non fa domande. Annuisce e finanzia. Cioè diventa complice.

Il meccanismo è oliato e non ammette repliche.

Chi prova a far notare che colpire navi iraniane potrebbe, per pura ipotesi, allargare il conflitto e trasformare l’Europa nel bersaglio di una ritorsione incrociata, viene immediatamente bollato come “complice di Putin” o “amico degli ayatollah”, perché affibbiare etichette per screditare è l’unica arma nelle mani di chi non ha argomentazioni valide.

La complessità della geopolitica ridotta a un tifo da stadio, dove l’arbitro ha già deciso chi deve vincere e ha persino scommesso su quella partita.

Ma guardiamo ai fatti, quelli che i telegiornali di regime preferiscono far scivolare via tra i nuovi amori dei vip sotto l’ombrellone e una nuova allerta maltempo.

Le immagini satellitari mostrano vistose chiazze di petrolio nel Mar d’Azov. Ci sono navi colpite, fumo, danni ambientali di proporzioni colossali. E su di te puntano il dito perché non rottami la tua fottuta auto a gasolio per passare a una elettrica.

Altro che doppio standard. Qui la logica è da TSO.

Eppure, la narrazione ufficiale balbetta. Da un lato Zelensky si vanta dei successi militari per accreditarsi agli occhi di Donald Trump e dei finanziatori d’oltreoceano; dall’altro, quando si tratta di fare i conti con le conseguenze ecologiche e diplomatiche, si preferisce non approfondire troppo l’origine di quel petrolio che galleggia sulle acque.

Perché la verità è un lusso che la propaganda non può permettersi. Meglio la favola rassicurante della resistenza totale, anche quando questa sconfina nel disastro ambientale per tutto il pianeta.

E mentre Kiev gioca all’allargamento della guerra, per farla diventare totale, l’Europa si prepara a pagare il conto.

In Italia continuiamo a fare i conti con i prezzi dei carburanti alle stelle, per cui non ci sono i soldi che servirebbero per tagliare le accise, ma facciamo i conti anche con i decreti miliardari per l’invio di aiuti militari.

La guerra in Ucraina viene prima dei bisogni del cittadino italiano, come si evince.

Si parla di nuovi miliardi di debito per finanziare le armi da spedire a un governo che le usa per bombardare navi iraniane e pretende la corsia preferenziale per entrare nell’Unione Europea.

L’Unione Europea, nata teoricamente per garantire la pace e prevenire i conflitti sul continente, si ritrova a corteggiare un Paese che applica la dottrina degli “attacchi difensivi” su scala intercontinentale.

Se non fosse una tragedia, ci sarebbe da ridere. Immaginate un club esclusivo di astemi che decide di accogliere con urgenza un socio che si presenta all’ingresso con una bottiglia di whisky in mano e la ferma intenzione di guidare la macchina di tutti gli altri?

La diplomazia è stata sostituita da una sequenza di slogan bellicisti e richieste di Patriot.

Zelensky va a Washington, chiede scudi spaziali, si lamenta della scarsa velocità delle forniture e intanto allarga il raggio d’azione dei suoi droni.

E l’Europa guarda, paga e spera che l’Iran si mostri più responsabile e maturo di quanto non lo siano i leader occidentali.

Un paradosso straordinario: la nostra sicurezza oggi dipende dalla moderazione di Teheran e di Mosca di fronte alle nostre provocazioni.

Se la follia geopolitica avesse un premio, la classe dirigente europea lo vincerebbe quasi sicuramente.

L’unico altro contendente sarebbe Trump. Solo che lui può almeno dire che le sue follie hanno aumentato i contratti per le aziende americane e per la vendita di gas all’Europa. Perciò, agli occhi della giuria, risulterebbe meno meritevole del premio.