“Una civiltà intera morirà stanotte”, parola di Donald Trump.
Poche ore dopo, il presidente americano ha accettato di estendere l’ultimatum, poi di sospendere gli attacchi, infine ha avallato un accordo che, nei fatti, riscrive l’equilibrio di potere in Medio Oriente, in quella che non è una tregua, ma una resa mascherata da diplomazia, un cedimento strutturale della politica estera statunitense che ha lasciato sbigottiti persino gli alleati più stretti.
L’accordo, se così vogliamo chiamarlo, si poggia su dieci richieste che l’Iran ha dettato e che gli Stati Uniti, per ragioni che ancora oggi sfuggono a qualsiasi logica di sicurezza nazionale, hanno ratificato.
Le condizioni sono nette: stop definitivo agli attacchi, ritiro delle truppe USA dalla regione, risarcimento dei danni inflitti a Teheran, riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio, revoca di ogni sanzione.
Il tutto, condito dalla pretesa iraniana di mantenere il controllo sullo Stretto di Hormuz.
Prima del 28 febbraio, cioè prima dell’aggressione illegale di Israele e USA a Teheran, l’Iran non esercitava alcun controllo su quello stretto. Oggi, con la firma di questo documento, ne detiene le chiavi.
Trump, l’uomo che minacciava di cancellare una cultura millenaria, ora brinda alla pace con i medesimi interlocutori che fino a ieri bollava come terroristi e “bastardi”.
La Casa Bianca definisce questa capitolazione una “base praticabile su cui negoziare”.
Si tratta, tecnicamente, di una vittoria tattica strappata all’ultimo secondo, un espediente per evitare un tracollo dei mercati che, a ben guardare, stavano già iniziando a tremare paurosamente.
Il petrolio è crollato, certo, ma dietro la volatilità dei grafici si nasconde una realtà ben più insidiosa: la percezione, ormai diffusa nelle cancellerie di mezzo mondo, che gli Stati Uniti siano diventati una potenza che tratta sulla base dell’urgenza, senza strategia e in preda agli umori di quello che persino sua madre definiva “idiota”.
Il Primo Ministro pakistano, con Pechino alle spalle, ha recitato la parte del mediatore, invitando le parti a Islamabad, un teatro necessario, una scenografia diplomatica montata per nascondere il vuoto delle discrepanze tra le versioni ufficiali.
Nella versione del piano pubblicata in farsi, Teheran ha inserito esplicitamente la clausola di “accettazione dell’arricchimento dell’uranio per il programma nucleare civile”, ma questa frase, stranamente, è scomparsa nelle traduzioni fornite ai diplomatici occidentali e ai media internazionali.
Gli americani non l’hanno letta? O hanno preferito ignorarla per poter annunciare una tregua che salvasse il portafoglio di Wall Street, sacrificando nel frattempo la sicurezza a lungo termine di Israele?
Netanyahu sostiene di rispettare il cessate il fuoco, intanto, le operazioni in Libano proseguono, i raid israeliani non si sono fermati. E allora, a cosa serve questa tregua?
A ricaricare i missili, a spostare le truppe, a permettere ai mercati di respirare prima del prossimo shock?
Il “cessate il fuoco bilaterale” è un’illusione ottica: da una parte, l’Iran ha ottenuto la legittimazione del suo programma missilistico e nucleare sotto l’ombrello di un accordo che ne garantisce l’immunità; dall’altra, l’amministrazione americana ha barattato la propria egemonia regionale con una tregua che nessuno, a Teheran come a Washington, crede possa reggere oltre i quindici giorni previsti.
E poi c’è il Libano. Il grande escluso.
Nonostante il Pakistan avesse insistito affinché il cessate il fuoco includesse il fronte libanese, l’intesa finale ne omette quasi ogni menzione.
Hezbollah non è stato smantellato. Il partito milizia ha rafforzato il proprio radicamento, mentre le potenze occidentali assistono a uno spettacolo di trasformismo politico che ha dell’incredibile.
La politica interna italiana, nel frattempo, arranca.
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha difeso l’accordo con una lucidità che, seppur corretta sul piano formale, suona come una giustificazione dell’inevitabile. “Nessun governo ha mai messo in discussione questi accordi, li abbiamo presi e applicati”, ha dichiarato in aula.
Tradotto: siamo parte della NATO, siamo alleati degli Stati Uniti, e se Washington decide di capitolare, noi dobbiamo per forza applaudire.
Il M5S e le altre opposizioni protestano, ma è un rumore di fondo, perché tutti gli altri sono, chi più chi meno, zerbini della Casa Bianca.
Il vero nodo non è cosa pensano i partiti italiani, ma il fatto che la nostra intera politica estera sia ostaggio di una rotta che viene decisa a migliaia di chilometri di distanza da un uomo che, nel giro di ventiquattro ore, è passato dall’essere un criminale di guerra e contro l’umanità a un mediatore.
Le foto che immortalano Giorgia Meloni insieme a figure legate al mondo degli affari, che ora emergono come presunti contatti in indagini giudiziarie, descrivono un panorama desolante.
Il sottosegretario Nicola Molteni, della Lega, e Giorgio Mulé di Forza Italia, insieme a esponenti di spicco come Renato Brunetta e Angelino Alfano, appaiono in un intreccio di contatti che tolgono il sonno.
Nessuno di loro risulta indagato, sia chiaro, ma la sovrapposizione tra la politica di alto livello e gli ambienti occulti dell’economia e dei clan malavitosi solleva interrogativi che rimangono senza risposta. La premier Meloni ha scelto di ignorare, o di minimizzare.
Eppure, il marciume emerge. Come riportato da Davide Milosa, il sistema di potere descritto dalle cronache giornalistiche non è un incidente di percorso, ma una modalità operativa consolidata.
I mercati, dal canto loro, hanno dato il verdetto. La volatilità del VIX è scesa, l’oro ha ripreso slancio, perché gli investitori, in questo mondo distopico, non cercano la stabilità, ma solo di capire da che parte cadrà la moneta il prossimo lunedì.
La stanchezza di un’amministrazione americana che non ha più la forza, o la volontà, di reggere il peso della sua stessa egemonia si specchia nella disinvoltura con cui leader autoritari come Xi Jinping si inseriscono negli spazi lasciati liberi.
La Cina sta tessendo la tela, offrendo all’Iran una sponda che gli Stati Uniti hanno deciso di non negare per non autodistruggersi.
Che cosa resta, quindi, di questa vicenda che somiglia a un teatro?
Resta un documento firmato in fretta e furia, resta la consapevolezza che il Diritto internazionale è diventato una variabile dipendente dal prezzo del barile e dalla bandiera dei attori sul palco, e resta la domanda che tormenta ogni osservatore onesto: se l’amministrazione Trump ha accettato condizioni che un anno fa avrebbe considerato inaccettabili, quale sarà la prossima concessione e che fine farà la credibilità di Washington?
Il cessate il fuoco è solo un nome.
La guerra continua, sotto altre forme, con altri attori, in altri teatri. Le macerie in Libano restano lì a testimoniare che la tregua, per chi vive sotto le bombe, non è mai arrivata.
Washington continua a dire che la situazione è sotto controllo, così come, fino una settimana fa, voleva il regime change e giurava che l’Iran era distrutto, salvo rimangiarsi completamente la parola.
Teheran continua ad armarsi e noi, spettatori di una partita a scacchi giocata da chi non conosce neppure le regole, restiamo a guardare il prossimo capitolo, sapendo bene che questa non è stata una vittoria, ma una delle più sonore sconfitte dell’America.
A chi giova questa pace armata?
Non all’Europa, schiacciata dal peso di politiche energetiche miopi, che la espongono a ogni variazione di prezzo di uno stretto che non può difendere.
Non al popolo iraniano, che rimane sotto il tallone di una leadership che ha saputo trasformare una crisi in un’occasione di sopravvivenza e di rivalsa, facendosi amare anche da parte di quel popolo che avrebbe voluto cacciarla, pur di cacciare gli aggressori criminali.
La vittoria, semmai, è di chi ha saputo attendere, di chi ha capito che in una partita in cui non ci sono più alleati, ma solo interessi, la parola data vale meno di un contratto di fornitura energetica.
La verità è sepolta nei verbali mancanti, nelle traduzioni edulcorate e nelle strette di mano davanti ai fotografi. Tanto ci siamo abituati ai capricci dell’America, che sa trasformare tagliagole di Al Qaeda in leader democratici, in giacca e cravatta, dalla sera alla mattina, come fatto in Siria.
Quando il fumo si diraderà, non resterà traccia di diplomazia, ma solo la certezza che il mondo di ieri è finito e quello di domani è già in mano a chi ha saputo dettare le proprie condizioni, con freddezza.
Resta solo da capire se la ritirata degli Stati Uniti sia un ripiegamento tattico o l’inizio di un lungo, inesorabile tramonto.
Prima del 28 febbraio, Hormuz era libero, l’Iran non aveva l’atomica, come confermato dall’AIEA, e i paesi del Golfo garantivano petrolio e gas all’Occidente, anche grazie alla presenza di basi americane.
Oggi, Hormuz è sotto il controllo iraniano, le basi americane sono per lo più danneggiate o distrutte, i paesi del Golfo stanno rivalutando la bontà della loro presenza nei propri territori, l’Iran correrà verso la bomba atomica, visto che l’Occidente, anziché difendere il Diritto internazionale, imponendo sanzioni a Israele e USA, ha preferito appoggiare gli aggressori, e il popolo israeliano è condannato a un futuro di instabilità e insicurezza.
Ma qual è il prezzo reale che pagheremo tutti per questo disastro in Medio Oriente è ancora difficile da quantificare.



