IL NUOVO ORDINE MONDIALE NEI GIOCHI DI POTERE DEL 2026

Le petroliere che danzano lungo lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia dove il respiro energetico del pianeta può essere strozzato in un battito di ciglia, ricordano all’Occidente che la sua stessa esistenza è molto più fragile di quanto abbiano veicolato per decenni i film di Hollywood.

Sono puntini su una mappa che Donald Trump osserva con i suoi consiglieri, con la cornetta ancora calda tra le dita, dopo sessanta minuti di colloquio con Vladimir Putin, e una visione della geopolitica che non è questione di principi morali, di trattati e di Diritto internazionale, come richiederebbe il ruolo che ricopre, quanto piuttosto un brutale esercizio di bilanciamento tra pesi e contrappesi, un mercato delle vacche dove la carne sul piatto è la sovranità dei popoli.

La telefonata del 9 marzo 2026 tra Trump e Putin segna l’atto di nascita del cosiddetto “Grande Scambio”, un’operazione che trasforma l’Ucraina in una fiche di scambio per isolare definitivamente Teheran.

Mentre la retorica ufficiale parla di pace e de-escalation, la sociologia della comunicazione ci insegna a guardare sotto il tappeto delle parole: Trump sta offrendo a Putin il riconoscimento delle “nuove realtà territoriali” a est del Dnepr, una concessione che farebbe tremare i leader europei, ma in cambio esige il divorzio di Mosca dai Mullah.

È una Realpolitik feroce, che vede la Russia passare dal ruolo di paria internazionale a quello di arbitro forzato, costretta a scegliere tra il consolidamento dei propri confini imperiali e la lealtà verso un alleato iraniano che, ormai, è diventato un peso morto nella gestione del potere.

Ma l’Iran non è il Venezuela, e nemmeno l’Iraq; è un colosso geografico e socioculturale, un organismo complesso che non si piega sotto la sola minaccia dei bombardamenti chirurgici, come le inchieste più attente hanno spesso tentato di spiegare a un’opinione pubblica sedata dai titoli sensazionalistici della propaganda occidentale.

L’idea che un cambio di regime a Teheran possa avvenire senza un’invasione di terra massiccia è una pericolosa allucinazione, poiché l’altopiano iranico, con la sua estensione quattro volte superiore a quella italiana, rappresenta un labirinto difensivo che richiederebbe uno sforzo bellico senza precedenti negli ultimi trent’anni. Uno sforzo economico che, a oggi, la NATO intera non può permettersi.

Eppure, la scommessa di Washington gioca su un altro tavolo: quello della fragilità interna del regime, un sistema che Trump tenta di scardinare alternando minacce nucleari a promesse di nuovi leader già pronti nell’ombra, in una danza comunicativa studiata per generare paranoia tra le fila delle Guardie della Rivoluzione.

In questo scacchiere, la Cina osserva con la pazienza millenaria che la contraddistingue, ma il suo presunto sostegno incondizionato all’Iran è un mito che crolla sotto il peso dell’evidenza economica.

Pechino, guidata da un pragmatismo che confina con il cinismo, ha investito somme astronomiche nelle infrastrutture dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, partner che oggi le garantiscono un flusso di greggio ben più vitale di quello iraniano.

Se le armi cinesi vendute a Teheran dovessero colpire i pozzi sauditi o le raffinerie degli Emirati, Xi Jinping vedrebbe i propri investimenti andare in fumo in un istante, quindi, nella sfida globale tra blocchi, la Cina preferirà sempre un “compromesso venezuelano” – ovvero restare a guardare mentre un alleato cade – piuttosto che scendere in trincea contro gli Stati Uniti in un conflitto che distruggerebbe il commercio mondiale, su cui Pechino ha costruito il suo impero.

Sullo sfondo, il paradigma energetico agisce come il vero motore invisibile della storia.

Mentre il cittadino medio americano impreca contro la benzina a tre dollari al gallone, i vertici dell’industria del fracking negli Stati Uniti brindano segretamente, consapevoli che ogni picco di tensione in Medio Oriente trasforma le loro attività in miniere d’oro nero.

Questa è la grande contraddizione del populismo trumpiano: la sofferenza economica del consumatore domestico, alimentata dall’inflazione, diventa il carburante necessario per finanziare l’indipendenza energetica americana, rendendo gli USA non solo spettatori, ma beneficiari netti di una crisi che mette in ginocchio l’Europa e l’Asia.

L’isolamento dell’Iran, mediato dal disimpegno russo in Ucraina, è il segnale che il mondo sta scivolando verso un nuovo bipolarismo asimmetrico, dove gli Stati Uniti tornano a esercitare una forza capace di smantellare gli assi avversari pezzo dopo pezzo.

Un gioco d’azzardo che, tuttavia, non è più controllato soltanto da loro, ma dipende dalla volontà di Mosca e di Pechino. Soprattutto la Cina non ha motivo di entrare in guerra adesso, rischiando di perdere la leadership mondiale che arriverà a breve, grazie anche allo strapotere energetico quasi esclusivo di terre rare e altri materiali indispensabili per alimentare le AI, perciò, preferisce restare a guardare le mosse disperate dell’impero americano, che, come tutti gli imperi giunti alla fine, diventano folli.

Inoltre, la follia americana è un gioco che crea danni enormi alla stabilità mondiale, perché l’Iran non perderà mai una guerra contro gli USA quand’anche Washington vincesse questa battaglia e piantasse la bandiera a stelle e strisce a Teheran.

Gli iraniani trasformerebbero la guerra in terrorismo, in Iran e nel resto del mondo. E, dopo vent’anni, i marines sarebbero costretti a ritirarsi, come già fatto in Afghanistan e altrove, lasciando il Paese nel caos.

Senza dimenticare che quest’aggressione contraria al Diritto internazionale, perciò, illegale, nasce ancora di più dal desiderio espansionistico del ricercato per crimini di guerra e contro l’umanità che governa Israele, azioni che regalano agli israeliani decenni di rabbia e di terrorismo con cui dovranno convivere per salvare Netanyahu dai tribunali interni e internazionali.

La possibile vittoria di questa battaglia di Trump non si gioca in Mesopotamia, ma nella capacità di convincere Putin che il suo futuro è più sicuro come guardiano del fianco est che come complice di una Teheran sull’orlo del baratro.

Anche perché Putin, in questo momento, è cento volte più forte del mese scorso. Con il petrolio e il gas alle stelle, la Russia incassa trilioni di dollari in più. Inoltre, se la ride per come ora l’Europa sia costretta a chiedergli aiuto per non scegliere di aprire le aziende a giorni alterni.

È una partita a scacchi giocata con le vite di milioni di persone, dove la comunicazione diventa l’arma di distrazione di massa e l’economia il boia che esegue la sentenza, lasciando il resto del mondo a chiedersi quale sarà il prossimo sacrificio necessario per mantenere in piedi il precario equilibrio del potere.

Tutto mentre si avvicinano le elezioni di medio termine in America, dove per Trump sarà difficile non essere travolto dall’indignazione di chi lo ha votato perché chiudesse le guerre e perché pensasse prima all’America, invece, si ritrova con una politica sbilanciata su “Prima Israele” e con un presidente disposto anche a scatenare la Terza e Ultima Guerra mondiale pur di scappare ai file Epstein.

L’unica vera sconfitta globale resta l’Europa, i cui leader possono solo restare a guardare e balbettare che non ci sono prove evidenti per schierarsi da una parte o dall’altra, dimentichi dell’esistenza di quel Diritto internazionale per cui ci hanno massacrato gli zebedei per quattro anni e delle evidenze dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), che ha sancito la totale assenza di sviluppi di armi atomiche in Iran.

Ma si sa: tra chi tiene il guinzaglio e chi lo ha intorno al collo, è il primo a pensare e a decidere.

E, in Europa, nessuno ha qualcosa in mano che non sia aria fritta o cocci di scelte politiche scellerate che, oggi, presentano il conto devastante agli europei.

NON SBAGLIAMO QUASI MAI! 

di Danilo Preto

Quando pochi mesi fa storcevamo il naso per la sbandierata mancanza di fantasia e di creatività di molti brand storici del mondo della moda, non sapevamo ancora di essere così lungimiranti. 

Il richiamo costante al passato ci aveva indotto a pensare che non ci potessero essere altre strade per rinverdire il fascino di un’arte così ben posizionata sul fronte dello stile, dell’economia e del lavoro (non solo quello sartoriale). Anche se le produzioni erano posizionate ben lontano dall’Italia.

Almeno fino all’altro ieri. Poi le burrasche. Prima fra tutte quella che ha riguardato i creatori, poi gli scricchiolii finanziari e, se ce ne fosse ancora bisogno, l’abbandono della vita terrena di icone come quelle di Giorgio Armani e Valentino Ludovico Clemente Garavani.

Non è certo colpa loro se hanno dovuto abbandonare la loro pluridecennale appartenenza a questo mondo e al mondo dell’haute couture. Si nasce sapendo che un giorno dovremo morire. Ma con loro è morta certamente anche la moda che ha fatto grande l’Italia nel mondo. 

Quello che è meno spettacolare oggi è scoprire che bisogna vestirsi come i nostri nonni. Ammetto, Io su questo sono molto agevolato. Basta una spolveratina, un ritocchino qui, un cambio di bottoni là e sono già a posto. 

Forse non mi sarei mai immaginato che adesso potrei vestirmi Posh Grandpa senza nessuna vergogna. Anzi godendo di una protezione estetica e grammaticale senza paragoni.

Non solo. A me andrà anche meglio pensando di risparmiare sui nuovi acquisti per l’adeguamento del mio guardaroba, perché tanto basta recuperare quello che è ammissibile (esteticamente) alla luce di quello che si legge e si vede sulle testate di moda. 

Io lo metto come risparmio agevolatore del mio vivere quotidiano ma so che, se lo vado a sbandierare, rischio di essere considerato solo “risparmino”, non al passo con i tempi e quindi demodé. Definizione terribile: demodè.

A questo punto niente di più falso! Farò “spallucce” e accetterò anche questo. Non tutti sanno riconoscere le “nuove” tendenze che indosso!

Posh Grandpa: sì, questo è il termine, Posh Grandpa, termine che riscrive il passato introducendo il “nuovo” stile che tutti possono indossare ad iniziare dalle giovani rampolle in cerca, se non a caccia, nel guardaroba delle nonne, di reminiscenze estetiche ritornate improvvisamente di moda. 

Un gioco semplice: riscoprire tutto quello che potete trovare descritto nelle nuove tendenze pubblicate dalle riviste di moda 2026, è un gioco da ragazzi. Pardon. ragazze!

Guardate che non è uno scherzo, per saperne di più e soprattutto per sapere che io non scherzo (su queste cose), vi invito a leggere l’articolo che allego…

CENERE SU TEHERAN E SETE NEL GOLFO. L’ULTIMO AZZARDO DELL’EGO-POLITICA MONDIALE

Teheran non è avvolta da una coltre densa e bituminosa, il respiro nero dei depositi petroliferi sventrati che sale verso la stratosfera per ricordare al mondo che la diplomazia del dialogo è stata ufficialmente sepolta sotto i raid chirurgici dell’asse Washington-Gerusalemme.

Mentre l’odore acre del greggio bruciato impregna i vestiti dei civili nella capitale iraniana, a centinaia di chilometri di distanza, il silenzio spettrale che regna nelle sale macchine di un impianto di desalinizzazione in Bahrain racconta una storia speculare e forse più terribile grazie al drone kamikaze che ha messo fuori uso le turbine, recidendo il nervo scoperto della sopravvivenza biologica nel deserto.

In questo scenario da apocalisse energetica, l’Iran ha smesso di giocare di rimessa e ha inaugurato una strategia di “malvagità calcolata” che mira a far crollare la stabilità artificiale delle monarchie del Golfo, scommettendo sul fatto che, una volta esaurite le riserve d’acqua potabile, le élite locali e le popolazioni assetate preferiranno la rivolta contro l’egemonia di Donald Trump e Benjamin Netanyahu piuttosto che una morte lenta tra le dune dorate della propria opulenza tradita.

Altro che Vietnam!

IL SANGUE DEI SUCCESSORI E L’ILLUSIONE DELLA DECAPITAZIONE

Nel cuore di questa tempesta di fuoco, un annuncio giunto dai palazzi del potere di Teheran ha rimescolato le carte di un mazzo che molti analisti credevano di conoscere: Mojtaba Khamenei è ufficialmente la nuova Guida Suprema, un passaggio di testimone che non rappresenta solo una successione dinastica, ma la risposta sociologica di un impero che si compatta di fronte all’aggressione esterna.

Gli strateghi del Pentagono e i falchi del Mossad avevano scommesso per anni sulla “decapitazione” del regime, ipotizzando che l’eliminazione dei vecchi vertici avrebbe innescato un vuoto al vertice e una conseguente resa incondizionata, ma la violazione del Diritto internazionale di Washington e Tel Aviv è stata un catalizzatore di orgoglio nazionale.

Non contenti, Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno già confessato un altro crimine internazionale di fronte al mondo, questa volta preventivo: “Non durerà. Lo uccideremo” hanno detto alle telecamere, riferendosi alla nuova guida dell’Iran, confessando un omicidio con la stessa spavalderia di mafiosi che sanno di poter far saltare in aria eventuali giudici che dovessero ricordare che esisterebbero leggi da rispettare.

Entrambi i mafiosi d’Occidente, tuttavia, non comprendono che i loro comportamenti cementano il legame tra l’apparato militare dei Pasdaran e la legittimazione religiosa, rendendo la strategia del Regime Change un vicolo cieco dove l’unico risultato certo è l’indurimento della resistenza interna, lo sconquasso totale del Medio Oriente, che insorgerà contro Israele e USA, e il compattamento ancora più saldo tra Russia e Cina.

Bisogna ricordare che a mantenere in piedi l’economia zoppicante degli USA, soffocata dal più grande debito al mondo, sono proprio i petroldollari dei paesi del Golfo. Se non entrassero più in America, anche la popolazione americana potrebbe riversarsi nelle strade e non solo con dei cartelli in mano.

L’EGO DI STATO: QUANDO LA GUERRA DIVENTA UN PARACADUTE ELETTORALE

Mentre il costo della guerra inizia a gravare pesantemente sui contribuenti americani, con Paul Krugman che osserva attonito i miliardi di dollari in tecnologia THAAD bruciare in pochi giorni di schermaglie missilistiche, la cabina di regia politica del conflitto appare sempre più simile a un confessionale per leader in cerca di redenzione.

Donald Trump, stretto nella morsa di un debito pubblico federale che galoppa oltre i 35.000 miliardi, inseguito dalle ombre dei file Epstein e delle tensioni provocate dai miliziani dell’ICE, ha trovato nel conflitto iraniano il perfetto generatore di consenso attraverso l’effetto “Rally ‘round the flag”, trasformando la geopolitica in una forma estrema di intrattenimento elettorale.

Anche se una fetta di americani sempre più larga potrebbe travolgerlo alle elezioni di medio termine, rendendolo un manichino privo di potere confinato alla Casa Bianca.

Dall’altra parte, Benjamin Netanyahu utilizza i cieli anneriti dell’Iran come un paravento mediatico per seppellire i suoi processi per corruzione e le critiche internazionali sui massacri di Gaza e sui crimini di guerra e contro l’umanità per cui è un ricercato internazionale, trascinando Washington in un abbraccio fatale dove l’alleanza diventa l’ostaggio delle ambizioni personali di un uomo che non può permettersi la pace per non finire il resto dei suoi giorni in galera.

ORO NERO, GAS E LITIO: LA GEOPOLITICA DELLE VISCERE

Dietro la retorica dei valori e della sicurezza, c’è l’economia estrattiva, con gli Stati Uniti che puntano apertamente alla privatizzazione della National Iranian Oil Company e al controllo delle seconde riserve mondiali di gas naturale per rubare altre materie prime ai legittimi proprietari e obbligare definitivamente l’Europa a una dipendenza energetica transatlantica.

Non è solo una questione di idrocarburi, poiché i massicci giacimenti di litio scoperti ad Hamedan rappresentano il vero bottino di guerra della transizione tecnologica futura, una risorsa che l’Occidente intende sottrarre all’orbita dei BRICS+ e della “Nuova Via della Seta” cinese per impedire a Pechino e Mosca di consolidare un asse eurasiatico autosufficiente.

È una partita a scacchi giocata sulle rotte di Hormuz, dove ogni colpo alle infrastrutture energetiche nemiche è un tentativo di “fiaccare le ali” all’avversario, ignorando però che le risorse militari americane stanno finendo: sprecare gli intercettori THAAD contro Teheran potrebbe lasciare il “cortile di casa” e il Pacifico scoperti di fronte alla vera minaccia che attende nell’ombra: l’asse Cina e Russia.

IL DESERTO DELLA RAGIONE E IL PIANO B CHE NON ESISTE

Ci troviamo di fronte a un paradosso sociologico dove la superpotenza più avanzata del pianeta agisce con un’irrazionalità quasi infantile, – di chi è quasi al tappeto, come gangster che non hanno più nulla da perdere, – convinta che il mondo possa essere governato attraverso il bluff dell’ego-politica e la distruzione dei beni primari.

Il colpo inferto agli impianti idrici del Bahrain è il segnale che l’Iran ha compreso la fragilità dei suoi vicini, trasformando l’acqua potabile in un’arma di pressione psicologica che potrebbe indurre le élite arabe a riconsiderare l’autorità di chi le ha trascinate in questo inferno.

Anche Israele è sotto una pioggia di missili senza precedenti, tanto che il regime di Netanyahu ha dovuto introdurre una legge che vieta di postare video e foto delle devastazioni, divieto affiancato alla minaccia di 5 anni di carcere per i trasfressori.

Legge che non sarebbe certamente stata introdotta se Netanyahu si fosse potuto vantare di danni limitati e occasionali.

Senza un “Piano B” che vada oltre la decapitazione dei vertici e la frammentazione etnica del paese, gli Stati Uniti rischiano di risvegliarsi in un Medio Oriente dove anche l’eventuale vittoria militare si trasformerebbe in un deserto di instabilità permanente, dove Mojtaba Khamenei, o chi verrà dopo di lui, regnerà su una popolazione compattata dall’odio e dove la sete sarà l’unica vera sovrana di una regione che aveva sognato la prosperità ed è finita a contare i cadaveri sotto un sole oscurato dal fumo del suo stesso petrolio e dai paesi più guerrafondai e pericolosi sul pianeta: Stati Uniti d’America e Israele.

L’IPNOSI DEL PREDATORE E IL VUOTO DELLE DEMOCRAZIE

Mentre le dita scorrono frenetiche su schermi retroilluminati, consumando l’orrore di un bombardamento a Beirut o l’ennesimo lancio di missili balistici come se fossero granelli di sabbia in una clessidra digitale, la verità non è più l’obiettivo del giornalismo, ma è diventata un sottoprodotto dell’intrattenimento, un’estroflessione della propaganda del cinema di Hollywood.

E la propaganda crea pletore di sonnambuli che, non appena provi a fare analisi che non siano supportate dalle tesi dell’esperto del Bar Sport, ma da riviste specializzate, tra cui Limes, commentano “sì, ma la Russia che doveva arrivare a Lisbona, non ha ancora vinto in Ucraina, perciò, anche gli USA non hanno alcuna difficoltà in Iran”.

Pletore di storditi dalla propaganda, che ha fatto dimenticare loro che Draghi e i nostri leader europei giuravano che le nostre sanzioni dirompenti avevano avuto effetti dirompenti e che Mosca aveva le settimane contate, nel lontano 2022.

Purtroppo, l’abuso di dati e il lavaggio del cervello con la revisione dei fatti non serve a illuminare la coscienza, ma a dilatare un’ignoranza rassicurante, offrendo l’illusione di comprendere un mondo che, nel frattempo, viene smembrato dalla logica del più forte.

La notizia oggi non chiede di essere analizzata e capita, ma deve essere divorata.

Deve sparire entro ventiquattr’ore per lasciare spazio alla prossima ondata di sdegno, impedendoci di vedere come il collasso della complessità stia spianando la strada a una nuova stirpe di leader politici: gli “Ipnocrati”.

IL TRIONFO DELL’IPNOCRATE E IL FALLIMENTO DEI CONTRAPPESI

Tra questo nuovo gruppo elitario eccelle la figura di Donald Trump, un predatore politico che ha compreso, prima di chiunque altro, che il potere contemporaneo non sta nel comando formale, ma nell’occupazione totale della percezione pubblica.

Il presidente USA non rompe semplicemente l’ordine liberale, ma riempie il vuoto lasciato da una classe dirigente democratica che, per paura di sporcarsi le mani con la realtà compromessa della politica, si è ritirata, in una sterile gara di purezza morale.

Trump chiede la resa incondizionata dell’Iran, ma non è una mossa politica, bensì un atto di forza ipnotico, mentre il sistema americano dei “pesi e contrappesi” sembra essersi liquefatto, tant’è che il Congresso osserva inerte e gli apparati di intelligence, pur consapevoli del disastro imminente, non hanno più le leve per frenare un impulso bellico che risponde ormai solo alla logica dello spettacolo.

La tattica di Trump del “mordi e fuggi”, quell’idea brutale di un abbonamento al bombardamento dove si devasta l’avversario per dieci giorni per poi offrire un finto dialogo mentre si ricaricano le batterie dei missili intercettori, è la negazione della strategia geopolitica tradizionale, ed è l’esaltazione della guerra, trasformata in una serie di cicli di consumo distruttivo.

Una tattica che in Iran si sta impantanando, perché ora Trump è in scacco, anche se la propaganda dice il contrario: i Patriot costano fino a 3 milioni di dollari l’uno e cominciano a scarseggiare, tant’è che Zelensky si lamenta perché non arrivano più in Ucraina. Di contro, i droni iraniani costano circa 20.000 euro l’uno e l’Iran ne produce oltre 400 al giorno.

I danni che l’Iran ha già inflitto alle basi americane e alle strutture petrolifere nel Golfo sono ingenti. Così come la stessa Tel Aviv è stata colpita duramente, ma è difficile che vi arrivino video o foto perché il regime di Netanyahu ha imposto fino a cinque anni di carcere per chi pubblichi foto o video delle devastazioni.

Ma arrivano i racconti di chi ha parenti o amici in Israele, che confermano una situazione molto critica.

Trump potrebbe smettere, ma dimostrerebbe di aver fallito l’azione militare. Può continuare, ma distrugge l’economia dell’Occidente e in primis quella degli USA. Già adesso la Lega Araba ha fatto sapere che rivedrà gli accordi economici con Washington.

E i paesi arabi sono i primi finanziatori del debito e dell’economia a stelle e strisce, sono le macchine che tengono in piedi un moribondo soffocato da un debito enorme. Cosa che, stranamente, la nostra propaganda dimentica di ricordare a chi legge.

LA CARNE DI NABI CHIT E LA MATEMATICA DEL SANGUE

Anche il Libano orientale ci racconta una storia diversa, fatta di carne e macerie, dove un’operazione israeliana volta alla ricerca dei resti di un pilota scomparso nel 1986 si trasforma in un’ecatombe di civili.

È l’atroce paradosso della memoria che uccide il presente: si scava nel fango alla ricerca di quel pilota, Ron Arad, e, nel processo, si creano nuove tombe per intere famiglie, mentre il cielo sopra Tel Aviv, Manama e Abu Dhabi si accende di scie di fuoco che i sistemi di difesa tentano disperatamente di neutralizzare.

Ma dietro lo spettacolo dei sistemi Patriot e THAAD si nasconde un’asimmetria industriale che l’Occidente si ostina a ignorare: secondo i dati più freddi e lucidi, l’industria bellica dellintera NATO produce in un anno intero ciò che i suoi avversari riescono a sfornare in soli tre mesi.

E non si tratta solo di una crisi militare, ma di un fallimento economico e logistico di proporzioni storiche.

L’Iran, con i suoi oltre 2.500 missili balistici pronti al lancio, non è il “nemico debole” dipinto dalla propaganda occidentale, quello che doveva cadere in poche ore, poi in quattro settimane, ora almeno in otto, ma è un attore che ha imparato a sfruttare la lentezza burocratica delle democrazie post-industriali.

LA GEOPOLITICA DELL’ACQUA E IL DESTINO DELL’ITALIA

Masoud Pezeshkian tenta una de-escalation tattica con scuse che sanno di necessità economica per riaprire lo Stretto di Hormuz, – da ieri, chiuso solo per le imbarcazioni USA e Israeliane.

E mentre quel polmone energetico, da cui dipende il respiro dell’India, del Giappone e di gran parte dell’Europa, viene riaperto parzialmente, il progetto di Benjamin Netanyahu rivela una profondità che va ben oltre la semplice caccia ai vertici di Hezbollah.

L’obiettivo reale è il controllo del Libano meridionale fino al fiume Litani, che non serve solo a garantire la sicurezza, ma a impossessarsi delle risorse idriche e a creare un bastione difensivo permanente che ridisegni i confini del Medio Oriente.

In questo scacchiere di fuoco, l’Italia non è più uno spettatore protetto da un ombrello atlantico ormai bucato, ma è diventata un bersaglio tecnicamente raggiungibile dai missili balistici iraniani come il Khorramshahr-4.

La presenza delle basi americane sul nostro territorio, un tempo simbolo di sicurezza, oggi ci espone a un rischio di coinvolgimento involontario che la nostra classe politica gestisce con mezze frasi e silenzi imbarazzati, di chi dimostra la stessa comprensione di chi ti scrive sui social, “sì ma la Russia…”, mentre la censura militare israeliana impedisce persino di conoscere la reale entità dei danni subiti, infliggendo cinque anni di carcere a chi pubblica video e foto, lasciandoci brancolare nel buio di una verità filtrata dalla loro propaganda.

IL DOVERE DI ABITARE IL CONFLITTO

La sfida che le democrazie liberali hanno davanti non è quella di trovare un leader “santo” o una soluzione indolore, perché la politica, per sua natura, è il terreno dell’imperfezione e del rischio calcolato.

Se la sinistra e i movimenti democratici continueranno ad arretrare davanti al “fango” del compromesso o alla complessità delle azioni di forza necessarie, il vuoto che lasceranno dietro di sé non resterà mai tale: sarà sempre occupato da predatori spregiudicati che sanno come trasformare il caos in consenso e in un modo per sfuggire a processi e inchieste, proprio come Trump e Netanyahu.

Dobbiamo avere il coraggio di guardare oltre l’ipnosi dello schermo, di comprendere che una guerra decisa da pochi non può diventare il destino del mondo senza una cornice multilaterale che ne legittimi le ragioni e ne limiti le conseguenze, anche se i criminali sono i santi israeliani e i potenti statunitensi.

In un mondo che consuma il dolore in ventiquattr’ore, il nostro dovere primario è restare vigili, rifiutare le narrazioni semplificate della propaganda e dei politici da bar.

Soprattutto, il nostro dovere è tornare a occupare lo spazio della decisione politica con la consapevolezza che il vuoto, una volta riempito dal predatore e dagli statisti da bar, non restituisce mai la libertà senza un prezzo di sangue incalcolabile.

PERCHÉ GLI STATI UNITI SONO DESTINATI A PERDERE E CON ESSI IL MONDO CHE CONOSCEVAMO

IL RANTOLO DI UN’EGEMONIA, L’ASSASSINIO DI UN ORDINE

Il 28 febbraio 2026 non è stato solo il giorno in cui i missili hanno squarciato il cielo sopra Teheran, spegnendo per sempre la parabola terrena di Ali Khamenei, ma è stato il momento esatto in cui la storia del “secolo americano” ha smesso di essere scritta, entrando in una fibrillazione terminale che nessuna manovra di rianimazione geopolitica potrà curare.

L’assassinio della Guida Suprema iraniana, lungi dall’essere il colpo di grazia a un regime stanco, si è rivelato il detonatore di una trappola che l’Iran preparava da vent’anni, una strategia di resistenza asimmetrica che Teheran ha meticolosamente coltivato nelle ombre, trasformando il proprio territorio in un magnete per il suicidio imperiale degli Stati Uniti, al cui confronto, la guerra in Vietnam sarà ricordata come una scampagnata con qualche intoppo.

L’illusione di una guerra chirurgica è svanita nel volgere di poche ore, così come la spavalderia di Trump sulle quattro settimane al massimo di guerra, lasciando il posto a una realtà in cui l’invincibilità tecnologica del Pentagono si scontra con la logistica della disperazione e la pazienza millenaria della Persia.

LA MATEMATICA DELLA SCONFITTA: L’OBSOLESCENZA DI UN GIGANTE

Gli analisti militari indugiano ancora su mappe e spostamenti di truppe, ignorando che la guerra contemporanea ha smesso di essere un esercizio di occupazione territoriale per diventare una spietata equazione economica che vede Washington dalla parte sbagliata della virgola. E sempre più dopo il segno meno.

È tragicomico vedere un cacciatorpediniere da due miliardi di dollari lanciare missili intercettori da tre milioni l’uno per abbattere uno sciame di droni Shahed che costano quanto un’utilitaria, una dinamica che sta prosciugando le riserve di munizioni americane a una velocità che l’apparato industriale di uno Stato in debito cronico non può minimamente compensare.

Mentre l’Iran può costruire 400 droni al giorno, e ne dispone già di almeno 80.000, il complesso militare-industriale americano è una cattedrale barocca progettata per le sfide della Guerra Fredda, un gigante d’acciaio che oggi arranca contro la “fluidità” iraniana, fatta di proxy war, mine intelligenti e una capacità di logoramento che mira a rendere ogni ora di presenza statunitense nel Golfo un buco nero finanziario.

Non è solo una questione di proiettili, ma di “credibilità dell’invincibilità”: quando l’aura di intoccabilità dell’egemone viene bucata da tecnologie a basso costo, anche il consenso internazionale evapora, lasciando il re nudo di fronte ai suoi stessi alleati.

Avviene così anche nelle compagnie, quando lo spaccone del gruppo, una volta preso a schiaffi da un mingherlino che non ti aspettavi, si trasforma nel fesso che tutti abbandonano.

Per di più, in questo caso, il fesso è il più indebitato sul pianeta e rischia di vedere in mutande i suoi primi finanziatori, quei paesi arabi che investono trilioni di petroldollari in America, e che l’Iran ha messo in scacco.

Il rischio è che, disperato e senza più carte in mano, a partita persa il giocatore d’azzardo alla Casa Bianca decida di usare armi atomiche, scatenando la Terza Guerra mondiale. Che sarebbe anche l’ultima.

IL CORDONE OMBELICALE RECISO: IL COLLASSO DEL PETRODOLLARO E DELLA BOLLA TECH

La vera linea del fronte non corre lungo i confini dell’Iraq o della Siria, ma attraverso lo Stretto di Hormuz, quel “rubinetto del mondo” che l’Iran ha appena iniziato a stringere con una fermezza che sta togliendo il fiato alle economie di ogni continente.

Con il blocco del 20% del petrolio mondiale e di un quarto del gas naturale liquefatto, l’ordine liberale ha scoperto di avere un tallone d’Achille che non è solo energetico, ma sistemico, poiché il petrodollaro, il vero motore segreto dell’economia statunitense, dipende interamente dal riciclo di quei capitali arabi che oggi fuggono terrorizzati dal conflitto.

Se i paesi del Golfo, terrorizzati dagli attacchi iraniani ai loro impianti di desalinizzazione che garantiscono la vita nelle loro metropoli cristalline, in cui non esiste acqua potabile, smetteranno di reinvestire i loro miliardi nel mercato azionario di New York, assisteremo allo scoppio della “bolla dell’Intelligenza Artificiale” americana e al crollo dei data center della Silicon Valley, finanziati per anni da quel surplus di liquidità che oggi si sta prosciugando nelle sabbie del Medio Oriente.

Il capitalismo occidentale, che definisco da tempo uno “schema Ponzi” su scala globale, sta scoprendo che non si può alimentare una rivoluzione tecnologica se la linfa vitale che la sostiene viene interrotta da un conflitto che Washington ha iniziato con la superbia di chi non ha più nulla da perdere se non l’onore.

Una guerra cominciata per superbia e per incompetenza. Perché chiunque avesse letto anche solo un paio di libri sul Medio Oriente avrebbe capito che l’idea che il popolo iraniano si sollevasse contro il regime era più folle di chi ha deciso questa guerra.

Perché i regimi non stanno in piedi solo per la paura che diffondono, ma soprattutto e sempre perché una larga fetta di popolazione li sostengono, fosse anche solo per interessi personali.

Inoltre, la dignità mediorientale mai e poi mai si farebbe imporre un nuovo leader dagli occidentali. E sarebbe bastato vedere l’Iraq e l’Afghanistan per ricordarlo.

L’ILLUSIONE DEL REGIME CHANGE: TRUMP E IL COPIONE DELL’APOCALISSE

Dietro la decisione di Donald Trump di ignorare gli avvertimenti dei vertici del Pentagono per lanciarsi in questo “regime change” a Teheran, non c’è solo l’arroganza della forza, ma un calcolo politico e finanziario dai tratti quasi escatologici, legato a interessi personali e finanziamenti elettorali che pesano più della stessa sicurezza nazionale.

Oltre a una sudditanza nei confronti di Israele che non è mai stata un mistero e, anzi, è stata mostrata con spavalderia anche quanto la politica israeliana massacrava decine di migliaia di bambini a Gaza, nel silenzio complice dell’Occidente.

L’idea di frammentare l’Iran sfruttando le minoranze etniche, quel vecchio sogno dei Neocon che oggi viene rispolverato dal loro galoppino alla Casa Bianca, ignora la resilienza sociologica di un popolo che di fronte all’invasore straniero ritrova un’unità granitica, trasformando l’occupazione in un inferno asimmetrico senza via d’uscita.

Un altro Vietnam. Solo più devastante e, stavolta, mortale.

Trump cerca disperatamente poteri emergenziali per influenzare le elezioni e puntare a una permanenza al potere che scavalchi i canoni costituzionali, forse per sfuggire alla tempesta Epstein e per salvare anche qualcuno dei suoi oscuri manovratori, ma il prezzo che sta pagando è la distruzione definitiva della legittimità americana come “egemone benevolo” agli occhi del mondo, oltre alla polverizzazione definitiva della NATO come alleanza difensiva e al funerale del Diritto internazionale.

La scissione tra la visione politica della presidenza e la realtà operativa dei militari, consapevoli dell’esaurimento imminente delle munizioni, segnala un’implosione interna del sistema di comando che è il preludio classico di ogni caduta imperiale documentata dalla storia.

Gli Stati Uniti d’America stanno morendo.

IL DRAGONE NELL’OMBRA E LA FINE DEL MONDO CHE CONOSCEVAMO

Mentre gli Stati Uniti bruciano le proprie risorse e la propria reputazione nelle fiamme del Medio Oriente, la Cina siede sulla sponda del fiume, osservando con pazienza la propria vulnerabilità energetica trasformarsi in un vantaggio strategico immenso, pronta a giocare la carta delle Terre Rare per infliggere il colpo di grazia all’industria tecnologica occidentale.

Se Pechino decidesse di rispondere alle provocazioni americane bloccando l’export di quei minerali critici domattina, senza i quali non esiste smartphone, computer o sistema di difesa moderno, l’intera architettura produttiva degli Stati Uniti subirebbe un arresto cardiaco istantaneo.

Sarebbe come staccare la spina a un malato appeso alle macchine per respirare.

La Russia, dal canto suo, incassa i profitti dell’energia alle stelle mentre osserva con un misto di favore e terrore la possibilità di un caos incontrollato ai suoi confini, conscia che il crollo di Teheran porterebbe a un’esplosione di estremismo religioso capace di incendiare l’intera Asia Centrale.

È l’alba di un mondo multipolare e frammentato, dove la sicurezza non è più un bene pubblico garantito da una superpotenza che sta vivendo le sue ultime settimane da protagonista, ma un lusso che siamo destinati a pagare a caro prezzo, tra fallimenti, chiusure, blackout programmati e settimane a piedi, senza carburante e senza elettricità.

E, nella migliore delle ipotesi, cioè che la guerra si concluda con un accordo a breve, pagheremo con il terrorismo che l’aggressione occidentale, in aperta violazione del Diritto internazionale, ha già riattivato non solo negli adulti aggrediti di oggi, ma soprattutto negli occhi dei bambini, che cresceranno e verranno educati alla vendetta.

Il mondo che conoscevamo, fatto di rotte sicure, dollari onnipresenti e una gerarchia di potere indiscussa, che i film di Hollywood ci ricordavano ogni giorno in prima serata, è morto tra i detriti di Teheran, – ammesso che sia mai stato reale, visto quanto scoperchiato dai file Epstein, – e noi non siamo che i cronisti di un tramonto voluto dalla superbia di super ricchi e dalla decennale politica imperialista americana, alla quale ci siamo sempre prostrati come zerbini su cui si sono puliti le suole presidenti americani di ogni estrazione.

Superbia e ignoranza, dunque. E, come dico sempre, talvolta, l’ignoranza fa più danni di un assassino.

LA CHIUSURA DI HORMUZ E LE PAURE DI TOKYO. GUIDA ALLA SOPRAVVIVENZA GEOPOLITICA

L’orologio dell’apocalisse energetica si è acceso con l’avvio del crimine di guerra del 28 febbraio, l’aggressione di Israele e USA all’Iran. E, nelle ultime ore, ha accelerato il tempo.

Mentre il mondo osserva con il fiato sospeso le azioni fuori dal Diritto internazionale perpetrate da USA e Israele in Medio Oriente, il Giappone si ritrova a gestire una crisi esistenziale che non è una semplice fluttuazione di mercato, ma una vera e propria guerra finanziaria.

Lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui scorre più del trenta per cento del greggio mondiale, rischia di trasformarsi in un muro invalicabile. Per una nazione come il Sol Levante, che dipende per oltre il novanta per cento dalle importazioni di idrocarburi da quell’area, il silenzio delle petroliere equivale allo spegnimento della nazione.

LA TRAPPOLA DI UEDA: QUANDO LA MONETA DIVENTA UN’ARMA A DOPPIO TAGLIO

Kazuo Ueda, Governatore della Bank of Japan, non usa mezzi termini, definendo l’incertezza di queste ore come il nuovo cancro dell’economia nipponica.

La dinamica è perversa, perché, mentre il conflitto spinge gli investitori verso la sicurezza del dollaro, lo Yen affonda, polverizzando il potere d’acquisto delle aziende e dei cittadini.

Ci troviamo di fronte a una “inflazione importata” che agisce come una tassa occulta, rendendo ogni barile di greggio, già carissimo a causa del Brent che ha sfondato quota 80 dollari al momento in cui scrivo, un peso insostenibile per le casse dello Stato.

La stagflazione non è più uno spettro teorico nei manuali di macroeconomia, ma si respira tra le strade di Tokyo.

Il dilemma della BoJ è lacerante: alzare i tassi per difendere la valuta, rischiando di soffocare la crescita, o restare immobili mentre il costo della vita implode e uccide la domanda?

La produzione manifatturiera, motore dell’export nipponico, vede i propri margini erosi da costi energetici fuori controllo e da una domanda globale che inizia a mostrare i primi segni di un cedimento che, se la guerra in Iran durasse più di tre settimane, diventerebbe un crollo da montagne russe.

IL DOMINO ASIATICO: DALLE PROTESTE IN PAKISTAN AL SILENZIO DI GIACARTA

La guerra non si ferma ai confini iraniani, ma si propaga come un’onda d’urto attraverso l’intera dorsale asiatica. In Pakistan, la rabbia è esplosa nelle strade, alimentata da un sentimento antiamericano viscerale, e da tensioni di confine mai sopite con l’Afghanistan, che stanno degenerando in conflitti aperti. Migliaia di sfollati e bombardamenti reciproci disegnano una mappa di instabilità che terrorizza gli investitori internazionali.

Ma guardate oltre.

In Indonesia, il presidente si trova costretto a un equilibrismo diplomatico estremo, sospendendo impegni internazionali per placare le tensioni interne del più grande Paese musulmano al mondo.

Anche la Cina ha iniziato a muovere le sue pedine, chiudendo i rubinetti delle esportazioni di benzina e gasolio per proteggere le proprie scorte interne e aumentando le spese per la Difesa.

Pechino non gioca per vincere una partita, gioca per sopravvivere all’inverno energetico che verrà. E anche per attendere lo svuotamento degli arsenali NATO prima di invadere Taiwan.

L’AZZARDO DELLE RISERVE E LA STRATEGIA DEL “JUST-IN-CASE”

Il governo Takaichi ha ricevuto l’appello disperato delle raffinerie: aprite i sigilli delle riserve strategiche, in quello che è un chiarissimo segnale di guerra economica.

Passare dalla logica produttiva del “Just-in-Time”, che ha reso grande l’industria giapponese, a quella del “Just-in-Case” richiede un coraggio politico immenso e testimonia la cruda realtà del mondo di oggi.

Mentre gli hub aeroportuali di Singapore e Bangkok traboccano di passeggeri bloccati dalla chiusura degli spazi aerei, il Giappone deve reinventare la sua logistica in tempo reale.

I costi dei trasporti marittimi hanno raggiunto vette assurde, trasformando il noleggio delle superpetroliere in un lusso per pochi eletti. In questo caos, la sicurezza dei cittadini e dei turisti, specialmente quelli israeliani in Thailandia, diventa una variabile critica che nessuna agenzia di intelligence può più permettersi di sottovalutare.

LEADER POST-CRISI: OLTRE LA RESILIENZA

Cosa deve imparare un leader da questo scenario?

La risposta non è nel panico, ma nella ristrutturazione. Il Giappone ci fa capire che la vulnerabilità è il prezzo dell’interdipendenza.

La vera “exit strategy” non è attendere la fine delle ostilità, ma accelerare l’indipendenza tecnologica ed energetica. La crisi del Golfo è il catalizzatore definitivo per una transizione che non può più essere lenta.

Siamo di fronte a un bivio. Da una parte, il declino dettato dalla dipendenza fossile e dalla fragilità valutaria, perché possono diventare ricatti con cui mettere in scacco tre quarti di mondo.

Dall’altra, la nascita di un nuovo modello industriale giapponese, capace di trasformare la scarsità in una spinta propulsiva verso l’automazione e l’energia nucleare di nuova generazione.

Il Giappone ci dice che la stabilità è un’illusione e l’adattabilità è l’unica moneta che conta davvero.

MARZO 2026, L’ALBA DEL CAOS

Il riverbero bluastro degli schermi, in una redazione deserta, a mezzanotte, ha il colore del ghiaccio, ma quello che scorre sui terminali della Reuters e di Al Jazeera non è soltanto cronaca, ma una sintassi che ha il disastro come paradigma.

Siamo al 5 marzo 2026, al momento in cui scrivo, e il mondo che conoscevamo, regolato da una fragile architettura di equilibri post-bellici, è stato smantellato in novantasei ore di fiamme e propaganda imperialista da parte di Israele e USA.

IL BATTITO DEL TERRORE NELLE STRADE DI TEHERAN

A Teheran non si dorme e si è sotto quella che viene chiamata “Double Tap”, quella tattica brutale dove la seconda bomba cade esattamente quando i soccorritori iniziano a scavare tra le macerie della prima.

Mentre la narrativa occidentale dipinge un regime sull’orlo dell’implosione, la realtà sul campo racconta una verità diversa: le bombe stanno agendo come un collante molecolare, saldando una popolazione divisa attorno all’unica cosa che resta quando le luci si spengono: l’identità nazionale.

Il popolo iraniano sta rispondendo all’aggressione occidentale, ma non come sperava Trump, non per far scattare la rivoluzione contro il regime, ma per vendicarsi contro chiunque approvi la palese violazione del Diritto internazionale da parte di USA e Israele.

D’altro canto, è ciò che stiamo facendo noi nei confronti della Russia per l’aggressione all’Ucraina.

ORBITA TRUMP: IL CINEMA DELLA GUERRA E IL VUOTO LEGALE

Dall’altra parte dell’oceano, la comunicazione si fa come un copione hollywoodiano. Donald Trump, abbandonando la baldanza delle prime ore, quando giurava che la guerra sarebbe durata al massimo quattro settimane, già parla di vittoria in otto settimane e di un “Atto Finale” che sa di sceneggiatura scritta sotto le luci della ribalta.

Il problema è che, ogni volta che Trump parla di vittoria e di azioni militari portate avanti con successo, ricorda al mondo che non c’è mandato ONU. Non c’è una “pistola fumante” nucleare. Anzi, l’agenzia internazionale preposta al controllo dello sviluppo atomico in Iran ha ribadito che non esiste nessuna possibilità di minaccia nucleare nel Paese.

Rafael Grossi, il direttore generale della Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), ha ribadito che non esistono prove di un programma iraniano finalizzato alla costruzione di armi nucleari, smontando la giustificazione di Israele e di Trump all’aggressione fuorilegge contro Teheran.

Dunque, non esiste nessun appiglio legale che possa giustificare i crimini commessi da Washington e Tel Aviv.

La legalità internazionale è diventata un reperto archeologico e la strategia del “Regime Change” viene rispolverata dai cassetti polverosi degli anni Duemila, ignorando sistematicamente che l’Iran non è l’Iraq e il 2026 non è il 2003.

Gli Stati Uniti, se ne infischiano della popolazione iraniana e puntano alla gola energetica della Cina, ma nel tragitto sembrano intenzionati a sacrificare l’alleato più fedele e vulnerabile: l’Europa.

HORMUZ: IL BOCCO DELL’ECONOMIA GLOBALE

Il prezzo del gas in Europa è salito del 94% in quattro giorni. Prima del 28 febbraio, il gas naturale era quotato intorno ai 31 euro al megawattora.

Al momento in cui scrivo, invece, sfiora i 60 euro. Il petrolio è salito dell’8 per cento circa. Sono dati che non si leggono con gli occhi, ma con i brividi di chi, a Parigi, Berlino o Milano, guarda i radiatori spenti e pensa a come aprire i cancelli delle fabbriche il prossimo inverno.

Italiani, preparatevi, perché il prossimo inverno sarà glaciale.

Lo Stretto di Hormuz è chiuso. Una cicatrice blu sulla mappa dove transita il 20% del fabbisogno energetico mondiale è stata cucita dal blocco iraniano. Le petroliere sono giganti immobili, duecento navi cariche di greggio che galleggiano come messaggi in bottiglia che nessuno può raccogliere.

Il “suicidio energetico” europeo, iniziato con il distacco dal gas russo, trova qui il suo compimento tragico e dimostra, ancora una volta, la totale incompetenza della Commissione europea e degli attuali leader senza cervello che guidano la maggior parte delle nazioni europee.

Siamo di fronte a una deindustrializzazione forzata travestita da necessità bellica.

L’ITALIA IN TRINCEA: DA STIVALE A PIATTAFORMA

A Roma, l’aria è ancora più pesante.

Il Ministro Crosetto parla alle Camere con la gravità di chi sa che le decisioni prese oggi non hanno via di ritorno. Livello di protezione massimo. Sistemi antimissilistici schierati. Navi verso Cipro.

“L’Italia valuterà se concedere l’uso delle basi agli Stati Uniti, qualora dovessero chiederle e il Paese non è e non sarà in guerra”, ripetono dal governo, ma pare che diversi aerei partano già dalle basi sul nostro territorio e, dopo quanto detto da Crosetto al Parlamento, le rassicurazioni del governo somigliano a una barzelletta.

Se partecipiamo, anche solo con supporto logistico, alle operazioni illegali dell’Occidente, per gli aggrediti saremo in guerra, di fatto.

Ricordiamo che l’uso delle basi trasformerebbe ufficialmente il territorio nazionale in una piattaforma di lancio e, inevitabilmente, in un bersaglio sensibile.

Significa che i missili iraniani potranno arrivare da un momento all’altro.

È il realismo cinico della geopolitica: difendere i paesi del Golfo per tentare di salvare un barlume di stabilità energetica, pur sapendo che i missili iraniani a lunga gittata ora guardano verso l’Italia.

L’attacco di USA e Israele “è certamente avvenuto al di fuori delle regole del diritto internazionale”, ha detto il ministro, ma “lo stesso scenario ci sarebbe stato con qualsiasi altro governo. Del resto, nessun governo, italiano, europeo o di altra parte del mondo, in questo momento può fermare l’attacco”.

In pratica, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nella replica seguita alle comunicazioni alla Camera sulla richiesta di aiuti dai Paesi del Golfo, ammette che gli USA e Israele hanno commesso un crimine e ammette anche che l’ONU non serve a nulla.

Implicitamente, inoltre, ammette che abbiamo bruciato miliardi in Ucraina per una guerra contro cui, come si evince, non potevamo farci niente.

Infine, Crosetto dà ragione a noi di Tamago, che da quattro anni ripetiamo che l’ONU non serve a niente, che la NATO è solo un giocattolo dell’impero americano e che il mondo è in balia degli imperi più potenti, quelli che hanno ricchezze, materie prime e/o servizi d’intelligence migliori: USA, Russia, Cina, Israele.

E Crosetto, forse non volendo, ammette che l’Italia è complice delle violazioni del diritto perpetrate da USA e Israele, non solo perché non le condanna, ma anche perché, direttamente o indirettamente, partecipa all’azione di aggressione.

Tutto mentre Zelensky minaccia Orban davanti alle telecamere, intimandogli di non ostacolare i famosi 90 miliardi, altrimenti darà il suo indirizzo al suo esercito. Si tratta di un ennesimo attacco all’Europa dopo il danneggiamento del NordStream e delle altre azioni False flag per alimentare l’idea del nemico russo.

SINFONIA DI BLACKOUT E RADAR INTERMITTENTI

Mentre i mercati crollano, con Piazza Affari che affonda e il DAX tedesco in caduta libera, la guerra si espande lateralmente come una macchia d’olio su un tappeto prezioso.

Blackout totale in Iraq. Droni in Azerbaigian. Esplosioni a Doha.

La missione aerea sembrava inizialmente aver ridotto la capacità di fuoco iraniana dell’86%, ma è una statistica ingannevole, tipica di chi confonde il silenzio del nemico con la sua sconfitta. L’Iran si muove sottoterra, nelle basi scavate nella roccia, inaccessibili ai satelliti e all’arroganza della tecnologia occidentale.

EPILOGO DI UN ORDINE IN FRANTUMI

Questa non è una guerra per la democrazia e non è nemmeno una guerra per il nucleare, ma è, piuttosto, un rimescolamento violento delle carte della sopravvivenza economica.

Gli Stati Uniti, deindustrializzati e affamati di successo tecnologico nell’IA, cercano di resettare il sistema a spese dell’Eurasia.

La Cina osserva e si appresta a chiedere a Mosca di aumentare le forniture di gas e petrolio, la Russia se la ride, e l’Europa paga il conto più alto in una moneta fatta di inflazione, irrilevanza geopolitica e follia nell’aver cancellato i contratti con Putin, che potrebbe anche decidere di sospendere prima del 2027 indicato dalla spocchia di von der Leyen tutte le restanti forniture di gas e petrolio all’UE, lasciandoci completamente a secco.

Inoltre, la Cina ha già annunciato un aumento per le spese militari, forse in previsione di un attacco a Taiwan, che potrebbe avvenire quando l’Occidente avrà finito i missili, sarà stritolato dalla stagflazione e dovrà restare in silenzio, senza parlare di Diritto internazionale violato, avendolo reso carta igienica da sé.

Il sole sorgerà di nuovo, diceva qualcuno.

Ma in questo marzo 2026, l’alba illumina solo le rovine di un mondo che ha preferito lo scontro alla comprensione dei nuovi pesi della Storia, per dare retta ai capricci di USA e Israele.

Quando la comunicazione fallisce, restano a muoversi i peggiori, e quello che vediamo oggi è il volto nudo del potere che divora se stesso per non ammettere di essere all’altezza.

E vengono al pettine i catastrofismi dell’Europa, quella che un anno fa esortava gli ospedali a prepararsi ad accogliere centinaia di soldati feriti da aprile 2026, in una comunicazione che oggi appare preveggente. O si era a conoscenza dei piani imperialisti di Israele in Medio Oriente e degli USA per arginare la Cina?

Cosa fare?

Cominciate a ritirare contanti e teneteli in casa. A breve non ci sarà più energia per pagare con le carte e con gli smartphone.

Fate anche scorta di candele e di prodotti in scatola. Saranno utili.

GERMANIA CONTRO SPAGNA E L’EUROPA È AL TAPPETO. COSA ASPETTIAMO A USCIRNE?

L’Europa non esiste più. Ammesso che sia mai esistita.

Il recente scontro a distanza tra la Germania, che si schiera contro la Spagna e a sostegno delle violazioni del Diritto internazionale da parte di USA e Israele, ne certifica la fine.

Siamo governati da una casta di eunuchi mentali che hanno scambiato la visione strategica con l’obbedienza in stile barboncino, di cui Merz contende lo scettro a Macron.

Senza dimenticare la follia di Ursula von der Leyen, a capo della Commissione più disastrosa di sempre.

L’Europa, un tempo laboratorio del pensiero critico, è oggi ridotta a un’immensa sala d’attesa dove leader privi di spina dorsale attendono il prossimo ordine da Washington o Tel Aviv.

E non si tratta solo di una crisi politica, ma di una vera e propria atrofia cognitiva di massa, alimentata da una pletora di pennivendoli che ha smesso di informare, scegliendo di diventare megafono del pensiero unico di turno.

Come i recenti attacchi alla base britannica a Cipro, immediatamente attribuiti all’Iran, quando dalla stessa Gran Bretagna ci dicono che quei droni non sono stati lanciati dall’Iran.

Chi vuole la terza guerra mondiale a ogni costo? Perché i giornalisti europei, e gli italiani in particolare, soffiano sui venti di guerra, costruendo mostri prima di verificare le notizie, usando lo stesso copione visto finora con il NordStream, i missili e i droni in Polonia e nei Baltici, quando poi erano attacchi terroristici ucraini, nel caso del NordStream, anomalie magnetiche e missili ucraini negli altri casi?

E perché alle smentite non viene dato lo stesso risalto delle balle iniziali?

I tecnocrati al potere in Europa, alcuni dei quali si pavoneggiano come l’élite intellettuale del pianeta, stanno scientemente smantellando il tessuto industriale europeo per compiacere i desiderata di potenze che ci vedono solo come un mercato di sbocco o una base logistica sacrificabile.

Mentre le famiglie non sanno come pagare le bollette, – bollette che andranno alle stelle nelle prossime settimane per quanto accade in Medio Oriente, – i nostri “illuminati” leader brindano a sanzioni che ci colpiscono come un proiettile in pieno petto, convinti che il suicidio economico sia una forma nobile di resistenza morale, in un trionfo della mediocrità elevata a sistema di governo che non ha similitudini nella storia.

IL CODICE DELL’IPOCRISIA: LA NATO E IL MANUALE DELLO STUPRO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

Il cosiddetto “ordine basato sulle regole” è la più grande truffa semantica del secolo.

Quando i paesi NATO parlano di diritto internazionale, lo fanno con la stessa credibilità di un piromane che tiene un corso sulla prevenzione degli incendi.

Dov’era la sacralità dei confini quando abbiamo smembrato la Serbia nel 1999? Dov’era il rispetto per la sovranità quando abbiamo raso al suolo l’Iraq basandoci su menzogne prodotte dalla CIA?

(E quali sanzioni abbiamo applicato all’America per quelle famose balle?!)

Abbiamo devastato l’Afghanistan per vent’anni per poi scappare come ladri bastonati, e abbiamo trasformato la Libia in un inferno di milizie e schiavitù per un capriccio geopolitico di Parigi e di Londra.

Questa è la realtà: la NATO è stata la più sistematica violatrice della legalità globale negli ultimi trent’anni.

IL DOPPIO STANDARD DEL TERRORISMO: QUANDO IL CARNEFICE È UN AMICO

La nostra bussola etica è così deformata da risultare patologica.

Abbiamo isolato e sanzionato la Russia con una furia belluina, ma rimaniamo in un silenzio tombale davanti alle atrocità che avvengono nel Mediterraneo orientale.

Perché la violazione del diritto internazionale da parte di Mosca merita la distruzione della nostra economia, mentre i massacri sistematici a Gaza, gli attacchi a sette paesi vicini e lo sterminio di decine di migliaia di civili da parte di Israele ricevono solo “preoccupazione” o, peggio, ulteriore invio di armi?

Se il terrorismo va condannato sempre, perché quello di Stato praticato dai nostri alleati è considerato “diritto alla difesa”?

Dov’è la coerenza?

Quando arriveranno le sanzioni contro Washington e Tel Aviv per le loro invasioni e occupazioni illegali?

La verità è che siamo complici di un sistema dove la giustizia è un’opzione che si attiva solo contro i nemici del padrone.

CINEPANETTONI DIPLOMATICI E MINISTRI NEL PALLONE: IL CASO ITALIA

In questa fiera dell’assurdo, l’Italia recita la parte della macchietta. Abbiamo un governo che ha venduto l’anima per un posto in prima fila al tavolo dei vassalli.

Meloni, che un tempo ruggiva contro le sanzioni e l’atlantismo, oggi incolpa Putin persino per le crisi in Medio Oriente provocate dall’arroganza americana, in un ribaltamento della realtà che rasenta il delirio.

Abbiamo ministri della Difesa che si nascondono dietro ferie familiari a Dubai mentre il mondo esplode, incapaci di ammettere che gli alleati non li hanno nemmeno avvisati dell’attacco.

E che dire della diplomazia di Tajani? Consigliare ai cittadini di “non affacciarsi” mentre volano i droni o spiegare che Israele ci ha comunque avvisati, anche se solo quando i missili erano già in volo verso l’Iran, è la sintesi perfetta di un’irrilevanza che si fa commedia.

La stessa irrilevanza di quello che chiami amico, ma che inviti a una festa senza preavviso, la sera stessa, telefonandogli alle 21, quando le danze sono cominciate da un’ora. Ecco, Tajani è l’amico contento, perché lo hai comunque invitato.

Siamo un Paese che non conta nulla, guidato da persone che sperano che il padrone non sbagli il loro nome nei tweet, mentre ci portano al macello.

L’UNICA SCHIENA DRITTA IN UN MARE DI MOLLUSCHI: LA LEZIONE DI MADRID

In questo panorama di codardia istituzionale, il premier spagnolo, Pedro Sánchez, brilla come un’anomalia.

È l’unico leader europeo ad aver mostrato di avere gli attributi per sfidare apertamente il bullismo di Donald Trump e la follia bellicista di Netanyahu.

Infatti Merz, uomo di BackRock, gli sbraita contro.

Mentre gli altri leader europei si sciolgono come neve al sole davanti alle minacce di ritorsioni commerciali, Sánchez ha avuto la dignità di dichiarare che la Spagna non sarà complice di azioni dannose per il mondo e contrarie ai propri valori; Madrid ha detto basta all’obbedienza cieca e servile, ricordando a quelli di Bruxelles, che si comportano come Fantozzi alla riscossa, che la leadership non si conquista calandosi le braghe, ma difendendo l’integrità morale e gli interessi del proprio popolo.

Sánchez ha smascherato l’ingenuità di chi crede che la violenza sia la soluzione o che il rispetto tra nazioni nasca dalle rovine, dimostrando che si può essere alleati senza essere schiavi.

MARCIARE VERSO IL BARATRO CON IL SORRISO DEGLI IMBECILLI

I leader della Commissione Europea e i capi di stato più oltranzisti ci stanno conducendo verso il punto di non ritorno. Sono dei sonnambuli al volante di un TIR carico di tritolo.

La loro incapacità di comprendere il mondo multipolare, la loro ostinazione nel voler punire chiunque non si allinei ai desiderata anglo-americani, sta scavando la fossa dell’Europa.

Stiamo svuotando i nostri arsenali, prosciugando le nostre casse e perdendo ogni briciolo di autorità morale agli occhi del Sud del mondo e, se non fermiamo questa marcia madida di idiozia e non recuperiamo la capacità di mediare e di pensare ai nostri interessi nazionali, finiremo per essere solo un cumulo di macerie su cui i giganti di domani cammineranno senza nemmeno accorgersene.

O, al più, imprecando per essersi sporcati le suole.

Perché questi tecnocrati che brindano all’uccisione di un dittatore, come con la Libia, l’Afghanistan e l’Iraq, dimenticano i disastri che hanno causato quegli omicidi.

E, stavolta, non notano nemmeno che questa ennesima “esportazione di democrazia”, se lo stretto di Hormuz dovesse restare chiuso più di tre settimane, costringerà tanti italiani a non pensare alle vacanze, quest’anno, ma a come fare la spesa già a maggio, a come comprare il pane, a come pagare il gas per cucinare, a dove trovare carburante e a come pagarlo cifre folli.

Tutto mentre al largo della Sicilia, un attacco di terrorismo ha distrutto una metaniera con un drone.

La metaniera russa Arctic Metagaz, è stata colpita da un drone marittimo a pochissima distanza dalle coste della Sicilia, tra Malta e la Libia, ed è stata completamente distrutta.

Diversi elementi farebbero propendere per un attacco del terrorismo ucraino, già in atto con il NordStream e con altri attacchi a navi russe nel Mediterraneo.

Difficile immaginare che tutte queste azioni ucraine abbiano potuto avere luogo senza il sostegno dell’intelligence di forze NATO, come avviene costantemente per le azioni ucraine nel Mar Nero, coordinate dagli aerei e droni spia dell’Alleanza Atlantica (che spesso e volentieri decollano dalla base siciliana di Sigonella) senza che il governo italiano batta ciglio.

E i leader europei cercano in tutti i modi di far avere ulteriori 90 miliardi all’Ucraina, per alimentare ancora la guerra e i morti, senza andare a fondo e pretendere spiegazioni.

L’ora dei mediocri deve finire, prima che finisca l’Europa. Prima che finiamo tutti noi.

Ebbene, da un’Europa così, da un’Europa in cui l’unico leader capace di difendere la dignità del proprio popolo viene isolato dagli altri paesi europei… da un’Europa che non è affatto dei popoli, ma è fondata sui capricci dell’America, non sarebbe il caso di uscire?

QUANDO PRESIDENTI MEDIOCRI HANNO ESERCITI POTENTI, IL DISASTRO È DIETRO L’ANGOLO

Da Washington e Tel Aviv, i pixel rossi che rappresentano i raid sulle infrastrutture dell’Iran brillano con una freddezza matematica, roba da film hollywoodiano, ma, fuori da quegli schermi, nelle strade di Erbil, nei corridoi luccicanti di Dubai, nelle ambasciate americane intorno all’Iran, la realtà non profuma di trionfo. Tutt’altro.

Tant’è che Trump appare piuttosto nervoso, usando parole di fuoco contro Gran Bretagna e, soprattutto, la Spagna, per non aver concesso l’uso delle basi sui loro territori.

“Se vogliamo, andiamo lì e le usiamo lo stesso”, ha detto il Tycoon. E “la Spagna non ha una grande leadership”, ha rincarato, dimostrando che the Donald considera grandi solo Netanyahu e altri capaci di compiere crimini, evidentemente.

E dimostrando anche che la NATO è solo un giocattolino che gli USA hanno usato solo ed esclusivamente per imporre la propria dottrina imperiale al mondo intero, usando il Diritto internazionale come carta igienica, dal Kosovo all’Iraq, dalla Libia all’Iran.

Ne ha dette di cose Trump, ma ancora non ha dato una giustificazione credibile all’evidente violazione del Diritto internazionale da parte di USA e Israele.

La polvere nera che oggi oscura tutto il Medio Oriente non è solo il detrito di una base americana colpita o delle infrastrutture iraniane e libanesi, ma è il risultato di vent’anni di arroganza intellettuale, della convinzione occidentale che la complessità del mondo potesse essere risolta con un algoritmo, un tweet o con la superficialità dei classici politici da bar.

Politici da bar che hanno dato il meglio di sé nelle dichiarazioni delle ultime ore.

Prima ci hanno detto che bisognava disarmare l’atomo iraniano per salvare il futuro, raccontandoci che in pochissimi mesi Teheran sarebbe riuscita a fare ciò che né l’URSS né gli USA avevano realizzato in decenni. Roba da circo mediatico.

Poi, con la velocità di un cambio di scena teatrale, l’obiettivo è diventato la testa del regime, tuttavia, quando le mura non sono crollate al primo squillo di tromba e la popolazione non si è riversata nelle piazze per giustificare l’evidente violazione del Diritto internazionale di USA e Israele, la retorica si è ripiegata sulla difesa dei vicini, poi sulla prevenzione, infine sulla pura reazione ai missili iraniani.

Missili che, però, l’Iran ha lanciato solo in risposta all’aggressione di guerra subita e agli omicidi dei suoi leader.

Lo stesso Marco Rubio ha dichiarato, in conferenza stampa, che “Sapevamo che se l’Iran fosse stato attaccato ci avrebbe immediatamente colpito. E noi non saremmo rimasti lì a subire il colpo”.

Di fatto, ha smontato ogni ipotesi di attacco preventivo e dimostra che si è trattato di un’azione studiata e premeditata da parte degli israeliani a cui gli USA si sono sentiti in obbligo di accodarsi.

Forse per distogliere l’attenzione dai file Epstein?

È una regressione comunicativa che fa sembrare la dottrina Bush un capolavoro di coerenza accademica e lo stesso George Bush junior altamente rivalutato rispetto a chi c’è ora. Il che è tutto dire.

Perché Trump, al guinzaglio di quel Bibi che è ricercato per crimini di guerra e contro l’umanità, non ha affatto liberato il popolo iraniano, di cui gli importa come del meteo di sabato prossimo su Saturno, ma è riuscito a rendere il Medio Oriente instabile come mai nella storia.

E, mentre le cancellerie occidentali discutevano di “conflitti limitati”, l’Iran ha riscritto il codice sorgente della stabilità globale.

IL DOMINO DEL SANGUE E LA FINE DELLE FRONTIERE

Nessuno ha bussato alla porta delle democrazie europee, ma il conflitto è già entrato in salotto.

Non è più la cronaca di un duello tra Stati, ma un’infezione sistemica che corre lungo le dorsali sottomarine e le rotte aeree.

Vedere Cipro, quel frammento di Europa sospeso nel blu, finire nel mirino dei droni partiti dal Libano è lo shock elettrico che avrebbe dovuto svegliare Bruxelles, invece, l’Unione Europea somiglia a un condominio in fiamme dove gli inquilini litigano sul colore dei secchi da usare per riempirli d’acqua.

Emmanuel Macron agita lo spettro di un ombrello nucleare collettivo, cercando di serrare i ranghi di una “legione di volenterosi” che va da Varsavia all’Aja, i soliti guerrafondai da trenino.

È un tentativo disperato di ritrovare una sovranità perduta mentre il baricentro del mondo si sposta violentemente verso est.

In Italia, il silenzio è interrotto solo dal rumore dei passi di chi cerca di giustificare vacanze istituzionali in momenti di crisi atomica, che somigliano a figuracce in mondovisione, con Tajani che fa la figura dello studentello che non ha studiato, davanti ai giornalisti. Una scena imbarazzante, per come il povero ministro non riuscisse a capacitarsi del fatto che gli “amici” israeliani avessero avvisato l’Italia solo mentre i missili erano già in cielo.

Un paradosso sociologico che racconta meglio di mille saggi la crisi della nostra classe dirigente e della credibilità italiana per chi comanda davvero il mondo.

Soprattutto alla luce del fatto che l’opposizione è in coma profondo e non si scorge all’orizzonte nessuno che possa anche solo lontanamente dare la parvenza di uno statista degno di tal nome e capace di proporre alternative credibili a questo governo brancaleonoso.

Siamo trascinati nel fango di una guerra regionale che ha già mangiato le risorse destinate ad altri fronti.

I missili Patriot, che fino a ieri erano la flebo vitale per la resistenza ucraina, oggi vengono consumati a ritmo industriale per proteggere le basi americane nel Golfo, proprio come prevedevo in un articolo di circa un mese fa.

E ogni intercettazione nel deserto è un pezzo di sicurezza europea che evapora.

LO STRETTO DI HORMUZ COME UN INFARTO PER LE NOSTRE ECONOMIE

Quel braccio di mare, che un tempo era una riga blu sulla mappa, ora è una ferita. Il polmone energetico del pianeta è andato in arresto respiratorio e qualcuno ha appena staccato la spina.

Non parliamo di proiezioni statistiche, ma di ciò che accadrà domani mattina al supermercato, alla pompa di benzina, nelle fabbriche che attendono componenti che non arriveranno mai.

Il greggio a 75 dollari è solo l’inizio di una febbre che non scenderà. La globalizzazione, quel sogno di un mercato senza attriti che abbiamo insegnato nelle università per trent’anni, è morta sotto i colpi dei proxy iraniani che ora colpiscono hub finanziari come Dubai.

Il caos non è un semplice effetto collaterale, ma l’arma principale di Teheran. Colpendo l’Oman, il mediatore storico, l’Iran ha bruciato i ponti della diplomazia, costringendo il mondo a guardare dentro l’abisso.

Chi pensava a una guerra lampo di quattro settimane, seguendo i deliri di onnipotenza di Trump, vive in un’allucinazione cognitiva. In Medio Oriente, il tempo non è una linea, ma un cerchio di fuoco che può bruciare per decenni.

L’ETICA DELLA MACCHINA E IL TRADIMENTO DELLA SILICON VALLEY

C’è un aspetto ancora più inquietante in questa carneficina: il ruolo dell’intelligenza artificiale. Mentre i corpi cadono, le macchine calcolano.

È emersa una frattura profonda, quasi una guerra civile etica, nel cuore tecnologico del mondo. Da una parte colossi come OpenAI che firmano patti col Pentagono per coordinare i raid; dall’altra realtà come Anthropic che cercano di opporre un rifiuto morale all’uso bellico dei propri neuroni sintetici, in quella che, non volendo, è stata la più brillante operazione di marketing della storia, tant’è che OpenAi è dovuta correre ai ripari, ma troppo tardi.

Il Pentagono, al di fuori di ogni regola democratica, ignora i bandi presidenziali per continuare a usare simulazioni proibite, convinto che senza l’IA la vittoria sia impossibile.

Stiamo affidando il destino dell’umanità a calcoli che escludono la variabile del dolore, della storia, della dignità, dell’essere umano prima di ogni altra cosa.

È una deumanizzazione della strategia che ci porta verso scenari in cui l’errore di un sensore può scatenare l’intervento inevitabile di giganti come Russia e Cina, pronti a difendere le proprie arterie energetiche ormai polverizzate.

L’ULTIMA CHIAMATA PER LA CIVILTÀ

La storia non ci perdonerà la nostra inerzia. Ogni minuto passato a discutere di “standard internazionali” mentre le ambasciate bruciano e le navi affondano è un tradimento verso le generazioni future.

Ogni minuto a difendere criminali di guerra soltanto perché giocano nella nostra squadra è un missile lanciato sul futuro delle nuove generazioni.

Non abbiamo bisogno di una tregua tecnica, ma di un atto di consapevolezza estrema. O la diplomazia riprende il suo posto, con una forza che superi l’arroganza delle armi, o il mondo che abbiamo costruito cesserà di esistere prima che arrivi l’estate.

Le lacrime di un padre a Gaza e a Teheran sono identiche a quelle di un turista bloccato a Dubai o di un operaio che perderà il lavoro in un’acciaieria dell’Ohio per il blocco delle rotte.

Siamo tutti nodi della stessa rete. Se uno strappo diventa voragine, cadiamo tutti.

È tempo di smettere di applaudire i discorsi bellici dai divani di casa perché la lettura più aulica degli ultimi mesi è stata l’etichetta della birra o l’ultimo articolo di qualche pennivendolo da pale ottocentesche, muli, microchip, senza accorgersi che se ci sono due nazioni che più di tutti hanno violato il Diritto internazionale, quelle sono gli USA e Israele.

È tempo di pretendere un tavolo negoziale che non sia una resa, ma un salvataggio collettivo, per prima cosa dai nostri leader occidentali, dei quali, il meno peggio, non sembra all’altezza.

La gloria tra le macerie è un’illusione per folli che hanno la stessa capacità di comprendere la geopolitica di Trump e von der Leyen, il che, visti gli ultimi anni, è tutto dire.

La realtà, oggi, è solo un cielo nero che attende un raggio di ragione, sopra a leader che l’uso della ragione non la dimostrano da almeno quattro anni.

Perché la guerra in Iran non durerà solo quattro settimane e non sarà indolore. Durerà anni.

Forse in Medio Oriente si placherà prima dell’estate, con esiti tutt’altro che scontati, ma si sposterà nelle stazioni, nelle nostre periferie, nei centri commerciali, perché la partecipazione americana ha risvegliato la sete di vendetta che anima il terrorismo.

E se l’Italia concedesse l’uso delle sue basi, uno dei primi bersagli saremo noi.

E il tempo, come il fumo sopra Teheran, sta rapidamente svanendo.

IL DIRITTO INTERNAZIONALE IN CENERE E L’INCONGRUENZA AI LIMITI DELLA DEMENZA

La polvere che si è alzata sopra il compound di Teheran non ha affatto il sapore di libertà decantato dal presidente americano, ma sa di cemento polverizzato, carne bruciata e di quel sapore metallico che lascia in gola la voglia di vendetta, di scatenare il terrore ovunque nel mondo.

Mentre i radar di Sigonella tracciano traiettorie invisibili nei cieli del Mediterraneo, l’Occidente si specchia nelle sue contraddizioni, sorridendo a un’immagine che non esiste più.

Ali Khamenei sarebbe morto e, con lui, è stato sepolto l’ultimo brandello di un Diritto internazionale che avevamo finto di rispettare per ottant’anni.

Le agenzie di stampa battono ritmi frenetici, parlando di “chirurgia militare” e “attacco preventivo”, ma, sotto le macerie di una scuola di Teheran, diverse bambine non hanno trovato la democrazia, bensì il buio eterno in nome di una liberazione che somiglia terribilmente a un’esecuzione sommaria.

Il paradosso è lancinante, poiché si bombarda per togliere il velo alle donne, ma le si restituisce alla terra, chiuse in un sudario di macerie.

Le cancellerie europee applaudono, o meglio, recitano il copione scritto a Mar-a-Lago e Tel Aviv, con quella bava alla bocca tipica di chi sa di non contare nulla, ma vuole apparire dalla parte dei vincitori.

Perché l’Europa è solo una comparsa che ha smarrito le battute e non trova più il copione.

Mentre Madrid, con un sussulto di dignità, sbatte la porta in faccia ai rifornitori americani, l’Italia si riscopre nuda, vuota, insignificante come non mai.

Il nostro Ministro della Difesa è rimasto intrappolato nelle sabbie dorate di Dubai, un turista di lusso in un mondo che brucia, ignorato dagli stessi alleati che chiamiamo “fratelli”, ben lontano dall’essere un ponte tra Trump e l’UE; siamo lo zerbino su cui i giganti si puliscono gli stivali prima di entrare nella stanza dei bottoni. Il “Board of Peace” è un club di guardoni paganti, dove Tajani osserva il disastro finanziando e restando nella propria irrilevanza.

Trump, al guinzaglio di Netanyahu, è ostaggio del criminale di Tel Aviv (criminale per la più alta Corte del Diritto internazionale), tant’è che lo stesso Rubio ha ammesso che gli USA sono stati costretti a partecipare all’aggressione dell’Iran da parte di Israele, che si dimostra vera e unica mente di questo attacco.

E Israele dimostra anche come non sia affatto possibile che quanto avvenuto il 7 ottobre 2023 fosse sfuggito al Mossad, visto il piano e l’organizzazione messi in atto nell’azione che ha portato alla decapitazione del regime iraniano.

Netanyahu e Trump, però, condividono l’ossigeno del nemico, perché, senza un mostro da sbattere in prima pagina, le loro crepe interne diventerebbero voragini.

La guerra non è l’ultima ratio, ma una distrazione suprema. Serve a silenziare le piazze, a gonfiare i titoli dei giornali, a nascondere i processi e la vicenda dei file Epstein, nonché le crisi economiche, messi sotto il tappeto rosso del patriottismo muscolare.

Se oggi è lecito polverizzare un capo di Stato sovrano perché “se lo meritava”, chi fermerà Pechino quando deciderà che Taiwan ha bisogno della stessa “cura”? O quando Putin volesse fare altrettanto con qualcun altro?

Il diritto internazionale non è un menu alla carta. O è universale o è un paravento per bulli nucleari. E se possono usarlo come carta igienica USA e Israele, non si vede perché non dovrebbero fare altrettanto Mosca, Pechino o altri.

Piangiamo per l’Ucraina aggredita, ma brindiamo per l’Iran invaso, in un comportamento da dementi.

Sanzioniamo il tiranno di Mosca, ma abbracciamo il giustiziere di Washington, credendo anche di essere moralmente giusti.

In questa schizofrenia etica, in cui il più intelligente sembra Fantozzi alla riscossa, l’Italia si mette l’elmetto della massima allerta, presidiando ventinovemila obiettivi sensibili con la paura di chi sa di aver delegato la propria sicurezza a chi non ha nemmeno la cortesia di avvisarci prima di scatenare l’inferno.

Da oggi, tutto è a rischio: centri abitati vicino alle basi americane, treni, stazioni, centri commerciali, teatri, piazze…

Khamenei era un oppressore, certo, ma il vuoto di potere riempito dalle bombe partorisce raramente fiori, per di più fornisce a tanti la giustificazione perfetta, dietro la trincea “beh, se lo fate voi occidentali…”

Partorisce veleno. Un veleno che scorrerà nelle vene del mondo per i prossimi decenni.

Abbiamo stabilito che la forza bruta è l’unico linguaggio comprensibile, cancellando tribunali e diplomazia con un colpo di spugna zeppa di napalm, spiegando agli altri che dovranno usare la forza per parlare con noi.

Mentre Big Mama e migliaia di connazionali restano bloccati sotto il sibilo dei missili nel Golfo, la politica romana continua a recitare la farsa del “ruolo centrale”, ma la verità ha la voce del silenzio dei telefoni che non hanno squillato a Palazzo Chigi prima dell’attacco.

Siamo spettatori paganti di una tragedia che ci vede protagonisti solo come possibili bersagli, in un mondo che è diventato un posto più semplice, e pericoloso, per cui chi ha armi migliori, e il dito sul grilletto, scrive la storia; tutti gli altri, noi compresi, aspettano solo di sapere se saranno i prossimi a finire sui necrologi o lo zerbino su cui i tiranni si puliranno gli scarponi.

Nella speranza che i due bulli del pianeta non scatenino l’Ultima guerra mondiale. Definirla solo “Terza” non renderebbe l’idea della sua dimensione reale.