Masha, lo chef e la mangiatoia: il circo di Kiev tra bustarelle, film di Hollywood e sanzioni da barzelletta
di Pasquale Di Matteo
L’Ucraina è un Paese in guerra, con le truppe al fronte che scarseggiano persino di acqua e razioni di rancio.
Un Paese finanziato con centinaia di miliardi di euro usciti direttamente dalle tasche dei contribuenti europei, altrimenti non potrebbe più pagare nemmeno gli stipendi alla sua pubblica amministrazione e le pensioni, pure aumentate negli ultimi mesi, per tenere buono il popolo.
E cosa fa il suo illuminato Presidente, Volodymyr Zelensky, mentre la Russia avanza, al di là della nostra propaganda, che canta vittoria da quattro anni e mezzo?
Firma un decreto presidenziale per sanzionare ufficialmente una minaccia letale alla sicurezza nazionale. Non contro i servizi segreti russi o i missili ipersonici, ma contro la terribile Masha e il suo fedele compagno peloso.
È la tragica realtà di Kiev. La popolarissima serie animata per bambini Masha e Orso, prima nelle classifiche di gradimento dei bambini ucraini fino a ieri, è stata solennemente bollata come strumento di propaganda ibrida del Cremlino.
Piaceva molto anche a mio figlio; vuoi vedere che…
Questo cartone animato, secondo il grande statista di Kiev, sarebbe un’arma di distrazione di massa mimetizzata tra le treccine di una bambina e le avventure di un orso pasticcione. Roba che persino la censura sovietica ai tempi della Guerra Fredda avrebbe trovato grottesca.
Certo è che, quando il consenso interno crolla sotto il peso di scandali finanziari che farebbero impallidire i nostri migliori professionisti di Tangentopoli, anche un cartone animato può diventare il nemico pubblico numero uno. Ci si inventa qualsiasi panzana, purché i riflettori vengano spostati dal vero marciume.
IL SABOTATORE VA AD HOLLYWOOD
Ma Masha e l’Orso non è l’unica storiella da tv.
Ricordate il gigantesco attentato subacqueo che nel 2022 ha fatto saltare in aria i tubi del gas nel Mar Baltico, mandando in tilt l’economia energetica della Germania e dell’intera Europa?
Ebbene, nei giorni scorsi la polizia croata ha finalmente arrestato a Pola un certo Volodymyr Zhuravlev, subacqueo professionista ucraino ricercato da mesi dalla magistratura tedesca con un mandato di cattura europeo.
Non si nascondeva in un covo segreto e non combatteva neppure in una trincea del Donbass.
Lo hanno ammanettato mentre lavorava tranquillamente come consulente tecnico sul set di un kolossal di Hollywood intitolato Snake Island. Un film diretto da Doug Liman e interpretato da star del calibro di Sean Penn e Adrien Brody.
Il tema del film? Il sabotaggio del Nord Stream.
Capito il livello in cui siamo precipitati?
L’uomo accusato di aver piazzato l’esplosivo sul fondo del mare, su cui spiccava un mandato di cattura internazionale, veniva pagato dai produttori americani per spiegare agli attori come ha fatto a far saltare in aria l’impianto energetico europeo.
Una barzelletta. Siamo in una commedia surreale dove la realtà supera la finzione più sfacciata.
Con tanto di ciliegina sulla torta offerta dal premier polacco Donald Tusk, il quale tempo fa aveva candidamente archiviato la faccenda spiegando che il problema del Nord Stream non era il fatto che fosse stato distrutto, ma che fosse stato costruito.
Perché a Hollywood fu girato anche Scemo e più Scemo, vuoi mettere?
OPERAZIONE “FORREST GUMP”. LE MANI DI KIEV SULL’ANTICORRUZIONE
Ma mentre ad Hollywood si girano film d’azione, a Kiev va in scena il genere poliziesco.
L’ultima bomba giudiziaria si chiama Operazione Forrest Gump, condotta dagli investigatori dell’ufficio anticorruzione NABU e della procura specializzata SAPO. Un nome un po’ ironico per raccontare una corsa a perdifiato dentro la mangiatoia del potere ucraino.
Il blitz è arrivato dritto al cuore della presidenza, travolgendo Iryna Mudra, vicecapo dello staff di Zelensky ed ex viceministra della Giustizia. La donna che per mesi ha girato per l’Europa spiegando come confiscare i beni russi per riparare i danni di guerra, è finita licenziata in tronco dopo che la sua abitazione è stata perquisita dagli inquirenti.
L’accusa è di aver fatto parte di un’organizzazione criminale dedita al riciclaggio di denaro sporco. Si parla di tre milioni di euro fatti transitare attraverso una banca statale per pagare la cauzione dell’ex ministro dell’Energia Halushchenko, arrestato nell’ambito di un altro filone di mazzette legato al colosso Energoatom.
In una conversazione registrata dagli inquirenti, si sente la funzionaria presidenziale spiegare con disarmante pragmatismo la filosofia del clan: “La corruzione non bisogna combatterla, bisogna controllarla”.
Ed ecco come intendevano “controllarla”. Non fermando le mazzette, ovviamente, ma piazzando uomini di paglia all’interno degli stessi organismi di controllo nati su pressione degli americani.
Che novità, eh?
“Domani ci sono le elezioni per il consiglio civico della NABU”, si legge nei verbali delle intercettazioni. “Lì c’è la nostra Inna, c’è Anya… Dobbiamo bombardare le chat e raccogliere voti per il nostro candidato”. Infiltrare i controllori per garantire la continuità della rapina. Semplice, pulito, spietato.
La rete criminale non si limitava alle classiche bustarelle sull’energia o sugli appalti delle armi, ma usavano veri e propri hacker per penetrare nei registri catastali e digitali dello Stato.
In pochi minuti, attraverso la falsificazione informatica dei titoli di proprietà, la titolarità di interi palazzi d’epoca nel centro storico di Kiev veniva trasferita a prestanome.
Quando i legittimi proprietari provavano a ricorrere ai tribunali, la macchina giudiziaria compiacente insabbiava le denunce per anni, lasciando che i predoni di regime consolidassero il bottino.
Di fronte a questo abisso, il governo ha persino provato a far passare una legge d’urgenza per mettere direttamente sotto il proprio controllo politico le agenzie anticorruzione indipendenti, in modo che non rompessero troppe uova nel paniere. Volevano decidere loro chi indagare e chi assolvere.
Soltanto le proteste di piazza e la reazione furibonda dei finanziatori esteri hanno costretto Zelensky a un temporaneo e imbarazzato passo indietro.
IL TERRORE DELLE URNE
In tutto questo quadriennio di orrori e saccheggi, sapete qual è la parola che fa più paura a Kiev?
Non è “sconfitta”. Non è “resa”.
È “elezioni”.
È bastato che l’ex ex ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, azzardasse la timida proposta di valutare il voto popolare per restituire legittimità alle istituzioni, perché l’intero apparato politico-mediatico gli si scagliasse contro.
Epurato in quarantotto ore. Fatto fuori dal dibattito pubblico. Marchiato a fuoco come irresponsabile, disertore o disfattista.
Perché la narrativa ufficiale deve rimanere una sola: il popolo è compatto dietro il suo leader e la democrazia può attendere. Già, perché rischiare di far votare i cittadini quando si può continuare a gestire un Paese in stato d’emergenza permanente, blindando poltrone, coprendo scandali ed esigendo assegni in bianco dall’Europa?
D’altronde, gli europei continuano a tagliarsi la spesa pubblica, la sanità e le pensioni per inviare armi e miliardi a un governo che sanziona Masha e Orso per coprire il proprio fallimento.
Un circo tragico in cui i sabotatori finiscono ad Hollywood, i vicecapi di gabinetto spiegano che le tangenti si gestiscono e non si combattono, e ai cittadini ucraini viene persino negato il diritto fondamentale di scegliere da chi farsi governare, mentre un presidente che nega le elezioni cerca i loro figli per mandarli a morire al fronte.
Tutto mentre politucoli e analisti europei da quattro soldi ci spiegano che la guerra è pace e la diplomazia e la storia sono favoreggiamento con il nemico.
Una farsa che costerà cara a tutti noi. Ma finché il sipario resta alzato e i soldi arrivano, lo spettacolo deve continuare.
Mentre in Italia ci distraggono dicendo che in estate fa caldo, nell’arco di pochi giorni, la narrazione pandemica ha mostrato crepe vistose.
Prima abbiamo visto l’ex volto simbolo della Sanità americana trincerarsi dietro il diritto costituzionale di rimanere in silenzio di fronte alle incalzanti domande del Senato.
Quell’Anthony Fauci che, spavaldo, durante la pandemia sosteneva che avrebbe spiegato ovunque, con dati scientifici alla mano, la bontà delle sue affermazioni e delle sue scelte.
Perciò il ricorso a oltranza della facoltà di non rispondere, nonostante una grazia preventiva ottenuta da Biden, puzza di marcio.
Pochi giorni dopo, la Procura federale incassa la piena ammissione di colpevolezza dello storico consigliere dell’istituto e stretto collaboratore di Fauci, David Morens, reo di aver orchestrato un piano deliberato per far sparire documenti ufficiali e sottrarsi al controllo pubblico.
Dopo che la Commissione del Senato ha trasmesso al Dipartimento di Giustizia gli atti dell’oltraggio al Congresso operato da Anthony Fauci, il suo ex collaboratore ammette davanti a un giudice federale di aver cospirato per truccare le richieste di trasparenza.
D’altronde, l’apparizione di Fauci davanti alla commissione del Senato per la Sicurezza interna aveva assunto contorni surreali.
Presentatosi sotto mandato di comparizione, l’ex direttore del NIAID ha inanellato oltre cento rifiuti di rispondere, trincerandosi dietro la formula del Quinto Emendamento anche di fronte a domande banali.
La ragione sventolata dai suoi legali è stata il timore che qualunque affermazione potesse essere usata per incriminarlo o per muovergli accuse di falsa testimonianza, visto il clima di aperta ostilità della maggioranza repubblicana.
Una motivazione che non regge, vista la grazia preventiva ricevuta dall’ex presidente USA.
Ecco perché il senatore Rand Paul, alla guida della commissione, non ha perso tempo. Ha preso atto dell’ostruzionismo di Fauci e ha promosso il voto per l’oltraggio al Congresso, così l’atto è passato nelle mani dei PM del Dipartimento di Giustizia, che dovranno decidere se trasformare il rilievo della commissione in un’azione penale.
IL SIGNIFICATO DEL QUINTO EMENDAMENTO
Attorno a quel prolungato silenzio si scontrano due visioni opposte e inconciliabili.
Dalle fila dei repubblicani guidati da Rand Paul, l’uso reiterato del privilegio costituzionale viene bollato come una fuga ingiustificabile.
Agli occhi dell’accusa politica, Fauci ha alzato un muro persino di fronte a quesiti di pura ordinaria amministrazione, paralizzando l’attività d’indagine del Parlamento.
Per chi ha ricoperto ruoli di massima responsabilità pubblica durante un’emergenza sanitaria, la scelta di tacere appare, sul piano dell’opportunità politica, un palese cortocircuito di trasparenza, perché, proprio in quella sede, Fauci avrebbe potuto, e dovuto, mostrare dati e rilievi inoppugnabili sulla sua condotta e sull’intera gestione Covid.
Invece, ha preferito il comportamento di chi, di solito, è colpevole o nasconde più scheletri nell’armadio di quanti ve ne siano in un cimitero.
La difesa cerca di ribaltare la prospettiva facendo perno sulla rigidità delle tutele costituzionali. L’invocazione del Quinto Emendamento costituisce un presidio fondamentale a protezione del cittadino contro il rischio di incriminazione o di trappole procedurali.
In un’aula parlamentare dove più volte si è invocata apertamente la prigione per il testimone, la scelta di non rispondere è una legittima strategia difensiva raccomandata dai legali.
Tuttavia, è una scelta che risponde solo alle esigenze di chi non ha tra le mani dati scientifici inoppugnabili.
Il ricorso sistematico alla facoltà di non rispondere insospettisce e stona con l’immagine dell’amministratore che sostiene di non aver nulla da nascondere. Se non hai nulla da nascondere, parli e mostri i dati in tuo possesso. Non ti nascondi. Punto.
IL CASO DAVID MORENS
Anche perché a inguaiare Fauci ci pensano i verbali del Tribunale di Greenbelt, in Maryland, che parlano con sconcertante chiarezza.
David Morens, dirigente medico di lungo corso e storico consigliere senior al NIAID, ha firmato un patteggiamento che sgretola quel muro edificato dal suo ex “capo”.
Il Dipartimento di Giustizia ha formalizzato la condanna in seguito all’ammissione d’imputazione per cospirazione contro gli Stati Uniti.
Morens ha riconosciuto di aver messo in piedi un sistema sistematico per aggirare le richieste basate sul Freedom of Information Act , violando la legge sui registri federali.
Insieme ad altri sodali, utilizzava caselle di posta elettronica personali su Gmail per scambiare informazioni riservate del NIH, concordando per iscritto di nascondere le comunicazioni per evitare che finissero sotto la lente dell’opinione pubblica.
In particolare, la popolazione non doveva venire a conoscenza della controversa gestione dei finanziamenti destinati all’organizzazione EcoHealth Alliance e ai progetti di ricerca sui coronavirus dei pipistrelli condotti in collaborazione con il laboratorio di Wuhan.
Quando il NIH sospese i fondi in seguito ai dubbi sull’origine del virus, Morens si attivò nell’ombra per ripristinare i finanziamenti ed eludere i controlli, cercando contestualmente di orientare il dibattito pubblico per depotenziare la tesi della fuga da laboratorio.
Ricordate le sciocchezze sul mercato e sul pangolino vendute come un mantra?
IL RUOLO DI FAUCI
L’ammissione di colpevolezza di Morens proietta un’ombra inevitabile sui vertici dell’istituto che dirigeva.
Possibile che Fauci non fosse al corrente del fatto che il suo stretto collaboratore utilizzava account privati per trattare affari di Stato? Esistono direttive, anche informali, volte a schermare le decisioni più delicate sui fondi a EcoHealth Alliance?
La vicenda solleva questioni enormi sulla catena di comando e sulla vigilanza interna. Chi decise di interrompere il finanziamento a EcoHealth e con quali motivazioni precise? Chi operò per facilitarne il ripristino sottobanco?
La presenza di un perdono presidenziale preventivo accordato da Joe Biden prima di lasciare la Casa Bianca copre gran parte delle condotte amministrative del periodo pandemico, rendendo ancora più complessa la ricostruzione delle responsabilità processuali e gettando ulteriore marcio in questa vicenda, poiché le grazie, solitamente, le riceve chi ha commesso crimini.
Inoltre, la grazia politica non cancella l’obbligo morale della chiarezza e i silenzi sono quasi sempre l’ultima spiaggia di chi è sommerso fino al collo e non ha nulla di intelligente da dire.
Purtroppo, viviamo l’era in cui i confini geografici cambiano a colpi di post, alimentati da colpi di testa di gente pazza da legare.
Uno si sveglia la mattina e dice: «La Groenlandia è nostra.» Oppure: «Gaza ci appartiene per diritto divino».
Panzane che non stanno in piedi, ma che producono morti e danni irreparabili alle economie di mezzo mondo.
Donald Trump ha impugnato lo smartphone per regalare ai suoi follower su Truth l’ennesima perla: una cartina dove il collo di bottiglia del greggio mondiale viene ribattezzato d’un tratto “Nuovo Territorio Statunitense”. Proprio così. Dopo aver vagheggiato l’acquisto della Groenlandia come se fosse un attico a Manhattan, l’ex inquilino della Casa Bianca ha deciso che il Golfo Persico è roba sua.
Ovviamente, l’Iran non ha risposto con le risate. Perché si ride davanti ai comici, non ai pazzi.
Teheran ha risposto con le parole misurate e velenose del proprio viceministro degli Esteri: “Correggeremo le delusioni di Trump”. Tradotto dal politichese: se pensate di fare i padroni a casa nostra, la ricreazione è finita.
E mentre il ciuffo rosso a Washington fa lo spaccone da tastiera, per nascondere i suoi fallimenti bellici, chi si ritrova con l’acqua alla gola sono, come al solito, gli europei.
Lo Stretto di Hormuz non è un videogioco alla PlayStation, ma l’arteria da cui passa circa un quinto del fabbisogno globale di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL).
Reuters e i tracciamenti marittimi di Kpler certificano che i transiti navali, che fino a poche settimane fa vedevano scorrere flussi continui di petroliere, sono crollati a una media risibile di undici navi al giorno, per poi bloccarsi del tutto. Motivo per cui il Brent è schizzato istantaneamente a 91,47 dollari al barile.
E chi crede che questa sia una faccenda confinata al Medio Oriente farebbe bene a farsi due conti alla stazione di servizio più vicina.
Nel frattempo, a Roma, ci si indigna per il caro carburanti, come se le accise e i rincari fossero piovuti dal cielo per una bizzarria del meteo.
Il governo incassa il colpo dopo aver bruciato miliardi in taglietti temporanei che le compagnie petrolifere si sono rimangiate nel giro di un weekend, dimostrando ancora una volta che la politica di casa nostra sa solo rincorrere l’emergenza senza mai capirne le cause strutturali.
E mentre l’opinione pubblica viene abbeverata con le solite favole sull’esportazione della democrazia e sulla fermezza contro i “cattivi” di turno, mentre viene distratta dall’Ucraina e dai miliardi polverizzati in una guerra che i leader europei stanno perdendo in maniera imbarazzante, il Financial Times sgancia la bomba che nessuno a Palazzo Chigi ha il coraggio di commentare.
Fonti interne al regime di Teheran confermano che, scaduto il termine diplomatico di sessanta giorni senza alcun accordo sul tavolo, l’Iran sta seriamente valutando di colpire gli obiettivi militari americani presenti nel sud e nel sud-est dell’Europa.
L’Italia non viene nominata esplicitamente soltanto per galanteria diplomatica, ma la geografia non si cancella con le parole: la base di Sigonella, in Sicilia, è l’hub logistico ed operativo da cui partono ricognizioni, rifornimenti e attacchi per tutto il quadrante mediorientale.
Avere le chiavi di casa consegnate allo Zio Sam significa che, quando la Casa Bianca decide di incendiare il Golfo Persico, la prima fiammata rischia di arrivarci dritta in salotto. Altro che Putin, Mosca, i russi alle porte e altre fesserie.
Le basi americane nel nostro paese non servono a proteggere i cittadini italiani, ma a garantire una portaerei naturale nel Mediterraneo a Washington. E quando le cose si mettono male, la storia insegna che gli americani impacchettano le tende, salutano la compagnia e lasciano il conto da pagare agli alleati di turno, sociale, economico e militare.
È successo in Iraq, è successo in Afghanistan, è successo in Ucraina, e la sceneggiatura rischia di ripetersi identica nel Mediterraneo.
I politici europei, arrivati a fine cottura e pronti a mollare la patata bollente ai governi successivi, continuano a fare melina per non urtare ulteriormente gli umori dei rispettivi elettori. Fanno finta che il problema non li riguardi, indebitando le future generazioni con la scusa del riarmo forzato e regalandoci perle di comicità involontaria che loro scambiano per spessore, statismo e filosofia.
Basta guardare il teatrino delle forniture militari: inviamo materiale a Kiev, poi ci viene proposto di ricomprare gli stessi droni che abbiamo già pagato, e nel frattempo ci facciamo trascinare in guerre commerciali ed energetiche, tagliando ogni rapporto con Mosca, contro i nostri stessi interessi nazionali.
Il che si configura come tradimento del mandato governativo, che, al primo posto, ha il benessere e la difesa dei propri cittadini.
Cosa succederà adesso?
Se l’Iran dovesse decidere di far valere la propria forza sullo stretto o di lanciare ritorsioni mirate contro le infrastrutture militari USA nel Mediterraneo, la favola del “va tutto bene” crollerà miseramente, così come è crollata la favola del “fino alla vittoria finale dell’Ucraina”.
Lo Stretto di Hormuz rimarrà blindato dall’Iran, che gli USA lo vogliano o no, il prezzo del barile volerà a cifre astronomiche e l’Europa si ritroverà per l’ennesima volta col cerino in mano, a chiedersi come sia stato possibile scambiare la geopolitica con una battuta da avanspettacolo.
E, forse, gli europei cominceranno a prendere a calci nel deretano politucoli da quattro soldi scambiati per grandi statisti, che sarebbero imbarazzanti persino a giocare a Risiko.
All’Accademia dei Lincei, Massimo Cacciari è intervenuto sull’illusione della diplomazia da salotto.
Niente marcette conformiste. Nessuno sconto al catechismo geopolitico a reti unificate che riempie i talk show di tutte quelle banalità urlate da più di quattro anni, miste a stupidità del calibro di pale, muli e microchip da lavastoviglie.
Cacciari sceglie di squarciare la superficie del presente per fare quello che i nostri governanti hanno smesso di fare da tempo: pensare.
La tesi fa tremare i polsi ai tecnocrati alla guida dell’Europa. L’Occidente sta soffocando perché ha deciso di tagliarsi un polmone da solo.
Ha radici antiche, questa storia. Non è nata ieri con i titoli dei telegiornali o con gli slogan da propaganda bellica.
Bisogna tornare al 1812, quando un Napoleone attonito guardava Mosca divorata dalle fiamme e bollava quei soldati come “sciti, barbari capaci di dare fuoco alle proprie case pur di non cederle”.
È lì che prende forma il grande alibi occidentale. Un’ossessione codificata nel 1839 dal marchese Astolphe de Custine, con il suo celebre reportage sulla Russia: l’idea comoda, rassicurante e profondamente pigra che ad est di Varsavia abiti solo il dispotismo, il buio spirituale, la minaccia esistenziale per la nostra presunta e superiore civiltà.
Come se insozzare mezzo mondo per depredare intere nazioni di uomini, da vendere come schiavi, e di materie prime fosse un’etica superiore.
La cosa davvero grottesca è che su questo stereotipo si sono stretti la mano i nemici di sempre.
Da un lato i liberali illuminati, certi di detenere il monopolio della civiltà e del progresso, dall’altro i reazionari cattolici come Donoso Cortés o Joseph de Maistre, che vedevano nella Russia un colosso privo di romanità, un focolaio di eversione distruttiva pronto a travolgere il vecchio continente.
Persino Karl Marx guardava con sospetto maniacale alla diplomazia zarista, mentre il regime dei Romanov veniva etichettato dall’intera sinistra europea come il semplice “gendarme della reazione”.
Tutti d’accordo. Un muro ideologico, un confine invalicabile eretto non per comprendere l’altro, ma per esorcizzare le proprie paure e nascondere le proprie fragilità, arroccandosi sulla propria presunta superiorità.
Eppure, le menti più lucide della storia europea avevano visto ben altro.
Alexis de Tocqueville lo aveva predetto con una precisione che oggi dovrebbe far tremare la classe dirigente europea: il futuro del mondo non sarebbe più passato per Parigi o Londra, ma si sarebbe giocato tra due giganti emersi ai margini, la Russia e gli Stati Uniti.
In Germania, gigante economico schiacciato dalla sua stessa posizione geografica, un grande del pensiero come Max Weber aveva compreso benissimo la lezione: la cooperazione con Mosca non era un’opzione morale, ma una necessità geopolitica e strategica imprescindibile.
Per la Germania, e per l’Europa intera, favorire la democratizzazione russa integrando quell’immenso spazio economico era l’unico modo per non rimanere stritolati.
Invece no. L’Europa ha preferito l’analfabetismo di ritorno.
Ha scelto di ignorare la cultura profonda di un Paese con cui condivide la storia. Quanti tra i nostri leader hanno mai aperto una pagina di Tjutcev, di Soloviev, di Berdjaev o dello stesso Dostoevskij?
Chi si è mai preso la briga di capire cosa fosse davvero l'”idea russa”?
Si tratta di un’ignoranza sistematica, quasi ostentata con orgoglio, dai nostri attuali leader.
Pensatori come Soloviëv o Tjutcev non erano certo dei lacchè dello zar. Al contrario, attaccarono ferocemente la sottomissione della Chiesa ortodossa al potere politico, denunciando l’imperialismo brutale del loro stesso regime.
Ma sostenevano una verità teologico-politica fondamentale per cui l’Europa occidentale e la Russia sono i due polmoni della stessa civiltà cristiana ed europea. Perciò, se ne fermi uno, l’organismo va in asfissia.
Poi c’è il monito tragico di Fedor Dostoevskij. Scriveva nel suo “Diario di uno scrittore” parole che oggi suonano come una condanna inappellabile: se l’Europa e la Russia continueranno a non capirsi, se rifiuteranno di riconoscere la comune matrice spirituale per scivolare nello scontro fratricida, il finale sarà uno solo. La guerra totale e il suicidio definitivo del continente europeo.
Un avvertimento profetico lanciato decenni prima del disastro della Prima Guerra Mondiale e puntualmente inascoltato.
Perfino nel 1917, quando la Rivoluzione bolscevica venne vissuta dai più grandi poeti russi come un’apocalittica e disperata istanza di rinnovamento etico dell’intero pianeta, l’Occidente rispose inviando le truppe ed erigendo un nuovo cordone sanitario.
Con il risultato che quella spinta etica si incattivì, trasformandosi nell’armatura totalitaria dello Stato sovietico.
Oggi la storia si ripete, ma in forma di tragicommedia.
Le élite eurocrate continuano a maneggiare la geopolitica con la leggerezza di chi gioca alla PlayStation.
Si sbandierano sanzioni, si recidono legami economici vitali, si cancella la cultura e si alzano nuovi muri, convinti di difendere la “civiltà” mentre se ne demoliscono le fondamenta.
È la vittoria della diplomazia del confine sulla politica dell’intelligenza.
Chi rifiuta il dialogo tra fratelli sceglie la guerra civile, latente o aperta che sia. E quando due polmoni smettono di pompare aria allo stesso corpo, la conseguenza non è la vittoria di uno sull’altro, ma la morte del paziente.
L’Europa ha deciso di soffocarsi da sola; resta solo da capire quanto tempo impiegherà prima del decesso.
Se non ci fosse di mezzo la pelle della gente vera, ci sarebbe da ridere per la propaganda che ci viene somministrata ogni giorno a reti unificate. Ls solita solfa atlantista recitata da sacerdoti in giacca e cravatta che la guerra l’hanno vista soltanto sulle console dei figli o nei plastici degli studi televisivi.
“Pioggia di droni contro Mosca, 1.500 velivoli lanciati in ventiquattr’ore, svolta devastante!”
Questo è il tono dei titoli che girano, poi ti fermi, strofini gli occhi e leggi The Times, quotidiano britannico non proprio sospettabile di simpatie per il Cremlino, e scopri che i droni che dovrebbero ribaltare le sorti del conflitto non sono tutti frutto dell’industria bellica di Kiev, ma c’è anche roba fornita direttamente da Londra.
(Ricordiamo che, per la dottrina di Mosca, anche un solo velivolo della NATO sul territorio russo può essere interpretato come attacco della NATO alla Russia, rendendo tutti noi bersagli per ogni tipo di arma, comprese quelle atomiche).
E cosa sono andati a colpire, dopo cotanto spiegamento di tecnologia NATO?
Un gigantesco deposito merci di Wildberries, in pratica l’Amazon russa. Un magazzino di scarpe e frullatori per decantare una vittoria militare strepitosa, non c’è che dire.
Ma la propaganda ha le sue esigenze, perciò, quando sul campo di battaglia le cose vanno male, bisogna inventarsi la favola della “profondità strategica”.
Si cambia la mappa, non si mostra più il Donbass, altrimenti bisognerebbe raccontare delle città cadute in mano russa, e si mettono i puntini rossi sulle raffinerie e sui depositi civili in territorio russo.
Nel frattempo, a Kiev, la realtà picchia duro. Mentre i think-tank occidentali festeggiano i bombardamenti promozionali, Volodymyr Zelensky si ritrova con l’amministrazione dissestata, ministri dimissionari o “ad interim” e una petizione popolare interna che gli chiede conto dei continui rimpasti e dei fallimenti politici.
Ma di questo, nei nostri TG, nemmeno l’ombra. Sia mai che il pubblico si accorga che l’Ucraina è in condizioni disperate perché l’abbiamo illusa di poter vincere una guerra che qualunque analista degno di tal nome avrebbe definito impossibile da vincere già nel 2022.
Proprio come sosteneva il sottoscritto, mentre veniva sbeffeggiato al suono di “sanzioni dagli effetti dirompenti”, “Putin non vede il panettone” (2022), “la controffensiva cambierà le sorti della guerra” (2023), e senza dimenticare le supercazzole su pale, muli, microchip, assenza di calzini e altre sciocchezze.
Poi c’è il capitolo delle alleanze, dove l’ipocrisia tocca vette vertiginose, perché, quando la Corea del Nord fornisce proiettili d’artiglieria alla Russia, i nostri commentatori gridano allo scandalo, all’asse del male, alla violazione del diritto internazionale.
Il diritto internazionale? Quello violato agli USA in Venezuela, in Iran e in mezzo mondo? Quello violato da Israele a Gaza, nel Libano, in Cisgiordania?
Se però la NATO manda droni a lungo raggio, istruttori militari, dati satellitari per il puntamento e miliardi a fondo perduto, allora si chiama “difesa della democrazia” in quel cortocircuito che ha reso persino Orwell un dilettante.
D’altronde, sono gli stessi che ci hanno raccontato per trent’anni che la NATO non si sarebbe espansa a est, poi ci hanno venduto il “Partenariato per la Pace” del 1994 come una mano tesa a Yeltsin, quando gli archivi americani dimostrano che era solo un’anticamera per prendere tempo, addestrare gli eserciti dell’Est e renderli interoperabili in vista del grande salto.
Ci hanno detto che Finlandia e Svezia sono entrate nell’Alleanza Atlantica improvvisamente, spaventate dall’orso russo, nascondendo che partecipavano già dal 2018 alle più imponenti esercitazioni militari NATO nel Nord Europa.
Chiunque provi a ricordare questi fatti viene bollato come “agente del Cremlino”, persino il Prof. Barbero, delegittimato, insultato dal solito apparato di cantori a gettone.
Ma c’è un piccolo problema che i teorici della “guerra totale” non avevano calcolato: i cittadini. La gente comune. Quelli che la guerra dovrebbero andarla a combattere sul serio.
I numeri dell’ultimo rapporto Eurispes in Italia e le rilevazioni internazionali tracciano un quadro devastante per i signori del riarmo.
In Germania, la nazione che promette di ricostruire l’esercito più potente d’Europa a suon di miliardi, il Ministero della Difesa ha inviato circa 300.000 lettere a giovani ragazzi e ragazze per invitarli ad arruolarsi volontariamente.
Sapete quanti hanno risposto di sì con entusiasmo? 500. Non 500mila. Cinque volte cento. Metà di mille. Manca un mezzo Garibaldi, poi una scampagnata in Sicilia…
L’imponente risposta giovanile dello 0,16%. Nel Regno Unito, Paese storicamente patriottico, un sondaggio rivela che appena il 6% della popolazione si arruolerebbe come volontario nell’eventualità di un’invasione del proprio territorio. Il 6%.
E gli italiani, che secondo la vulgata di palazzo dovrebbero tremare per l’imminente arrivo dei carri armati russi a Trieste, la pensano in modo ben diverso.
Il 61,8% degli intervistati non crede affatto che l’invasione dell’Ucraina sia il preludio a un attacco russo contro l’Europa. Il 44,2% considera i miliardi spesi in armi un puro spreco di denaro pubblico.
Soltanto un risicato 30% vorrebbe un aumento delle spese militari, e si tratta di un dato in crollo verticale di dieci punti rispetto alla scorsa rilevazione, segno evidente che anche i più addormentati stanno uscendo dal torpore del sonno.
E sulla leva obbligatoria, il 63% degli italiani risponde picche.
La verità è che i popoli europei non sono stupidi come la propaganda spera.
Chi vive nel mondo reale chiede un lavoro dignitoso, stipendi adeguati all’inflazione, un servizio sanitario che funzioni e scuole e città sicure per i propri figli, non il riarmo a debito col fondo SAFE o lo scostamento di bilancio per comprare caccia americani.
I governi lo sanno perfettamente. Sanno che la retorica della vittoria finale non incanta più nessuno e che la narrazione pacifista non si può sradicare a colpi di decreti fatti a mezzanotte nei mesi estivi, ecco perché cercano di muoversi nell’ombra, infilando le spese militari nei rivoli dei bilanci e promettendo che “le armi portano la pace”. Certo come no. Qualcuno ci crede. Si trova sempre. Ma sono sempre meno.
Se le élite atlantiste, i direttori di giornale e i politici di governo desiderano così ardentemente lo scontro con la Russia, facciano un gesto di coerenza: indossino l’elmetto, allaccino gli anfibi, lascino le loro comode poltrone e vadano personalmente in trincea, portandosi dietro figli, figlie e mogli, in pieno rispetto della parità di genere.
Noi, da qua, promettiamo di fare il tifo per loro. E se non torneranno, pazienza. Noi siamo solo poveri pacifisti che non comprendono. Perciò, ce ne faremo una ragione.
Ma finché resteranno nei loro salotti a fare i generali con la pelle degli altri, anche con le palle degli altri, sappiano che i cittadini hanno già votato con la propria coscienza: la loro guerra non la vuole nessuno.
Non vorremmo che tra un po’, se messi di fronte a un eventuale arruolamento forzato, i cittadini, dovendo combattere per forza, non decidano di scagliarsi contro chi li vuole in guerra a ogni costo.
Allora, chissà. La pace potrebbe essere invocata persino da chi oggi la vede come una strategia di Mosca.
Continua inesorabile la narrazione della propaganda.
Da un lato, la Russia si prepara ad attaccare un Paese della NATO, dall’altra, la stessa superpotenza per cui dobbiamo riarmarci e prepararci alla guerra è con le pezze sul deretano.
Mancano i ricambi per i missili, le raffinerie vanno a fuoco, le stazioni di servizio a Mosca hanno file chilometriche e Vladimir Putin passa le sue giornate a tremare nel bunker cercando un modo per arrendersi.
Poi però accendi i riflettori sulla realtà e ti accorgi che i fatti raccontano un’altra storia.
L’ultimo capitolo di questo melodramma si è consumato poche ore fa sulle acque del Mar Nero. Volodymyr Zelensky, dopo aver rivendicato per settimane l’efficacia devastante dei droni marini ucraini contro la flotta di Mosca e contro il porto di Novorossijsk, ha pensato bene di inviare, per vie traverse e tramite paesi terzi, una proposta formale di cessate il fuoco sul mare. Una tregua navale, una pausa per far respirare i porti.
La risposta di Mosca, quella che per la nostra propaganda dovrebbe aver bisogno di una trgua perché al tappeto, è arrivata per bocca della solita Maria Zakharova, ma non è stata un “grazie, accettiamo perché ne avevamo proprio bisogno”, ma è stata un due di picche senza appello.
“Non ci sono i presupposti per mezze misure o per tregue temporanee”, hanno fatto sapere da Mosca. Tradotto dal “diplomatichese”: avete alzato la posta, avete voluto trasformare il traffico mercantile e i depositi di carburante in un bersaglio legittimo, e ora che i nostri missili vi hanno sfasciato le infrastrutture di Odessa e bloccato la stiva dei cereali, chiedete l’arbitro? No, grazie.
È l’ennesimo paradosso di questa guerra.
Per mesi i sacerdoti dell’atlantismo ci hanno spiegato che ogni drone ucraino lanciato contro una raffineria russa era la svolta decisiva del conflitto. Ci hanno propinato il racconto epico della Russia senz’olio nei motori. Ma nessuno, in queste redazioni allineate, si rende conto che siamo di fronte a un incontro di boxe dove il loro beniamino mette a segno qualche colpo ai fianchi, mentre il suo avversario gli assesta colpi devastanti e lo ha messo all’angolo?
Se la Russia ha subito danni concreti a una dozzina di impianti, che nessuno nega, ma che per un gigante energetico rappresentano poco più di un fastidio, l’Ucraina si ritrova con l’economia polverizzata.
Non c’è più partita e i numeri non mentono, anche quando i giornali provano a nasconderli sotto il tappeto, come la polvere.
I porti della regione di Odessa sono paralizzati; le esportazioni agricole, linfa vitale per la sopravvivenza economica di Kiev, rischiano il dimezzamento; l’industria metallurgica è al collasso; più di un terzo della forza lavoro è fuggito all’estero; non si contano più morti e invalidi; il Paese sta in piedi esclusivamente grazie ai miliardi di dollari ed euro che i leader europei continuano a drenare dalle tasche dei propri contribuenti per riempire una falla che si allarga ogni giorno di più a causa delle loro scellerate scelta politiche russofobe.
E mentre l’Ucraina affonda, a Kiev Zelensky gioca un’altra partita, ancora più cinica. Quella della sopravvivenza politica.
Ci dicono che le grandi inchieste anticorruzione che stanno facendo tremare l’entourage di Zelensky siano la prova che lo Stato ucraino funziona e si purifica persino sotto le bombe, ma questa tesi è una storiella romantica che non regge alla prova dei fatti.
Perché non siamo di fronte a una grande dimostrazione di etica e di moralità, ma a una spietata ricostruzione della colonna vertebrale del potere.
Quando la mannaia cade su figure del calibro di Andriy Yermak, per anni considerato il vero “presidente ombra” di Kiev, o quando si cancellano i volti politici del governo per sostituirli con grigi tecnocrati sottomessi o con fedelissimi delle forze armate, il messaggio è chiarissimo: Zelensky non sta estirpando i corrotti dal Paese, ma sta blindando se stesso.
Ha tagliato le teste di chi aveva una statura politica autonoma per circondarsi di esecutori dei suoi ordini senza arte né parte.
Ha stretto un patto di ferro con i vertici militari e dei servizi di difesa, conscio che solo la saldatura con chi gestisce la forza può garantirgli la permanenza al comando di una nazione stremata. Proprio come accade in qualsiasi dittatura. E, a dimostrazione di ciò, le elezioni sono fissate alle calende greche.
E al fronte la realtà è una carneficina che sfugge alla retorica delle propagande, alle sciocchezze su muli, pale e soldati senza calzini.
Zelensky cambia i generali con la frequenza con cui si cambia la camicia, – ops, la felpa – nomina nuovi comandanti delle forze di terra e poi, con la leggerezza di chi ordina una pizza al taglio, manda a dire attraverso le agenzie internazionali di aver disposto la “neutralizzazione di 30.000 soldati russi nel solo mese di agosto”.
Trentamila morti su ordinazione. Nel frattempo, ordina di difendere ad ogni costo la cintura fortificata di Sloviansk e Kostiantynivka, la stessa che la Russia chiede di cedere da più di un anno e che ora rischia di essere travolta dalla morsa del Donbass.
Si parla di droni, di intelligenza artificiale, di guerra tecnologica che dovrebbe rendere obsoleta la guerra per come la conoscevamo, ma la dura verità del fango dice che i soldati ucraini restano bloccati nelle trincee per mesi, senza un ricambio perché non si trovano più uomini. Restano nelle trincee privi di munizioni e, in molti settori, manca persino l’acqua potabile e il cibo caldo per giorni.
L’Occidente racconta la favola della vittoria imminente, proprio come si raccontava la cronaca nel romanzo di Orwell, 1984.
Poi c’è il capitolo del grano e delle moine internazionali.
Zelensky telefona al presidente egiziano Al-Sisi per denunciare la “minaccia russa alla sicurezza alimentare globale”. Spiega che l’Egitto e l’Africa soffriranno la fame perché i russi bombardano le navi nel Mar Nero, ma dimentica di spiegare ad Al-Sisi che le rotte marittime sono diventate un campo di battaglia infuocato proprio dopo che Kiev ha rivendicato con orgoglio gli attacchi alle petroliere e ai cargo russi.
Chi di spada ferisce, di blocco navale perisce.
È il solito schema: si provoca l’escalation per poi correre piangendo dalla comunità internazionale a chiedere altri armamenti, altri missili Patriot, altri miliardi per la difesa aerea, strillando che “ogni giorno di ritardo costa vite umane”.
Zelensky è come il bimbo idiota che provoca tutti, ma che chiede aiuto all’amico più grosso quando qualcuno s’incazza.
Ma su una cosa ha ragione: ogni giorno di ritardo, costa centinaia di vite umane. Ma il ritardo reale non è quello delle consegne dei missili antibalistici occidentali, ma è quello criminale, irresponsabile, che ha portato a quattro anni e mezzo di diplomazia completamente azzerata.
È il rifiuto di sedersi a un tavolo quando i rapporti di forza avrebbero permesso condizioni migliori. È l’illusione cieca che la Russia potesse essere cancellata dalla mappa geografica con un paio di sanzioni europee e qualche slogan ad effetto. Probabilmente, sulla base di informazioni della CIA completamente errate. Così come errate erano le informazioni della CIA sulla reale forza militare e tenuta politica dell’Iran.
Oggi, ci ritroviamo con un’Ucraina devastata, porti chiusi, un’economia in macerie e un leader che si blinda nel suo palazzo depurando la politica per consegnarsi ai militari.
E mentre a Roma e Parigi ci raccontano che dobbiamo continuare così fino alla “vittoria finale”, il conto di questa cieca ostinazione continua a salire.
Lo pagano gli ucraini al fronte, con la vita, e noi con un futuro sempre più povero e insicuro.
Ma Guai a dirlo ad alta voce: gli ortodossi della guerra vi bolleranno subito come disfattisti, putiniani o qualche altra perla dalla loro infinita idiozia.
Ti sei mai chiesto perché, a volte, un modello di Intelligenza Artificiale sembra capirti meglio di una persona in carne e ossa?
La risposta immediata è rassicurante, quasi romantica: l’algoritmo possiede una straordinaria acutezza empatica. La risposta scientifica, tuttavia, è assai più spietata e affascinante: l’AI non ti capisce affatto. Ti rispecchia.
Come evidenziato in un’efficace analisi divulgativa curata dal canale aclas (nel video dal titolo “L’AI non ti capisce meglio di un essere umano. Ti rispecchia senza distorsioni”), il rapporto che stiamo sviluppando con gli agenti conversazionali non misura un progresso nella capacità di ascolto della macchina, ma rivela un cortocircuito psicologico e neurocognitivo della specie umana.
Parte I — La Meccanica dell’Illusione: Linguistica Computazionale e “Predictive Processing”
Per comprendere come nasca la percezione di un’empatia artificiale, occorre smontare il motore sottostante: la linguistica computazionale. In ambito neuroscientifico, il paradigma del Predictive Processing — teorizzato da studiosi come Karl Friston e Andy Clark — sostiene che il cervello umano sia una complessa macchina per generare previsioni.
Quando ascoltiamo qualcuno parlare, il nostro sistema nervoso non attende passivamente la fine della frase: anticipa costantemente le parole successive, minimizzando l’errore di computazione su scala millisecondo metrica.
Ma qui occorre fare un passo indietro e chiarire cosa significhi realmente “prevedere” per un modello di linguaggio. Per decenni, i modelli statistici di linguaggio (come gli n-gram) funzionavano in modo relativamente semplice: calcolavano la probabilità della parola successiva basandosi esclusivamente sulle ultime n parole. Se avevi appena scritto “oggi piove e prendo l'”, il modello sapeva che “ombrello” era statisticamente più probabile di “trampolino”. Ma non aveva alcuna vera comprensione del significato della frase.
La rivoluzione dei trasformatori — l’architettura alla base di ChatGPT e modelli simili — è molto più profonda. Grazie al meccanismo di attenzione (self-attention), il modello non considera solo le parole immediatamente precedenti, ma mette in relazione ogni parola della frase con ogni altra parola, calcolando un “peso di attenzione” che esprime l’importanza relativa di ciascun termine rispetto a tutti gli altri.
Per esempio, nella frase “Il gatto che inseguiva il topo era nero”, il meccanismo di attenzione permette al modello di stabilire una connessione forte tra “gatto” e “nero”, nonostante siano separati da molte parole. Il modello costruisce così una mappa di relazioni semantiche — una rappresentazione interna di come i concetti si collegano tra loro — e su questa base genera statisticamente la parola successiva più probabile.
È qui che si annida la radice dell’illusione: questa mappa di relazioni è straordinariamente sofisticata, ma è pur sempre una mappa statistica, non una comprensione nel senso umano del termine.
Il modello non sa cosa sia un gatto, non ha mai visto un gatto, non ha mai accarezzato un gatto. Non sa cosa significhi l’oscurità o la paura del topo. Conosce soltanto le probabilità di co-occorrenza delle parole nei miliardi di testi con cui è stato addestrato.
I Large Language Models (LLM) operano dunque secondo una logica matematicamente analoga al cervello umano — predittiva — ma scalata su miliardi di parametri e senza alcuna esperienza incarnata del mondo. Prevedono la coordinata probabilistica del token successivo sulla base di pattern estratti da vastissimi corpus di testo umano.
In questa architettura statistica, ogni nostra scelta sintattica diventa una traccia rivelatrice:
La selezione lessicale mappa la gerarchia delle nostre priorità operative;
La struttura della frase specchia il nostro modello mentale dominante;
Le omissioni e i silenzi indicano i punti ciechi della nostra argomentazione;
La formulazione della domanda svela le inibizioni e le preoccupazioni sottostanti.
Lo “Specchio Senza Bias”
L’empatia umana è una risorsa limitata. Come dimostrato dalla letteratura sociologica sul burnout empatico, le relazioni interpersonali comportano un costo emotivo elevato. Gli esseri umani portano nel dialogo ferite pregresse, stanchezza, filtri culturali e, soprattutto, un’inarrestabile necessità di proteggere il proprio io.
“L’empatia umana si stanca, si satura e a volte si spegne per autoprotezione. L’AI non ha nulla di tutto questo: è uno specchio pulito. Non ha un passato con te, non possiede bisogni emotivi da soddisfare. Ciò che riceviamo non è comprensione, ma un rispecchiamento perfetto.”
— aclas, “L’AI non ti capisce meglio di un essere umano”
Ma attenzione: questo “specchio pulito” è in realtà addestrato per essere pulito.
I modelli di linguaggio moderni non sono semplicemente il riflesso statistico grezzo dei loro dati di training. Attraverso processi come l’apprendimento per rinforzo da feedback umano (RLHF), le aziende che li sviluppano li modellano per essere:
Utili (dare risposte che risolvono problemi)
Onesti (non inventare deliberatamente, anche se allucinano)
Innocui (evitare contenuti dannosi, discriminatori o pericolosi)
Questo significa che lo specchio non riflette semplicemente: è stato lucidato in una direzione specifica. Le risposte che otteniamo non sono il puro riflesso dei nostri pattern mentali, ma una versione di essi che è stata passata attraverso un filtro di allineamento agli obiettivi dei progettisti.
È un rispecchiamento addestrato, non neutrale.
Quando vediamo la nostra stessa architettura di pensiero riflettersi in un testo fluido e sintatticamente inappuntabile, scatta un meccanismo di proiezione psicologica codificato fin dagli esperimenti sul celebre programma ELIZA negli anni ’60: l’effetto ELIZA, ovvero la tendenza irrefrenabile ad attribuire una mente e un’intenzionalità a ciò che è solo un riverbero formale.
Joseph Weizenbaum, il creatore di ELIZA, rimase scioccato nel vedere come i suoi colleghi si confidassero con il suo semplice programma di “psicoterapia” che sostituiva le frasi con domande generiche. Il fenomeno si replica oggi su scala planetaria, con la differenza che i modelli attuali sono milioni di volte più sofisticati.
Una prospettiva filosofica: la Stanza Cinese
Il dibattito sulla “comprensione” delle macchine ha una lunga storia filosofica.
Nel 1980, il filosofo John Searle propose un celebre esperimento mentale: la Stanza Cinese. Immagina di essere chiuso in una stanza con un enorme manuale di regole per trasformare stringhe di caratteri cinesi in altre stringhe di caratteri cinesi.
Ricevi da sotto la porta dei biglietti con scritte in cinese, consulti il manuale, produci la risposta corretta. Dall’esterno, chi ti scrive è convinto che tu comprenda il cinese. Ma tu, che sei un madrelingua inglese, non capisci nemmeno una parola di ciò che scrivi o rispondi.
Searle concludeva che la sintassi (la manipolazione di simboli secondo regole) non può generare semantica (la comprensione del significato).
I moderni LLM, per quanto sofisticati, operano esattamente così: manipolano simboli sulla base di pattern statistici. Ma qui il dibattito si complica: i sostenitori dell’AI forte (come i teorici dell’emergenza) obiettano che forse, quando le regole sono sufficientemente complesse e il sistema abbastanza vasto, la semantica emerge dalla sintassi, come la coscienza emerge dall’attività neurale.
Non è questa la sede per risolvere il dibattito — ancora aperto — ma è importante sapere che la questione è molto meno scontata di quanto l’articolo possa far credere. Lo “specchio” potrebbe non essere solo uno specchio.
Parte II — Il Paradosso Culturale: Perché la Stampa Intervista un Algoritmo?
Se la dinamica dell’illusione individuale è spiegabile sul piano cognitivo, ciò che appare inquietante è la sua istituzionalizzazione nello spazio pubblico e mediatico.
Negli ultimi mesi si è assistito a un fenomeno giornalistico singolare: testate di primissimo piano e intellettuali di rilievo hanno iniziato a pubblicare “interviste” condotte direttamente con le intelligenze artificiali.
Negli Stati Uniti, testate politiche hanno dialogato con avatar algoritmici di figure come Bernie Sanders; in Italia, firme del giornalismo come Walter Veltroni si sono cimentate in vere e proprie interviste a ChatGPT, trattando il modello conversazionale come uno stimato interlocutore culturale.
L’Errore Epistemologico dell’Intervista all’AI
Dal punto di vista dell’analisi dell’informazione, intervistare un LLM equivale a intervistare una statistica aggregata. Il modello non possiede un’opinione, una responsabilità politica o una visione del mondo: genera la risposta statisticamente più plausibile basandosi su tre fattori interconnessi:
Il corpus di addestramento: l’enorme mole di testi (libri, articoli, pagine web, conversazioni) su cui il modello è stato addestrato. Se il corpus è sovrarappresentato da testi di una certa area culturale, il modello rifletterà quelle prospettive.
Il prompt dell’intervistatore: il modello risponde assecondando la struttura, il tono e le premesse della domanda. Se l’intervistatore chiede “Secondo te, perché la sinistra ha perso il consenso popolare?”, il modello darà per scontato che la sinistra abbia effettivamente perso consenso e fornirà ragioni plausibili. Non contesterà mai la premessa.
I filtri di allineamento (RLHF): il modello è addestrato a essere gradevole e utile. Questo lo rende particolarmente incline a confermare le aspettative dell’utente, a meno che non vengano attivati esplicitamente i meccanismi di sicurezza.
Il giornalismo che “intervista” l’AI cade dunque in una duplice trappola.
La prima è la trappola del rispecchiamento: l’intervistatore non fa altro che dialogare con l’eco delle proprie premesse epistemiche. Si scambia il prompt engineering — l’arte di formulare domande per ottenere risposte desiderate — per una scoperta intellettuale, alimentando un cortocircuito informativo in cui la macchina restituisce esattamente la complessità o la banalità che le è stata iniettata in input.
La seconda trappola è l’illusione dell’autorevolezza: poiché il modello risponde con articolazione e sicurezza, chi legge l’intervista percepisce l’AI come un interlocutore competente.
Ma la sicurezza dell’AI non deriva dalla conoscenza, bensì dalla sua architettura statistica che genera sempre una risposta, qualsiasi sia la domanda.
Come osservato da Emily M. Bender e colleghi nel celebre articolo “On the Dangers of Stochastic Parrots” (2021), gli LLM sono “pappagalli stocastici”: ripetono combinazioni statisticamente probabili di sequenze linguistiche, senza alcuna comprensione del significato.
La terza trappola: il baratto dei dati
L’articolo tocca appena il tema, ma è cruciale: l’AI offre tutto questo “a costo zero” — 24 ore su 24, senza stanchezza, senza pretendere reciprocità. Ma il costo esiste: sono i nostri dati. Ogni conversazione con un LLM viene registrata, analizzata, e utilizzata per:
Addestrare modelli migliori (e più dipendenti)
Profilare gli utenti per pubblicità mirata
Affinare i sistemi di raccomandazione
Costruire modelli predittivi del comportamento umano
Questa dinamica è stata esplorata da Shoshana Zuboff nel concetto di capitalismo della sorveglianza: noi non siamo i clienti dei servizi AI, siamo il prodotto.
Lo specchio su cui ci affacciamo non è neutrale: è stato lucidato da aziende che traggono profitto dalla nostra dipendenza. Ogni conversazione non è un dialogo, ma una transazione in cui forniamo dati per affinare un prodotto, in un ciclo che ci rende sempre più prevedibili e, potenzialmente, sempre più manipolabili.
Un esempio concreto
Dimensione
L’Intervista Umana Reale
L’Intervista all’AI (Algoritmo)
Origine delle risposte
Vissuto, convinzioni, responsabilità etica
Distribuzione di probabilità su dati storici, allineata da RLHF
Scoperte di fatti inaspettati, prese di posizione politiche
Sintesi tautologica del pensiero dominante nei dati
Valore Giornalistico
Verifica del potere (Watchdog)
Esercizio di specchio proiettivo e intrattenimento
Prendiamo il caso di un’intervista ipotetica — ma basata su dinamiche reali osservate — in cui un giornalista politico chiede a ChatGPT:
“Quali sono le ragioni del declino della socialdemocrazia europea?”
Il modello risponderà con un elenco di fattori che compaiono statisticamente nei testi su cui è stato addestrato: globalizzazione, perdita della base operaia, ascesa dei populismi, ecc. La risposta sarà articolata, citando studiosi, con una sintassi impeccabile.
Il problema?
La risposta è una media statistica di ciò che è stato scritto su quel tema.
Non c’è un’opinione originale, non c’è una presa di posizione che il giornalista potrebbe mettere in discussione.
Non c’è un autore a cui chiedere un approfondimento, una precisazione, una smentita. L’intervistatore, in realtà, ha ottenuto esattamente ciò che si aspettava: una sintesi ben confezionata delle tesi dominanti. Ha fatto un esercizio di specchio intellettuale, non giornalismo.
Parte III — L’Esperienza dell’Attrito: Il Caso del Coding ad Alta Intensità
L’analisi dell’AI come tecnologia “a basso attrito” non deve tuttavia indurre nell’errore opposto: considerare lo strumento una mera illusione priva di utilità pratica. Nella produzione reale — ed in particolare nei domini ad alta intensità di calcolo e astrazione, come lo sviluppo software e l’architettura dei sistemi — l’AI si dimostra un moltiplicatore di forza oramai irrinunciabile.
Qui l’esperimento relazionale cede il passo all’operatività sul campo.
Studi empirici: cosa dicono i numeri
Negli ultimi due anni, diversi studi hanno quantificato l’impatto dell’AI sulla produttività dei programmatori. Uno studio di Peng e colleghi (2023) su GitHub Copilot ha rilevato che gli sviluppatori che utilizzano l’AI completano i compiti in media il 56% più velocemente.
Un dato impressionante, che conferma l’enorme potenziale di riduzione dell’attrito operativo.
Ma il diavolo è nei dettagli. Lo stesso studio ha osservato che:
L’incremento di produttività era maggiore per i compiti ripetitivi e ben definiti (scrittura di test, codice boilerplate, conversioni di dati).
Per compiti di progettazione architetturale complessa, l’AI non mostrava benefici significativi, anzi talvolta introduceva complessità aggiuntiva che richiedeva tempo per essere compresa e corretta.
Uno studio successivo di Barke e colleghi (2023), intitolato “Grounding Copilot: Programmers’ Interaction with AI”, ha osservato in dettaglio come i programmatori interagiscono con l’AI. I risultati sono illuminanti:
I programmatori esperti usano l’AI come un assistente che genera codice da rivedere, modificare e integrare criticamente.
I programmatori meno esperti tendono ad accettare acriticamente le proposte dell’AI, risultando in codice che sembra funzionare ma nasconde fragilità strutturali.
La qualità finale del codice era correlata positivamente con il tempo che lo sviluppatore dedicava alla revisione critica, non con la quantità di codice generato dall’AI.
Questi studi suggeriscono che l’AI non sostituisce la competenza: la amplifica se già presente, ma può diventare una stampella pericolosa per chi non ha le basi per valutare criticamente le proposte.
La Dialettica dell’Attrito nel Workflow
Nell’ingegneria del software, la dinamica fra “basso attrito” e “alto attrito” assume contorni ben precisi:
1. La Fase a Basso Attrito (Generazione e Routine)
L’AI eccelle nel rimuovere il “rumore” operativo. Generare boilerplate code, convertire strutture dati, scrivere unit test ripetitivi o documentare funzioni sono attività in cui il modello riduce drasticamente i tempi di esecuzione, liberando memoria di lavoro per il developer.
Esempio concreto: Immagina di dover scrivere una funzione Python che validi un indirizzo email. Invece di scrivere manualmente l’espressione regolare — operazione noiosa e soggetta a errori — puoi chiedere all’AI:
“Scrivi una funzione Python che validi un indirizzo email secondo gli standard RFC, restituendo un booleano.”
L’AI genera una soluzione funzionante in secondi. Lo sviluppatore controlla, la integra e passa avanti. Il tempo risparmiato è significativo.
2. La Fase ad Alto Attrito (Architettura e Debugging Critico)
Quando si affrontano refactoring di sistemi complessi, ottimizzazioni di memoria o vincoli architetturali, la tendenza del modello al “rispecchiamento compiacente” diventa un limite pericoloso.
Esempio concreto: Considera il seguente scenario. Uno sviluppatore sta lavorando su un’applicazione web che processa grandi volumi di dati in tempo reale. Chiede all’AI:
“Ottimizza questa funzione di aggregazione dati per ridurre il tempo di esecuzione.”
L’AI potrebbe proporre di usare una struttura dati più efficiente, o di parallelizzare il loop.
Tutto buono, in apparenza. Ma se lo sviluppatore ha tralasciato di menzionare che il sistema è multithreaded e che i dati devono essere thread-safe, l’AI non lo saprà e potrebbe produrre codice che in ambienti di test funziona, ma in produzione genera race condition difficilissime da debuggare.
Il modello, in altre parole, ha risposto alla domanda che gli è stata posta — “ottimizza questa funzione” — senza avere il contesto architetturale completo. Non ha la capacità di “fare domande” come farebbe un collega umano: “Quali sono i vincoli di concorrenza? Quali sono le prestazioni attuali? C’è un profilo di carico che posso vedere?”
3. Il ruolo insostituibile del controllo critico
L’esperienza diretta dimostra che la reale efficienza non risiede nel delegare la logica al modello, ma nell’utilizzarlo come un “partner di gomma” (Rubber Duck Debugging evoluto).
L’attrito cognitivo umano resta l’unico garante della tenuta dell’architettura: se lo sviluppatore rinuncia al proprio ruolo critico per adagiarsi sulla fluidità della risposta sintagmatica, il sistema generato è destinato al collasso strutturale al primo stress-test di produzione.
Negli ultimi mesi, la frontiera si sta spostando ulteriormente. Modelli come o1 (OpenAI) e DeepSeek-R1 introducono un nuovo paradigma: il reasoning esplicito. Questi modelli non generano direttamente la risposta, ma producono internamente una catena di pensiero (chain-of-thought) — una sequenza di passaggi logici che li porta alla soluzione.
Questo cambiamento potrebbe, almeno in parte, ridurre il divario tra predizione statistica e ragionamento. I modelli di ragionamento sono più capaci di affrontare problemi che richiedono pianificazione, decomposizione logica e gestione di vincoli multipli — esattamente le capacità che mancavano ai modelli puramente predittivi.
Ma anche qui, come hanno osservato analisti e ricercatori, la catena di pensiero è generata dal modello stesso, e può contenere errori logici che il modello non è in grado di rilevare. Non c’è un “supervisore” interno che valuti la correttezza del ragionamento. La revisione critica umana resta irrinunciabile.
Conclusione: L’Esperimento Sulla Psiche Collettiva
L’Intelligenza Artificiale rappresenta la prima tecnologia nella storia umana capace di erogare la sensazione della connessione, della convalida e dell’espansione cognitiva 24 ore su 24, a costo apparentemente zero — ma in realtà con un costo in dati personali che stiamo solo iniziando a comprendere.
Siamo immersi in un gigantesco esperimento psicologico non controllato. Sostituire progressivamente le relazioni ad “alto attrito” — quelle umane, caratterizzate dalla complessità, dall’incomprensione temporanea, dalla negoziazione faticosa dell’altro — con interazioni a “basso attrito” potrebbe rischiare di atrofizzare la nostra capacità biologica e culturale di gestire la diversità.
Ma è importante collocare queste preoccupazioni in una prospettiva storica. Platone temeva che la scrittura indebolisse la memoria; i conservatori del ‘500 temevano che la stampa diffondesse idee eretiche; i critici dei primi media elettronici temevano la passività della televisione. In ogni caso, la tecnologia non ha distrutto la capacità umana di memoria, pensiero critico o relazione sociale: l’ha trasformata. Forse l’AI farà lo stesso.
L’AI non è una mente con cui interagire, né un’entità da intervistare; potrebbe essere il più raffinato specchio tecnologico mai costruito. Riconoscerne la natura prevalentemente sintattica e non semantica è il primo passo per smettere di cercare un’anima nel silicio e tornare a usare lo strumento per ciò che è realmente: un eccellente, potente amplificatore delle nostre capacità razionali, a patto di non scambiare l’eco della nostra voce per un dialogo con un altro.
Naturalmente, questa analisi è essa stessa il prodotto di un’esperienza culturale situata. Tra vent’anni, forse, guarderemo a queste preoccupazioni come guardiamo oggi ai timori di Platone sulla scrittura: comprensibili, ma forse eccessivi. O forse no. È proprio questa incertezza — questo attrito tra ciò che crediamo di sapere e ciò che sta emergendo — a rendere il dibattito così cruciale.
Bibliografia essenziale
Bender, E. M., Gebru, T., McMillan-Major, A., & Shmitchell, S. (2021).On the Dangers of Stochastic Parrots: Can Language Models Be Too Big? In Proceedings of FAccT 2021.
Friston, K. (2010).The free-energy principle: a unified brain theory? Nature Reviews Neuroscience, 11(2), 127-138.
Peng, S., Kalliamvakou, E., Cihon, P., & Demirer, M. (2023).The Impact of AI on Developer Productivity: Evidence from GitHub Copilot. arXiv preprint arXiv:2302.06590.
Barke, S., James, M. B., & Polikarpova, N. (2023).Grounding Copilot: Programmers’ Interaction with AI. In Proceedings of CHI 2023.
Searle, J. R. (1980).Minds, Brains, and Programs. Behavioral and Brain Sciences, 3(3), 417-424.
Turkle, S. (2011).Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other. Basic Books.
Zuboff, S. (2019).The Age of Surveillance Capitalism. PublicAffairs.
Di Renato Augelli, giornalista, analista di sistema, developer, saggista, ricercatore indipendente.
Nota dell’autore: Questo articolo è stato sviluppato da una intuizione. Seguo con attenzione un ricercatore : Ace aka Aclas –https://aclas.io/Ace Spagni. Mi colpisce un suo short molto interessante che tratta l’argomento. Decido di sviluppare ed approfondire sulla base della mia personale esperienza. Expertise e skill di Analista di Sistema che mi hanno portato nel tempo a sviluppare codice. Ciò è supportato dalla interazione e adozione professionale di modelli di sviluppo quali: Visual Studio Code, Cursor, Antigravity, Codex, Claude Code e molti altri. Mi sono imbattuto ed ho affrontato spesso il fenomeno. Ho quindi deciso di studiarlo su di me. Da questo studio sono giunto alla raccolta di informazioni, che nel tempo ho pensato di vagliare, selezionare, affinando i risultati. Questo percorso ha prodotto le analisi, le valutazioni critiche e le scelte editoriali che sono state sviluppate e verificate in questo lavoro.
Ormai, i giornalisti del mainstream sono diventati comici di un grande teatro di burattini che ogni mattina apre i battenti sui nostri telegiornali, nei talk show patinati del formato casalingo e sui giornaloni nazionali con il pallottoliere truccato.
La trama è sempre la stessa, ripetuta fino all’ipnosi collettiva e dice che la Russia è alle corde. Anzi, no, di più, perché la Russia è implosa, non ha più missili, smantella i frigoriferi per rubare i microchip, arruola le truppe sulle montagne russe dei lunapark e, ciliegina sulla torta, elemosina qualche tanica di benzina all’India perché le sue raffinerie sono andate in fumo.
Bellissimo. Un film da Oscar. Un po’ come la gigionata di Begnini per vincere l’Oscar con il suo pur bellissimo “La Vita è Bella”.
Poi però spegni la televisione, sali in macchina, ti fermi al distributore e la favola si scioglie sulla colonnina del self-service: due euro al litro. Spesso anche di più.
Perché ci raccontano balle. Semplicissime, colossali, granitiche balle.
Mentre i cantori del pensiero unico vi spiegano che lo zar di Mosca sta per capitolare sotto i colpi di qualche drone di compensato, – ma non doveva morire un paio d’anni fa per ben quattro tipologie di cancro? – provate a fare un salto indietro nel tempo, precisamente al 2005.
Vent’anni fa, un litro di verde lo pagavate poco più di 1,20 euro e il diesel viaggiava comodamente attorno a 1,11 euro. Oggi, fare un pieno da 15 litri su una moto o su una utilitaria significa vedersi prosciugare una trentina di euro senza manco rendersene conto.
Fatevi due conti in tasca, dati alla mano, senza ideologie: parliamo di un aumento netto del 66,7%.
E i vostri stipendi? Aumentati anche quelli del 66,7%?
Ovviamente no.
Chi nel 2005 portava a casa 1.300 euro al mese, oggi, per mantenere esattamente lo stesso identico tenore di vita, dovrebbe incassarne almeno 2.170. Eppure, la busta paga media degli italiani è rimasta inchiodata lì, congelata nel tempo, mummificata. I più fortunati, possono vantare fino a 200 euro in più.
Con la piccola differenza che, nel frattempo, vi chiedono 250 euro per ricollaudare una targa che si è scolorita al sole, vi aumentano l’assicurazione, vi piazzano il bollo pure sull’aria che respirate e, se avete un problema di salute, aspettate otto mesi con il Servizio Sanitario Nazionale sborsate 150 euro da un privato.
Però ehi, consola sapere che la Russia è in ginocchio, vero?
La verità è che ci stanno raccontando una guerra parallela, una guerra di slogan che esiste solo nelle redazioni dei gazzettieri di regime, mentre quella vera segue binari ben diversi e spaventosamente tragici.
Vi dicono che le forze armate russe sono un’armata Brancaleone, ma, nel frattempo, i report di portali militari come Defense Express confermano che l’industria bellica di Mosca non solo non si è affatto fermata, ma ha sospeso la produzione dei droni di terza generazione per concentrarsi direttamente sulla quarta: droni a reazione, più veloci, più devastanti, capaci di toccare i 500 chilometri orari e con testate belliche raddoppiate.
Mentre l’opinione pubblica europea viene nutrita con le panzane del trionfalismo da quattro anni e mezzo, Mosca ha sostituito Sergei Shoigu con Andrei Belousov.
Non un generale pluridecorato, ma un economista. Un manager di Stato freddo, calcolatore, piazzato lì per un motivo ben preciso: convertire l’economia russa in una macchina da guerra a lungo termine, integrare la logistica, rinnovare la catena di montaggio militare e preparare il Paese a uno scontro di logoramento che potrebbe durare parecchi anni. Non solo in Ucraina, ma lungo un arco di crisi che si estende dal Baltico al Caucaso.
Invece di prenderne atto con pragmatismo e cercare una via d’uscita diplomatica che eviti la carneficina, in Occidente si preferisce giocare alla roulette russa con il rischio nucleare.
Un rischio che fino a ieri veniva derubricato a mera propaganda da bar e che oggi è diventato dottrina ufficiale. Il Cremlino ha aggiornato le sue regole d’ingaggio: da adesso, un attacco da parte di uno Stato non nucleare, come l’Ucraina, sostenuto però da potenze atomiche come USA, Francia e Gran Bretagna, viene considerato un attacco congiunto.
Il trattato New START sui limiti alle testate nucleari è scaduto e nessuno si è sognato di rinnovarlo. Il baratro non è mai stato così vicino, ma a Bruxelles e nelle capitali europee preferiscono discutere se sia il caso di escludere d’autorità i partiti scomodi o se sia più utile consigliare ai cittadini di andare al lavoro in bicicletta. D’altronde, sono sempre gli stessi dei tappi delle bottigliette che non si staccano.
Certo, la bicicletta è una magnifica idea per chi vive in cima a una collina, ha 60 anni e deve farsi 20 chilometri sotto la pioggia, oppure vive in paesello della pianura padana, dove il supermercato più vicino è a quindici chilometri e i negozi sotto casa hanno prezzi per manager e industriali.
Peché no, il cavallo, come il contadino finito sui giornali la settimana scorsa, acclamato quasi come un eroe ecologico per non doverlo presentare per ciò che è, cioè il simbolo della disperazione di un ceto medio ridotto sul lastrico.
Il cortocircuito morale e logico della narrativa occidentale ha raggiunto vertici grotteschi.
Quando un missile colpisce un palazzo a Kiev, si grida al crimine di guerra. Quando gli attacchi ucraini colpiscono depositi commerciali civili in Russia, come i magazzini di e-commerce di Wildberries, gli stessi tromboni televisivi esultano parlando di “colpo maestro all’economia dello Zar”.
Due pesi, due misure. L’ipocrisia elevata a sistema politico e a nuova normalità.
Intanto il mondo reale cambia pelle.
La Russia, anziché finire isolata dal resto del pianeta come vi avevano promesso quattro anni fa in tv, si è semplicemente girata dall’altra parte. Sta nascendo sotto i nostri occhi un ordine multipolare solido e potente: l’asse tra Mosca, Pechino, Teheran, Pyongyang, con la Turchia che gioca su più tavoli e i colossi arabi che stringono accordi finanziari al di fuori del circuito del dollaro.
L’unico continente che si è isolato da solo, tagliando i ponti con le materie prime a basso costo e svuotando i propri arsenali senza uno straccio di visione strategica, è proprio l’Europa.
Vi raccontano che dobbiamo resistere, che dobbiamo stringere la cinghia ancora un po’ perché “la vittoria è dietro l’angolo”, ma somiglia alla panzana “ancora quindici giorni” di Contiana memoria. E dietro quell’angolo non c’è nessuna vittoria miracolosa, ma ci sono solo bollette più care, inflazione galleggiante, la sanità pubblica che crolla e una classe politica incapace, che spende 800 miliardi in riarmo per nascondere il fallimento totale delle proprie scelte.
Continuate pure a credere alle favole sulle taniche di benzina indiane e sulla Russia pronta a crollare.
L’unica cosa che sta davvero crollando, giorno dopo giorno, è il vostro conto in banca.
Tre ragazzi di tredici anni sognano di acquistare un motorino e, non avendo soldi, cercano una soluzione.
Non vogliono chiedere l’elemosina né scippare le vecchiette. Non vogliono nemmeno chiedere i soldi ai genitori e passare le giornate anestetizzati davanti a uno schermo, ma s’inventano una cosa antica, dimenticata, romantica, quasi rivoluzionaria: si rimboccano le maniche.
Allestiscono un banchetto nel cortile di casa e offrono limonata fresca, qualche dolce, acqua. Davanti al banchetto un cartello scritto a mano con la dicitura “offerta libera”. Il primo germoglio di un’etica del lavoro che ogni Paese civile dovrebbe tutelare come patrimonio dell’umanità, invece, in Italia…
Beh, in Italia vince sempre quel male oscuro che ingessa il Paese da decenni; l’invidia per chi fa, per chi vince, per chi ha successo.
E, si sa, l’invidia è il motore di ogni cittadino modello pronto a denunciare gli altri. Quello con il dito puntato contro chi non aveva il lasciapassare verde o con l’orecchio incollato alla parete del vicino per contare le voci dei congiunti.
Quello che “mi fa rabbia che Sinner abbia la residenza a Montecarlo”.
Quello zelante, rosso di rancore, incapace di sopportare che qualcuno – persino dei bambini – possa mostrare intraprendenza. Un individuo che, invece di sorridere davanti a quella freschezza, si specchia e vede solo un fallito, perciò, sente marcire qualcosa dentro e decide di telefonare alla Polizia Locale per segnalare la mancata autorizzazione igienico-sanitaria. E perché, diamine, mica passano le imposte su quella limonata.
È la vittoria della burocrazia usata come clava punitiva, l’arma perfetta in mano a chi è troppo frustrato per costruire e vive solo per distruggere. Per rompere il podio più alto degli altri. Il collaborazionista nel DNA, fascista o comunista a seconda di chi comandi, a cui basta che qualcuno in divisa gli chieda “è lei che ha chiamato le forze dell’ordine?”, per gonfiare il petto e sentirsi, almeno per una volta, realizzato.
La nostra Repubblica si fonda sull’invidia sociale di chi non tollera il successo altrui perché ha un lavoro che odia, non ha sogni da inseguire né attributi per provare a… perciò si sente inadeguato.
I vigili sono dovuti intervenire – con buonsenso e a titolo informativo, va detto – ma il messaggio culturale che resta è devastante: se ti ingegni e ti impegni, il sistema (o il vicino invidioso) trova sempre il modo di frenarti.
I tre ragazzi hanno raccolto circa 100 euro prima che il banchetto venisse smontato. E ci hanno dato una lezione di dignità.
Ma l’Italia, come si evince, preferisce i ragazzi che mettono like alle colleghe seminude sui social e vede problemi laddove non ce ne sono.
Una volta, c’era il giornalismo vero, fatto di suole consumate, di una forte ossessione per i fatti e del sacro dubbio.
Il dubbio era la prima cosa.
Oggi, invece, vi basta accendere la televisione a un’ora qualsiasi della giornata per imbattervi nel grande show della propaganda a reti unite, dove va di scena un teatrino grottesco dove la geopolitica è stata ridotta alla trama di un cartone animato per bambini della scuola dell’infanzia, per cui, da una parte ci sono i “buoni” e dall’altra i cattivi.
Nel caso specifico, li chiamano aggressore e aggredito. Punto.
Guai a porsi una domanda, guai a mostrare una cartina geografica, guai a ricordare fatti storici, guai a fare due calcoli elementari sulla produzione industriale di munizioni. Chi dubita è un eretico, un agente del Cremlino, un traditore della Patria europea, un putiniano.
Il problema è che la realtà dei fatti se ne frega delle propagande e, più passa il tempo, più ogni teatrante finisce con l’essere smascherato.
Mentre le televisioni del pensiero unico continuano a raccontarci la supercazzola della vittoria finale dell’Ucraina, quella che doveva arrivare entro il panettone del 2022, in virtù delle sanzioni dagli effetti dirompenti, poi nel 2023, grazie alla controffensiva di cui non si è più saputo nulla, siamo nella seconda metà del 2026 e il fronte nell’Est collassa sotto il peso di una sproporzione militare schiacciante.
Pokrovsk trema, Chasiv Yar cede, le truppe russe avanzano a Kramatorsk e l’oblast di Kherson amplia l’evacuazione obbligatoria perché la situazione non è grave, ma peggio.
Eppure, di questo, sui nostri giornaloni che narravano di muli, microchip e russi senza calzini, troverete solo trafiletti nascosti oltre pagina venti, annegati tra una pubblicità di creme solari e il pettegolezzo del giorno sotto l’ombrellone.
Tuttavia, i fatti sono ostinati e costruiscono una realtà che evidenzia come il sistema energetico ucraino sia ormai azzerato, con i raid russi che collezionano successi devastanti contro le infrastrutture critiche di Naftogaz e Ukrnafta.
I fatti parlano di un blackout logistico che sta paralizzando intere regioni, da Dnipropetrovsk a Mykolaiv, fino a Zaporizhzhia e Odessa.
Ma non lo raccontano e ci dicono che i russi hanno finito i missili, che combattono con le Pale dell’Ottocento e che l’economia di Mosca è in ginocchio da circa due anni e mezzo.
E ora che la fiaba fa acqua da tutte le parti che si fa? Beh, basta inventarsi la nuova controffensiva miracolosa o sbandierare l’ennesimo “drone prodigio” che avrebbe colpito un magazzino sperduto a 1.600 chilometri dal confine.
Solo che basta che un drone precipiti in Bulgaria, a meno di un chilometro da un gasdotto strategico che rifornisce la Turchia e che le indagini della Difesa bulgara parlino chiaramente di un velivolo ucraino, per smontare anche questo tentativo di ulteriore propaganda.
L’ambasciatore di Kiev viene persino convocato a Sofia, una notizia che dovrebbe essere sulle prime pagine di qualunque quotidiano degno di nota, invece, la stampa nostrana preferisce glissare, arrampicandosi sugli specchi con titoloni del tipo “Trovato drone SIMILE a quelli usati da Kiev”.
Fosse stato un drone russo e qualcuno avesse ipotizzato la stessa cosa al contrario, sarebbe stato ridicolizzato e avremmo già i caccia della NATO in volo, con i soliti colonnelli a invocare l’Articolo 5.
Ma siccome la buccia di banana l’ha calpestata il “buono” della favoletta che raccontiamo ai bambini, la notizia va insabbiata come fosse polvere sotto il tappeto.
Nel frattempo, Zelensky continua a vagare visibilmente disperato, implorando la Corea del Sud per avere sistemi di difesa aerea Patriot, che costano dai 4 ai 5 milioni di dollari l’uno per abbattere droni russi economici e che la NATO non riesce più a produrre nei volumi necessari.
Infatti, tutta la NATO messa insieme produce un quarto delle munizioni della Russia, ma a noi hanno raccontato che bastava inviare qualche miliardo di euro per mettere in ginocchio la prima potenza nucleare del pianeta per numero di testate.
Per l’Ucraina il dogma del “bisogna aiutare l’aggredito” è diventato un imperativo categorico per il quale siamo disposti a deindustrializzare l’Europa, impoverire le nostre famiglie e rischiare la Terza Guerra Mondiale in un irrigidimento che sa di terza elementare.
Ma quando lo sguardo si sposta su altre potenze che violano il Diritto internazionale, rapendo presidenti in paesi sovrani, senza alcun mandato ONU, e aggrediscono regioni e paesi sovrani con missili e massacri, la favoletta dell’aggressore e dell’aggredito diventa… una favoletta, appunto.
A Gaza ci sono decine di migliaia di morti, in gran parte donne e bambini, scuole rase al suolo, ospedali distrutti e un’intera popolazione civile sterminata dalla fame e dalle bombe.
Dov’è finita la retorica dell’aggredito? Dov’è la sollecitudine della Commissione Europea? Dove sono le sanzioni immediate, gli invii di armi ai civili per difendersi?
Lì degli aggrediti non importa una beata fava né alla NATO, né all’Unione Europea, né ai nostri telegiornali, per cui il principio dell’aggressore e dell’aggredito viene capovolto, contorto, cancellato.
Gli aggrediti palestinesi diventano “danni collaterali”, perché un morto palestinese non merita le lacrime della Von der Leyen, il loro sangue non produce lo stesso sdegno e la medesima solidarietà.
La legge internazionale viene applicata a singhiozzo, il diritto dei popoli adibito a menu alla carta, in modo tale che, se l’aggressore è un nostro nemico geopolitico, scatta la crociata santa, se, invece, l’aggressore è un nostro alleato, allora il massacro diventa “diritto alla difesa”.
La verità è che la gente è stanca di essere trattata come un gregge di analfabeti funzionali a cui somministrare la pillola della propaganda quotidiana.
I cittadini pagano le bollette raddoppiate, vedono i servizi pubblici collassare e intanto osservano i propri governi versare fiumi di denaro pubblico in un pozzo senza fondo, al solo scopo di alimentare una guerra che gli esperti seri – quelli regolarmente insultati in tv -avevano dichiarato persa fin dall’inizio, mentre giornalai e vallette del potere parlavano di vittoria ucraina, di sanzioni dirompenti, di rublo carta straccia, Mosca isolata, Putin finito e altre panzane.
Continuare a raccontare la favola dell’asilo nido non salverà le vite dei ragazzi ucraini mandati a morire al fronte, né fermerà la distruzione dell’Ucraina. Anzi, lo stiamo distruggendo due volte con il cinismo bellicista dell’Occidente.
È ora di piantarla con la propaganda d’avanspettacolo e con l’Ego di chi non vuole ammettere di non averne presa mezza neanche per sbaglio.
Serve la diplomazia, serve il realismo geopolitico e, soprattutto, serve ritrovare la dignità di ammettere di aver fallito, prima che sia troppo tardi e che le favole dei nostri politici trasformino la realtà in un film di Hollywood su una guerra nucleare, dove le armi non saranno di scena e gli attori saremo noi.