Il cartello dell’OPEC è un’organizzazione fondata nel lontano 1960 e Abu Dhabi ne faceva parte dal 1967.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno sbattuto la porta e, dal primo maggio 2026, l’acronimo che per mezzo secolo ha tenuto per il collo l’economia mondiale perderà uno dei suoi azionisti di maggioranza. Un po’ come se dal Regno Unito se ne andasse l’Inghilterra.
E lo fa senza troppi convenevoli: Abu Dhabi saluta la compagnia, ringrazia per le tartine servite in questi decenni ai vertici di Vienna, e se ne va per la sua strada.
Il motivo, ovviamente, sono i soldi. Tanti, maledetti, e subito.
D’altro canto, la capacità estrattiva di petrolio di Abu Dhabi era strozzata di circa il 30% rispetto alla sua massima capacità, perciò era costretta a venderne meno, rispetto a quanto avrebbe potuto.
Poi è arrivato il 28 febbraio, il giorno in cui “il destino” ha voluto che USA e Israele aggredissero l’Iran, causando la chiusura dello stretto di Hormuz.
Mentre l’Occidente si flagella con la retorica green, imponendo crociate a colpi di monopattini elettrici e scadenze fantascientifiche sulle auto a pile, gli sceicchi hanno fatto due calcoli da gente che ha più di un neurone funzionante tra le orecchie.
Hanno 150 miliardi di dollari di investimenti già messi a terra. Vogliono estrarre petrolio, tutto quello che possono, spingendo le trivelle a pompare 5 milioni di barili al giorno prima che la transizione energetica renda quel magma scuro un inutile ricordo del passato.
Prima che usare petrolio diventi illegale in gran parte del mondo, che sia tra dieci o cento anni. E non hanno la minima intenzione di chiedere il permesso a Mohammed bin Salman, Trump o chicchessia per farlo.
Vogliono recuperare gli ingenti danni di queste settimane di blocco di Hormuz e vogliono guadagnare quanto più possibile finché ci sarà domanda di petrolio.
I MOTIVI DI UN DIVORZIO ANNUNCIATO
Le quote di produzione imposte dal cartello erano diventate un cappio al collo, un laccio emostatico che bloccava il flusso di cassa di un Paese che ha un disperato bisogno di monetizzare oggi per costruire il proprio domani post-petrolifero.
L’Arabia Saudita, invece, gioca una partita diametralmente opposta.
Riad taglia la produzione e soffoca l’offerta per tenere artificialmente alti i listini e finanziare i propri sogni faraonici, i grattacieli a specchio nel deserto, che non finiscono mai, e l’acquisto seriale di stelle del calcio da esibire in vetrina.
Un gioco che ad Abu Dhabi non diverte più.
Non è un semplice capriccio tra vicini di casa, ricchi e annoiati, ma è politica estera allo stato puro. Cinica, ma adeguata ai nostri tempi.
Gli Emirati hanno deciso che la loro sovranità energetica non è barattabile con la solidarietà di un’alleanza ormai anacronistica, dominata da un vicino ingombrante e prepotente, quindi, scelgono l’autonomia. Punto e basta.
L’ILLUSIONE DEL PREZZO ALTO E LA GEOPOLITICA DEL CAOS
Cosa succede adesso?
Il primo riflesso condizionato degli analisti da salotto è stato gridare al crollo imminente dei prezzi.
Sbagliato, perché, almeno nel brevissimo termine, non crollerà un bel niente. L’effetto immediato dello strappo emiratino è stato assorbito dal disastro mediorientale.
Lo Stretto di Hormuz sigillato, l’Iran in perenne ebollizione, le petroliere ferme che non navigano per paura dei missili e per le assicurazioni alle stelle.
Un disastro che gli Emirati spingeranno affinché duri. La loro minore dipendenza da Hormuz consente di poter esercitare una pressione finanziaria maggiore nei confronti di chi è in cerca di petrolio in questa situazione.
La guerra, come sempre accade, ha fatto da anestetico alle regole basilari del mercato, così, i prezzi restano drogati verso l’alto dalla paura. Ma è un’illusione.
Nel medio e lungo termine, invece, la musica cambia drasticamente. E i musicisti pure.
L’OPEC, orfana di Abu Dhabi, si scopre fragile nel patetico tentativo di coordinare strategie sempre più sfilacciate e interessi inconciliabili, perché l’uscita degli Emirati non è una banale defezione tecnica, ma la picconata fatale al monopolio, il segnale inequivocabile che il “si salvi chi può” è ufficialmente iniziato.
UN NUOVO ORDINE MONDIALE AL PROFUMO DI GREGGIO
Questa mossa, mascherata da normale operazione economica, ridisegna brutalmente la mappa del potere globale.
Avendo conquistato una libertà d’azione inedita, gli Emirati si candidano a recitare il ruolo del battitore libero.
Stringono patti bilaterali sottobanco, si preparano a inondare i mercati asiatici stritolando la concorrenza e, sussurrano i maligni nei corridoi di Washington, si riavvicinano agli Stati Uniti, che da mezzo secolo considerano il cartello viennese una perenne spina nel fianco.
Il mercato sta mutando pelle sotto i nostri occhi: si passa dall’oligopolio rassicurante e collusivo guidato da Riad a un’arena da gladiatori dove la volatilità sarà l’unica vera costante dei prossimi anni, in cui vincerà chi pomperà di più, chi venderà per primo, rastrellando le ultime quote di mercato prima del fischio finale della storia.
Che sia elettrico, a idrogeno o a ltro.

