“Faccio parte della Brigata Ebraica.”
Eithan Bondi, 21 anni, lo dice davanti agli agenti della Digos senza abbassare lo sguardo. Lo dice mentre gli contestano un tentato duplice omicidio pluriaggravato.
Lo dice dopo aver svuotato il caricatore di una pistola a piombini sul collo e sulle guance di due pensionati colpevoli di indossare il fazzoletto dell’ANPI.
Sembra il retroscena di una giornata in una banlieue parigina, invece accade a Roma, via delle Sette Chiese, poche ore dopo la fine del corteo del 25 aprile 2026.
Mentre i talk show stavano già impacchettando la narrazione della “caccia all’ebreo” e i quotidiani che tifano per il criminale internazionale che governa Israele preparavano i titoli sulla “Milano che mostra il volto maledetto”, Bondi sfrecciava su uno scooterone bianco indossando un casco integrale e un giubbotto mimetico.
Non cercava un confronto dialettico, che è merce sempre più rara, ma un bersaglio.
IL TIRATORE SCELTO DELLE SETTE CHIESE
Rossana Gabrieli, 66 anni, e suo marito Nicola Fasciano, 62, camminano verso un bar. Hanno appena partecipato a un corteo per ricordare la Liberazione.
Sono i bersagli perfetti: lenti, disarmati, simbolicamente connotati.
C’è un video che gira in rete da ore, in cui si vede ciò che accade.
Bondi inchioda lo scooter, estrae la pistola softair e spara quattro colpi a bruciapelo.
Sangue, paura, la fuga.
Per quarantotto ore, il Paese è rimasto sospeso in una bolla di indignazione preventiva, alimentata da un copione già scritto: la sinistra antisemita che aggredisce la Brigata Ebraica, il ritorno degli anni di piombo, l’allarme democratico per chi manifesta con la stella di David.
Poi la Digos incrocia le telecamere di sorveglianza e le testimonianze, arrivando a Bondi.
Nella casa del giovane viene trovato il kit del perfetto miliziano da cameretta: coltelli, altre pistole ad aria compressa, vessilli israeliani, materiale di propaganda.
Nessun precedente penale, solo un’ossessione che ha trovato uno sbocco nel piombo (o meglio, nel piombino).
Il presunto aggredito si è fatto aggressore, il difensore della memoria si è trasformato in un cecchino da strada.
E la Brigata Ebraica, quella vera, quella che ha combattuto il nazifascismo, si trova oggi a dover gestire un danno d’immagine che neppure il peggior nemico di Israele avrebbe potuto concepire. Neppure i crimini di Netanyahu.
LA BRIGATA CHE NON C’È
Davide Riccardo Romano, voce storica del Museo della Brigata Ebraica di Milano, ha subito dichiarato: “Non è iscritto, non lo conosciamo. Condanniamo l’uso strumentale del nostro nome”.
Una smentita secca, che però si scontra con una realtà più complessa.
Bondi non è un alieno atterrato nel quartiere ebraico di Roma, ma un militante che ha respirato per mesi il clima di una piazza incendiaria, dove la legittima difesa del diritto all’esistenza di Israele si è mischiata pericolosamente con una retorica da scontro finale.
La sezione romana della Brigata non ha nemmeno partecipato al corteo, per via dello Shabbat e delle tensioni pregresse. Ma Bondi ha deciso di partecipare a modo suo.
Ha deciso che Rossana e Nicola, con i loro fazzoletti partigiani, fossero i responsabili delle contestazioni subite dai suoi compagni di fede a Milano e a Roma. Una ritorsione privata elevata ad atto politico.
Mentre il Laboratorio Ebraico Antirazzista parla apertamente di un uso dell’antisemitismo come “pretesto politico” per coprire condotte indifendibili, i vertici della Comunità esprimono “sgomento”. Lo sgomento di chi si accorge che il mostro non è sempre fuori dalla porta, ma a volte siede alla tua stessa tavola.
L’ISTERIA COLLETTIVA E IL RIBALTONE MEDIATICO
Tra il 25 e il 27 aprile, la stampa nazionale ha dato prova di una velocità di giudizio che sfiora la chiaroveggenza.
“È caccia all’ebreo”, titolavano. “Ebrei cacciati dai cortei”, rincaravano altri. Il focus era tutto sulla violenza subita da chi esponeva la bandiera con la stella di David.
C’erano gli insulti, c’erano le urla “fuori gli ebrei di qui”, c’erano le foto di Trump e Netanyahu portate in piazza come provocazione consapevole in un contesto antifascista.
Ma il 28 aprile, il castello di carte è crollato, e, quando è emerso che l’unico atto di violenza fisica documentato con l’uso di un’arma, per quanto softair, era stato compiuto da un membro della comunità ebraica contro dei partigiani, il tono è cambiato.
Sky TG24, Il Fatto, persino le testate più schierate a destra hanno dovuto ricalibrare il tiro.
Il paradosso è che, per tre giorni, abbiamo discusso di un pogrom immaginario nelle strade di Roma, ignorando che il sangue reale sgorgava dal collo di una donna di 66 anni, colpita da chi si proclamava vittima.
Giorgia Meloni ha condannato fermamente l’accaduto, la Cisl ha espresso solidarietà alla Brigata.
IL MITO DELLA DIFESA E LA REALTÀ DEI FATTI
Bisogna avere il coraggio di guardare dentro le pieghe di questa vicenda senza le lenti della propaganda.
Edith Bruck, che della memoria ebraica è custode, lo ha detto chiaramente: portare bandiere israeliane e foto di leader politici stranieri in un corteo che celebra la liberazione dell’Italia dal nazifascismo è un errore di contesto.
Eithan Bondi non è una “mela marcia” isolata dal nulla, ma il prodotto di una polarizzazione che ha trasformato la piazza del 25 aprile in una succursale del conflitto in Medio Oriente.
Da una parte, chi urla alla “pulizia etnica” ignorando la complessità di una democrazia sotto attacco; dall’altra chi, come Bondi, pensa che indossare un giubbotto mimetico e sparare a una coppia di anziani sia un atto di eroismo sionista.
Le immagini della Digos mostrano Bondi che fugge.
Non ha l’aria del martire, ma del teppista ideologizzato.
Durante la perquisizione sono saltate fuori le prove di una premeditazione che la Procura ha subito messo agli atti, perciò non è stato un raptus, ma una spedizione punitiva.
L’EREDITÀ DI UN PIOMBINO
Dopo gli atti di Via delle Sette Chiese, la comunità ebraica è profondamente divisa tra chi cerca di mantenere un profilo di razionalità e chi si sente in guerra permanente, come il governo di appartenenza, mentre l’ANPI scopre di non essere più intoccabile nemmeno nel giorno della sua festa più cara.
E la vicenda dimostra, ancora una volta, come il sistema informativo abbia corso troppo, inciampando sui propri pregiudizi.
I fatti dicono che Bondi è in custodia cautelare, che Rossana e Nicola guariranno in pochi giorni, tuttavia, le cicatrici politiche di questo 25 aprile sono molto più profonde dei fori lasciati dai piombini.
La destra accusa la sinistra di aver creato il clima d’odio che ha “spinto” il giovane al gesto; la sinistra risponde che la provocazione pro-Israele è ormai un’arma di distrazione di massa, e, in questo scontro tra tifoserie, la verità è rimasta sull’asfalto, insieme ai bossoli di plastica di una pistola giocattolo usata per fare del male vero, con un ragazzo di 21 anni che ha deciso di farsi giustizia da sé contro dei passanti.
Se questa sia la nuova linea di difesa della memoria, o solo il delirio di un singolo che ha scambiato Roma per una linea del fronte, è la domanda che nessuno, nelle sedi istituzionali, sembra voler porre con chiarezza, forse per non inimicarsi troppo chi a Gaza ha lasciato sul terreno migliaia di cadaveri.
Il fascicolo è sul tavolo dei magistrati, le immagini dei video di sorveglianza sono chiare: Bondi arriva, spara, scappa.
Non c’è traccia di eroismo, solo il rumore secco di una molla che scatta e le solite balle di quei giornalisti che, per tre giorni, hanno raccontato un’altra storia.

