Centodieci euro e ottantanove centesimi. Era la cifra battuta dai terminali dell’Ansa per un barile di greggio.
In un ufficio della Brianza, un imprenditore spegneva i macchinari e in un supermercato di periferia una madre rimescolava il carrello, togliendo il superfluo.
Nei prossimi mesi, questa scena sarà consuetudine per tutti.
Non è una crisi congiunturale, ma l’esecuzione sommaria del benessere europeo, firmata da una strategia americana che ha sbagliato ogni calcolo e da un governo israeliano che ha scambiato la sicurezza nazionale per il permesso di fare ciò gli pare, trattando chi non è funzionale come spazzatura.
Lo Stretto di Hormuz è passato da centoquaranta navi al giorno a sette. Di petroliere dirette verso le nostre coste non c’è traccia.
Ma c’è un dato ancora più atroce che i tg non vi raccontano: nei depositi europei i fertilizzanti stanno finendo. E quando finiscono, non si ferma solo l’auto: si fermano i prodotti della terra, così, quello che oggi pagate caro al distributore, domani non lo troverete più sugli scaffali.
L’ILLUSIONE DEL BLITZ E IL RITORNO DELLA FAME
La promessa di Donald Trump era chiara: un colpo secco, chirurgico, per eliminare la minaccia nucleare iraniana e poi tutti a casa. Due settimane. Era questo il tempo massimo per l’operazione.
Poi, di fronte ai primi problemi, le settimane sono diventate quattro. Infine, la sconfitta. Netta e inequivocabile.
Niente “guerre infinite”, prometteva Trump in campagna elettorale.
Invece, dal 28 febbraio scorso, siamo entrati nell’era del collasso programmato.
George Friedman, uno che i fatti li pesa prima di commentarli, lo aveva scritto: bombardare non basta e contro l’Iran non servirebbe.
Eppure, Washington e Gerusalemme hanno scommesso sulla capitolazione rapida dei Pasdaran. Risultato? Le Guardie Rivoluzionarie non sono cadute, hanno invece stretto il cappio attorno al collo dell’Europa.
E, ancora peggio, l’eliminazione di chi comandava e di chi poteva trattare ha cancellato ogni possibilità di trattativa. E, forse, è questo il fallimento più amaro dell’Amministrazione Trump.
Intanto, l’Iran tiene chiuso Hormuz. E se chiudi Hormuz, non fermi solo il greggio. Fermi la chimica, perché la produzione di fertilizzanti azotati dipende direttamente dal gas e dal petrolio.
Oggi i prezzi di questi prodotti sono triplicati, dove ancora se ne trovano.
Gli agricoltori italiani, francesi, tedeschi stanno riducendo le semine perché concimare il campo costa più del raccolto previsto. Significa che tra sei mesi il pane, la pasta e la verdura non saranno solo impossibili da acquistare per i prezzi alle stelle, ma scarsi.
La guerra “chirurgica” di Trump e Netanyahu ha amputato la nostra agricoltura.
IL BLUFF NUCLEARE E LA TRAPPOLA PER IL CETO MEDIO
Mentre le bollette energetiche diventano sentenze di sfratto per migliaia di piccole imprese, sorge il dubbio atroce sulla causa scatenante.
Dove sono le prove dell’ordigno atomico imminente di Teheran? L’intelligence americana, la stessa che ci vendette le provette di antrace di Saddam Hussein, non ha prodotto un solo documento credibile.
L’IAEA parlava di controlli che funzionavano e continua a ripetere che l’arma atomica dell’Iran non è mai esistita.
Siamo in guerra per un’ipotesi, per un “ordigno fantasma” inventato dagli stessi che inventarono le armi chimiche di Saddam. Si bombarda un Paese per impedirgli di fare ciò che l’accordo del 2015, stracciato da Trump, gli stava già impedendo di fare.
Per il cittadino comune, questo significa vivere in un sistema dove la verità è un lusso e il conto è un obbligo.
L’inflazione che divora gli stipendi non è un destino cinico e baro, ma è una tassa di guerra prelevata dai nostri conti correnti per finanziare l’errore di calcolo di una superpotenza che non sa più vincere, ma sa benissimo come far perdere gli alleati.
E quando l’alleato ti giura fedeltà mentre ti arma il caos in casa, l’alleato ha smesso di essere tale: è diventato il tuo liquidatore.
IL DOPPIO STANDARD DI BRUXELLES E IL CINISMO DI URSULA
In questo naufragio, la leadership europea recita la parte del musicista sul Titanic.
Ursula von der Leyen continua a pontificare sulla superiorità morale dell’Europa, mantenendo sanzioni durissime contro l’Iran perché “reprime il suo popolo”.
Vero. Peccato che la stessa Commissione Europea non riesca a pronunciare una parola di condanna per i 70.000 morti a Gaza e in Cisgiordania, per chi reprime altri popoli.
Questa asimmetria morale è un veleno che sta sciogliendo il patto sociale del continente.
La gente lo vede e ne ha le palle piene. A parte i tifosi della guerra e gli incapaci di disegnare una O con un bicchiere, naturalmente.
Vede i risparmi di una vita bruciare nel camino dei costi energetici mentre i nostri leader garantiscono copertura diplomatica a Benjamin Netanyahu, che giustifica bombardamenti quotidiani sul Libano meridionale parlando di “minaccia Hezbollah”, ignorando tregue e appelli umanitari, e fottendosene del Diritto internazionale.
Perché la vita di un civile a Teheran e a Kiev vale sanzioni che ci affamano, mentre la vita di un civile a Gaza o a Beirut non vale nemmeno un richiamo al Segretario di Stato Marco Rubio?
Questo doppiopesismo sta distruggendo l’unica risorsa che ci restava: la credibilità.
Così, siamo diventati un continente che muore di freddo e di fame per difendere un diritto che applichiamo a giorni alterni e a latitudini selezionate.
Putin è sporco e cattivo, un dittatore, Netanyahu un santo, a capo di una democrazia.
IL VINCITORE DI PECHINO E LA PARCELLA DELLA PACE
Mentre l’Europa si de-industrializza e le nostre campagne restano incolte per mancanza di fertilizzanti, c’è chi incassa senza sparare un colpo. La Cina.
Pechino osserva il barile a 111 dollari e sa che ogni centesimo di rincaro è un chiodo sulla bara dell’Occidente. Friedman lo dice chiaramente: la Cina è l’unico mediatore che può parlare con Teheran e che Washington deve pregare.
Xi Jinping sta aspettando che Trump finisca il lavoro di autodistruzione. Poi, a maggio, Pechino presenterà la fattura. Gli Stati Uniti pagheranno la Cina affinché sblocchi il rubinetto di Hormuz, e il prezzo non sarà in dollari, ma in sovranità.
Pechino chiederà l’Asia, chiederà la fine dei dazi, chiederà di essere l’unico arbitro del mercato globale.
E l’Europa?
L’Europa non siederà a quel tavolo. Siamo la merce di scambio, non i commensali. Il benessere che abbiamo costruito in settant’anni è il riscatto che Washington pagherà a Pechino per rimediare al disastro iraniano.
IL MANTRA DEL DISINCANTO: LEGGERE E RI-LEGGERE
Questo articolo deve essere un mantra per chiunque creda ancora alla retorica ufficiale. Non c’è una luce in fondo al tunnel, se il tunnel l’abbiamo scavato noi sotto i nostri piedi.
La trasformazione sociale in atto è brutale: il ceto medio europeo sta retrocedendo a un’economia di sussistenza. Quando i fertilizzanti scarseggiano, la sicurezza alimentare diventa un miraggio.
È il costo del latte, del pane, della dignità di chi lavora e vede lo Stato inchinarsi a ordini che arrivano da Washington.
Cosa resta da fare?
Smettere di essere spettatori passivi di questa “cronaca nera” energetica e chiedere conto a Bruxelles di ogni singola azienda che chiuda e di ogni singolo agricoltore che abbandoni i campi. Pretendere una politica estera che risponda agli interessi di chi vive tra le Alpi e la Sicilia, e non ai deliri di chi, oltreoceano, pensa di poter gestire il mondo con i tweet e le bombe bunker-buster, e a Bruxelles si atteggia a padrona dell’Europa, infischiandosene dei popoli.
Il greggio è a 111 dollari, la terra è senza concime e le navi non passano.
Chi avrà il coraggio di dire che abbiamo sacrificato il nostro futuro per una guerra che non era nostra, per un nucleare che non c’era e per un alleato che non ci guarda in faccia?
Chi avrà il coraggio di dire che Israele ci tiene per le palle, perciò, non ci permettiamo neppure di criticarlo?
Chi avrà il coraggio di dire basta ai soldi degli italiani regalati agi oligarchi di Kiev, in contrasto con la richiesta di pace del popolo ucraino, mentre i nostri ospedali non hanno più infermieri e medici perché non ci sono soldi?

