Donald Trump ha annullato i colloqui di Islamabad.
Quelli che fino a un minuto prima sosteneva fossero a buon punto, con un accordo che era, ormai, questione di qualche giorno.
Lo ha fatto con un post, secco, liquidando mesi di mediazioni pakistane con una motivazione che somiglia a una diagnosi psichiatrica: “L’Iran è disunito, non si sa con chi parlare, c’è troppa confusione nella loro leadership.”
Allora, con chi stava portando avanti i colloqui che erano a buon punto?
Quindi, aveva ragione l’Iran: Trump sparava balle. Oppure era davvero convinto che trattare con se stesso fosse trattare.
Ma, mentre l’inquilino della Casa Bianca si esercitava nell’arte del disimpegno via social, il ministro degli Esteri iraniano non sembrava affatto un uomo sperduto, infatti, era a San Pietroburgo, seduto di fronte a Vladimir Putin, a stringere patti che di “disunito” hanno ben poco.
La verità è un’altra e non passa dai tweet.
Trump ha annullato il viaggio dei suoi inviati, Kushner e Witkoff, per un motivo molto più banale: non voleva incassare un fallimento diplomatico in mondovisione dopo aver garantito che la guerra era già vinta e le carte erano tutte in mano sua.
LA FINTA SICUREZZA E IL LUPO SOLITARIO DI WASHINGTON
Nello stesso istante in cui la diplomazia ufficiale saltava per aria, a Washington andava in scena il terzo capitolo dello show degli attentati.
Cole Thomas Allen, un insegnante cinquantenne con la fedina penale pulita come un banco di scuola, è riuscito a soggiornare nello stesso hotel dove Trump cenava con la stampa.
Si è mosso con calma, ha potuto andare in giro con un fucile a pompa, una pistola e diversi coltelli. È arrivato a pochi metri dal bersaglio prima che qualcuno si accorgesse della sua esistenza.
Le autorità hanno ammesso al New York Times che all’ingresso dell’hotel di lusso non c’erano metal detector; erano stati piazzati solo davanti alla sala da ballo. Un perimetro di sicurezza che somiglia a un colino bucato.
Perciò, delle due una: i servizi americani sono tra più scarsi al mondo; si tratta di una messa in scena.
Allen è il prototipo del “lupo solitario” perfetto: istruito, gentile, mai un problema con la legge.
Poi, in poche settimane, la radicalizzazione anti-cristiana e il salto nel vuoto. Trump userà questo episodio come un moltiplicatore di consensi, un martirio a tappe forzate per nascondere il fatto che, mentre lui gioca al bersaglio mobile, i dati reali dell’impero che vorrebbe riconquistare sono in caduta libera.
IL PETROLIO A 107 DOLLARI E LA TRAPPOLA DELLA STAGFLAZIONE
Mentre le televisioni si accaniscono sui dettagli del fucile di Allen, il prezzo del petrolio è tornato a 107,49 dollari al barile. Un pugno nello stomaco che i mercati hanno ormai interiorizzato come una “nuova normalità”.
A marzo, uno sforamento sopra i cento dollari era considerato un evento catastrofico, oggi è la routine di un’Europa che affonda.
Simas Boland, presidente del Comitato economico e sociale europeo, ha ammesso l’ovvio: i costi energetici stanno colpendo a cascata cibo, trasporti e alloggi, polverizzando il potere d’acquisto delle famiglie a medio e basso reddito.
Siamo dentro la “stagflazione”, quel mostro economico dove la crescita si ferma, ma i prezzi corrono.
In Italia, con gli stipendi inchiodati ai livelli del 1983, l’aumento delle bollette e dei generi alimentari non è un indicatore macroeconomico, ma una condanna.
E la politica cosa fa? Si preoccupa. Ma non della povertà. Si preoccupa che questa sofferenza spinga la gente a votare “male”.
I leader di Bruxelles tremano all’idea che il Rassemblement National di Le Pen o l’AfD tedesca scalino i palazzi del potere. La democrazia, per l’establishment europeo, è diventata un fastidioso imprevisto che si manifesta quando le persone hanno fame.
L’ILLUSIONE DEL PONTE E IL MARGINALISMO ITALIANO
Nel frattempo, il governo italiano recita la parte della comparsa che crede di essere il protagonista.
L’auto-rappresentazione di Giorgia Meloni come “ponte” tra Trump e l’Europa è una favola per i telegiornali nazionali e per i quotidiani vicini.
La realtà è che l’Italia, oggi, è un Paese marginalizzato, che ha rinunciato a ogni briciolo di autonomia diplomatica. Se, un tempo, la Prima Repubblica sapeva muoversi con agilità tra Washington, il Cairo e Teheran, oggi ci limitiamo a dire “sì” prima ancora che ci venga fatta la domanda.
Abbiamo avallato dazi, sanzioni e riarmo, senza batter quasi ciglio per i crimini di Israele, subendo passivamente le conseguenze del blocco dello Stretto di Hormuz, dichiarato dall’Iran come la propria “strategia definitiva”.
Senza quel passaggio, l’economia globale semplicemente non respira. Eppure, noi siamo lì a guardare, sperando in una telefonata da Mar-a-Lago che non arriverà, o che arriverà solo per presentarci il conto.
Abbiamo mandato 90 miliardi a Kiev senza battere ciglio, ma quando si tratta di tagliare l’IVA sul pane o sull’elettricità, i ministri allargano le braccia: “Siamo a corto di fondi”. Senza parlare della situazione pietosa della nostra Sanità pbblica.
NETANYAHU E LA GUERRA SENZA FINE: IL RISCHIO DI ISRAELE
Il personaggio decisivo in questa “trappola” -per usare la definizione di Lucio Caracciolo su Limes – resta Benjamin Netanyahu, la cui strategia è limpida: una guerra permanente per stabilire un’egemonia assoluta che, nei fatti, rischia di essere il suicidio di Israele.
Netanyahu ordina di colpire Hezbollah in Libano anche quando dichiara la tregua. Usa il cessate il fuoco come un timer per ricaricare le armi.
Uno stato di dieci milioni di persone, lacerato internamente tra coloni ultraortodossi, laici e minoranze arabe che vivono vite parallele con programmi scolastici diversi, non può vincere una guerra infinita contro centinaia di milioni di nemici.
Il “grass mowing”, come lo chiamano i generali israeliani – tagliare periodicamente l’erba del terrorismo con attacchi lampo – non basta più.
Ora Netanyahu vuole la vittoria totale. Ma la vittoria totale in Medio Oriente è un miraggio che produce solo macerie e ulteriore isolamento.
Persino la diaspora ebraica negli Stati Uniti si sta spaccando, infatti, i giovani ebrei americani guardano con orrore alle stragi di civili a Gaza e in Libano, allontanandosi da un governo che non riconoscono più come difensore dei loro valori, dimostrando che il nazismo israeliano non è endemico nella società, ma una criminale ideologia della politica di governo.
IL PAPA, TRUMP E IL VERO VOLTO DELL’IRAN
C’è un altro attore che ha turbato i sonni dei suprematisti bianchi americani: Papa Leone XIV. La sua condanna totale della guerra e del denaro che la giustifica ha aperto una faglia profonda nel mondo cattolico statunitense.
Il 59% dei cattolici americani aveva votato per Trump, convinto che fosse l’ultimo baluardo contro il relativismo, ma ora scoprono che il Pontefice considera quella stessa retorica guerresca una “bestemmia” che tira in ballo Dio per coprire interessi economici.
E poi c’è l’Iran.
La propaganda occidentale ci consegna l’immagine di un Paese medievale governato da mullah fanatici. Caracciolo ci ricorda che la realtà è opposta: l’Iran è una società profondamente laica e filoccidentale nei costumi diffusi, governata da una casta militare, i Pasdaran, che usa la religione come potere e controllo economico.
È un regime collegiale, capace di perdere i suoi leader senza crollare.
Pensare di far insorgere il popolo iraniano bombardandolo è l’ennesimo errore di valutazione di una leadership americana che non sa più nemmeno dove si trovi la Persia sulle mappe.
L’AMMUTINAMENTO DELLA PORTAEREI FORD E IL DECLINO IMPERIALE
Poi c’è la portaerei USS Gerald R. Ford.
È la nave più moderna del mondo, un mostro tecnologico da miliardi di dollari. Eppure, mesi fa, è stata teatro di quello che molti analisti hanno definito un ammutinamento silenzioso.
Ufficialmente, si è parlato di un guasto fognario e di un incendio in stireria, ma, in realtà, centinaia di marinai stanchi di una missione infinita e di una politica che chiede loro di morire per cause sempre meno comprensibili hanno detto “basta” alla follia del loro presidente.
L’esercito americano non è più la macchina imbattibile del 1945. Infatti, l’ultima guerra l’ha vinta con l’aiuto dell’URSS e di due bombe atomiche. Quelle successive sono state tutte o pareggi o magre sconfitte, come l’Afghanistan.
L’esercito a stelle e strisce è una struttura formata in gran parte da riservisti, alle prese con epurazioni interne di generali considerati “non fedeli” al canone bianco e anglosassone di Trump, fatto di leader che non conoscono i sudditi del proprio impero e che pensano di risolvere ogni crisi con una bomba tattica o un post su X.
LA STANZA DEI BOTTONI È VUOTA?
Siamo dentro una transizione delirante.
Non c’è più l’amico americano che ci protegge e non abbiamo ancora imparato ad armarci in proprio, né militarmente né politicamente.
L’Europa è un condominio dove si litiga per il colore delle tende mentre il palazzo brucia.
Abbiamo sanzionato la Russia pensando di piegarla, ma oggi scopriamo che i russi vendono gas alla Cina mentre noi andiamo in recessione.
Abbiamo appoggiato Israele incondizionatamente, e oggi subiamo le conseguenze di una guerra che non controlliamo e che Netanyahu non vuole fermare.
Insomma, un fallimento su tutta la linea di leader incompetenti come non se n’erano mai visti in Occidente.
Allora, chi comanda davvero in questa trappola?
Trump annulla Islamabad perché non fare l’ennesima figuraccia, Meloni cerca “ponti” su abissi che non sa misurare; nel frattempo, Putin e gli ayatollah brindano a San Pietroburgo, mentre dallo Stretto di Hormuz passano solo le navi a cui Teheran dà il permesso.
Il petrolio sale, le fognature delle portaerei scoppiano e la diplomazia è diventata un tweet cancellato nella notte.
Chi sarà il prossimo a chiederci di “stringere la cinghia”, in nome di una vittoria che non esiste, perché qualcuno guadagna trilioni di dollari e interessi geopolitici?

