I MERCANTI DI KIEV TRATTANO COL NEMICO DIETRO LE SPALLE DI WASHINGTON

di Pasquale Di Matteo

Sessanta per cento.

Non è una proiezione elettorale e nemmeno l’ultima stima dell’inflazione percepita nei discount di periferia, ma il sovrapprezzo che le aziende europee pagano oggi per spostare un container, una cifra che ha sfondato il tetto record della pandemia.

Mentre i governi dell’Unione continuano a recitare il copione della fermezza atlantica nei talk show, i fatti dicono che il commercio globale è in arresto cardiaco, perché lo stretto di Hormuz è diventato il cappio al collo dell’economia continentale e, a giudicare dalle mosse segrete di alcune cancellerie, la solidarietà con l’alleato americano si ferma dove iniziano i bilanci delle compagnie di navigazione.

HORMUZ IL NUOVO DAZIO CHE UCCIDE IL PORTAFOGLIO

Diverse fonti diplomatiche confermano che Francia e Spagna starebbero trattando sottobanco con Teheran per garantire il passaggio sicuro delle proprie navi commerciali nello stretto di Hormuz, pagando un pedaggio politico e materiale alla Marina delle Guardie Rivoluzionarie.

E la storia insegna che si tratta sempre con chi le guerre le ha vinte.

Si negozia con i Pasdaran, quelli che ufficialmente definiamo sostenitori del terrorismo, per evitare che i costi logistici mandino in default le nostre imprese.

Perché, alla prova dei fatti, sono quelli che hanno messo al tappeto Trump e la sua potenza militare.

I numeri non perdonano le fantasie dei politici. Qualche genio della logistica da salotto ha ipotizzato di sostituire le rotte marittime con il trasporto su gomma. Peccato che una singola nave container moderna trasporti il carico di circa 20.000 camion.

Immaginate una colonna di tir lunga centinaia di chilometri che attraversa l’Asia centrale, pagando mazzette a ogni frontiera e consumando gasolio a prezzi da gioielleria, inquinando a più non posso?

È tecnicamente impossibile, economicamente suicida e ambientalmente criminale.

Ma la retorica della “resilienza”, termine orribile almeno quanto l’idiozia che nasconde, serve a coprire il fatto che senza lo stretto di Hormuz, l’Europa è un’isola senza risorse. Teheran lo sa e ha pronto un sistema strutturato di pedaggi e controllo del traffico dove passeranno solo gli “amici” o chi paga il pizzo diplomatico.

Washington osserva, per ora, ma il tradimento europeo è già nei faldoni dell’intelligence, sebbene gli USA siano al tracollo finanziario e con gli arsenali svuotati dalla follia del chihuahua di Netanyahu che vive alla Casa Bianca.

LA DIPLOMAZIA DELLE OMBRE TRA PARIGI E TEHERAN

Mentre si tratta con l’Iran per non affogare nei costi di spedizione, a Bruxelles va in scena il teatro dell’assurdo sui fondi per l’Ucraina, poiché mancano 90 miliardi di euro.

Una cifra che i tecnocrati europei non sanno dove pescare, nonostante il nemico Orban sia stato fatto fuori dalle elezioni.

La soluzione “geniale” era quella di espropriare gli asset russi congelati, circa 200 miliardi di euro detenuti principalmente in Belgio, ma il governo belga, che teme di pagare da solo in una causa legale con Mosca, ha alzato il muro: toccare quei soldi significa scatenare una ritorsione finanziaria russa che farebbe saltare l’Euroclear e, con esso, la credibilità del sistema bancario europeo.

Così, mentre Zelensky chiede armi e soldi per pagare le pensioni ai suoi veterani, Mark Rutte suggerisce ai paesi membri di versare lo 0,25% del PIL nazionale.

Un altro prelievo forzoso dalle tasche di cittadini che già faticano a pagare le bollette del gas, per alimentare una guerra che sembra un pozzo senza fondo.

La verità è che l’Europa sperava che la Russia si piegasse già da tempo, ma ora le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale spostano l’asticella al 2027 e sono stime scritte sulla sabbia.

La realtà è che il programma di aiuti internazionali è vicino all’esaurimento e la “stanchezza della guerra in Ucraina” non è più un tabù, bensì un dato contabile.

MISSILI RUSSI DAL CUORE OCCIDENTALE

Se la politica è ambigua, l’industria bellica è spudorata. Le analisi tecniche sui frammenti dei missili da crociera russi recuperati dopo l’ultimo attacco massiccio su Kiev rivelano un dettaglio che nessuna sanzione è riuscita a scalfire: dentro quei missili ci sono oltre 100 componenti di fabbricazione occidentale.

Microchip, sistemi di guida, sensori prodotti quest’anno, perché “business is business”.

Mentre i governi vietano l’esportazione di beni di lusso a Mosca, le componenti critiche per l’industria militare russa continuano a fluire attraverso triangolazioni in Kazakistan, Turchia ed Emirati Arabi Uniti.

Zelensky rivendica il diritto di colpire i siti petroliferi russi come rappresaglia per i 1.600 tra droni e missili lanciati contro le sue città, ma la verità è che stiamo armando entrambi i contendenti.

Da una parte mandiamo i vecchi Leopard aiuti di Stato, dall’altra le nostre aziende vendono, via terzi, la tecnologia necessaria a Putin per costruire i droni che quei Leopard li fanno saltare in aria.

È il paradosso di un’Europa che si dichiara in guerra morale ma resta in affari materiali con il nemico, il paradosso di una leadership europea a cui manca un leader che non sia insano di mente e che abbia un briciolo di cultura geopolitica.

LA GUERRA DELLE BANDIERE E LA PROPAGANDA TIKTOK

Le forze ucraine annunciano la liberazione di centri abitati come Odradne o Kostantynivka, mostrando video di soldati che issano il vessillo giallo e blu, ma, passano poche ore, e il Ministero della Difesa russo pubblica filmati speculari, sostenendo che si tratti di semplici missioni di infiltrazione: gli ucraini arrivano, piantano la bandiera per il video da dare ai media occidentali e poi scappano sotto il fuoco dell’artiglieria.

E i russi fanno lo stesso.

L’intelligence britannica e l’ISW (Institute for the Study of War) battono la grancassa dei successi ucraini a Kupiansk, ma se si guardano le mappe geolocalizzate, la linea del fronte è immobile da mesi, se non per micro-avanzamenti che costano migliaia di vite.

È una guerra d’immagine servita a giustificare i miliardi che mancano all’appello.

Nel frattempo, Mosca valuta di coinvolgere la Bielorussia per un attacco da nord, tenendo alta la tensione sul confine NATO.

È un bluff? Forse.

Intanto Putin prepara i bagagli per Pechino. L’asse tra lo zar e Xi Jinping è l’unica certezza in un mare di incertezze europee. Mentre noi trattiamo in segreto con l’Iran per un container di componenti elettroniche, la Russia e la Cina firmano accordi strategici che ridisegnano le rotte del secolo.

IL CONTO SALATO DELLE PROMESSE NON MANTENUTE

Chi paga per questo caos?

Non certo i tecnocrati di Bruxelles, che non ne hanno azzeccata mezza in quattro anni e mezzo, né i produttori di armi, che vedono i propri titoli volare in borsa. A pagare è il cittadino europeo.

Ogni volta che una nave è costretta a circumnavigare l’Africa perché il passaggio di Hormuz è troppo caro o troppo pericoloso, il prezzo del latte, del pane e dei medicinali sale.

Durante la pandemia ci dicevano che mancano i chip per le schede video, ma oggi scopriamo che i chip ci sono, ma finiscono nei missili che cadono su Zaporizhzhia invece che nelle macchine per la risonanza magnetica dei nostri ospedali, i cui budget sono stati tagliati per finanziare i “fondi per la pace” che servono a comprare granate.

È un sistema che si sta mangiando la coda. Abbiamo rinunciato al gas russo per dipendere dal GNL americano (più caro) o dai capricci di Teheran. Abbiamo promesso 90 miliardi a Kiev che non abbiamo in cassa. Abbiamo sanzionato la Russia continuando a venderle i pezzi per le sue armi.

L’Europa è una vecchia signora che cerca di mantenere il decoro mentre il soffitto le cade addosso.

Si finge unita sotto l’ombrello della NATO, ma va a braccetto con i Pasdaran se il nolo marittimo scotta troppo.

Dice di voler difendere la democrazia, ma non sa come spiegare alle famiglie perché una bolletta costi quanto un mese di affitto.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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