TRUMP A PECHINO E IL BARATTO SEGRETO SU TAIWAN

di Pasquale Di Matteo

Donald Trump è tornato a Pechino con il cappello in mano, dopo quasi dieci anni dalla sua ultima passerella nella Città Proibita, ma stavolta l’aria non vibra per le salve di cannone della guardia d’onore, bensì per il ronzio dei droni iraniani che l’intelligence americana non riesce più a fermare.

Il “Maga”, l’uomo dei dazi e dei muri, il presidente che ha costruito la sua intera carriera politica insultando il “nemico cinese”, si è presentato alla corte di Xi Jinping con una richiesta che ha il sapore della disperazione: “Aiutaci a gestire Teheran”.

È la fine monumentale di un’amministrazione che ha promesso la sovranità assoluta e si ritrova a subappaltare la propria politica estera al principale rivale sul pianeta.

Il cerimoniale cinese osserva con un misto di disprezzo e pragmatismo questo leader occidentale che parla di forza, ma agisce per disperazione, senza azzeccarne mezza.

Trump ha bisogno di Xi Jinping perché gli Stati Uniti si sono infilati in un vicolo cieco nel Golfo Persico.

Quindi, da una parte ci sono i dazi che dovevano mettere in ginocchio l’economia del Dragone, ma che hanno avuto l’effetto opposto, dall’altra c’è la realtà del prezzo della benzina, che sale nelle stazioni di servizio del Midwest, proprio mentre le elezioni di metà mandato si avvicinano come un plotone d’esecuzione per i Repubblicani.

IL PARAVENTO DEI DRONI E IL SILENZIO DI WASHINGTON

Mentre a Washington Marco Rubio prova a vendere al pubblico di Fox News l’idea che l’Iran stia sviluppando un arsenale di droni e missili solo come “scudo” per il suo programma nucleare, – quello che l’AIEA continua a dirci non esistere – la realtà è che l’Iran non sta solo costruendo una difesa, ma ha creato una capacità convenzionale talmente massiccia da rendere ogni intervento militare americano un suicidio logistico ed economico.

È una lezione di realismo che la Casa Bianca ha dovuto digerire a fatica: il regime degli Ayatollah ha ottenuto l’immunità attraverso la saturazione dello spazio aereo.

Ma c’è un dettaglio che Rubio omette di dire, e che i documenti interni del Dipartimento del Tesoro confermano con freddezza.

La Cina compra il 90% dell’energia prodotta dall’Iran. Pechino non è un semplice spettatore della crisi in Medio Oriente, ma ne è l’azionista di maggioranza.

Ogni drone che decolla da Teheran, ogni missile che minaccia lo Stretto di Hormuz, è indirettamente finanziato dai petro-yuan che fluiscono dalle banche cinesi verso le casse dei Pasdaran.

Trump lo sa. Sa che per fermare l’Iran non servono i bombardieri B-2, ma una telefonata di Xi Jinping. E per quella telefonata, il Dragone ha già presentato il conto: Taiwan.

IL DOLLARO AMMACCATO E L’OMBRA DEL CIPS

Il potere americano è sempre stato un tridente: portaerei, tecnologia e dollaro.

Oggi, tutte e tre le punte mostrano segni di ruggine.

Il primo semestre della nuova presidenza Trump è stato il peggiore per il biglietto verde negli ultimi cinquant’anni. E non è un caso, bensì una conseguenza.

L’aggressività commerciale di Washington, accoppiata a un deficit di bilancio che assomiglia a una voragine senza fondo, ha convinto gli investitori che il dollaro non è più l’unico bene rifugio sicuro.

Mentre Trump twitta minacce contro le banche cinesi, Pechino lavora in silenzio alla costruzione dell’alternativa, che è il CIPS (Cross-Border Interbank Payment System), l’equivalente cinese dello SWIFT occidentale.

Nel 2010, le transazioni internazionali in yuan erano meno dell’1%; oggi superano il 50% delle entrate cinesi.

Oltre 1.700 banche, incluse alcune istituzioni turche e mediorientali, hanno già aderito al sistema di messaggistica bancaria di Pechino. È l’inizio della fine dell’egemonia finanziaria americana.

Quando il petrolio iraniano viene scambiato in yuan, le sanzioni di Washington diventano carta straccia, semplici suggerimenti che il resto del mondo ignora con un sorriso sarcastico.

Scott Bessent, il Segretario al Tesoro americano, osserva il surplus commerciale cinese da un trilione di dollari e parla di “rischio di sbilanciamento globale”.

E la verità è che il tavolo è già saltato.

TAIWAN: LA MERCE DI SCAMBIO SUL TAVOLO DEI CHIP

Xi Jinping è stato chiarissimo durante il faccia a faccia con Trump: “Una mala gestione del dossier Taiwan porterà alla collisione”.

Non è una previsione, è un avvertimento. Per Pechino, Taiwan non è una nazione, è una provincia ribelle, ma per il mondo, Taiwan è la fabbrica dei semiconduttori senza i quali l’industria tech americana smetterebbe di esistere in quarantotto ore.

Il timore che serpeggia a Taipei è che Trump sia pronto a tutto pur di incassare un successo elettorale immediato.

Se Xi offre la riapertura dello Stretto di Hormuz e una moderazione dell’Iran in cambio di un disimpegno americano nell’isola, cosa farà il presidente che ha già definito l’Ucraina “un peso” e che parlava di “comprarsi la Groenlandia” come se fosse un immobile pignorato?

Taiwan teme di essere scaricata. Il governo dell’arcipelago ripete che “nulla è cambiato”, ma i fatti dicono il contrario.

Trump si è portato dietro a Pechino Jensen Huang, il CEO di Nvidia. Non lo ha fatto per cortesia istituzionale, ma perché la partita si gioca sui chip. Se la sicurezza di Taiwan viene sacrificata sull’altare di un accordo energetico con la Cina, gli Stati Uniti non perderanno solo un alleato democratico; perderanno il controllo del cervello elettronico del pianeta.

LE BUGIE BIPARTISAN E IL REALISMO DELLA POMPA

Un gruppo di senatori, sia Repubblicani che Democratici, ha scritto a Marco Rubio chiedendo di non “scaricare” Taipei. È la solita retorica del Congresso che cerca di salvare la faccia mentre l’amministrazione prepara il baratto.

Rubio risponde che la politica statunitense “rimane invariata”, una frase che in geopolitica precede quasi sempre un tradimento clamoroso, perché ricorda molto “stai sereno” di renziana memoria.

La realtà è che l’elettore medio americano non sa dove si trovi Taiwan e non gli interessa nulla della sovranità del Mar Cinese Meridionale. L’elettore americano guarda il contatore della pompa di benzina.

Trump, che ha costruito il suo consenso sulla pancia del paese, sa che la sua sopravvivenza politica dipende dai prezzi dell’energia, perciò, se per abbassarli deve concedere a Xi Jinping il via libera su Taiwan, lo farà senza battere ciglio, magari vendendo il tutto come “il più grande accordo della storia”.

LA FINE DEL SECOLO AMERICANO

Siamo arrivati al punto in cui la superpotenza deve chiedere il permesso al suo rivale per poter navigare nel Golfo. Il picciotto di quartiere che chiede il permesso di operare al nuovo boss mondiale.

Pechino ha riadattato il suo sistema bancario, ha blindato le sue rotte energetiche e ora aspetta che il frutto maturo di Taiwan cada per gravità.

Trump si è presentato a Pechino convinto di poter fare il “deal” del secolo, ma si è ritrovato in una partita a scacchi dove lui muove i pedoni e Xi Jinping possiede la scacchiera da dominatore.

Mentre i media ufficiali cinesi decantano l’incontro come una vittoria della “visione di Xi”, la Casa Bianca tace sui dettagli dell’ennesima sconfitta dell’America.

Le petroliere iraniane scaricano greggio pagato in yuan, le fregate americane sono sostanzialmente impotenti e il mondo aspetta che Pechino decida quale sarà il prossimo prezzo da pagare.

E pensare, che prima del 28 febbraio scoso, Hormuz era libero e l’Occidente non stava per vivere la più devastante crisi finanziaria della storia contemporanea.

Se distruggere l’Occidente e consegnare lo scettro del mondo a Pechino era l’obiettivo dell’aggressione illegale all’Iran, il successo di Israele e USA è raggiunto.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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