CALUSCO D’ADDA, 9 MAGGIO 2026. QUANDO L’ARTE NON HA BISOGNO DI SPIEGAZIONI

Premio Alfio Paris, 3° edizione. Il racconto del vernissage

di Pasquale Di Matteo

Ci sono luoghi che hanno la capacità di raccontarti qualcosa ancora prima che tu apra bocca.

Calusco d’Adda è uno di questi, anche se non è Milano, non è Bergamo, non è uno di quei centri dove l’arte viene consumata come uno spuntino tra un aperitivo e una cena, senza neppure farci caso, ma è un paese.

Ma è un paese che ha una sua dignità, con una sua storia, con una sua identità che resiste al tempo come la pietra del ponte che attraversa l’Adda.

E, forse, è proprio per questo che qui l’arte arriva davvero, senza filtri, senza quella patina di mondanità che spesso la trasforma in una scenografia vuota.

E, ancora, sarà questo il motivo per cui l’Amministrazione comunale è sempre molto partecipe e presente quando si tratta di cultura e di arte, situazione non comune in Italia.

Il 9 maggio 2026, alle ore 17:00, mi trovavo al Centro Civico San Fedele. La locandina diceva «inaugurazione».

Io preferisco chiamarlo con il suo nome francese, vernissage, non per snobismo, ma perché il francese ha quella capacità di racchiudere in una parola un’intera cerimonia: i colori, i convenevoli, le critiche, il momento in cui le opere smettono di essere oggetti e diventano interlocutori.

Ma, prima di parlare di quello che ho vissuto sabato pomeriggio, è necessario capire cosa sia il Premio Alfio Paris.

Perché un premio non è mai soltanto un premio, ma è un ricordo, un omaggio, un messaggio, un manifesto, una dichiarazione di intenti.

E quando un premio porta il nome di una persona, quella persona continua a parlare attraverso ogni edizione, attraverso ogni artista selezionato, attraverso ogni opera esposta.

Alfio Paris non è un personaggio inventato per dare lustro a una manifestazione, ma un nome che ha peso, che ha radici in questa comunità, e il fatto che si sia giunti alla terza edizione è la prova che la memoria, quando è coltivata con amore, diventa tradizione. E la tradizione genera futuro.

Soprattutto quando ci si ricorda di artisti di livello e, ancora prima, grandi persone qual era Alfio Paris.

Ho incontrato eventi che nascevano e morivano con la grazia di una candela accesa sotto la pioggia, invece, questo premio, organizzato da Muriel Villa e dall’associazione PHAOS, cresce sempre più e il perché si percepisce dall’atmosfera, dalla qualità delle opere, dall’entusiasmo di chi ci lavora.

MURIEL VILLA E PHAOS

Devo essere onesto, come sono sempre onesto quando scrivo di arte e di chi ci lavora intorno: esistono curatori che curano sé stessi e curatori che curano l’arte. Muriel Villa appartiene alla seconda categoria e la cosa, non solo le fa onore, ma garantisce agli artisti che collaborano con lei di non essere presi in giro, come, invece, purtroppo, capita spesso in Italia. E non solo in Italia.

La stessa Phaos non è nata per fare bella figura, ma esiste perché qualcuno ha deciso che la cultura non è un privilegio delle grandi città, che un centro civico in un paese bergamasco può diventare uno spazio vivo quanto qualsiasi galleria milanese, se chi lo gestisce ci mette passione, rigore e la capacità di ascoltare gli artisti invece di usarli come ornamento.

O come bancomat.

Il vernissage di sabato era la dimostrazione pratica di questa filosofia. Non c’erano orpelli inutili, non c’era quella retorica del «grandi ospiti e grandi nomi» che spesso nasconde il vuoto di contenuto.

C’era l’arte. C’erano le opere. C’erano alcune delle persone che quelle opere le avevano create. C’era la voglia di Muriel Villa di restituire dignità agli artisti.

E c’era l’Amministrazione comunale.

E, credetemi, non è poco. Non è affatto poco.

Lo stesso sindaco, il Dottor Michele Pellegrini, era visibilmente compiaciuto per il successo dell’iniziativa e ha sottolineato un incremento significativo degli artisti partecipanti, aumentati del 33% rispetto all’edizione precedente.

SALA SAN FEDELE E L’ARTE DELL’INCONTRO

Il Centro Civico San Fedele, affacciato su Viale dei Tigli, è uno spazio che sa essere neutro senza essere anonimo.

Le opere esposte avevano il respiro necessario per esistere nella loro autonomia, senza schiacciarsi l’una sull’altra in quella competizione silenziosa che spesso trasforma le mostre collettive in un mercato rionale.

E, con mia enorme gioia, c’era tanto concetto, tanti messaggi potenti, di artisti che non hanno paura di esprimere ciò che pensano.

Il pubblico che ha partecipato al vernissage era il pubblico giusto, non quello che va alle inaugurazioni per farsi fotografare o per ingozzarsi al buffet, ma quello che ci va per guardare, per ascoltare chi parla dal palco.

Persone con occhi curiosi, con domande vere, con quella disponibilità all’ascolto che è la precondizione di qualsiasi esperienza vera e genuina.

Beh, in verità, c’è stato anche chi ha pensato bene di inscenare una finta dormita con russata vistosa durante l’intervento del sottoscritto, ma anche questa, a voler ben guardare, è arte. Poi, sta al pubblico scegliere cosa sia Arte con la A maiuscola e cosa avanspettacolo da quattro soldi.

Tornando alle cose serie, ho detto spesso, e lo ridico qui, perché le cose vere è giusto ripeterle, che un’opera d’arte è completa solo nel momento in cui trova uno sguardo capace di accoglierla. Sabato sera, quegli sguardi c’erano.

E c’ero anch’io, in qualità di critico d’arte, chiamato a disputare e ad assegnare un premio speciale a un’artista meritevole di riconoscimento, un ruolo che non prendo mai alla leggera.

Giudicare un’opera d’arte non è come valutare un bilancio aziendale o una prestazione sportiva. Non ci sono metri, non ci sono secondi, non ci sono righe di profitto e perdita e non c’è un risultato finale.

C’è la necessità di capire cosa voglia dire un artista, se lo ha detto davvero, e se quel dire aggiunge qualcosa al mondo o semplicemente lo riempie di immagini, come spesso accade a quei pittori convinti che essere bravi significhi dimostrare competenze tecniche sopraffine, senza dire niente.

Durante il mio intervento, ho manifestato il mio compiacimento per la riuscita di questa edizione del Premio Alfio Paris, soprattutto per l’energia e la diversità dei linguaggi.

Quest’anno ho visto molto “concetto”, molta voglia di raccontare, e questo è fondamentale.

Perché il talento da solo non basta. L’arte è come la chirurgia: un chirurgo non smette di studiare dopo la laurea; oggi usa i robot, mentre negli anni ’80 usava il bisturi.

L’artista deve fare lo stesso: deve acculturarsi continuamente, fare master, imparare nuove tecniche per evolvere il proprio stile. Senza studio, non c’è crescita.

Tuttavia, se manca il messaggio, se non ha nulla da dire, la sua sarà, al più, elevata competenza tecnica, ma mai arte.

Ho anche sottolineato il valore del “nome”: un quadro di Picasso vale milioni solo se puoi dimostrare che è un Picasso. Senza quella firma e quella storia, l’opera perde il suo valore di mercato.

Gli artisti devono capire che, se non costruiscono una propria identità forte e un linguaggio riconoscibile, se non fanno del proprio nome un brand, resteranno sempre nello stesso posto.

Non è cinismo, è capire come funziona il mondo.

Infine, in questo periodo siamo tutti un po’ spaventati dall’Intelligenza Artificiale, ma io la vedo diversamente. Ricordate quando arrivò il PC? I ragionieri erano terrorizzati, pensavano di sparire. Invece hanno solo dovuto imparare a usarlo.

L’IA spazzerà via i lavori meccanici e ripetitivi, è vero, e già oggi vediamo opere realizzate dall’IA vendute a poco prezzo. Ma qual è la differenza? Quelle opere sono prive di umaintà. Sono scopiazzature dell’ingegno di esseri umani.

Io credo fermamente che tra dieci anni vivremo nel mondo del Made by Human. Proprio come oggi cerchiamo il Made in Italy per la qualità, domani cercheremo l’opera fatta da un uomo in carne ed ossa, con un cuore e una storia, per distinguerla dal mare di contenuti sintetici. Il valore aggiunto sarà sempre l’emozione umana.

Infine, ai premiati di sabato ho voluto lanciare una sfida: non abbiate paura di comunicare.

Un’opera d’arte è come un libro: se non racconta nulla, vale zero. Oggi, nell’era di Instagram, l’attenzione della gente è brevissima. Bisogna saper parlare un linguaggio nuovo, iconico, che arrivi subito al punto, ma che abbia dentro un messaggio potente. L’arte ha un potere immenso, fa paura persino ai regimi perché parla a tutti, anche a chi non sa leggere.

Tra tutte le opere in esposizione, sono state due le artiste che mi hanno convinto pienamente così, anziché assegnare un’unica menzione Pasquale Di Matteo, ho deciso di assegnarne due.

Due donne. Due linguaggi diversi.

Due visioni del mondo che non si somigliano, due espressioni tecniche differenti, ma che condividono la stessa serietà di intenti, lo stesso rigore formale unito a una profondità emotiva che non scade mai nel sentimentalismo.

Non rivelerò in questa sede i loro nomi, perché queste due artiste meritano qualcosa di più di una menzione in un articolo di cronaca. Con la mia menzione, si sono guadagnate una mia analisi, una critica meditata che le opere richiedono. E quella critica arriverà nei prossimi giorni.

Permettetemi una riflessione finale, che è forse quella che mi sta più a cuore.

Viviamo in un sistema dell’arte che è profondamente centralizzato. Le riviste parlano di Milano, di Roma, di Venezia.

I critici con più visibilità si muovono lungo certi circuiti, frequentano certe fiere, scrivono di certi artisti. Tutto il resto, tutto ciò che accade fuori da quei circuiti, viene trattato come arte di serie B, come folklore locale, come buona volontà da premiare con una pacca sulla spalla.

Io non ci sto. Non ci sono mai stato e mai ci starò.

Quello che ho visto sabato al Centro Civico San Fedele di Calusco d’Adda non aveva niente di periferico.

Aveva tutto di essenziale. E l’essenziale, nel mondo dell’arte come nella vita, è esattamente ciò che manca ai luoghi che si credono al centro.

L’Adda scorre qui da secoli e l’arte, quella vera, non ha bisogno di essere al centro della mappa per essere al centro di tutto.

Il Premio Alfio Paris, giunto alla sua terza edizione, è la dimostrazione vivente di questa verità.

Le critiche dedicate alle due artiste premiate saranno pubblicate prossimamente su questo spazio.

Classifica e Premiati

I Primi 5 Classificati

1° Classificato: Valentina Presti.

2° Classificato: Ada Noris.

3° Classificato: Fiorella Giulian.

4° Classificato: Sabrina Cerruti.

5° Classificato: Alice Proserpi.

Menzioni Speciali

  • Menzione del Comune di Calusco d’Adda: Ezio Arosio.
  • Menzioni del Critico (Pasquale Di Matteo): Cyrus e Ada Noris.
  • Premio Giovani: Eirik Milesi e Aron Boffelli.

Menzioni d’Onore

  • Adelio Bonacina
  • Paola Riva
  • Ornella Ogliari
  • Eleonora Sgura
  • Annamaria Teresa Bonacina

L’evento si è concluso con una foto di gruppo di tutti gli artisti presenti e un invito per la prossima edizione, prevista per maggio 2027.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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