TRUMP E IL GRANDE VUOTO TRA URANIO IRANIANO E RISERVE DI PETROLIO ALL’ASCIUTTO

di Pasquale Di Matteo

“Non ci sarà nessun accordo con l’Iran, se non la resa senza condizioni”.

Donald Trump lo scriveva sul suo social network il 6 marzo 2026.

Una linea rossa categorica, il leader dell’impero americano esigeva la sottomissione totale di Teheran, intanto svuotava i sotterranei di casa propria per non far saltare i nervi ai suoi elettori.

E oggi?

LA BENZINA SUL FUOCO DELLE ELEZIONI

Mentre Trump ridicolizza le atlete transgender per strappare l’applauso facile nelle arene del Midwest, i numeri del Dipartimento dell’Energia lo demoliscono.

Gli Stati Uniti stanno bruciando le proprie riserve petrolifere strategiche (SPR) a un ritmo frenetico per mantenere i prezzi della benzina artificialmente bass, ma le stime dicono che, entro giugno, quelle riserve toccheranno i minimi storici.

Il limite psicologico e politico è di 5 dollari al gallone. Oltre quella soglia, la retorica della “grandezza americana” si scontra con il portafoglio di chi deve andare al lavoro in pick-up, perciò, la rivolta interna diventa un’opzione sul tavolo.

Gli americani hanno quasi raddoppiato l’esportazione di petrolio, ma è un gioco di prestigio pericoloso: vendono quello che non hanno per nascondere un vuoto di mercato di 14 milioni di barili al giorno.

Più o meno la stessa cosa la stanno facendo gli europei.

La Cina, nel frattempo, osserva e riduce i consumi di 5 milioni di barili, accumulando silenziosamente mentre l’Occidente consuma le proprie ultime cartucce energetiche per vincere un ciclo elettorale.

L’URANIO COME ASSICURAZIONE SULLA VITA

Dall’altra parte del mondo, Teheran non ha nessuna intenzione di assecondare i desideri di Mar-a-Lago e il piano in 14 punti rilanciato da Galibaf, presidente del Parlamento iraniano, non è una base d’asta, ma uno schiaffo.

Per liberare l’Occidente dall’assedio di Hormuz, l’Iran chiede tutto: ritiro delle truppe americane dal Medio Oriente, fine del blocco navale, restituzione di miliardi di dollari congelati e risarcimenti per i danni di guerra.

Trump e Netanyahu hanno fallito militarmente. A detta della CIA, nonostante i bombardamenti mirati, l’Iran conserva il 75% dei suoi lanciatori mobili e oltre il 70% dei missili che aveva prima dell’inizio delle ostilità.

Ma il vero punto di rottura sono i 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%. Per Teheran, consegnare quell’uranio sarebbe un suicidio geopolitico.

E se Trump non è riuscito a prendersi l’uranio con le bombe, perché l’Iran dovrebbe consegnarglielo con la diplomazia?!

Nel sistema internazionale, uno Stato può chiedere alla controparte solo ciò che sarebbe in grado di ottenere con la forza. E Washington, con le riserve strategiche di greggio che colano a picco, non può permettersi una guerra d’attrito che farebbe schizzare il petrolio a livelli da collasso economico mondiale.

L’uranio arricchito è l’unica garanzia che Teheran ha contro una nuova firma di Trump che, venti minuti dopo un eventuale accordo, potrebbe reintrodurre le sanzioni con un capriccio da bambino viziato, come è nel suo stile.

LA PSICOPATOLOGIA DEL MAPPAMONDO

La figura di Trump ricorda Charlie Chaplin nel Grande Dittatore: il mappamondo preso a calci come un pallone. Non è un’iperbole, ma la descrizione di un potere che ha perso il contatto con il fattore umano.

Trump deride le minoranze, Xi Jinping progetta ospedali gestiti da robot dove l’infermiere è un algoritmo senza empatia, e Peter Thiel teorizza che la libertà di pensiero sia un ostacolo al progresso tecnologico e scientifico.

Siamo di fronte a un potere che, non sapendo più gestire la complessità dei fatti e dell’umanità, dalla penuria di petrolio alla resistenza missilistica iraniana, si rifugia nella creazione di una realtà distopica pur di non ammettere il proprio fallimento.

Paolo Crepet dice chiaramente che nessuno di questi leader è “sano” secondo i parametri comuni, ma l’errore è chiuderli in una casa di cura mentale, perché il problema non è la loro follia, ma la nostra rassegnazione a un mondo dove il capitale umano è stato sostituito dalle macchine e il dibattito pubblico dalle grida contro i nemici di paglia.

IL BLUFF DEL POTERE ASSOLUTO

Il muro contro muro tra Washington e Teheran sta producendo un effetto collaterale che i consiglieri di Trump e le loro Intelligenze Artificiali non avevano previsto: la radicalizzazione totale dell’Iran.

Il sostegno di Cina e Russia, che hanno intensificato i traffici su gomma e rotaia per aggirare i blocchi navali americani, ha reso l’Iran un perno della resistenza all’egemonia del dollaro.

L’Europa, dal canto suo, assiste isolata e balbuziente.

Mentre i prezzi dell’energia e dei fertilizzanti minacciano la sicurezza alimentare di interi continenti (il 13% delle importazioni africane transita per le rotte controllate da Hormuz), la Casa Bianca continua a vendere un’immagine di forza che non corrisponde ai depositi di carburante e alla reale forza del dollaro, oggi.

L’Iran aspetta che la recessione mondiale morda l’Occidente. Aspetta che il prezzo della benzina superi la soglia di guardia nelle pompe di San Diego e Dallas. Aspetta che il bluff energetico di Trump venga scoperto dai cittadini occidentali.

Il 2026 si sta trasformando nell’anno della grande smentita. La pretesa di un potere assoluto, capace di decidere chi può gareggiare in una piscina e chi deve smantellare le proprie centrali nucleari, sta andando a sbattere contro la scarsità delle risorse per sostenersi.

Si può governare un Paese a colpi di tweet e provocazioni, ma non si può alimentare una portaerei con la retorica.

Trump chiede la resa incondizionata, ma i suoi serbatoi sono vuoti e l’Iran tiene in mano il rubinetto dell’uranio e dei traffici commerciali di energia occidentali e guarda l’orologio, sapendo che il tempo, in geopolitica, è una risorsa preziosa quanto il greggio.

Perché, quando le riserve strategiche americane saranno esaurite, chi chiederà la resa a chi?

Senza petrolio non c’è proiezione di potenza.

Trump avrà avuto tempo e modo di capire almeno questo o era troppo occupato a scrivere un post contro le atlete trans?

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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