Ventitré miglia nautiche a nord-est di Doha, una sagoma di ferro e fiamme interrompe l’orizzonte del Qatar. È una nave mercantile, una portarinfuse, dicono i dispacci del centro di controllo delle operazioni del Regno Unito.
Di chi sia, quale bandiera batta, quale carico trascini tra i flutti, nessuno lo sa o, più probabilmente, nessuno vuole dirlo. Ma è un’immagine che racconta la situazione come tante parole non riuscirebbero.
Perché, nel Golfo Persico, la verità è un optional che affonda insieme alle carcasse delle navi, mentre il petrolio torna a galleggiare in chiazze misteriose vicino all’isola di Khargh. Un giorno c’è, il giorno dopo scompare, come per un trucco di prestigio che serve a nascondere una guerra che non si può chiamare tale per non dimostrare al mondo che chi doveva vincere in due settimane è finito in scacco da due mesi.
IL MISTERO DELLA NAVE SENZA BANDIERA
Mentre le fiamme divorano il mercantile vicino a Doha, i radar registrano un dato che smentisce mesi di retorica della propaganda a stelle e strisce: la prima nave del Qatar carica di GNL è passata dallo stretto di Hormuz.
È la prima da quando è iniziato quello che l’amministrazione Trump definisce il “blocco totale”.
La notizia prova che il controllo iraniano sullo stretto è totale; Teheran decide chi passa e chi resta fuori.
Il portavoce dell’esercito iraniano lo ha messo a verbale con una freddezza che non ammette repliche: “D’ora in poi, i paesi che seguiranno l’esempio degli Stati Uniti e imporranno sanzioni incontreranno senza dubbio difficoltà nell’attraversare lo stretto di Hormuz”.
La superpotenza che giura di aver messo il nemico in ginocchio si ritrova, invce, a gestire un vicolo cieco dove i propri memorandum finiscono regolarmente nel cestino dei rifiuti.
Trump aveva promesso una risposta entro poche ore da venerdì scorso. Sabato niente. Domenica niente.
Per l’ennesima volta, Trump ha fatto la figura del fesso, di quello che, al più, può minacciare, fare la voce grossa, ma poi sa che non ha altri colpi in canna, se non vuole che l’Iran usi i suoi missili ben al di là dei confini convenzionali.
Il memorandum di Washington è lì, sul tavolo degli ayatollah, che lo esaminano “con i propri tempi”, mentre le navi continuano a bruciare a quaranta chilometri dalla costa. Perché ogni giorno di chiusura di Hormuz vede più vicina la morte delle economie occidentali.
L’IRAN NON È IN GINOCCHIO E HORMUZ RESTA CHIUSO
La narrazione ufficiale della Casa Bianca descrive un’economia iraniana agonizzante, un popolo pronto alla rivolta e un regime che supplica un accordo. I fatti, invece, mostrano un botta e risposta militare in cui gli Stati Uniti minimizzano ogni scontro per non dover ammettere che la tregua è ormai carta straccia.
Ogni attacco alle petroliere iraniane riceve una contromossa da parte dell’Iran, in una partita a scacchi giocata con le navi cariche di greggio, dove l’unico obiettivo reale sembra essere il mantenimento di una tensione costante.
Il punto non è se l’Iran abbia o meno finito i missili o l’acciaio per i tank, come amano raccontare certi editorialisti da salotto televisivo che confondono la realtà con i film di Hollywood, ma è che Teheran controlla la Hormuz.
E finché quel controllo resta saldo, ogni dichiarazione di vittoria da parte di Washington suona come una barzelletta raccontata durante un funerale.
Se non verranno tolte le sanzioni, le navi non passeranno. Punto. Il resto è propaganda per elettori distratti.
LA PAURA TRA PETROLIO E ARMI
Mentre le famiglie italiane si interrogano sull’ennesimo rincaro dei generi alimentari, qualcuno brinda sopra le fiamme di Doha.
La saudita Aramco ha chiuso il primo trimestre del 2026 con un utile netto di 32 miliardi di dollari, un incremento del 25,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Avete capito bene: un quarto di profitti in più mentre il mondo trema.
D’altronde, se la disponibilità di greggio diminuisce, ma la domanda resta costante o aumenta, i prezzi schizzano sopra i cento dollari al barile.
Anche le fabbriche di armi festeggiano ordini record, giustificati da una “necessità di difesa” che si traduce in una corsa agli armamenti che non risparmia nessuno.
E poi c’è la finanza. L’S&P 500 ha toccato i suoi massimi storici. Le 500 aziende più capitalizzate d’America non sono mai state così ricche.
C’è chi chiama tutto questo “instabilità internazionale”, ma un analista onesto lo chiama trasferimento di ricchezza: dalle tasche di chi lavora a quelle di chi specula sulla guerra.
E non sembra un effetto collaterale, ma un disegno. Trump non ha creato questo marasma per sbaglio, perché ha gettato esche ovunque, ha fatto casino e ora raccoglie i dividendi per i suoi grandi finanziatori.
IL CONTO DA DUEMILA EURO SUL TAVOLO DEGLI ITALIANI
In tale scenario, l’Europa, e l’Italia in particolare, recita la parte del convitato di pietra che paga il conto della cena a cui non è stato invitato.
Politicamente siamo il nulla cosmico: appoggiamo in toto ogni mossa di Washington, anche quando questa mossa ci sta portando dritti verso il precipizio economico.
Non abbiamo una posizione autonoma su Israele, che nel frattempo sta causando un disastro umanitario anche in Libano e Siria, sotto lo sguardo complice degli alleati, e non l’abbiamo sull’Iran.
Le conseguenze di questa sudditanza psicologica e politica si misurano in euro sonanti.
Le stime più prudenti parlano di un aggravio di 1.000 euro all’anno per ogni famiglia italiana, dovuto esclusivamente ai rincari energetici e all’inflazione importata. Ma se la tensione nel Golfo non dovesse calare, il conto salirà almeno a 2.000 euro e si dovrà valutare l’aumento generalizzato dei prezzi.
Le aziende subiscono; la Toyota piange utili a doppia cifra a causa dei costi di logistica ed energia. L’industria dell’auto, pilastro del vecchio continente, è in ginocchio.
E a pagare è il cittadino che va a fare la spesa e che vede i prezzi salire senza una spiegazione che non sia “la situazione internazionale”. Ma la situazione internazionale ha un nome e un cognome: speculazione e fallimento politico, a cominciare dal disastro di Hormuz, ma senza dimenticare le politiche folli dell’Europa e la diplomazia messa in soffitta almeno da quattro anni.
IL PARADOSSO DELL’OLEODOTTO EST OVEST
Per aggirare il problema di Hormuz, i sauditi hanno puntato tutto sull’oleodotto Est-Ovest, che porta il greggio direttamente al Mar Rosso. Una condotta che ora lavora a pieno regime, ma che oltre una certa quantità non può trasportare.
È lo stesso schema visto con la Russia: hanno sabotato il Nord Stream e bombardato gli snodi del TurkStream per impedire che il gas arrivasse a prezzi di favore.
Il trasporto via nave è il terreno preferito della speculazione perché è soggetto all’asta, al contratto variabile, all’incertezza del meteo e della guerra.
Quello via tubo è fisso, stabile, troppo onesto per un mercato che vive di picchi e panico.
In Italia abbiamo due stipendi da 1.500 euro (spesso molto meno) che devono mantenere una casa, due auto e dei figli.
Con bollette da 600 euro e la spesa raddoppiata, la matematica smette di essere un’opinione e diventa una condanna.
Così, mentre Aramco e altre società continueranno a incassare miliardi e l’S&P 500 a festeggiare record, a casa nostra si deciderà se pagare il mutuo o la bolletta della luce.

