LAURA MANCARELLA, L’EREDE DELLA GRANDE TRADIZIONE MATERICA LOMBARDA

di Pasquale Di Matteo

C’è un filo invisibile, ma granuloso e resistente, nel caso di questa artista, che lega i riflessi d’acciaio dei grattacieli di Milano alle rive silenziose e poetiche del Lago d’Endine, un filo fatto di cromie dense, di stratificazioni millimetriche e di quella sapienza artigiana che ha reso la Lombardia il cuore dell’Informale italiano negli scorsi decenni.

Al centro di questa geografia estetica oggi brilla un nome: Laura Mancarella.

Cercare di entrare nell’essenza della sua arte significa immergersi in una ricerca che non è solo visiva, ma di senso, di significato… filosofico.

Mancarella non si limita a dipingere, ma usa il colore per interrogare la materia, che scava, ossida, copre e ricopre, costringendola a rivelare segreti che la semplice figurazione non potrebbe mai contenere.

In un panorama artistico sempre più dominato dall’effimero digitale e da tele senza storia né messaggi, la sua pittura materica è un baluardo di autenticità, che la pone di diritto come la figura di riferimento della pittura contemporanea lombarda.

DAL CAOS DI MILANO ALLA QUIETE DI ENDINE

Il percorso creativo di Laura Mancarella riflette perfettamente la dicotomia dell’identità lombarda.

Da un lato c’è la Milano colta, frenetica, fatta di stratificazioni storiche e architettoniche, dove il cemento e la luce dialogano in un contrasto perenne; dall’altro c’è la quiete e la poesia di un luogo sospeso dal tempo, dove il lago diventa uno specchio introspettivo e la roccia si fa maestra per le visioni artistiche di Mancarella.

È proprio in questa tensione tra l’urbe e la natura che nasce la sua cifra stilistica.

Così, le sue opere diventano “mappe emozionali”: guardandole, sembra di scorgere l’erosione delle sponde lacustri o la patina nobile di un antico muro milanese, o paesaggi rivisitati dalle emozioni.

Non è un caso che i collezionisti più attenti cerchino in lei quel connubio raro tra rigore formale e abbandono lirico, perché la sua tecnica è una ricerca archeologica del presente, come si può notare da tante sue opere che sembrano mappe, porzioni di mondo visto dall’alto.

La critica ha più volte accostato il lavoro della Mancarella alla grande stagione del materismo europeo, citando nomi importanti come Alberto Burri o Antoni Tàpies.

Tuttavia, l’artista milanese declina questa eredità con una sensibilità squisitamente attuale. Il suo uso del “cretto”, quella fessurazione della superficie che diventa segno narrativo, non è mai casuale; ogni crepa è una ferita che emana luce, spesso sottolineata da bagliori di foglia oro e rame che nobilitano il detrito, trasformando la tela in un reperto archeologico del futuro.

Dipingere in Lombardia significa confrontarsi con un passato ingombrante, ma Laura Mancarella ha trovato la chiave per superarlo: non imitare la natura, ma agire come lei.

Il calore, il tempo e l’umidità sembrano essere i suoi veri strumenti di lavoro, capaci di generare opere che appaiono “nate” più che “fatte” e visioni che sembrano provenire da un mondo parallelo, ovattato, sensoriale.

PERCHÉ LAURA MANCARELLA È UN NOME DA SEGUIRE

Se oggi si parla di un ritorno alla pittura “vera”, Laura Mancarella ne è la protagonista assoluta nel territorio tra Bergamo e Milano, grazie alla sua capacità di trasformare un’intuizione, un paesaggio, una visione, in una presenza fisica e tangibile che rende le sue tele oggetti di un magnetismo ipnotico.

Per chi cerca di comprendere dove stia andando l’arte in Lombardia, la risposta è racchiusa nelle stratificazioni di questa artista.

Per Mancarella, la bellezza è un sedimento, un accumulo di esperienze e silenzi che solo una mano sapiente può riportare alla luce.

Che sia nel fermento di una galleria milanese o nel ritiro meditativo del Lago d’Endine, la sua voce rimane la stessa, potente, ruvida e luminosa.

Ancor di più, profondamente vera. Cosa che, in un’era di immagini virtuali e di artisti “copia e incolla” eleva Laura Mancarella a maestra d’arte e icona da seguire.

LA TRAPPOLA UCRAINA E LE BUGIE DELLA NATO

di Pasquale Di Matteo

Settecento droni e novanta missili in una sola notte.
Mentre i salotti televisivi europei parlano da più di quattro anni di collasso imminente dell’esercito di Vladimir Putin e i giornali descrivono truppe russe costrette a combattere con pale ottocentesche, i cieli di Kiev, Odessa e Kharkiv vengono sistematicamente smantellati.

La strategia dell’Alleanza Atlantica ha un problema con la matematica e con la realtà dei fatti.

L’Occidente continua a firmare fatture per armamenti sempre più pesanti, giustificando la spesa con l’urgenza di piegare Mosca, prossima a soccombere da più di cinquanta mesi; i governi europei faticano a trovare i decimali per tagliare le accise sui carburanti, lasciando la benzina ben oltre la soglia dei due euro al litro, ma reperiscono in poche ore centinaia di miliardi per foraggiare il fronte orientale.

Così, se non ce la fai ad arrivare alla fine del mese, fottiti: ci sono le armi da mandare a Kiev.

Eppure, i risultati sul terreno descrivono un fallimento totale, mascherato da narrazione eroica.

LA MATEMATICA DELLA RAPPRESAGLIA

La teoria alla base dell’escalation occidentale è semplice: colpire duramente il territorio russo spingerà il Cremlino a negoziare o provocherà il crollo del regime, ma i fatti dimostrano l’esatto contrario.

Quando le forze armate di Kiev hanno centrato un dormitorio nel territorio occupato del Luhansk, provocando diciotto morti, i bollettini ufficiali hanno cantato vittoria, ma la risposta è arrivata poche ore dopo, puntuale e sproporzionata.

Non c’è stato alcun segnale di cedimento. Mosca ha reagito sganciando sciami di droni guidati da fibra ottica, immuni alle interferenze elettroniche fornite dalla guerra cibernetica NATO.

Ha schierato missili balistici di nuova generazione, compreso il famigerato Oreshnik, progettato specificamente per superare gli scudi occidentali, dimostrando come ogni attacco ucraino in profondità, ogni colpo inferto a infrastrutture o condomini a Mosca, generi una reazione russa che distrugge interi blocchi della rete energetica e logistica ucraina.

Perché la logica militare di Putin è quella fin da primo mese di guerra: più l’Ucraina alza il volume di fuoco grazie ai miliardi dei contribuenti europei e americani, più la Russia moltiplica il calibro della distruzione.

L’idea che alimentare questo cortocircuito difenda la democrazia a Kiev è una frode intellettuale di una stupidità imbarazzante, nonché criminale, viste le migliaia di giovani vite ucraine spazzate vie in questi anni.

Chi invia quelle armi sa di prolungare un lento suicidio assistito e di mandare a morte altri giovani.

LA FABBRICA DELLE ILLUSIONI

Per giustificare questa spesa a oltranza, la propaganda atlantica ha dovuto inventare una Russia al collasso, incapace di sostenere lo sforzo bellico, ma le analisi industriali smontano questa favola rassicurante.

L’intera alleanza NATO impiega dodici mesi per produrre il munizionamento e i vettori che le fabbriche degli Urali sfornano in novanta giorni, inoltre l’industria russa lavora su tre turni, mentre da noi si arranca.

Le intelligence occidentali, nei loro report secretati, lo scrivono chiaramente. Poi i politici si siedono davanti alle telecamere e recitano a pappagallo la sceneggiatura del regime putiniano ormai alle corde, costretto a elemosinare aiuto col cappello in mano.

Eppure, le truppe d’invasione, che all’inizio delle ostilità contavano circa 180 mila uomini, oggi superano le 600 mila unità, nonostante la propaganda parli di 1,2 milioni di soldati russi uccisi.

Un Paese sull’orlo del baratro economico e militare non triplica gli effettivi sul campo. Un Paese che si sente minacciato nella sua esistenza, sì.

IL MALINTESO LOGISTICO DI KHERSON

Per capire come siamo arrivati a questo stallo sanguinoso bisogna riavvolgere il nastro fino all’autunno del 2022. La diplomazia è morta in quei mesi. Ancora oggi, la stampa mainstream vende la ritirata russa dalla città di Kherson come il capolavoro tattico della resistenza ucraina, la prova definitiva che le forze di Mosca scappano di fronte all’artiglieria fornita dalla NATO.

Tuttavia, i documenti strategici e la morfologia del territorio dicono altro. Le forze russe non sono fuggite per inferiorità militare, ma hanno abbandonato la sponda destra del Dnepr perché i bombardamenti mirati avevano danneggiato irreparabilmente il ponte Antonivskyi, rendendo impossibile garantire i rifornimenti logistici alle truppe.

È stato un riposizionamento freddo, calcolato. Ma a Mosca quell’episodio ha fatto scattare l’allarme definitivo.

Fino a quel momento, Putin credeva ancora di poter condurre un’operazione limitata per forzare un cambio di regime o strappare concessioni territoriali a basso costo. La vicenda di Kherson, unita al livello di coinvolgimento occidentale, gli ha chiarito le reali intenzioni di Washington e di Bruxelles: la NATO non cercava un compromesso per salvare Kiev, ma la distruzione militare e politica della Federazione Russa.

Da quel momento, Mosca ha formalizzato l’annessione di Zaporizhzhia, Kherson, Donetsk e Luhansk, ha stracciato ogni ipotesi di dialogo e ha impostato lo Stato su un’economia di guerra totale.

LA RESA TRAVESTITA DA PACE

Oggi, i leader europei continuano a ripetere che bisogna sedersi al tavolo delle trattative, ma pongono una precondizione ferrea: il ritiro incondizionato di tutte le truppe russe dai confini internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina.

In gergo militare, questo significa esigere la resa totale del nemico. Chiederla a una superpotenza nucleare che gode di superiorità tecnologica, militare, nucleare, numerica e industriale non è una strategia negoziale, ma analfabetismo geopolitico al limite della demenza.

I vertici NATO sanno perfettamente che la guerra si è incancrenita perché l’hanno voluta incancrenire. La narrazione ufficiale è che bisogna armare l’Ucraina per permetterle di negoziare da una posizione di forza, ma la verità è che l’Ucraina è molto meno forse di quattro anni, perché ha perso il 20 per cento del suo territorio, la sua economia non esiste più se non come voce di costo nei bilanci occidentali, e un’intera generazione è stata spazzata via.

Tutto grazie, o per colpa, dell’Europa.

I leader occidentali annunciano sanzioni e promettono vittorie, ma a Kiev restano le macerie e si le famiglie contano altri figli mandati a morire al fronte.

L’UCRAINA HA VINTO LA GUERRA. MA SOLO IN UN MONDO PARALLELO

di Pasquale Di Matteo

Cento morti russi e un quartier generale saltato in aria.

Nel maggio del 2026, dopo mesi di silenzi imbarazzati e mezze ammissioni sui fallimenti militari, la stampa europea ha ricevuto la nuova velina e ha ricominciato a suonare la grancassa delle balle, in stile muli, microchip, controffensive eroiche e microchip.

L’Ucraina ha quasi vinto. L’esercito di Mosca è in rotta, annegato nel sangue delle trincee del Donbass.

D’altronde, sempre secondo la propaganda, dal 2022 a oggi, sarebbero morti oltre 1,2 milioni di soldati di Mosca, cioè l’intero esercito russo al dicembre 2021. Ora combatteranno… i morti?!

I droni di Kiev colpiscono in profondità, con precisione micidiale, portando il terrore a duecentocinquanta chilometri da Mosca. Il miracolo tecnologico ucraino, interamente finanziato dai contribuenti europei, sta piegando il Cremlino.

Tutto bellissimo.

Poi, se si spengono gli schermi dei tablet, si posano i quotidiani delle supercazzole e si guardano i numeri veri, quelli che la propaganda, per sua natura, omette di pubblicare, sis copre che è tutto un bel film che c’entra poco con la realtà.

Dopo quattro anni e mezzo ininterrotti di mattatoio, il bilancio sul campo è la negazione di ogni trionfalismo.

L’Ucraina ha perso circa il venti per cento del proprio territorio sovrano, la popolazione è fuggita in massa, altro che eroi, sparpagliandosi per il continente.

L’economia nazionale semplicemente non esiste più ed è tenuta in vita artificialmente dai prestiti europei e americani, gli stessi fondi che pagano gli stipendi dei dipendenti pubblici di Kiev e le forniture di armi.

E sì, anche il recente aumento delle pensioni, forse per impedire che fuggano dal Paese anche gli anziani.

Kiev non ha più uomini da mandare a morire al fronte, tant’è che si moltiplicano i rastrellamenti per le strade, in cerca di chiunque sia facile preda da caricare su un camioncino.

Le infrastrutture energetiche sono un cumulo di macerie.

Eppure, secondo i grandi megafoni della propaganda di casa nostra, il vento è cambiato. Le prove di questa rimonta inarrestabile si basano su una riconquista territoriale che, a seconda della testata che si consulta, oscilla tra i centotredici e i quattrocento chilometri quadrati.

E basta questa forbice per sentire il tanfo della balla spaziale.

Una porzione di terra strappata ai russi nel Kursk, ma risalente all’agosto del 2024 e le agenzie rilanciano la liberazione di Kupiansk.

Perché è una balla?

Perché è la quarta volta dall’inizio del conflitto che Kupiansk viene dichiarata liberata. Un disco rotto che si ripete ogni volta che c’è bisogno di una buona notizia da dare in pasto ai finanziatori della guerra occidentali.

Nel frattempo, la fanteria russa continua ad avanzare, a passo di lumaca, triturando uomini e mezzi, ma avanzare.

LA MATEMATICA DELLA PROPAGANDA E I DRONI SUI CIVILI

Il vantaggio tattico di Kiev si basa interamente sulla guerra asimmetrica dei droni. Piccoli velivoli senza pilota che eludono le difese e si schiantano sulle raffinerie russe, come quella di Yaroslavl.

L’obiettivo dichiarato è paralizzare l’economia del nemico. Il risultato pratico è un lieve rallentamento logistico russo e un’impennata di titoli trionfalistici in Occidente. Ma la guerra tecnologica ha un lato oscuro che le redazioni preferiscono ignorare.

L’altro giorno, un drone ucraino ha centrato in pieno un edificio nella regione del Luhansk, territorio ucraino sotto controllo russo. Il bersaglio non era una base militare, né un deposito di munizioni. Era un dormitorio studentesco.

Il bilancio è di dieci morti e decine di feriti, con numerosi dispersi sotto le macerie.

L’imbarazzo internazionale è stato tale da costringere il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, a prendere il microfono a New York.

Ha definito l’attacco “un atto di terrorismo”, condannando senza appello l’azione contro civili e infrastrutture non militari. La reazione di Kiev è stata da manuale: negare l’evidenza.

Come con il NordStream, per intenderci.

Nelle ore immediatamente precedenti alla strage, i portavoce ucraini si erano vantati di aver raso al suolo il quartier generale dell’intelligence militare russa, l’FSB, proprio in quell’area. Scoperti i cadaveri dei civili, la narrazione si è inabissata.

Noi siamo i buoni.

I nostri alleati non bombardano le scuole, al massimo compiono errori di traiettoria.

È il doppio standard che sorregge l’intera architettura morale del conflitto. Quando i russi colpiscono un condominio a Kiev, Putin è un crimine contro l’umanità da deferire alla Corte Penale Internazionale, ma quando un drone ucraino macella dieci studenti nel Luhansk, la notizia sparisce nelle pagine interne, derubricata a incidente collaterale.

L’ALIBI DEI TROLL E IL SUICIDIO ECONOMICO TEDESCO

Se la narrazione militare è distorta, quella politica rasenta il ridicolo. L’Europa ha speso miliardi per riarmare Kiev e per riarmare se stessa, indebitandosi fino al collo. Ha varato pacchetti di sanzioni a medio e lungo termine che dovevano strangolare l’economia russa, ma il risultato lo vediamo nelle piazze di Berlino.

L’economia tedesca, l’ex locomotiva d’Europa, è in affanno strutturale. La disoccupazione morde, le industrie chiudono o delocalizzano. Friedrich Merz vede il proprio consenso sgretolarsi rapidamente.

In compenso, vola l’AfD, l’estrema destra tedesca.

E come spiegano questo collasso i grandi analisti politici?

Semplice: è colpa dei troll di Putin. Che poi, per costoro, anche chi racconta solo la verità da quattro anni e mezzo, come noi di Tamago, rientra nei troll, naturalmente. Perché per loro, informazione sono i microchip, i muli, le pale e altre panzane.

Le campagne di influenza ibrida del Cremlino starebbero condizionando le menti degli elettori europei, spingendoli tra le braccia della destra filorussa.

Mica è colpa dell’aumento del costo della vita, delle bollette, e del lavoro polverizzato, eh!

La disonestà intellettuale di questa tesi è clamorosa. Nessuno nei palazzi del potere ammette che se i cittadini tedeschi voltano le spalle ai partiti tradizionali non è per un meme su Telegram confezionato a San Pietroburgo, ma perché le bollette dell’energia sono fuori controllo.

La Germania e l’Europa hanno rinunciato al gas russo a basso costo per ragioni geostrategiche, decidendo di pagare l’energia a prezzi decuplicati. Hanno distrutto il proprio vantaggio competitivo globale e i cittadini si impoveriscono, le fabbriche si fermano, ma la colpa è della “guerra ibrida”.

Ammettere che l’avanzata dell’estrema destra è il risultato diretto del suicidio economico europeo deciso a tavolino a Bruxelles sarebbe troppo doloroso. Molto più facile evocare lo spettro dei pirati informatici russi e aggiungere un’altra balla alla lunga lista di panzane.

I TRIBUNALI SPECIALI E IL GASDOTTO SALTATO IN ARIA

Il cortocircuito logico si allarga alla diplomazia. Nazioni come la Bulgaria, attraverso i loro leader, dichiarano pubblicamente di non voler istituire tribunali speciali per i crimini russi in Ucraina.

La motivazione formale è il rispetto del diritto internazionale: i tribunali dei vincitori si fanno solo quando ci sono dei vincitori effettivi, e Mosca è tutt’altro che sconfitta, semmai in evidente vantaggio, senza aver ancora usato nemmeno il suo potenziale nucleare.

La motivazione reale è che l’est Europa sta perdendo la pazienza.

Il primo ministro ungherese Magyar, subentrato a Viktor Orban, non ha cambiato di una virgola la linea di Budapest e a Bruxelles non sono più tanto felici di aver fatto di tutto per sostenerlo.

Ha blindato i confini nazionali vietando l’importazione di prodotti agricoli ucraini, perché Kiev riversa il suo grano a prezzi stracciati sui mercati europei, devastando l’agricoltura locale.

Gli alleati europei giurano fedeltà eterna all’Ucraina nei vertici NATO, ma il giorno dopo le chiudono i mercati in faccia per non far fallire i propri contadini.

La farsa si completa nei cieli dei Paesi Baltici.

Questa settimana, l’aeronautica rumena ha dovuto abbattere un drone sopra l’Estonia.

Era un drone ucraino, andato fuori rotta.

La Lituania ha chiuso lo spazio aereo e ha spedito i parlamentari nei rifugi sotterranei per l’allarme causato da un altro velivolo fuori controllo. I cieli dell’est sono solcati dai droni di Kiev che perdono l’orientamento, ma la colpa, secondo la Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen, è delle interferenze elettroniche russe.

Il problema è che ci sono ancora idioti che credono a queste panzane.

L’Ucraina lancia droni nello spazio aereo NATO e l’Europa condanna Mosca per averli confusi; sono i più idioti i leader europei che diffondono tesi prive di fondamento o quelli che ci credono?

Sullo sfondo, resta il NordStream. L’infrastruttura strategica che garantiva l’energia alla Germania, fatta saltare in aria dagli ucraini con la probabile copertura di settori dell’intelligence occidentale.

L’Ucraina ha distrutto un’infrastruttura vitale di un Paese alleato che la finanziava. Un atto di guerra contro l’Europa. Eppure, nelle capitali del continente, nessuno chiede un tribunale speciale per il NordStream.

La parola d’ordine è silenzio.

I droni ucraini fanno a pezzi un dormitorio nel Luhansk, e i governi occidentali balbettano. I russi avanzano nel fango del Donbass, e i nostri giornali pubblicano mappe con la riconquista di quattro campi agricoli nel Kursk, definendola la svolta decisiva del decennio. L’ennesima.

Le industrie europee chiudono, e i leader incolpano gli hacker russi per non dover ammettere di aver sbagliato ogni previsione economica e geopolitica dal 2022 a oggi.

La narrazione della vittoria imminente non serve a Kiev, che conosce benissimo la disperazione delle proprie trincee. Serve a Bruxelles, a Berlino, a Roma.

Serve a giustificarsi davanti a opinioni pubbliche sempre più impoverite e stanche del prelievo continuo di risorse pubbliche per finanziare una guerra che Kiev potrà solo continuare a perdere.

Serve a nascondere il fatto che stiamo pagando il conto per un conflitto che non sappiamo come vincere e che non abbiamo il coraggio di chiudere perché significherebbe ammettere il disastro dei nostri leader.

La vittoria esiste, ed è schiacciante.

Ma è stampata solo sulle prime pagine dei nostri giornali campioni di supercazzole.

LA MODA E LE ETICHETTE 

di Danilo Preto

Sembra che nel 2027 tutto cambi. l’Unione Europea infatti ha deciso di emettere un Digital product passport che informerà molto di più i consumatori sui prodotti che stanno acquistando.

L’etichetta insomma parlerà molto di più e ci farà conoscere ad esempio cosa sta al di là del “cotone 100%”. Questo almeno nelle intenzioni. Poi sappiamo come funziona tutto. Quindi aspettiamoci che anche le lobby in ambito europeo facciano la loro parte. E non sempre succede che siano dalla parte dei consumatori.  

COME COSTRUIRE IL PROPRIO GUARDAROBA  

Ormai sembra chiara, visto anche quello che abbiamo scritto su questo argomento in precedenza, la dinamica delle tendenze all’acquisto.

Non basta più il brand a garantire la qualità dei prodotti messi in vendita. Le maison che sono alle prese con una globale ridefinizione dei propri posizionamenti, sembrano essere sospese fra coccole Green e budget da rispettare.

Se ci facciamo distrarre da quello che tocchiamo quando facciamo acquisti, sia sui brand importanti, sia che siamo immersi in un negozio di fast fashion, forse siamo troppo distanti dal farci trascinare realmente in un mondo che abbiamo qualche difficoltà a riconoscere come fortemente onesto.  

MEGLIO UN MAGLIONE DA €250 O 5 MAGLIONI DA €50? 

Non ragioniamo certo entrando nella disponibilità di chi acquista ma nella logica di di quello che stiamo acquistando. Noi siamo sempre convinti che quello che costa di più sia anche migliore.

Ma le recenti indagini che hanno portato a dei sequestri conservativi della produzione di alcune grandi Marche, ci hanno anche insegnato ad essere più prudenti. La lettura della qualità dell’azienda i cui prodotti stiamo portando a casa deve tener conto di una marea di indicatori. 

È vero Non tutti hanno la pazienza di informarsi, di abbeverarsi a più fonti, di aprire la mente a nuove letture. 

È TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA? 

Avremmo potuto iniziare anche così. Abbiamo parafrasato il mondo del lusso chiamando in causa l’oro. Ma non siamo molto distanti da quel metallo prezioso che molte signore amano indossare o, per chi può, collezionare. Lì al massimo l’imbroglio è sulla caratura e se ci mettiamo di mezzo anche le pietre preziose, il valore aumenta notevolmente. 

E dobbiamo affidarci all’abilità di venditori chiamati gioiellieri. Credo che nessuno di chi produce gioielli di marca abbia la buona idea di contrabbandare 24 carati contro 18 carati reali. Il valore del gioiello oltre che dalla caratura dell’oro è da ascrivere alla manifattura. Credo che sia cosa nota. 

Nei capi che indossiamo non è così. Lì spesso siamo inermi, in balia di quello che abbiamo visto e che pensiamo, data  la complessità della filiera, che vi sia una garanzia del produttore. Poi magari scopriamo che il nostro sogno non è stato realizzato dall’artigiano con la sua maestria ma è stato prodotto da operatori sottopagati, a volte anche sfruttati.       

Adeguiamoci al pensiero dominante perché potrebbe anche capitare che i nostri capi possono essere prodotti anche in aziende dove l’AI ha preso il posto degli addetti ai lavori di una volta.

In fin dei conti, se i robot sono in grado di assemblare auto, montare  microchip e persino servire il caffè, perché non dovrebbe capitare che i nostri ultrasensibili polpastrelli nell’accarezzare l’ultimo capo comperato nella boutique che ci è solita illustrare le bellezze estetiche e le qualità dei materiali con i quali è stato realizzato quello che sta vendendo, non possa scaturire da un complesso di meccanismi meccanici a cui è stato insegnato il vecchio mestiere del sarto.

Fantascienza? Speriamo.

Forse non lo accetteremo nemmeno se avessimo l’ardire di approvvigionarci nei negozi del fast fashion per rivoluzionare un’altra volta il nostro guardaroba. 

LUCA BONADEO, L’ARTISTA DELL’EQUILIBRIO CHE DENUNCIA LO SMARRIMENTO IDENTITARIO

di Pasquale Di Matteo

L’espressione artistica di Luca Bonadeo non ritrae l’uomo in quanto tale, ma il suo ingombro esistenziale, in quella che è una pittura del vuoto che si maschera da eccesso cromatico, una vertigine dove l’identità annega in un puzzle psichedelico in cui l’identità e il non detto diventano protagonisti.

Bonadeo ci sbatte in faccia l’uomo contemporaneo, fragile, solo, incompreso, smascherato dal suo linguaggio che strizza l’occhio alla Pop Art e alla grafica urbana.

Il volto scompare, si fa tabula rasa, superficie bianca o specchio, mentre il corpo esplode in una frammentazione di soluzioni cromatiche sature, che ricordano il mimetismo di una natura che non ha più nulla di naturale.

Luca Bonadeo costruisce scenografie che sono “scatole di senso”, quali interni borghesi dove il “Glamour” e la “Home” diventano etichette di una prigione dorata, o strade grigie dove l’indifferenza è un’ombra nera che cammina curva su uno smartphone.

È la cronaca visiva di un’umanità che ha barattato l’anima con i pixel e la tecnologia, il carattere e l’identità con l’immagine e l’apparenza.

Quelle figure sedute in spiaggia o in salotto sono i sopravvissuti di un’esplosione cromatica che li ha investiti, trasformandoli in tasselli di un mosaico che non si ricompone mai del tutto.

Il segno è netto, spietato, privo di sbavature sentimentali, espressione di una tecnica dell’incisività grafica che si fa manifesto sociologico che indaga la psiche umana.

Sotto il profilo semiotico, Luca Bonadeo fa uso del linguaggio verbale per rafforzare la comunicazione delle sue opere, attraverso termini iconici come “Prejudice”, “Future”, “Respect”, utilizzati come stimoli, come suggerimenti di rebus per decodificare il messaggio.

Non c’è nulla di casuale in questo scontro tra il bianco e nero degli sfondi, spesso cupi e materici, e la vivacità sintetica delle figure; il mondo è un teatro di cenere, ma noi ci ostiniamo a vestirci di colori per non ammettere la nostra trasparenza.

La serie mitologica, da Cassandra a Chronos, è una potente accusa al presente manifestata attingendo alla cultura antica per mostrare come la nostra “Revolution” sia spesso solo un cambio di costume su un manichino immobile.

Il ventre della figura incinta è una gabbia che protegge una sfera di colori primari, l’unica promessa di vita in un corpo che sta perdendo consistenza, un’immagine icastica, quasi un aforisma visivo sulla speranza assediata dalla superficialità e dalle contraddizioni del nostro tempo.

La pittura di Luca Bonadeo agisce sullo spettatore per sottrazione: toglie il particolare per rivelare l’universale, così come toglie lo sguardo per costringerci a vedere il contesto.

In un panorama artistico come quello attuale, saturato da inutili narcisismi, da pittori improvvisati, da egocentrici in cerca di fama, ma incapaci di veicolare messaggi che abbiano senso, il percorso di Luca Bonadeo è una doccia fredda, un lampo nel buio che fa gridare al miracolo.

Un artista che merita palcoscenici importanti.

Un artista a cui non interessa dipingere persone, ma intende rappresentare al meglio la loro assenza, in particolar modo, le mancanze, la solitudine, i vuoti esistenziali che chiudono la comunicazione, impedendo le relazioni.

Non dipinge la realtà sotto il profilo del senso visivo, ma la sua messa in scena post-moderna, più simile a una radiografia dell’anima.

L’arte di Bonadeo non è una risposta, non è un’affermazione con cui l’artista intende imporre il proprio pensiero; al contrario, la sua è una denuncia, un affermare “guardate che cosa vedo, quale situazione si sta determinando”, in modo da stimolare il ragionamento e lo spirito critico di chi osserva, per interrogarsi su dove stia andando la società contemporanea.

PERCHÉ I GIOVANI NON FANNO PIÙ LA PATENTE E I GENITORI ACQUISTANO AUTO CINESI?

di Pasquale Di Matteo

Nel 1994, con 960.000 lire al mese, un apprendista pagava la patente con poco più della metà del suo stipendio. Oggi, con mille euro al mese, o poco più, un apprendista raramente riesce a coprire l’intero costo per ottenere il permesso di guida.

E poi c’è l’assicurazione, che, soprattutto in certe zone d’Italia, per un neopatentato significa dare via un rene.

Il risultato è che, mentre nel 2011 quasi il 95% degli under 20 aveva la patente, nel 2021, la percentuale era la metà e la discesa prosegue: sono sempre meno i minorenni che sognano la patente, così le scuole guida si svuotano.

Intanto, nel primo trimestre 2026, le auto cinesi in Italia hanno toccato il 13,2% di quota mercato, spingendo le immatricolazioni “Made in China” oltre 78.000 vetture nel primo quadrimestre.

Un’avanzata che, ormai, somiglia a uno tsunami, che sta travolgendo il settore auto.

Al contempo, il mondo dell’usato va a gonfie vele, con prezzi in continuo rialzo, segno che la domanda supera l’offerta.

Ma perché chi cerca un’auto in Italia affolla le concessionarie dell’usato o delle case cinesi?

L’APPRENDISTA DEL 1994 PAGAVA LA PATENTE CON ¾ DI STIPENSIO. A QUELLO DEL 2026, SPESSO NON BASTA UN MENSILE

La matematica non è un’opinione e, se non hai le possibilità, non puoi. Punto.

Nel 1994, anche se appartenevi alla fascia con reddito più basso, l’auto era ancora un orizzonte raggiungibile. Oggi, per un ragazzo che fa l’apprendista o lo stagionale, la patente è diventata un bene di lusso.

Dal 2025, complice il nuovo Codice della Strada e un decreto interministeriale che ha introdotto un compenso forfettario per gli esaminatori di 275 euro a seduta, 175 euro dei quali come “straordinario”, ottenere la patente B costa, mediamente, più di 1.000 euro.

Poi ci sono auto, bollo, assicurazione e carburante, che sono diventati un vero e proprio salto nell’abisso.

Sull’assicurazione, la follia è speculare. Per un neopatentato che non può attecchire alla polizza del papà, il premio medio sfiora i 2.020 euro annui, circa due stipendi di un apprendista.

Per una generazione che ha introiti bassi e precari, pagare più di duemila euro l’anno per una scatola di latta è un suicidio economico. Meglio un monopattino o la bici elettrica.

Ma non è solo il costo per conseguire la patente a frenare i giovani, così come non è solo l’assicurazione. Il vero dramma è l’impossibilità di acquistare un’auto.

I ragazzi hanno smesso di comprare auto non perché non amino la libertà e non abbiano voglia di girovagare e fare esperienze, ma perché il prezzo d’ingresso al mondo dei motori è diventato insostenibile per chi non è almeno benestante.

INTANTO, I CINESI GALOPPANO

Le case automobilistiche europee hanno alzato i prezzi di listino fino a sfiorare una media di 36.421 euro a febbraio 2026, una cifra che nemmeno un adulto con contratto stabile digerisce.

Basti pensare che, vent’anni fa, le auto di fascia alta partivano da un listino di 30000 euro, come, per esempio, la Volvo S40. Oggi, bisogna sborsare almeno 10000 euro in più per un’auto di pari livello, cioè il 30% di aumento in vent’anni.

Un neopatentato che volesse una Golf pagherebbe 30.516 euro, accontentandosi del modello base, cioè circa 30 mensilità di un apprendista. Nel 1994, la Golf partiva da 22 milioni di lire, cioè circa 23 mensilità.

Cosa può acquistare, oggi, con circa ventidue mensilità, che nel ’94 gli consentivano di portare a casa la mitica Golf?

Può comprare una MG ZS a circa 21.000 euro, una DR 3 a 17.900 euro, una DR 5 a circa 20000 o una Evo 5 benzina e Gpl a meno di 19000.

Marche che fino a ieri erano sconosciute, ma oggi guidano la classifica delle immatricolazioni nei canali noleggio e privati.

Nel primo trimestre 2026, le auto cinesi hanno raddoppiato la loro quota sul mercato italiano rispetto al 2025, passando dal 6,7% al 12,4%, superando quota 64.000 unità nel solo trimestre.

L’avanzata è definita “inarrestabile” da Panorama: stabilimenti cinesi sottoutilizzati, concorrenza spietata, capacità di produrre elettriche e ibride a prezzi che i costruttori europei non riescono più a eguagliare.

E non parliamo solo di utilitarie: BYD cresce sopra il 2% di mercato, MG è l’undicesimo marchio in Italia nel primo quadrimestre 2026. Il fenomeno non è più una nicchia, ma la risposta concreta degli italiani al caro-vita.

IL GOVERNO HA FATTO UNA SCELTA: PIÙ ESAMI A PAGAMENTO, MENO RAGAZZI ALLA GUIDA

Vale la pena di soffermarsi sulla cifra che ha rotto l’equilibrio: il compenso da 275 euro per ogni sessione d’esame pratico, di cui 175 euro come “straordinario” per gli esaminatori della Motorizzazione Civile.

Una cifra che il deputato Barbagallo (PD) ha definito un “aumento dei costi di oltre il 300% in un solo anno”. A gennaio 2026, il meccanismo si è aggravato, con i diritti di Motorizzazione aumentati di altri 20 euro a candidato.

Le dichiarazioni sono da manuale: il ministro dei Trasporti parla di “efficienza” e di “remunerazione del lavoro straordinario”, ma il risultato è che oggi, per un giovane che parte da zero, la patente costa quanto un corso di specializzazione.

E l’esame pratico diventa un esame di Stato a pagamento. Non c’è da stupirsi, allora, se ben il 60% delle patenti rilasciate nel 2024 siano finite a under 21 che hanno potuto contare sull’aiuto della famiglia. Fuori da questo perimetro, la patente è un miraggio.

LE ALTERNATIVE? UN MIX DI SHARING, MONOPATTINI E SCONFITTA CULTURALE

La mobilità degli under 35 oggi è liquida. Il noleggio di monopattini e bici sharing è cresciuto del 20% nel 2025, toccando 60 milioni di noleggi complessivi tra auto, scooter e micromobilità.

Il car sharing tradizionale, invece, è crollato: 4 milioni di noleggi nel 2025 contro i 12 milioni del 2019, un segno che la proprietà dell’auto non viene sostituita da formule deboli, ma semplicemente abbandonata.

Se l’auto costa troppo, gli italiani la lasciano in vetrina.

La fascia 18-25 anni è quella che mostra l’adesione più bassa all’idea di dover prendere la patente per guidare un monopattino o una bici elettrica (appena il 37%).

Il meccanismo è chiaro: se non posso permettermi l’auto vera, evito anche lo scoglio della patente.

A ciò si aggiunge un dato culturale che i giornali perbenisti non colgono: per i giovani, l’auto ha perso il valore simbolico che aveva trent’anni fa. Non è più il primo passo verso l’autonomia, ma una spesa improba, un’ansia in più a fine mese.

E la risposta del mercato, a sua volta, è spietata: le case automobilistiche tradizionali perdono colpi, mentre la Cina avanza con modelli che a parità di prezzo offrono più tecnologia e meno pregiudizi.

Inoltre, offrono anche auto di tutto rispetto a prezzi accessibili.

LE COLPE E LA MIOPIA DELL’EUROPA

Le norme europee degli ultimi anni, su ambiente e sicurezza, hanno obbligato le case a postarsi sull’elettrico e/o a montare ulteriori dispositivi tecnologici sulle loro auto.

Di conseguenza, i prezzi di ogni veicolo in concessionaria sono aumentati a dismisura, ampliando la forbice tra il costo delle auto europee e quelle cinesi, perché anche i componenti aggiuntivi costruiti in Cina costano meno di quelli prodotti in Europa.

Oggi, per prendere una Dr 5 con alimentazione benzina e Gpl servono circa 20000 euro, chiavi in mano. Un’auto europea di pari livello, come la Pegeout 2008, parte da 28000 chiavi in mano, più di un terzo della spesa.

Ma è la cifra con cui si portava a casa una Volvo nel 2006.

Significa che chi ha legiferato non ha tenuto conto della globalizzazione, della produzione e della tecnologia cinese, del costo del lavoro in Europa e altrove.

Insomma, anche in questo caso, l’Europa non ha saputo difendere gli interessi degli europei e a farne le spese sono i lavoratoti dell’automotive, mentre la Cina brinda al futuro, visto che il mercato è pronto ad accogliere auto che funzionano dignitosamente bene, sono gradevoli e, soprattutto, ancora accessibili.

Perché, alla fine, al di là delle ideologie, bisogna sempre fare i conti con la realtà delle disponibilità nel portafogli.

Il resto è aria fritta.

Puoi approfondire guardando questo video…

IL DOPPIO GIOCO DI WASHINGTON E LA FINE DELL’EUROPA

di Pasquale Di Matteo

Centodieci dollari e quaranta centesimi al barile.

È questo il prezzo della coerenza europea, o meglio, della sua assenza. Mentre i governi dell’Unione Europea continuano a recitare il copione della fermezza contro Mosca, i fatti raccontano una storia di sanzioni “à la carte”, dove chi comanda le toglie e chi ubbidisce le paga.

I DOPPI PESI DELLE SANZIONI ANGLOAMERICANE

Mentre il Vecchio Continente si è inflitto un’economia di guerra, rinunciando al gas russo a basso costo per ricomperare lo stesso gas, liquefatto e fino a quattro volte più costoso, dagli intermediari o direttamente dagli Stati Uniti, il governo britannico e l’amministrazione americana hanno scelto la via del pragmatismo.

Il ministero del Commercio di Londra ha concesso “in sordina” licenze per l’importazione di gasolio e cherosene di origine russa, a patto che siano stati “lavorati” fuori dai confini della Federazione. Vere e proprie gare di semantica che permettono di tenere in piedi le catene di approvvigionamento vitali ed evitare il collasso del mercato interno.

Washington non è stata da meno.

Gli Stati Uniti hanno rinnovato la sospensione delle sanzioni su una parte del petrolio russo stoccato in mare per “mantenere la stabilità del mercato”.

Cioè, le sanzioni servono a indebolire Putin, ma non devono far salire il prezzo della benzina alla pompa in Pennsylvania durante l’anno elettorale.

L’Europa, invece, resta l’unica a osservare il digiuno energetico, con un PIL che ristagna e una crisi che morde i cittadini, convinta che il sacrificio sia uguale per tutti.

Ma non lo è.

IL REGIME CHANGE INTERNO A ISRAELE

Mentre l’Occidente guarda a Est, in Medio Oriente sta avvenendo qualcosa che i nostri media faticano a decodificare. Non è solo una questione di confini o di Hamas, perché in Israele è in corso un vero e proprio “cambio di regime” interno agli apparati di sicurezza.

Si sta smantellando la vecchia guardia laica e realista dello Shin Bet e del Mossad, quella cresciuta con l’idea che i conflitti vadano “gestiti” e non necessariamente risolti con l’apocalisse.

Ido Norden, oggi uomo chiave di Benjamin Netanyahu, ha messo nero su bianco la nuova dottrina: lo “Stato Profondo” israeliano va azzerato.

I documenti visionati mostrano il passaggio dalla “Linea Gialla” del Piano Trump alla “Linea Arancione”: un progetto di vittoria totale che non prevede compromessi.

I nuovi capi dei servizi segreti, come Roman Gofman, a differenza dei loro predecessori, non parlano l’arabo, non parlano il farsi e spesso masticano a stento l’inglese.

Insomma, sono decisamente più ignoranti di chi li ha preceduti. Sono ufficiali ombelicali, messianici, che guardano alla Bibbia come a un manuale di geopolitica, e vedono gli accordi di Oslo del 1993 come l’origine di ogni male.

La nuova parola d’ordine è “Vittoria Permanente”, un concetto che rende vana ogni missione diplomatica dei funzionari ONU.

Intanto, l’Europa, fedele al suo ruolo di comparsa, osserva muta mentre Washington sanziona persino i funzionari delle Nazioni Unite che osano sollevare il problema.

L’Europa crea il nemico a Mosca, ma non riesce a vedere che i veri nemici per la vita degli europei, per la pace e per l’economia, sono Israele e USA.

IL LISTINO AZIONARIO DELLA POLITICA ESTERA DI TRUMP

Nel frattempo, c’è chi ha capito come trasformare il caos in dividendi. Donald Trump sta giocando una partita su due tavoli: quello elettorale e quello del portafoglio di famiglia.

Le inchieste giornalistiche più recenti rivelano che il portafoglio azionario legato al Presidente ha effettuato oltre 3.600 operazioni finanziarie solo nei primi mesi del 2026.

Il meccanismo è di una semplicità disarmante: Trump elogia pubblicamente Oracle o Dell e il titolo vola del 12% in ventiquattro ore. Acquista azioni Nvidia poco prima di autorizzare esportazioni di chip avanzati verso la Cina, o Boeing un istante prima di annunciare contratti commerciali miliardari con Pechino. Non è “insider trading” nel senso classico, ma l’uso della politica estera come driver di mercato.

E mentre promette di “ripulire Washington”, Trump starebbe stringendo accordi preventivi con l’IRS, l’agenzia delle entrate americana, per chiudere cause miliardarie ed evitare verifiche fiscali future su di lui e sui suoi familiari.

Insomma, starebbe usando la sua posizione per garantirsi un’immunità fiscale per legge in cambio della chiusura di contenziosi che potrebbero prosciugare il suo impero.

Il bene pubblico e l’interesse privato non sono mai stati così sovrapposti, con la benedizione di un sistema che permette alla politica di farsi business sulla pelle degli alleati e, soprattutto, dei cittadini.

L’ASSE RUSSIA CINA E IL FALLIMENTO DIPLOMATICO OCCIDENTALE

A Pechino, Vladimir Putin e Xi Jinping firmano il certificato di morte dell’egemonia occidentale. La Cina non è più solo un “partner”, ma è diventata il polmone vitale per la Russia.

Mentre Bruxelles festeggiava il taglio dei legami con Mosca come il pesciolino Nemo festeggiava la libertà chiuso in un sacchetto di plastica alla deriva da qualche parte dell’oceano, i russi raddoppiavano i gasdotti verso est.

La “Siberia 2” è il simbolo di un mondo che ha smesso di considerare l’Europa il centro del mercato e ha capito che è destinata a diventare il nuovo Terzo Mondo.

D’altronde, i dati sono impietosi.

La Cina è oggi il primo acquirente di idrocarburi russi e ha rimpiazzato integralmente il vuoto lasciato dagli europei. Putin si reca a Pechino non da paria internazionale, ma da fornitore di una superpotenza che non ha alcun interesse a vederlo cadere.

E la Cina è la nuova leader mondiale.

In questo quadro, le dichiarazioni di Volodymyr Zelensky sulla “crisi devastante” dell’industria petrolifera russa, con la presunta chiusura di 400 pozzi, è propaganda priva di ogni fondamento.

La Russia lancia bombe plananti FAB-250 su Odessa e Chernihiv, intercetta droni e continua a guadagnare terreno, mentre l’Occidente si balocca da più di quattro anni con la favola di un collasso imminente che i numeri della bilancia commerciale cinese smentiscono ogni giorno.

IL DIALOGO IMPOSSIBILE

Il capolavoro finale di questa commedia tragicomica è l’approccio diplomatico.

I leader occidentali, da Giorgia Meloni a Emmanuel Macron, volano in ogni angolo del globo per discutere del conflitto ucraino. Parlano con Al-Sisi in Egitto, con Lula in Brasile, persino con l’Argentina di Milei.

Dialogano con tutti, tranne che con l’unico attore con cui sarebbe necessario trattare per fermare il massacro, Vladimir Putin, dimostrando perché non sono all’altezza dei ruoli che ricoprono.

Si continua a inviare miliardi in armamenti, sottraendoli al welfare, alla sanità e al sostegno contro il caro energia, con la scusa che “la Russia non vuole negoziare”.

Ma come si fa a negoziare se non ci si siede al tavolo? Se l’unica opzione offerta è la resa incondizionata di una potenza nucleare che ha appena stretto un patto di ferro con la fabbrica del mondo? Significa non aver mai aperto un libro di economia e di storia. E significa non capire nulla di geopolitica.

Mentre l’amministrazione Trump si blinda fiscalmente e fa i propri comodi alle spalle degli americani e di noi europei, e le élite americane si arricchiscono con le fluttuazioni dei titoli tecnologici e bellici, l’Europa continua a fare la parte della vittima sacrificale.

Abbiamo rinunciato alla nostra sovranità energetica, abbiamo accettato che i nostri servizi segreti diventassero succursali di quelli d’oltreoceano e ora osserviamo il nostro settore industriale spegnersi sotto il peso di costi energetici insostenibili.

Siamo certi che questa “fedeltà” ci stia proteggendo, o siamo solo il bancomat di una partita geopolitica che si gioca sopra le nostre teste e alle nostre spalle?

Beh, brindiamo ai rapporti chiusi con Mosca e andiamo a comprare auto cinesi per pagare le bollette e le rate del mutuo. E, in quest’ultima frase, c’è tutto il fallimento dell’Europa.

CORAGGIO, MESSAGGIO, PROVOCAZIONE, SENSO CRITICO. L’ARTE DI CIRIUS

di Pasquale Di Matteo

Viviamo una stagione in cui le propagande sono la nuova moda e rendono forti pensieri unici e ideologie che pensavamo sepolte nei cassetti della storia.

Un contesto sociologico per cui molti artisti faticano a svolgere il ruolo che hanno sempre svolto nella storia, cioè quello di sviscerare il proprio tempo, per raccontarlo al meglio alle persone comuni.

Vuoi per paura, vuoi per essere al passo con i tempi o per piacere alle masse, la maggior parte degli artisti non veicola più messaggi e si rifugia nella tecnica e nel “bello da vedere”, per non rischiare emarginazione o anche peggio.

Tuttavia, girando per mostre meno note, capita di imbattersi in artisti che hanno ancora coraggio e una capacità critica con cui vanno oltre la superficialità del politicamente corretto e dei pensieri unici.

È questo il caso di Cirius, la cui arte non cerca il consenso, ma l’urto, la provocazione, lo sguardo attonito dell’osservatore; soprattutto, cerca che chiunque si fermi davanti a una sua opera accenda lo spirito critico e si sforzi di pensare.

Attività diventata quasi rivoluzionaria in quest’era di immagini che si consumano in pochi attimi, di compagnie sedute intorno a un tavolo, ma distanti, ciascuno immerso nel proprio smartphone; di nemici confezionati dai tg, che sono sporchi e cattivi, e di alleati che sono buoni a prescindere, anche quando commettono crimini più efferati di chi consideriamo nemico.

L’arte di Cirius è un’operazione intellettuale rara, ma capace di trasformare il pennello in un bisturi che seziona le nevrosi collettive del nostro secolo.

Attraverso il recupero colto di una genealogia surrealista che tradisce deliberatamente la lezione di Dalí, l’artista approda a una critica feroce della contemporaneità digitale e politica.

Cirius non rappresenta il reale: ne documenta il collasso sotto il peso del simulacro, utilizzando un’icona del nostro tempo, una persona potente le cui scelte, unitamente a quelle dell’alleato israeliano, hanno causato un disastro non solo a Hormuz, ma in tutto il mondo.

L’artista mette in scena una specie di ode alla semiotica della distrazione, rappresentando il tempo molle, quel tempo metafisico che fluiva come materia organica nelle tele del secolo scorso, che qui viene sostituito dalla liquidità delle interfacce, che ci fanno perdere tempo prezioso, strappandolo soprattutto alle relazioni personali e alle letture delle notizie.

Liquidità che richiama il decadimento sociale di cui trattava il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman.

Le applicazioni sugli schermi che si sciolgono sulla tela sono i nuovi feticci di un’umanità che ha smarrito la consistenza dell’essere per perdersi nel riflesso di uno schermo e nella filosofia che annichilisce il pensiero, perché, “se lo hanno detto alla tv, sarà vero”.

In quella che è la massima esaltazione dell’idiota, sotto il profilo e l’accezione che ne davano gli Antichi Greci, ovvero di persone che non si informano e non si occupano delle cose che interessano la società.

C’è una tensione intellettuale fortissima nel mostrare come la nostra memoria non sia più depositata nell’anima, ma mediata da icone colorate che colano via, lasciandoci nudi davanti al vuoto di un orizzonte deserto. È il funerale della presenza fisica a favore della reperibilità virtuale.

E che dire di quel volto negato sotto la bandiera a stelle e strisce?

Che paradosso straordinario!

Cirius toglie la maschera all’uomo più potente del mondo, o al burattino più famoso, solo per rivelarne una ancora più inquietante: una membrana verde acido, un ingranaggio tossico, un residuo di morte che abita il simulacro del comando.

È la fine della ritrattistica fisiognomica e l’inizio della ritrattistica etica, in cui non conta più l’uomo, ma il virus ideologico che ne abita le fattezze o l’ideologia di chi ne muove i fili come un burattino.

Un gesto irriverente che colloca l’artista in quella schiera di osservatori che non temono di sporcarsi le mani con l’attualità più bruciante, trasformandola in un reperto archeologico del presente.

Un’artista che, un secolo fa, sarebbe stata accolta a braccia aperte nel Novembergruppe e tra i dadaisti, attenti osservatori della deriva sociale dell’epoca e impegnati a denunciare la deriva che avrebbe portato all’affermazione del nazismo e dei fascismi.

Tecnicamente, il lavoro di Cirius alterna la fluidità materica, e quasi “sporca”, delle figure che si dissolvono al rigore brutale delle geometrie architettoniche, con quell’edificio rosso sangue che sfida la verticalità di un cactus, opera in cui la linea è netta, il colore è piatto, arrogante nella sua saturazione.

È la rivincita dello spazio fisico sulla distorsione virtuale, in una sintassi del volume che ci ricorda l’ingombro della realtà quando finalmente spegniamo i nostri dispositivi.

La materia qui non mente: è solida, pesante, definitiva e rappresenta la solidità.

Cirius ci invita a svegliarci dal sonno ipnotico degli algoritmi, restituendoci un mondo spettinato e ferito, ma vero nella sua nuda follia.

Se, osservare le sue opere vi provoca imbarazzo, portatevi via questo disagio, perché è l’unico antidoto rimasto contro l’indifferenza e, ancora di più, contro l’assuefazione alle propagande.

Un’artista le cui opere sono punti esclamativi che non ammettono repliche, ma applausi per il coraggio di chi sa ancora guardare nell’abisso senza chiudere gli occhi.

Quella di Cirius è arte, sì, ma è soprattutto la maturità di una donna che non ha paura di stare al mondo.

Un’artista da tenere in considerazione.

L DRONE CHE CI FA SALTARE IL MUTUO SULLA TESTA

di Pasquale Di Matteo

Nella giornata di domenica 17 maggio, mentre il mondo si raccontava la favola di una tregua nel Golfo, due droni hanno centrato il perimetro della centrale nucleare di Barakah, negli Emirati Arabi Uniti.

Un incendio ai margini dei reattori, un fumo denso nel cielo di Abu Dhabi e un silenzio assordante che è arrivato alle nostre tasche.

Non c’è stata una rivendicazione, non c’è un colpevole ufficiale, ma ci sono le conseguenze: il petrolio Brent è schizzato sopra i 110 dollari al barile in meno di dodici ore e, mentre noi cerchiamo di capire chi abbia premuto il tasto “lancio”, il mercato ha già deciso che a pagare saremo noi, con i nostri soldi.

IL PARADOSSO DEL CESSATE IL FUOCO

Da una parte, ci dicono che Usa e Iran sono pronti a sedersi a un tavolo, dall’altra i fatti raccontano una mobilitazione che ha il sapore dell’invasione.

Donald Trump, dal suo esilio digitale su Truth Social, ha ricominciato a ringhiare con la solita grazia: “Per l’Iran il tempo sta scadendo, farebbero meglio a muoversi, altrimenti non rimarrà più nulla”.

Non è la sparata di un pensionato a Mar-a-Lago, ma il segnale che la diplomazia del ricatto è tornata pienamente operativa.

Intanto, le telecamere del canale israeliano Channel 13 hanno ripreso qualcosa di molto concreto: nelle ultime ventiquattr’ore, aerei cargo statunitensi provenienti dalle basi in Germania sono atterrati a Tel Aviv carichi di munizioni.

Perciò, si parla di pace mentre si svuotano le polveriere europee per riempire quelle mediorientali, giustificando il tutto come “preparativi per la ripresa delle ostilità”.

Ebbene, se la tregua esiste, è solo l’intervallo tra un carico di missili e l’altro.

LA TRAPPOLA DI HORMUZ E L’ILLUSIONE DELLE BANCHE CENTRALI

C’è un dato che dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia un prestito in corso. Nonostante la BCE e la Federal Reserve abbiano mantenuto i tassi d’interesse invariati nelle ultime sedute, i mutui ipotecari in Europa e Nord America hanno ripreso a salire.

È il verdetto dei mercati riportato dal Financial Times: gli investitori non credono più alla stabilità. Se lo Stretto di Hormuz diventa un imbuto dove passa solo chi è “amico” di Teheran, l’inflazione non è più un indice economico, ma un’arma di guerra.

Hormuz non è solo un passaggio geografico, ma un filtro politico che oggi l’Iran gestisce con la precisione di un doganiere vendicativo.

Passano le navi cinesi, passano i partner strategici degli ayatollah, ma per le navi europee e americane il transito è diventato un terno al lotto. E non parliamo solo di greggio. La scarsità riguarda alluminio, fertilizzanti, polietilene.

E quando la materia prima manca o deve circumnavigare l’Africa per arrivare a destinazione, il costo del trasporto esplode e le aziende chiudono perché il costo per far arrivare i componenti è diventato insostenibile.

È un’economia di guerra applicata a un mondo che si ostina a dichiararsi in pace.

L’INDAGINE CHE NON DEVE ARRIVARE A DESTINAZIONE

L’Associated Press riferisce che gli Emirati hanno aperto un’indagine ufficiale sull’attacco a Barakah. Si riservano il “diritto di rispondere”, una frase che nel codice diplomatico significa tutto e niente.

Però qualcosa non torna: durante le settimane di conflitto aperto, i sistemi di tracciamento satellitare identificavano ogni singolo bullone in volo sopra la Turchia o verso la base americana di Diego Garcia con una precisione da fantascienza.

Sapevamo chi sparava, da dove partiva e dove sarebbe atterrato. Oggi, con due droni che colpiscono una centrale nucleare nella stessa zona, nessuno sa nulla.

O forse, la verità è che sapere troppo sarebbe scomodo?

Se venisse confermata la mano di Teheran, la tregua di facciata crollerebbe istantaneamente, trascinando gli Emirati e i loro alleati occidentali in una spirale senza ritorno.

Ma se, invece, venisse fuori che l’attacco è una provocazione degli alleati più vicini a Trump, quelli che da una nuova guerra sarebbero gli unici a guadagnarci qualcosa, il castello di carte della solidarietà regionale verrebbe giù.

In entrambi i casi, l’incertezza è la benzina migliore per far salire il prezzo del barile. Mentre i ministri a Parigi, come il titolare della Difesa Lecornu, promettono “nuovi pacchetti di aiuti” per calmierare i prezzi record della benzina, nessuno ha il coraggio di dire che quei soldi sono solo un cerotto su una ferita che continua a essere alimentata volontariamente.

QUANTO CI COSTA IL SILENZIO

Reuters ha provato a dare i numeri reali, e sono un pugno nello stomaco: la tensione tra il blocco USA-Israele e l’Iran è già costata alle aziende di tutto il mondo oltre 25 miliardi di dollari.

Sono utili che spariscono, investimenti che saltano, posti di lavoro che evaporano.

In Italia, si traduce in banche che erogano quote sempre più basse rispetto al capitale ipotecato, chiedendo in cambio tassi che raddoppiano il debito finale del cittadino.

Chiedi cento per una casa, ne devi restituire duecento, e tutto perché un drone non identificato ha deciso di fare un giro sopra un reattore a seimila chilometri da casa tua.

L’alleato giura fedeltà nei comunicati stampa, ma nel frattempo arma il nemico o lascia che il mercato speculi sul sangue.

Ci hanno raccontato che l’energia nucleare a Barakah avrebbe stabilizzato la regione; per ora ha solo offerto un nuovo bersaglio per destabilizzare il mondo intero.

Ma fatevela la domanda: quale sarebbe l’unico Paese della zona a guadagnarci qualcosa se riprendessero le ostilità?

La risposta vi darà il nome di chi sta staccando la spina al vostro benessere.

L’ARTE DI LORELLA LAURICELLA E IL RITORNO ALL’ESSENZA UMANA

di Pasquale Di Matteo

L’arte contemporanea è a un bivio.

Da una parte il vuoto della riproduzione seriale, dall’altra il battito vitale di chi sa ancora sporcarsi le mani con la bellezza.

A Imola, tra le navate silenziose dell’Ex Chiesa della Santissima Annunziata, Lorella Lauricella ha dato una risposta definitiva.

La sua personale, “Immagini di un mondo interiore”, organizzata e curata dal suo manager, Fabio Zullo, non è stata una semplice mostra, ma un atto di resistenza contro l’oblio del sentire che svilisce il nostro tempo.

A presentare l’evento, la Dott.ssa Arianna Sabbatani.

IL PESO DELLA STORIA E IL PARADOSSO DEL 1453

In qualità di critico internazionale e di rappresentate in Italia della società culturale giapponese, Reijinsha, ho aperto l’evento con una provocazione, dicendo che siamo figli di situazioni.

“Cosa è successo nel 1453?”.

In quell’anno cadde Costantinopoli. Quel singolo evento, quella “situazione” geopolitica, chiuse le rotte commerciali e spinse i portoghesi verso l’ignoto, dando il via all’era coloniale e, indirettamente, alla scoperta dell’America nel 1492.

Infatti, la spedizione di Colombo fu finanziata dalla Spagna proprio per trovare nuove vie commerciali.

Perché parlarne davanti alle opere di Lauricella?

Perché Lorella Lauricella dipinge “situazioni”. Mentre il mondo si perde in uno schermo piatto, la Lauricella recupera il momento cruciale. Le sue opere sono lo spartiacque tra un prima e un dopo dell’anima.

L’artista rifiuta la società iper-tecnologica e “smart” per tornare alla normalità dell’essenza. Una normalità che sembra una bestemmia, sembra blasfemia, nella società del nulla di oggi, dove le immagini non valgono nulla e si bruciano in pochi attimi sui social network.

Non c’è intelligenza artificiale che possa replicare la vibrazione del bianco di Lorella, un bianco che è disposizione della mente verso il futuro, verso il cambiamento, ma sempre tenendo presente valori e radici.

OLTRE IL CONSUMISMO: LA PITTURA COME RIFUGIO

Come società, siamo diventati automi, ma davanti ai lavori di Lauricella, l’ingranaggio si rompe. Ed è in tale contesto che va lodata la capacità della pittrice di non seguire le mode, di non essere un’artista “fotocopia”.

Le sue donne, i suoi animali, il suo legame viscerale con la natura sono richiami alle nostre radici; ogni sua opera è un invito a guardarsi dentro e, di fronte a un’opera dell’artista imolese d’azione, il tempo non si misura in ore, ma in profondità.

Seducenti, misteriose, carnali, le donne di Lorella Lauricella sono soggetti attivi di una narrazione profonda in cui c’è sempre qualcosa dell’artista, che racconta la sua visione del mondo proprio attraverso queste donne, attraverso le loro situazioni.

Per questo Lorella Lauricella è un’artista su cui investire, poiché attenta osservatrice di un tempo che sarà studiato in futuro come un’era spartiacque tra un mondo che non c’è più, che possiamo definire Pre-Covid o dall’influenza americana, e un altro che sta nascendo, con l’ascesa della Cina come nuovo impero alla guida del mondo.

Lorella Lauricella non ci parla di politica, ma ci parla della società e dei cambiamenti che riguardano noi tutti, partendo da quelle che sembrano piccole cose, ma che sono la vita di ciascuno.

Perché l’arte è un investimento, ma solo se è vera. Investire su Lorella Lauricella significa investire sull’umanità.

SINESTESIE AD IMOLA: UN EVENTO TOTALE

L’inaugurazione è stata nobilitata dalla presenza delle autorità del Comune di Imola, che ha patrocinato la mostra, e dal consigliere regionale Fabrizio Castellari, che ha ringraziato l’artista per aver scelto uno spazio così iconico, sottolineando il valore della cultura per il territorio emiliano.

Ma la vera magia è nata dal connubio tra le arti: la voce della poetessa Ketty La Rosa e il flauto della Maestra Paola Tarabusi hanno trasformato la visione in ascolto, focalizzando l’attenzione su 5 opere in particolare di Lauricella.

Una simbiosi, quella tra le parole di La Rosa e le melodie del flauto di Taabusi, che affascinato i presenti, molti addirittura commossi.

Un ringraziamento sentito è andato agli sponsor che hanno creduto nel progetto: il Bar Tabaccheria Lazzarini e la Cartolibreria Il Globo.

La loro presenza è la prova che il tessuto sociale è ancora pronto a sostenere la bellezza e la cultura, perciò, la società italiana ha ancora speranza.

Infine, un plauso al tecnico, Fabrizio Aliberti, il cui supporto è stato fondamentale per la riuscita dell’evento.

Un evento che è un racconto, una luce, una provocazione, una dimostrazione di eleganza e di raffinatezza, perché Lorella Lauricella non dipinge solo immagini, ma soprattutto il coraggio di restare umani in un mondo di macchine.

Se cercate la “fuffa”, la finzione, la “tecnologia facile”, guardate altrove.

Se cercate l’anima, la raffinatezza, un racconto, una ricerca di comprensione del mondo, l’avete trovata: Lorella Lauricella.

Potete approfondire di più sull’artista, navigando sul suo sito web, cliccando qui: Lorella Lauricella